Rivoluzione no

Cari amici,

che cosa volete cambiare? pensate che le cose cambino per farci stare meglio? non scherziamo. Nessuno arriva all’altro capo del mondo per fare stare bene gli altri. Nessuno di quelli che ci comandano. Io ne conosco di gente così. Ma quelli sono santi. Santi estremi. Cristi in terra.

Noi qui per cambiare le cose ci serve il fucile e rivoluzione. E poi? viviamo con il sangue sulla coscienza e la morte davanti agli occhi? C’era stato un tempo. C’era stato un tempo che si doveva fare. C’era stato un posto. Che erano le nostre case. Colline blissettate. Montagne di panna. E morte.

Ma poi anche allora tutto è sciamato. Chi aveva da vivere è stato messo da parte. C’è stata La paga del Sabato e L’ombra delle colline.

E via ancora, come è sempre stato.

Non ne vale la pena, ragazzi. Rincuoriamoci di vivere appartati e di fare le cose nel modo migliore. Per vivere bene. Che è quello che ci compete. Nel sorriso di chi ci sta accanto. Quello vero. Che se ne fotte del guadagno.

Non sono scomparso

Cari lettori,

amici e nemici,

non sono scomparso,

sono stato lontano

in un mondo non letterario

con la mia famiglia dove ho vissuto

per tre mesi abbracciando

felicità e disperazione.

Non aspettatevi da me

troppe novità,

lavoro ancora

appartatamente

per scrivere il libro

che mai avrò.

Perché ancora?

Sono stato via di qui per tre mesi. E adesso ritorno.

Che cosa ho combinato?

Ho letto. Ho vissuto. Ho lavorato.

Questa mattina, parlando al telefono con un’amica che non vedo da anni ma con la quale rimango periodicamente in contatto, ci siamo raccontati del disumano che è avanzato a tal punto da non dare più opportunità alle coscienze di formarsi. Ci siamo ascoltati per un attimo ed è stata una buona consolazione. Non essere soli a resistere contro un mostro abnorme che fagocita la vita. Noi quassù ci sentiamo più forti perché siamo un po’. Altri gruppi, per quanto minuscoli e familiari, spersi per il Paese di certo esistono e trasmettono liberi pensieri. Ma la maggior parte degli umani – gli ultimi – vivono e sopravvivono in solitudine, grazie alle voci del passato, alle fantasie e agli echi giunti da lontano delle proprie parole. Le loro case sono piene di ciò che si chiama indefinibilmente felicità.

Tornare indietro mai. Vivere fino all’ultimo pensando a chi vivrà. Per quanto possiamo. Ogni giorno in lotta con ciò che si annida in noi stessi.

Ciao.

I racconti ai confini del Regno

Pubblico questa introduzione alla raccolta di racconti sul Risorgimento che sta per uscire, sperando che vi venga la voglia di venirci a trovare o almeno di leggere quanto è stato scritto.

Vi ASPETTO


Sabato 26 febbraio 2011 – h 17
Spazio Museale Tornielli – Ameno
Piazza Marconi, 1
Presentazione del libro
Ai confini del Regno. Racconti a cura di Davide Vanotti
Con gli autori Matteo Bottari, Michele Brusati, Gessica Franco Carlevero e Davide Longo


Scrivere dell’Italia non è mai stato né facile né indolore. La storia di questo stato che avrebbe voluto essere una nazione è intricata e scomoda come la chioma folta di Sansone. Quando si sfila un capello per vedere dove va a finire, si va a strappare, rimordere e aggrovigliare ciocche e matasse inestricabili. E tira di qua e tira di là, c’è sempre qualcuno che ne soffre.

Così è fin dalle nostre origini. Forse perché il Rinascimento e il Risorgimento che fecero l’Italia culturale e politica furono storie soprattutto familiari. In un contesto fluido determinato dall’inconsistenza del limite tra privato e pubblico si trovano la forza e la radicalità di un sistema geografico e umano che accosta gli opposti e stride. Dietro a parole inebrianti che indicano tempi d’oro – di crescita e di ideali – si celano scontri sanguinari, lotte spietate e tensioni insostenibili che bruciarono velocemente le vite degli abitanti di questa parte circoscritta di Mondo.

L’oggettività si può raggiungere solo stando alla larga da qui. Isolarsi il più possibile attraverso lo studio dei documenti e applicare i metodi razionali della storiografia moderna, sono le scelte che uno storico doverosamente perpetra nell’interpretazione del passato. Costui ne trae un’immagine – il più possibile completa – di una società – o di alcuni suoi aspetti – in un dato periodo, prescindendo dalle questioni familiari o personali che sono il sale della discussione nel nostro Paese.

Altra cosa è inventare e fare della fantasia pensieri applicati alla realtà. Per far ciò è doveroso mescolarsi con le vicende fino alle loro propaggini estreme, che sforano abitualmente nell’Assurdo. Il lavoro di chi scrive è invischiato nella lotta, dalla quale ci si libera per mezzo delle solitudini distratte e delle fughe verso lidi mentali ulteriori, seguendo le vie recondite delle parole. Perciò questa silloge di racconti – come avrete compreso – davvero non ha pretese storiche. Sfida altresì il sentire comune annotando di vite vissute con arguzia e abnegazione; getta le carte all’aria; intreccia il passato con il presente assecondando il filo che corre sul telaio formando parole.

Leggerete storie di persone al di là di tutto, oltre le epoche e le intrinseche relazioni. Perciò vi chiedo di non soffermarvi sul piano prettamente storico. Noi italiani non abbiamo mai posseduto il gusto anglosassone per la biografia dei grandi personaggi. Siamo mistificatori. Fatichiamo a ricordarci le date. Di una persona, anche se l’abbiamo conosciuta personalmente, perdiamo gli aspetti che per altri popoli sarebbero salienti. Confondiamo gli incontri, i tratti somatici e le amicizie in comune. Eppure sappiamo sentire vicino al nostro cuore i cuori.

Qui troverete quattro cuori battenti. Oltre il tempo. Come lo Schiaccianoci di Hoffmann, sanno di valere molto di più di quello che fanno. Di non essere piccoli generali di legno nelle mani di un bambino, ma di avere piuttosto una storia scritta in un antro magico dove le vite vivono migliori. Le loro azioni non sono perciò che i risvolti oscuri della loro idealità. Il coraggio di vivere li ha premiati. Chissà come se la ridono di noi e delle nostre beghe quotidiane ora che stanno nel posto da cui sono venuti.

A guardare l’Italia oggi si ammira qualcosa di turbolento e conturbante. Nemmeno lo Stato è veramente protagonista del nostro quotidiano. Fondamentalmente, possiamo dire di essere una penisola al centro del Mar Mediterraneo, delimitata a nord dalle Alpi. Tutto il resto manca. I personaggi che si cimentarono nella lotta scomparvero senza lasciare eredi. Le bandiere e gli ideali caddero nella polvere. Nel secondo dopoguerra gli Italici divennero sterili, immobili, viziati e ammassati. Firmarono a occhi chiusi una pace sociale duratura e l’Arca dell’Alleanza fu una televisione sotto lo stemma protettivo del Biscione col fiore in bocca.

Dalla parte dell’oggi, aprendo i bauli e le scansie delle case di Ameno; estraendo lettere, diari, oggetti e fotografie dell’Ottocento, si resta attoniti. Qui vissero uomini che seppero agire in nome dei propri ideali, con onestà e modestia. Ebbero fiducia nello stato che li ospitava. Seppero dare. Molti di loro erano esuli e girovaghi che avevano respirato l’aria libera della Rivoluzione e ne avevano personalmente pagato le conseguenze. Altri erano discendenti delle stirpi secolari di ottimi giuristi e amministratori del minuscolo Stato della Riviera. Il paese di ville e palazzi ai confini del Regno li ospitava tutti. Tra queste colline più che altrove si fantasticò di un’era liberale. Forse tra queste mura il democratico si soffermava a trattare del bene comune con il conservatore. E non furono solo parole.

Paolo Solaroli fu un uomo d’avventura. Non sempre lo fu per scelta. Di umili origini, si formò nell’esercito napoleonico, dove imparò il mestiere di sarto. In conseguenza del clima reazionario instauratosi anche in Piemonte dopo il Congresso di Vienna, fu costretto ad emigrare in Egitto, quindi nello Yemen e, infine, nelle favolose Indie. Fu un personaggio da meraviglia. In India sposò una principessa e partecipò dell’aura emanata dalla famiglia reale. Ricco e determinato, al suo ritorno in Europa fu accolto a braccia aperte da Carlo Alberto, dal quale ottenne un titolo nobiliare. Partecipò alle vicende della costituzione dell’Italia in pace e in guerra, avendo anche un ruolo di primo piano nelle relazioni diplomatiche (in particolar modo con gli Inglesi).

Queste poche linee biografiche non valgono certo a ricordare l’energia che emanò da questa persona. Il suo luogo di riposo prediletto fu Ameno, nel palazzo che ampliò per accogliere la sua famiglia. Nelle stanze e nel parco voluti dal Marchese, Davide Longo ha ambientato un racconto asciutto e chiaro, imperniato sulla relazione tra un giovane medico di provincia e l’anziano uomo di stato. I passeri volano attraverso il parco. I due uomini, Lessona e Solaroli, s’incrociano nella vita. Ne nasce un’amicizia occasionale, frutto dell’incontro tra due caratteri differenti. La vocazione di Lessona per la vita pacifica apre inaspettatamente un varco nell’ultimo equilibrio respingente dell’uomo di successo, che ha lasciato alle spalle le sue ambizioni.

La stirpe dei Vegezzi giunse ad Ameno nel XVI secolo. Da allora crebbe divenendo uno dei casati notabili della cittadina collinare. All’inizio del XIX secolo si trasferirono a Torino, mantenendo il palazzo di Ameno. Furono legati ai Cavour da una grande amicizia, corroborata da vicissitudini finanziarie che dopo la caduta di Napoleone coinvolse entrambe le famiglie.

Saverio, Giovenale e Camillo crebbero insieme e con la tempra del sacrificio seppero rimettere in sesto i patrimoni paterni. Dal 1850 parteciparono alla vita pubblica dando un apporto fondamentale alla formazione dello stato di diritto italiano come oggi lo conosciamo. I due racconti di Matteo Bottari e di Michele Brusati sono dedicati proprio ai fratelli Saverio e Giovenale Vegezzi, due figure esemplari del Risorgimento non da molti conosciute.

Saverio Vegezzi ebbe un ruolo importante, essendo stato addirittura cofirmatario della legge del 17 marzo 1861 in qualità di Ministro delle Finanze. Pochi anni dopo gli fu affidata, in quanto esponente politico moderato e cattolico, una missione presso la Santa Sede che ebbe un esito negativo. Dopo l’occupazione di Roma del 1870 si ritirò dalla vita pubblica continuando a svolgere la professione forense. Alla fine della sua carriera, nella carica di Presidente dell’Ordine degli Avvocati di Torino, nel pieno della sua coscienza del valore delle istituzioni, riconobbe per la prima volta nella storia italiana il diritto di esercitare la professione di avvocatura ad una donna. L’abilitazione diede scandalo. Fu successivamente impugnata dal Procuratore del Re e revocata in appello, ma rimase l’atto lucido di un uomo che aveva ben presente il valore dell’intelligenza al servizio della giustizia.

Matteo Bottari ha dedicato a Saverio Vegezzi una storia contemporanea, immaginando che uomini come lui abbiano servito per secoli il nostro Stato, superando i limiti del tempo e divenendo garanti dell’equità di fronte alle figure della politica odierna, indifferenti al bene comune e mosse da impulsi di conquista anteriori alla determinazione degli stati moderni.

Giovenale Vegezzi Ruscalla fu un personaggio eclettico. Si occupò dell’identità linguistica e nazionale del popolo rumeno, fondando il primo istituto di lingua rumena presso l’Università di Torino. Studiò e operò da vero onnivoro del sapere. Fu il primo Ispettore Generale delle Carceri Italiane. Diede le dimissioni da questo ruolo dopo che fu introdotto anche in Italia il modello del carcere cellulare, da molti ritenuto un allontanamento dalla funzione rieducativa che avrebbero dovuto avere gli istituti penitenziari. Numerose furono le sue pubblicazioni e, probabilmente, la sua influenza intellettuale agì anche su Costantino Nigra, che ne sposò la figlia, invitandolo a svolgere studi eruditi nella seconda parte della sua vita.

Michele Brusati lascia che la figura schiva e taciturna di Giovenale affiori da una storia carceraria, un interrogatorio su un omicidio al quanto misterioso, a cui l’ispettore in pensione partecipa da osservatore. L’autore ne rileva la profonda umanità libera dai pregiudizi. Brusati crea un quadro interpretativo che mette infine le qualità dell’ispettore, un uomo saggio che aveva compreso molto. Ad esempio che stando fuori dall’occhio della Storia si ha un’occasione in più per vivere liberamente e per farsi un giudizio esatto su ciò che si muove al di fuori della propria testa.

Gessica Franco Carlevero ha infine lavorato sul popolo di Ameno. Si tratta di una storia semplice, in quanto vista attraverso gli occhi di un bambino. Angelino viveva i giorni che fecero l’Italia ascoltando e incantandosi su notizie che arrivavano da lontano, da un mondo che non poteva esistere. E in effetti non poteva esistere, per loro che erano della campagna, gli spiegava lo zio.

Ameno era stato per secoli un mondo a sé, una piccola città costituitasi liberamente e attorniata da territori dominati da signori stranieri. In qualche modo i suoi abitanti avevano mantenuto una propria autonomia. Tra le sue strade e i suoi borghi si erano incrociati i destini. Gli uomini erano andati ed erano venuti. Nulla era cambiato. Le classi sociali si erano cristallizzate. I lavori, notarili e manuali, erano proseguiti secondo una linea scritta. Con quest’Italia si fece il punto.

Adesso è forse giunta l’ora di andare a capo e di continuare. Sono i poeti che risveglieranno questo luogo incantato tra le colline boscose? Lo spero davvero, spero che le loro parole muovano ancora i vostri cuori; e li ringrazio attraverso la voce di Alda Merini per il lavoro celato che hanno svolto.

I poeti lavorano di notte

quando il tempo non urge su di loro,

quando tace il rumore della folla

e termina il linciaggio delle ore.

I poeti lavorano nel buio

come falchi notturni od usignoli

dal dolcissimo canto

e temono di offendere Iddio.

Ma i poeti, nel loro silenzio

fanno ben più rumore

di una dorata cupola di stelle.

Mortale o immortale

La vidi camminando nel corridoio. Stava leggendo oltre il vetro dello scompartimento.

“Tu non mi conosci,” le dissi. “Non sai chi sono”.

Le parlavo al di qua del vetro. Parlavo a bassa voce, mentre il treno correva veloce emettendo un frastuono micidiale.

Mi vidi all’interno dello scompartimento osservare me stesso nel corridoio. Le mie labbra si muovevano mute, l’occhio rivolto verso la giovane donna, che non si accorgeva di nulla, se non del proprio libro; del mondo contenuto nel libro.

Ero un fantasma. Il rumore stridente delle ruote sulle rotaie – il ferro sopra il ferro – invadeva attutito e assordante fuori e dentro di me come il destino mellifluo e amaro della morte.

Ero già morto e tuttavia consapevole di vivere altrove. In un’altra dimensione? In un ulteriore tempo? In uno spazio leggermente sfalsato il mio fantasma si muove senza di lui. Mortale o immortale è un misero gioco di parole.

Godere. Godere. Godere

(Continua da “Fascismo dolce“)

“La nave si è piegata e sta affondando”.

“E tu lasciala affondare, tanto noi stiamo in una botte di birra!”.

“Ti ricordi quando avevano preso il Drugo?”.

“Cazzo se mi ricordo! Siamo sempre dei gran cazzoni pacifisti, te l’ho già detto…”.

“Pensa se fosse sempre così, che ci s’incazza e si cerca di far valere i propri diritti”.

“Intanto il Drugo se l’era fatta la notte in galera…”.

“Ma noi eravamo lì fuori, insieme”.

“E poi siamo andati via insieme, ci siamo divisi in gruppetti e abbiamo continuato per la notte, c’era chi si è ubriacato finito c’era chi è andato in discoteca a ballare c’era chi non ce la faceva più e si è messo a cuccia… va così”.

Alla metà degli anni ’90 non c’era niente. Anzi, qualcosa c’era: c’erano loro, quelli che comandavano. Avevano fatto piazza pulita delle coscienze. Si allenavano con gli accordi sottobanco e le sceneggiate pubbliche. C’era un grande progetto: annichilire il sentimento popolare. Zero pensiero. Zero educazione. Goduria a mille. Desiderare tutti insieme. Ognuno secondo le proprie possibilità. Ognuno più degli altri.

“Godere. Godere. Godere. Italiani, applicatelo alla lettera. In tutti i modi. No vergogna, no, non abbiate vergogna di ammettere le vostre aspirazioni”.

Questo era il messaggio. Detta così sarebbe anche una bella cosa. Qualcuno però pensava che ciprie e telefoni bianchi facessero male all’organismo (non tanto a quello fisico quanto a quello sociale). O meglio, facessero male le piccole aspirazioni del tipo fare i soldi per mettersi sotto belle donne e macchine sportive. Facessero male in genere i pensieri dettati dalle pulsioni. Insomma, le robe scioviniste – maschiliste -  che prima o poi avrebbero soppresso i diritti degli altri.

Non si può negare che i critici del piacere non sembrassero altro che rigidi bacchettoni ai gaudenti più (+++). Bollati come cattocomunisti, intellettuali da salotto, radicalchic, pazzi da manicomio (ah, ma che idea quella di chiudere i manicomi!) o peggio ancora  professori, blateravano sotto gli sguardi biechi delle giovani generazioni, viziate e desiderose di viziarsi, mentre fronde di sedicenti neoliberali li accusavano di essere nemici del progresso e della libertà.

(continua)

Fascismo dolce

Davanti a me niente rassicura. È un mare senza cuore nel quale vivono dannate ombre indistinte. Dannate ombre indistinte. Dannate ombre indistinte proiettano la mia persona. Do le spalle alla verità. Al muro delle parvenze. Spinto dal terrore guardo indietro. Perché non li abbiamo fermati? Il volto afasico del procuratore Apicella, rimosso dall’incarico a conclusione di una carriera, è stato per tutti il sintomo irrefutabile della sconfitta. Fascismo dolce. Fascismo dolce lo sarebbe rimasto fino a quando i maiali sarebbero rimasti docili, grugnendo ogni tanto senza mordere la mano che gli versa nel trogolo il pastone. Non c’erano più emergenze: l’emergenza eravamo noi. L’emergenza era mangiarci conservando la razza. Finché eravamo in pochi a mordere non c’era pericolo: bastava isolare e abbattere. Alla rivolta dei porcili il sistema sarebbe stato pronto. I porcari agli ordini dei fattori avrebbero agito secondo i piani prestabiliti. E sulle tavole dei padroni non sarebbero mancate le salsicce fresche sanguinolente.

Noi, poveri maiali, fummo solo capaci di fuggire in cerca di porcili migliori. Alcuni di noi sopravvissero, si adattarono alla montagna e ancora grufolano tra le radici del presente. Qui si parla, in attesa che gli uomini salgano a fare la loro battuta di caccia.

“Cosa facciamo adesso?”.

“Adesso quando?”.

“Adesso che sappiamo che è tutta una merda”.

“Niente. Andiamo avanti a divertirci e a fare le nostre cose come possiamo”.

“Finché non ci verranno a prendere”.

“Finché non ci faremo prendere”.

“Perché l’amicizia conta”.

“Perché l’amicizia conta, vecchio Seba”.

“Conta eccome”.

“E io posso contare su di te”.

“E tu puoi contare su di me”.

“Abbiamo le armi spuntate e siamo tutti dei cazzoni, poeta pazzo che vuole fare la rivoluzione…”.

(Continua)

Se fossi un maiale

Da questo avamposto all’imbocco della valle la nebbia umida penetra nelle ossa. Cerco le ombre davanti a me. Le ombre vogliono la mia morte. Sono sfuggito al bombardamento mirato. Possibile, mi chiedo? Possibile che macchine volanti missili fuoco fossero rivolti a me? Quanto spreco di energie. Quante azioni sprecate per un misero umano annientamento. Pensare, disegnare, realizzare, provare e riprovare gli strumenti. Computer, armi e velivoli. Estrarre i metalli e i combustibili. Fondere, raffinare e temprare. Addestrare i piloti. Vestirli e nutrirli. Dare loro una casa. Una famiglia magari. Non è possibile: tutto questo per me.

Qui non c’è più nessuno, ma loro non lo sanno.

Mi sento lusingato e sopravvalutato, mentre attendo il rastrellamento. Non saliranno finché rimane bassa la nebbia. Non conta la tecnologia davanti a questo nebulizzato silenzio. Sarà attesa ancora per qualche ora. Devo approfittarne, attraversare come una belva i loro appartamenti. Come Eurialo e Niso, non potrò distrarmi. Evitare l’odore del sangue. La vendetta acerba e fangosa. Dovrò andare diritto verso la meta. Il Gridone. La Svizzera. La casa.

Se fossi un maiale in un mondo in cui gli uomini mangiano i maiali, vorrei essere un uomo; ma la mia coscienza non me lo permetterebbe.

Se fossi un maiale adesso, sarei un maiale solo; e un maiale solo non può difendere nemmeno se stesso.

Tutte le cose invisibili: tutte le cose visibili

In realtà questa storia mi ha preso la testa insieme a tante altre che stanno nell’incubatore freddo caldo della memoria. Cose secche, con dei fatti umidi asciutti spuntati qua e là come mazze di tamburo. Sì, perché le vicende del posto da dove vengo non si svolgono, ma cadono dalla pianta e marciscono in fretta come le fragole nel frigorifero.

Ve lo devo dire: mille volte mi alzai dal letto pieno di sogni e buona volontà con l’intenzione di radermi e uscire di casa. Mi tagliai talmente da perdere per anni la voglia di farmi la barba. Adesso però mi tocca… così lunga… so già che mi sgranerò la pelle del collo e della faccia… sanguinerò come un pollo scannato…

Camminavamo nella nebbia dietro il carro funebre, dalla chiesa al cimitero come si usa. Non ce ne accorgevamo. Il pulviscolo grigio ingannava. Nel gelo vaporoso apparvero i fantasmi che eravamo. Ognuno vide le sue cose com’erano state, nonostante i cambiamenti percettibili. E io vidi le mie.

Dimenticai la banalità del male. Le villette a schiera costruite una in groppa all’altra. I casoni stravaganti all’americana nel cuore della risaia. Uscii un’altra volta dalla casa all’angolo, tra il circolo e il tabaccaio. Lì viveva Lucia. Ero soddisfatto, perché avevo giocato con tutti senza lamentarmi. Al momento opportuno avevo preso il cappotto e il cappello. Mi ero annodato la sciarpa intorno al collo e avevo dichiarato di dover andare. Mi ero congedato con un breve sorriso. Chiudendomi la porta dietro le spalle avevo intravisto i bambini rincorrersi con dei cuscini fra le mani.

Sulla strada ero solo. La nebbia mi sbarrava il passo. Spazzava via le mie orme impedendomi il ritorno. I muri si alzavano ai miei fianchi. Mi negavano le finestre, le luci, le ombre delle figure umane ricoverate negli interni.

Negli ultimi giorni la ghiandola inguinale si era infiammata. Mi faceva zoppicare. Aveva iniziato a darmi fastidio qualche settimana prima. Avevo promesso a mio padre che mi sarei fatto vedere dal medico e adesso, – mentre lui era lontano, in un campo da calcio ad allenarsi per la domenica, – stavo mantenendo la promessa.

Andavo verso la piazza. Avevo salutato i miei amici. Non sapevo che non sarei più tornato.

Tutte le cose invisibili: tutte le cose visibili. Vaghezza sulla strada verso il cimitero. Abbandonato il paese avvolto nel silenzio. Il respiro pesante del maggese declivio. La fila regolare degli orti. L’ordine opposto dei campi. I gerbidi paralleli alla roggia. Quando arrivammo a destinazione.

Lui era Antonio

Se potete andate via di qua. Troverete un film intervista unico su mio padre. Uno dei miei padri.

Vi indico la strada. Seguitela, perché ne vale la pena. E abbiate pazienza di scendere al fondo e di aspettare che si carichino le immagini.

http://www.comune.modena.it/biblioteche/delfini/antoniodelfini.htm

Buonanotte

 

 

Dal sapore esotico francese

Sono su un aereo e mi sento solo: penso al mio corpo nudo in atterraggio, che si mescola con altri corpi a causa di un’eccessiva precipitevole velocità.

Fra poco saremo in aeroporto. Ognuno di noi raccoglierà abiti ed effetti personali. Qualcuno pronuncerà un saluto mormorato. I più si allontaneranno frastornati dalla promiscuità indesiderata.

Saremo lì, negli anni che non torneranno più, quando si fumava, si beveva e si afferravano le notti come mele non ancora mature, e si strappavano foglie e rami senza badare alle sentenze emesse dagli alberi.

Il tempo laggiù era circolare. Sembrava non trascorrere mentre scivolavano tra le dita le pagine. Gli abiti si sdrucivano. Le briciole si accumulavano.

Non ci ricorderemo più niente. Vivremo le nostre storie come vicende di un film avvincente dal sapore esotico francese.

Come arrivammo in quel consesso divino di giovani senza rotta?

Non lo sapremo mai.

Senza svanire mai

Sono un aereo in volo. Porto con me i miei passeggeri. Sento ciò che pensano lavorare sulle mie forme. Sogno viaggiando.

E’ stato quando ho preso per la prima volta un pullman, a N. Non era come andare nel cesto in bicicletta e sulla strada le cose ti passavano di lato scorrendo via dietro le orecchie. Tutto al contrario. Stavo in braccio a mia madre sul fondo dell’abitacolo. Lì c’era uno spazio ribassato privo di sedili. Mi tenevo forte e guardavo fuori dal vetro posteriore. Il mondo si allontanava sempre di più senza svanire mai. Ciò che era fuori appariva all’improvviso dalle nostre spalle. Ci circondava. Ci inseguiva arrancando. Un uomo in bicicletta restava a fatica nel campo visivo per un tempo che non sapevo calcolare, – un attimo, – l’intermittenza breve di una scossa e svaniva sulla strada che lo aveva condotto fino a lì, a tratti guardando avanti, verso di noi, senza riconoscerci e poi abbassando gli occhi oltre i pedali, sull’asfalto in rapida corsa.

Eravamo chiusi in un cerchio magico avvolto dai rumori degli ingranaggi come strati interposti di cellophane trasparente. Le vibrazioni ci permeavano rendendoci immuni al tempo. Questo fermarsi e guardare indietro, alla via appena percorsa, era un po’ come fare silenzio, tensione e pensiero all’istante.

Farei la firma per tornare da dove sono venuto?

Non credo.

Le voglie dei presenti e le notizie degli assenti

Le notizie e i testi d’attualità qui pubblicati sono di carattere riflessivo. Spesso si aprono ai nostri occhi decine d’anni dopo il momento in cui furono scritti. Forse è questo il senso dell’informazione.Voglio dire dell’informazione come la trattiamo ora, quella dei blogger e in generale degli azionisti della rete.

Non arrivare prima, ma arrivare bene. Questo è l’obiettivo che credo dovremmo darci. Perché un blogger non è né un giornalista né uno scrittore. Di solito inserisco cose mai lette o lette da pochi, come la favola dei ladri di Ennio Flaiano, ma in questa occasione pubblico un articolo di Bocca del 1985 già apparso ieri sul Barbiere della Sera.

Si tratta di un pezzo bello ironico, che rovescia il ruolo da parrucconi che socialmente si affibbia agli intellettuali. E’ una storia presa dal salotto buio dove teniamo il televisore e proiettata tra le luci stroboscopiche e i sudori allo champagne dei nostri amati nights, o scantinati che dir si voglia.

Fu pubblicato su una fanzine mica male alla fine di una storia che molti mettono sotto la coperta degli Anni Settanta. E’ stata brava Valentina Avon a rimettercela sotto il naso.

Seratine di piacere in Casa Berlusconi di Giorgio Bocca

Non sono mai stato uno di quei moralisti che piangono per l’esistenza dei network, della libera concorrenza e del denaro, anzi mi sono sempre adeguato al mutare dei tempi, cercando di vivere decorosamente e in agiatezza senza troppo sottilizzare su chi mi dava pane e companatico.

Ma – nonostante ciò – sento oggi la necessità di parlare di una storia che ho saputo grazie alle intime confidenze di un’amica, ricca e facoltosa signora della borghesia lombarda.

A quanto mi ha raccontato la mia amica, persona in tutto degna di fede, il dottor Silvio Berlusconi, il famoso proprietario delle Tv private più importanti e di numerosi giornali a grande tiratura, come il famigerato TV Sorrisi e Canzoni, organizza periodicamente a casa sua delle “seratine televisive”.

Il titolo curiosamente familiare nasconde in realtà un gioco di società assai divertente e appetitoso che il geniale imprenditore piduista ha inventato per sé e per i suoi più fidati amici (qualche socialista cocainomane, qualche industriale, qualche mafioso). Il gruppo, riunito come in un racconto del marchese De Sade davanti alla Tv, sceglie ogni sera, tra presentatrici, ballerine e showgirls dei programmi di Retequattro, Italia1 e Canale 5, quelle che dovranno essere chiamate a soddisfare le voglie dei presenti in un crescendo di situazioni viziose.

Basta poi una telefonata del boss e ai direttori di rete mandano a casa Berlusconi, impacchettate e pronte a tutto, le schiave della serata. Programmi specificamente allestiti, come Viva le donne, M’ama non m’ama, Drive In, ecc. assicurano il giusto flusso di carne fresca per il “divino Silvio”.

Ora io non voglio fare un discorso moralista, né spezzare una lancia a favore della castità. Riconosco al dottor Berlusconi un grande senso pratico in queste faccende e non discuto neppure sul fatto che lui si diverta così. Ma non posso non sentirmi infastidito se penso che, tra i tanti “amici” che sono stati invitati a godersi le ballerine e le presentatrici, il mio nome non figura mai.

L’Italia è proprio un paese in cui il merito viene spesso calpestato e dove trionfa l’ipocrisia, il partitismo, il denaro. Sono andati a passare qualche ora da Berlusconi, ora presidenti del Consiglio, ora presidenti di banche, ora camorristi, ora rapitori e riciclatori di denaro sporco, ora trafficanti di cocaina, ora assassini prezzolati, ma non è mai stato invitato nessun uomo di cultura, nessun   intellettuale e – senza voler essere demagoghi – nessun proletario.

Come mai? Eppure – faccio notare – io, come tanti altri intellettuali, lavoriamo per Berlusconi, partecipiamo ai suoi programmi, rendiamo culturalmente accettabili anche le puttanate più forti del network. E credo che ci meriteremmo almeno una piccola ballerina.

Parlo per me, ma penso di interpretare anche il pensiero dei colleghi Arrigo Levi e Guglielmo Zucconi, nonché Maurizio Costanzo dell’Occhio Nero – pur essendo il più brutto di tutti noi –, che comunque fa storia a sé, essendo nato in passato e forse ancor ora, membro della stessa loggia dei boss.

Mi si potrebbe obiettare: perché non telefoni tu stesso ai direttori dei programmi per farti mandare a casa presentatrici e gnoccolone varie? Inutile, ho provato, per scrupolo di cronista, a fare dei tentativi. Ogni volta mi sono sentito sghignazzare in faccia. Insomma senza un invito di Berlusconi non riuscirò mai a partecipare a una vera serata di piacere.

E questo, come ex partigiano e come uomo, mi secca abbastanza. Devo pensare che la colpa vada attribuita al mio maledetto riportino, che certe volte il vento agita fino a mostrare il bianco della pelata?

Riportino sì o no, dispiace che un imprenditore così accorto come Berlusconi sottovaluti gli intellettuali, proprio quando si tratta di spartirsi “la gnocca”.”

(G. BOCCA, Seratine di piacere in casa Berlusconi su Frizzer, continuazione di Frigidaire del Giugno 1985)

I nostri gattai stanno lassù

Abbiamo parlato, abbiamo attraversato il tempo. Siamo ancora sulla strada. Noi siamo vivi, loro sono morti. Loro saranno vivi, noi saremo morti. Noi saremo vivi. Con la nostra merda e con la nostra sofferenza. Perché siamo roba così, tanto per stare insieme e volerci bene. Siamo quello che vuole il nostro signore, piccoli uomini liberi di danzare. Le risate nevrotiche e innamorate ci appartengono. Sono i pensieri che affiorano dal silenzio, meditazioni equivoche per chi non vede oltre i vetri appannati dell’abitacolo che ci ospita.

Eravamo in tre. Di più non ci saremmo stati. Un quadro paradisiaco da diluvio universale. La pioggia sul deserto e dentro noi a morire di sete.

Mi mancano tanto quei minimi gattai che passano all’alba. Lasci fuori il tuo gattino vuoto, la sera, prima di addormentarti, e lo raccogli al risveglio, bello pieno e pimpante d’infinito, le zampe zuppe di lacrime di stelle.

Sì, perché i nostri gattai stanno lassù, nelle fabbriche celesti, e non perdono tempo. Neanche un secondo. Tutte balle che sulle stelle non ci si può stare. I gattai ci stanno e lavorano a più non posso per produrre diverse misure d’infinito, frammenti di verità e fritelle di colui che non si può dire.

I turni di notte sono feroci, non c’è un attimo di respiro, purché gli abitanti della Terra e degli altri pianeti acquatici siano felici.

Com’era verde la mia valle

Sebbene sia difficile perseguire ciò in cui si crede, non vuol dire che sia falso.

Di solito corro lungo il torrente perché è l’unico percorso pianeggiante tra le nostre colline. Corro tra le piante esili e i prati in fiore. Corro e vedo gli effetti dell’indecisione.

Due linee elettriche ad alta tensione sfilano criminalmente per la valle. Tranciano e uccidono il bosco, i campi e il paesaggio. Se potessero schiaccerebbero anche le case. Alzano i loro piloni. Minacciano con prepotenza il cielo. Tranciano le foreste secondo triangoli e rette funzionali. Distruggono le antiche vie di comunicazione. Preparano il lavoro per gli archeologi. Aprono strade nei prati. Gli unici terreni fertili se ne vanno. A loro servono accessi comodi affinché i servi li preservino dal logorio del tempo.

Corro sotto lo scempio ultimato. Contemplo le stanze vuote della casa con il dolore di avere perso la parte del mondo in cui avevo seppellito i miei segreti. È proprio lì che i ladri sono arrivati, nella vela candida dell’immaginazione; e hanno rubato. A mettere a soqquadro un mondo si fa presto, ma poi si deve chiamare Dio per fare un po’ di ordine. Non è uno scherzo. Questa gente ha strappato mille e mille anni di ricordi, innamoramenti, sogni, fantasie, riposi, silenzi, canti, fruscii, drammi, fughe, ninnenanne, ammirazioni, sorrisi, commozioni, addii e nostalgie. Lo hanno fatto in un attimo. Con un decreto governativo, chilometri di fili e sbarre d’acciaio, ruspe e camion carichi d’ingiustizia e d’arroganza.

Proprio mentre sgrano gli occhi incredulo sul vuoto che non mi è familiare, mi accorgo che i ladri sono tornati. Si occupano di smontare i mobili più ingombranti. Smontano le finestre. Allargano i muri. Lo fanno indisturbati. Dopo avere fatto uscire la mobilia più preziosa richiudono tutto. È come un incubo. Siamo tanti lungo la valle. Sbraitiamo ‘aiuto!’ ma non emettono suono le nostre ugole. Ognuno dal suo punto vede gli altri sbracciarsi, ma non sa raggiungerli. Sembra impossibile colmare le distanze.

All’esterno sembra che niente sia accaduto. Gli amici vengono a trovarmi e mi danno una pacca sulla spalla.

“Fortunato te che stai in Paradiso!”

I ladri si sono accampati in giardino. Non li disturba nessuno. Nemmeno io mi azzardo ad avvicinarmi. Quando li si incrocia non c’è l’imbarazzo di salutarli: tirano dritto a spazzolare gli ultimi sogni sperduti e a chiudere le falle che si sono formate sul terreno, lasciandolo definitivamente inerme e accidentato.

I più disperati di loro dormono nei container. Sono l’ultima ruota del carro. Non vale nemmeno la pena di prendersela con loro. Sollevano i prati e le strade, smuovono i terrapieni, ribaltano il greto del torrente e sfasciano a strisce la foresta. Lo fanno per soddisfare i loro scipiti desideri. Una macchina nuova più grande della precedente. Una tivù al plasma più grande della precedente. Una domenica in famiglia al centro commerciale. Una vacanza esotica, magari fuori stagione.

Dispongono lunghi tubi e li ricoprono con la terra smossa. “Pagano bene e io lo faccio: a te che te ne pare?”.

“Continuare a vivere, continuare a vivere nel modo mio migliore”. Mi dico. “It’s a desert, but we should try to plant the flowers, the herbes and the vegetables. Concimare, concimare ancora, finché Dio non tornerà a riportare l’ordine in questo angolo di casino”.

“Meditazioni su un manico di scopa” di Johnatan Swift

Vi invito a visitare la sezione rinnovata delle letture, pubblicando questa recensione alle “Meditazioni su un manico di scopa”.

J. SWIFT, Meditazioni su un manico di scopa, Archinto, 2008, Milano

La raccolta, a cura di Attilio Brilli che ne ha steso l’introduzione, si compone di otto prose satiriche: Modesta proposta per impedire che i figli dei poveri irlandesi siano di peso ai genitori o al paese e per renderli utili alla comunità, Replica alle obiezioni mosse dai giornali alla “Modesta proposta”, Meditazione su un manico di scopa, Saggio tritico sulle facoltà della mente, Discorso sul funzionamento meccanico dello spirito, A una giovane signora sul matrimonio, Sull’educazione delle signore, Consigli a un giovane poeta.

Prima d’iniziare queste riflessioni, ammetto di non avere mai letto I Viaggi di Gulliver.

Avevo tuttavia più volte sentito parlare della Modest Proposal ed è stato immediato agguantare la copia che mi è passata sui polpastrelli scorrendo i libri davanti a una bancarella di Via Po. La lettura di queste prose satiriche mi ha entusiasmato. Insistendo in maniera attenta e misurata sulle assurdità più aberranti o sulle banalità più trite, attraverso un gioco di ribaltamento delle minute parti di ciò che ci sembra essere il mondo così come erroneamente lo intendiamo, Swift dischiude le palpebre del lettore in un sorriso.

Il paradosso è la chiave che ci accompagna verso la fine delle cose, dove ci attende una verità talmente evidente da non poterla ammettere: gli uomini agiscono nel vano tentativo di sembrare ciò che non sono, diffondendo fantasmi di gloria, chimere metafisiche e nuvole di buoni propositi attorno alle loro esistenze bestiali, per nascondere gli istinti che in pochi attimi li conducono alla morte.

L’altruismo, lo spirito poetico, i valori morali e la tensione ascetica… parole crude per dire: ho voglia di godere e tutto il resto non m’interessa… Non sarà sempre così, ma certe volte accade…

Consiglio a tutti di leggere il Discorso sul funzionamento meccanico dello spirito. Armandosi di pazienza nel seguire la penna di Swift lungo le strade della metafisica, si arriva ad conclusione talmente evidente quanto il paradosso che il titolo contiene.

Solidarietà per Gad Lerner

Malidor esprime solidarietà per Gad. Se avesse bisogno di lui, sarebbe sufficiente fare un fischio e lui arriverebbe sparatissimo sulle ali del suo mantello rosso, della foggia di quello di RalphSuperMaxiEroe.
Non è uno scherzo… basta strofinare la lampada…

Arriva, arriva...

“I Mille” di Alberto Degli Abbati

Ci sono novità al Museo di Ameno! Sabato 29 gennaio alle ore 21 ci aspetta una proiezione davvero speciale. Potremo infatti assistere al primo film sull’epopea risorgimentale, I Mille (1912) di Alberto degli Abbati.

Si tratta di un lavoro cinematografico unico, impreziosito dal concerto d’improvvisazione che accompagna le immagini.

Il maestro Riccardo Sinigaglia, nota figura del panorama musicale contemporaneo, dirige un ensemble stupefacente costituito da

Walter Prati, violoncello, ha inciso per ECM e Ricordi, nel 2010 ha collaborato all’installazione di Peter Greenaway all’Expo di Shangai;

Romina Daniele, voce, nel 2005 vincitrice del Premio Internazionale Demetrio Stratos;

Danilo Zaffaroni, fagotto, ha collaborato con orchestre e ensemble cameristici in tutta Europa, tra cui l’Orchestra Rai di Milano e la Mediterranian Symphonic Orchestra;

Danio Catanuto, strumenti autocostruiti, compositore e creatore di opere interattive con Stefano Scarani, attraversa i generi da compositore e polistrumentista;

Francesco Bossi, Arp Odissey, compositore ed esecutore esperto con strumenti elettroacustici, specializzato nel sintetizzatore Arp Odissey;

Sergio Armaroli, percussioni e vibrafono, abbraccia molteplici ambiti espressivi dopo gli studi con Luciano Fabro, Giuseppe Giuliano e lo stesso Sinigaglia;
Lorenzo Marranini, assistenza tecnica, musicista poliedrico, batterista dei Puertorico, chitarrista degli Andy Says e componente dei The Sheen.

Vocalist

Fagotto

Strumenti autocostruiti

Percussioni

 

 

 

 

 

 

Sinossi

I MILLE
R.: Alberto Degli Abbati. Int.: Mary Cléo Tarlarini, Vitale De Stefano, Oreste Grandi, Cesare Zocchi. Italia, 1915, b/n
Misilmeri, Sicilia. Don Ruggero è un ricco possidente e scopre che suo figlio Corrado ha una relazione segreta con Rosalia, una pastorella del suo latifondo, da cui ha avuto un figlio, Vincenzino.
Corrado vorrebbe regolarizzare la situazione ma il padre non glielo permette e i due ragazzi vengono anche cacciati dalla fattoria. Rosalia, già in difficoltà, continua inoltre a ricevere indegne e pressanti proposte dal capitano borbonico Altieri.
Frate Lorenzo dà asilo alla donna e prosegue il suo impegno contro i Borboni. Cominciano ad arrivare notizie della posizione di Garibaldi: sta marciando su Palermo, così i congiurati partono di nascosto per raggiungerlo alla Piana dei Greci. Intanto Altieri rapisce il figlio di Rosalia per costringerla a vincere le resistenze nei suoi confronti e la attira così, in una casa isolata dove vorrebbe soddisfare le sue voglie. Il bambino, riconoscendo le grida della madre, riesce a salvarla da Altieri. Rosalia, prima di lasciare la casa, ruba un prezioso dispaccio che consegna una volta arrivata a Palermo. Tocca così il cuore di Don Ruggero che le consente di unirsi a Corrado, mentre su Palermo liberata sventola trionfante il tricolore.

Riccardo Sinigaglia sull’improvvisazione ispirata dalle immagini di un film e sulla composizione partecipata:

“Con l’ensemble elettroacustico pratichiamo l’improvvisazione che è una forma di composizione in cui vengono fissati dei punti chiave e delle atmosfere che poi sono sviluppate con una certa libertà interna.
Per questo è una tecnica particolarmente adatta alla musicazione dei film muti che danno degli input fissi a cui reagire e che permettono di fissare agevolmente le caratteristiche di ogni brano in modo da favorire uno sviluppo ordinato.
Ogni musicista che partecipa è quindi anche compositore e porta le sue idee musicali che vengono confrontate e modificate nel dialogo con gli altri che deve essere caratterizzato da uno spirito di comprensione e stima reciproca nella diversità di linguaggi e culture di ognuno.
Ogni film ha una sua caratteristica da rispettare, anche se naturalmente reinterpretando con la nostra sensibilità che è ovviamente molto lontana da quella dei linguaggi sonori dell’inizio dl novecento.”

Una grande esplosione. Sarà ancora attuale?

Intanto vedo i corpi

esplodere in massa.

Chi vedrà tanti corpi

esplodere in massa?

Una grande esplosione dovrebbe

disintegrare anche parte

del mondo lunare, due gatti

stereoscopici dimenticati dai gattai

per le strade del gusto massacrate, dovrebbe

disintegrare la sagoma prestigiosa

della cocacola

la parola immacolata

del signor papa

le catene sottili come cordini

d’acciaio ben temperato

la dama di compagnia della madama

bush senior

la dama di compagnia della madama

bush junior

la dama di compagnia della madama

balzata nel silenzio

denso

di malumore e assenso

il cappello a scacchi di mr

johnson con gli occhiali dorati e il giaccone

la pelliccia di visone

l’oro

di mrs giorgione

la musica lilla

fusion

free jazz

le parole mescolate a parole

fino a divenire rumore

l’esplosione dovrebbe disintegrare

le orecchie

le libagioni

i fumatori

i non fumatori

le esalazioni

incontrollate bionde arrovesciate

del potere

delle macchine in pressofusione

le carezze immacolate

di madonna puttanone

i pennacchi accelerati

del proiettile ad alta velocità

a bassa frequenza lungo il tempo

infinito a quadretti

del quaderno dei compiti

delle elementari, dovrebbe disintegrare

gli animali

addomesticati dagli uomini

gli uomini in massa oppure

alcuni superiori

portati all’autocensura

alla misura

delle parole

più corte più lunghe

le migliori

per i loro piaceri

masturbatori, dovrebbe

disintegrare i dodo

i dinosauri

sottoposti ad eccessive radiazioni

le lacrime aggiunte dei fraudolenti

topi

mutevoli alle radiazioni

divoratori di uova

di nuove

vite gustose

interiorizzatori del sacrificio mondiale

capaci di ingoiare superfici

ellittiche spezzando i gusci

aprendo i denti a ribollenti effusioni

danze rosse

laviche incandescenti

riportando nel ventre

cunicolare

nella tana materna

ragionevole in comunione

i versi della frode

dell’inganno ligneo equestre sottile

separato imberbe, dovrebbe

disintegrare la tigre

della Tasmania la bianca

salma del gorilla catalano

la rabbia sonora dell’orsa

della balena dell’elefanta

della matta della puttana della sarta

della cagna della troia della cammella

dell’aquila sovrana

della sorella della mezzana

della pioggia

orfana dei figli

orfana

di appigli, dovrebbe

disintegrare le armi

micidiali che gli uomini sanno amare

le divisioni giapponesi

di astronavi interstellari

le divisioni intercontinentali

dei legionari americani

le parole assassine

dei commentatori locali

le barbe rosse

gli occhi agghiaccianti

le pance che ammiccano

le cravatte allentate intorno a gozzi ingombranti

intorno a lacrime di dolore

per il vigliacco che non combatte

intorno ai denti battenti

contro le ombre dei perdenti

contro gli afasici dissidenti

contro le natiche recalcitranti

di fronte a torme di demoni erranti

davanti a pletore di gin in fiamme

tappeti istoriati e cupole danzanti.

Intanto vedo i corpi

esplodere in massa.

Chi vedrà tanti corpi

esplodere in massa?

Una grande esplosione dovrebbe disintegrare anche

parte della galassia inferiore

tre milioni di sistemi stellari

cinquecentomila miliardi di unici

esseri mordenti tra i quali

alcuni simiglianti ai defunti

terrestri sparsi come l’amico

defunto george tacchino jr

il defunto tony

bascione

l’amico

già amputato di un braccio

di un testicolo e dotato

di una gamba aspiraliquami silvio

fu presidente del consiglio

dello stivale di carlo, dovrebbe disintegrare

i pagliacci che uccidono bambini a distanza

per amore della patria e del cinema amatoriale

dovrebbe disintegrare

la cacca i sogni l’acqua

l’odore della terra

il verde dei pini

l’incendio autunnale

le labbra della bambina che m’ama

la rugiada stanca di vagare

dal mare alla terra

dalla pace alla guerra.

“Tutte le ricchezze del mondo

si profondono in distruzione.”

Entro i limiti dell’estinzione

 

“Tu non mi conosci.” Dissi a Mari.

Era vita nuova, fermata per strada e accompagnata in un bar.

Non mi conosceva, eccetto l’invito che le rivolsi e il suo sorriso davanti a un tavolo piccolo in una stanza evacuata; ad una certa distanza un’ottomana.

Sedendomi cozzai nel suo ginocchio e pensai fosse la ghisa del tavolo.

Osservava.

Pensava.

Il mio volto si allargava sulla sua figura considerandola entro i limiti dell’estinzione.

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