Navicelle spaziali. Questo è un resoconto/II

Settembre 21, 2009

“Sei sempre negativo ed esageri, Sebaste: tutto quello che dici bisogna dividerlo per quattro, e ne viene fuori ancora un bello scampolo di pessimismo cronico.”

“Forse hai ragione…”

“Forse ho ragione?…  Ma non vedi che i ristoranti sono sempre pieni?… La gente sta bene! al supermercato faticano a spingere i carrelli talmente sono carichi… vanno in palestra firmati e addobbati per smaltire tutto quello che si pappano… cambiano le macchine un giorno per l’altro e tu te ne stai qui, rinchiuso come una talpa, a far le pulci a questo e a quel politico e a parlare di moralità! ma svegliati una buona volta! Sembra che i soldi ti facciano schifo: anche se ti cadessero addosso ti scanseresti appena in tempo per uscirne pulito…”

“Eppure mi sembra che le cose non vadano nel modo migliore…”

“Per te? meglio di così! Non c’è niente che ti smuova da una bella tavola apparecchiata!”

Sara era un’incendiaria. Quando dava fuoco alle polveri ti portava in alto, anche se non volevi. E il peso di un’astronave sulla Terra, di un’astronave come la nostra, è di centinaia di tonnellate.

Il propellente getta fuori dell’atmosfera la massa. Gli astronauti si sentono scricchiolare le meningi, nonostante i lunghi anni d’allenamento. Poi all’improvviso si sollevano. Sono leggeri. Sono più leggeri di loro stessi.

Sospeso accanto a Sara senza gravità mi chiedevo perché m’avesse preso con lei nel viaggio, mentre avanzavamo fluttuando sulle correnti spaziali alimentati solo dal calore delle stelle. La nostra vita insieme era come quelle navicelle che, agganciati i componenti, partono alla velocità della luce e s’infilano nel cerchio di una tempesta di meteoriti: rallentano la loro corsa, s’avvitano e svicolano, ma bene o male devono uscire unite da quell’intreccio di massi perché, se si salveranno, le anime metalliche si sentiranno meno sole nell’Universo.


Questo è un resoconto/I

Settembre 19, 2009

Questo è un resoconto di come vedo le cose, come le ho viste allora e come le vedrò, prendendo in considerazione l’ipotesi che allora sia adesso, che adesso sia domani e che domani non ci sarò più.

La prima notizia che ricevetti non era buona. Voglio dire: la prima notizia che ricevetti quando fui un’altra cosa.

Un paese corrotto mi aveva disintegrato. Vita tranquilla. Amabili frequentazioni. Reddito certo. Casa in collina appartata. Base in grande città.

Mancavano dei punti però: innanzitutto la dannazione di un futuro esule dal presente.

Il crollo della repubblica era avvenuto in un silenzio di ghiaccio. Di quei giorni ho in testa l’immagine brulicante delle formiche nel formicaio scoperchiato all’improvviso. Il bosco respira nel ventre dell’estate e tu rimani costernato assente da osservarle. Le senti salire sulle gambe. Il prurito che provocano muove incessantemente le tue mani. Sale sulla schiena. Raggiunge la cervice, il volto e il cuoio capelluto[1]. Vorresti fuggire attraverso l’arsura, ma il parossismo ossessivo che s’è impadronito di te non permette alcun movimento. I tuoi piedi, avvolti in un tessuto misto cotone acrilico, sono riposti nelle scarpe. Le scarpe sono appoggiate sopra gli aghi di pino essiccati.

Era andata proprio così e ora, che stiamo ingaggiando un combattimento, ci dicono che stiamo sbagliando, che avremmo dovuto agire prima che avvenisse il disastro: come se avessimo potuto fare qualcosa quando eravamo alle medie o peggio alle scuole elementari.

Le televisioni centellinavano il panico salmodiando ottimismo. Sapientemente. Come un maestro del brivido che eccita gli spettatori somministrando scene d’edificazione erotica mentre s’appresta a colpirli di soppiatto, in maniera eclatante, con l’ascia arrugginita e sanguinolenta per la quale avevano pagato il biglietto.

Nessuno aveva una soluzione. Si sparavano panzane da bar tra un aperitivo, una prova del cuoco e un ballo con una pudica scosciata. Sembrava proprio che fosse quella la realtà: lo era per chi non usciva di casa, se non sul sedile della macchina incanalandosi in fila sulla corsia di sinistra. Corpi in dimostrazione si muovevano sporgendo i denti fra tessuti e cartonati dai colori sgargianti. Un gruppo di ragazzotti troppo cresciuti si agitava sul divano scimmiottando i grandi, quelli che sul serio prendevano le decisioni. Apparivano più volte durante la giornata, ispirando al pubblico la fiducia in una nazione giovane e spensierata. Si facevano la doccia. Mangiavano. Limonavano con gli infrarossi. Erano lì dentro. Sempre più dentro. Si rifugiavano in uno sgabuzzino. Parlavano col mondo. Con il loro mondo. Come tutti i bambini, s’incantavano giocando con amici immaginari.

Sugli schermi c’erano anche i salotti buoni. Begli esempi. Uscirono magistralmente invadendo le case e le strade e le scuole all’insegna dello chic e del bon ton spalmati su tutte le camicie e i corpetti e le maglie indifferentemente, che vengano dalla standa o da una boutique. I talk-show, come dicevano quelli che non sapevano l’inglese, e i telegiornali discriminavano i problemi, le ingiustizie e le disuguaglianze a favore dell’eleganza e della bellezza. La loro bellezza. Unta e di plastica. I quotidiani e i rotocalchi di approfondimento davano spazio alle voci dei soprammobili umani, che a furia d’ascoltare i loro padroni sbatter le ganasce volevano dire la loro nell’estrema convinzione di sapere come si dovesse pensare.

Intanto i migliori, come s’usa dire, se n’erano già andati da un pezzo. I geniacci delle università, i laureati con merito, i progettisti, gli scienziati da Premio Nobel, gli insegnanti e gli studenti lodevoli, gli intellettuali quelli veri: quelli se n’erano tutti andati. Tempo di abbassare la leva del teletrasporto… zzz… zzz… zzzzzzzz… molecole nell’Universo che si ricompongono secondo l’ordine supremo del caos… riappaiono in rete per redarguirci, per dirci che stiamo sbagliando, per dirci che stiamo sbagliando ancora adesso, mentre stiamo combattendo come cani in branco per spartirci i brandelli di quella che potrebbe essere la nostra ultima cena…

Era opinione dei più che costoro si fossero involati verso altri lidi, più moderni e intelleggibili, dove avrebbero condotto la propria vita professionale con la soddisfazione di essersi buttati senza rete e di essere stati capaci di prendere la fune che gli veniva incontro nel vuoto. A mio parere questi cervelli sono finiti lassù, in quella valle della Luna dove stanno tutte le cose che quaggiù abbiamo perduto. E ci parlano, la loro voce rimbomba ed esce come un’eco dal collo delle ampolle di vetro soffiato.

Questa è l’epoca dei cervelli in fuga – dicevano [2] – eppure nemmeno noi coglioni eravamo proprio fermi, sebbene più che pirlonare vorticosamente in tondo e ogni tanto incocciare uno contro l’altro, non facevamo: era nella nostra natura muoverci in un ambito circoscritto sollevando un po’ di trambusto sonoro udibile solo da chi ci era molto vicino. Le cose andavano avanti così da talmente tanto tempo che oramai ci avevamo fatto il callo. Anche i calli però – pesta pesta – fanno male. Chi non vorrebbe liberarsene?

Chiunque possieda un po’ di discernimento saprebbe che un giorno come tanti sarebbe un giorno inutile e vago, svenduto nel tempo mite che resta. Perciò avevo in animo di fare qualcosa. Vivevo teso impegnandomi a mantenere un equilibrio tra la ricchezza e le aspirazioni morali conseguenti. Facevo come facevano molti.

Si era al principio di questo stato della nazione e i giornali dell’opposizione parlavano già di epilogo, tacitamente sperando nell’età avanzata del conduttore dello spettacolo. Il problema sarebbe stato che, morto lui, il palinsesto si sarebbe drasticamente spezzato in tante simili frammenti che avrebbero accarezzato le pulsioni animali degli spettatori, indirizzandoli come un gruppo unito e repulsivo contro in programma antagonista.

Chi era rimasto qui, tra uno schermo e l’altro, non aveva fatto una scelta: semplicemente, nessuno aveva avuto la pazienza d’insegnargli ad andarsene altrove. Aveva al massimo imparato a parlar male del governo e dei suoi concittadini, che si bevevano tutto e andavano avanti tra debiti, paghe e gabelle. Lo faceva anche con qualche straniero, di quelli che avevano scelto di venire qui perché nessuno gli rompeva le palle e faceva lo statalista in casa altrui approfittando della libertà delle piccole cose. Lo faceva bene, un po’ in inglese e un po’ con i gesti, finché non prendeva coscienza di essere fondamentalmente il solo a scandalizzarsi e si rintanava nel suo angolo rimasto vuoto. E tutto ciò gli sembrava una grande ribellione.

Io, Sebaste, come avrete capito ero uno di quei sovversivi in pantofole. Eravamo più o meno tutti uguali e quando ci incontravamo non avevamo nulla da dirci. Non c’era niente da organizzare. Ero andato ad un paio di incontri negli ultimi dieci anni. Finiva sempre nella stessa maniera. I più indifferenti parlavano per tutti. Mostravano il loro settarismo sforzato. I presenti la volta successiva non tornavano. Credo che ci sia un carattere nel fare le cose che è tutto nostro.  Ce ne stiamo chiusi in casa a rimuginare e quando arriva il momento buono di mettersi insieme per agire, ci lasciamo comandare dai primi bellimbusti che spuntano dietro l’angolo e cominciano a fare retorica da intellettuali prestati all’azione.

Come i miei simili tornavo a casa e guardavo l’ultimo telegiornale cristando contro le bocche piene e impassibili, regolarmente piene di bugie, dei giornalisti. Scendevo in studio. Mi connettevo, se non l’avevo già fatto sul posto di lavoro. Ne uscivo più disperato che mai e buonanotte. Andavo a letto. Riaccendevo la televisione nella speranza di vedere qualche film del passato. Un po’ di zapping. Niente da fare. Anche il passato era vietato, se non in format televisivo. La testa frastornata. L’ultima mezz’ora a leggere. Cose serie. Filosofia e letteratura. Finché gli occhi piangevano. Poi spegnevo la luce, mentre mia moglie già dormiva. Stanca. Senza di me.

Era lei che mandava avanti l’astronave, e davvero non perdeva un pezzo in orbita.


[1] Accostamento semantico raccapricciante. È difficile fare uso di questa coppia di termini: affiancati evocano una sapienza artigianale antica e parastorica, da conciatore esperto di scalpi d’homo sapiens.

[2] Era il titolo di un cartone americano girato per le colonie, o qualcosa di simile.


Finale. Chissà poi la Susanna/XI

Settembre 19, 2009

Pochi giorni dopo tornai al lavoro. A settembre, da noi, le cose vanno un po’ a rilento e c’è tanto tempo da dedicare a se stessi; soprattutto la mattina. Dopo avere camminato lungo le strade del lago e essere rientrato al buio della scrivania per compilare alcune pagine di diario, uscii di nuovo in paese a bere un caffé. Non raggiunsi il solito bar. Andai oltre, verso i moli, con la scusa che era una bella giornata e mi sarebbe piaciuto vedere la gibigianna sulle onde, gettando lo sguardo sopra il bordo bianco della tazzina che nasconde gli ultimi turisti perigliosamente barcollanti sulla prua dei motoscafi.


E adesso che mi hai trovata? Chissà poi la Susanna/X

Luglio 19, 2009

Al mio risveglio il sole era già alto. Ero indolenzito e stanco: avevo dormito sopra un terreno duramente asciutto e sotto la schiena avevo due sassi aguzzi e un ramo spezzato. Alla luce del giorno cercavo di spiegarmi quello che mi era accaduto la notte precedente. Ossessionato com’ero dalla scomparsa di Susanna, era del tutto possibile che l’avessi sognata. Ero stato tuttavia poco prudente ad appisolarmi tra gli alberi senza prendere in considerazione la possibilità che potesse scatenarsi un temporale. Non sapevo proprio dove avessi trovato la tranquillità sufficiente ad addormentarmi: e di un sonno così pesante… Ha proprio ragione mia moglie: sarei capace di dormire da qualunque parte…

Sebbene a mente sveglia mi spiegassi più o meno tutto quanto, qualcosa ancora non mi era del tutto comprensibile. Mi avvicinai allora al punto dove mi sembrava di avere vissuto quella misteriosa esperienza. Nella breve radura spirava una brezza leggera. Il sole sbiancava la stradicciola polverosa che si smarriva alle porte del bosco. L’erba attorno era alta e secca. In quella posizione presi subito coscienza di trovarmi pressapoco laddove vidi la ragazza osservarmi. Mi voltai preoccupato alla mia sinistra, convinto della sua presenza.

Accanto a me non c’era nessuno. Un sottile salice saliva dal terreno. La sua chioma superava di poco la punta del mio naso. Udii le foglie schernirmi in leggero movimento e insieme compitare la domanda: “E adesso che mi hai trovata?”


Una succube o una donna. Chissà poi la Susanna/IX

Luglio 19, 2009

L’eco ultimo delle voci di Morghen mi giungeva da una distanza incalcolabile. Evitava la massa buia che nascondeva le case. La circondava su entrambi i lati rimbalzando nell’aria priva di ostacoli, al di là di ogni plausibile legge fisica. I toni ondivaghi raggiungevano le mie orecchie. Bisbigli, urli e chiacchiere malevoli nelle tonalità di un’amichevole mimesi sollevavano elettricamente i peli sparsi sulla mia pelle, concentrando le scariche più forti lungo la colonna vertebrale, alla nuca e sull’intera superficie del cuoio capelluto.

Una sola testimonianza. Una sola testimonianza sarebbe stata sufficiente per seguire le orme di Susanna. Avevo l’acuto presentimento – che già in altri casi di persone scomparse avevo registrato – di trovarmi vicino, molto vicino al luogo in cui lei si era smarrita. Se avessi osato scartare dalla via tracciata dai passi altrui, avrei forse scoperto ciò che avevo rigettato a calci e a pugni nel sotterraneo magazzino dei miei incubi. Rimasi invece sul sentiero che mi conduceva sul limitare del bosco, oltre il quale avrei intraveduto il profilo alto del paese.

Giunto a un bivio nell’attimo in cui le nubi stavano cancellando il bianco del foglio lunare, scelsi la via che mi parve più ampia e battuta, nella sicurezza di avvicinarmi alla soglia di casa più rapidamente.

Stava per piovere. Le prime gocce cadevano su di me. Allungai il passo per sfuggire all’acquazzone. Le scaglie di polvere si muovevano simultaneamente. Mi misi a correre sul dorso di un serpente bianco d’enormi dimensioni che si stava risvegliando tra gli sterpi, mosso forse dalla pioggia incipiente, forse dai miei passi inaccorti. La bestia si stava involvendo e mi costringeva a prendere una strada che non desideravo. Non c’era modo di tornare, poiché ovunque mi girassi intuivo ormai solamente cascate di tenebre.

Poi mi sembrò di vedere un’ombra nell’ombra, un’ombra nella quale stavo entrando.

Era lei: non mi ero accorto di averla davanti. Non so come fosse possibile che un raggio di luna scendesse a colpirla così chiaramente dal cielo in procinto di tempestare. Stava lì per gioco. Mi sorrideva. Che fosse una succube o fosse una donna, l’avevano incaricata di condurmi dall’altra parte del bosco.

“S’è fatto tardi,” le dissi.

“Per me la giornata è appena iniziata.”

I suoi piedi, nudi, affioravano dal terriccio del sottobosco. Le caviglie erano sporche di frammenti. I frammenti delle foglie cadute nello scorso inverno. I capelli nel caos. La camicia strappata. La gonna. Le membra esanimi e guizzanti. Ogni ragionamento s’era interrotto davanti alla sua apparizione. Mi attirava verso di sé come le ali di una farfalla. Fermava la mia mano il timore di menomarla in eterno con uno sfioro.

“Non ti ricordi di me?”

Mentii.

“È vero… tu sei quello che non guarda le fotografie…”

Un urlo atroce all’improvviso s’alzò dietro le sue spalle. Avanzò rapidamente fino a me rigandomi di terrore.

Il vento forte le scompigliava con violenza la chioma facendola ondulare sulle gambe saldamente piantate nel terreno. L’acqua si scioglieva in bolle sempre più rade oltre le mie pupille. Sopravvenne il buio. Il temporale rimase nell’aria come un’inverosimile minaccia.

Brancolando tastai alcuni arbusti sotto i quali trovai un giaciglio asciutto. Sfuggii così inavvertitamente allo sguardo della ragazza, che sembrava decisa a vegliare su di me fino all’alba.


Un’ombra nell’ombra. Chissà poi la Susanna/VIII

Luglio 9, 2009

Fino a qui sono arrivate le mie ricerche. La storia del motocarro me la sono solo immaginata. È un’idea come tante: non sapevo cosa credere, come fosse possibile che una ragazza di quel genere potesse essere in mezzo a quegli uomini… Eppure l’avevano vista. Quei pochi che hanno deciso di raccontarmi di quelle notti, avevano incrociato Susanna con i tizi di Morghen. Non conosceva più nessuno. Rideva sguaiata prima che si appannasse lo sguardo penetrato nella solida notte. Era come se fosse impazzita tutta d’un tratto, a loro dire. Gli uomini con cui si accompagnava erano tre, almeno. Gente che non si vedeva spesso nei locali notturni. A parte uno, un mascalzone girovago che a quei tempi bazzicava di qua e di là a portare grane. La figura dello Iago. Rinnegato, da qualche anno aveva trovato rifugio presso alcune case di Morghen che gli offrivano del cibo, un giaciglio e una sorta di protezione.

Lungo il torrente andavo meditando su tutto questo sotto il lume uniforme della Luna. Non c’era un filo del discorso da riprendere. Era tutto evidentemente misterioso. Come la vita, che non ha un senso nitido, così sono i sogni: storie che ci raccontiamo da soli, ci perdiamo dentro e quando ci svegliamo pretendiamo d’interpretarli. Eppure non stavo sognando: ero ben desto e preda di un’insonnia inestinguibile. Camminavo radente ai massi sul greto. Abbandonai il corso d’acqua prima che solcasse la valle nella sua larghezza per appoggiarsi al dorso delle colline più lontane. Proseguii attraverso una radura erbosa. Appena possibile, al primo varco, presi per il declivio che saliva tra i rovi verso il paese.

Allora mi sembrò di vedere un’ombra nell’ombra, un’ombra nella quale stavo entrando.


Il motocarro del destino. Chissà poi la Susanna/VII

Maggio 16, 2009

Era diventata così, Susanna. Interponeva frasi fatte; riempiva di silenzi i posti dove stava; annuiva e sorrideva senza volerlo; spariva. Ed era sempre più notturna. “Le parole sono molto… innecessarie,” si diceva. E continuava canticchiando per la sua strada.

Capitò poi che a un incrocio – uno di quelli umidi a cui accede il mondo secondario – si scontrasse con un motocarro scassato condotto ebbramente da uno dei tizi con le ragnatele addosso; era sbucato dal bosco. Era sbucato come un’esplosione. Il motore, spinto fino in cima all’erta, era arrivato sulla strada in un boato. Il piede destro del guidatore mollò, inchiodò. Le gomme sculgarono sulla ghiaia sparpagliata che impediva l’aderenza sull’asfalto, mentre il piede sinistro premeva sulla frizione.

Il mezzo borbottò con il paraurti incollato alla gamba di Susanna. Due uomini uscirono dall’abitacolo. Si tenevano con una mano sul bordo del tettuccio e torcevano il collo verso l’interno per far passare senza intoppi la testa dalla portiera. Il terzo approfittò del vuoto di carne che si era creato intorno a lui per mettersi al manubrio.

“Cazzo fai?”

“Guido io adesso.”

“Zo fai?”

“Guido.”

“Guida… mhmm…” disse l’uomo appena sceso, probabilmente il capo. Aveva gli occhi tagliati obliquamente e il sorriso maligno di Vittorio Gassman in Riso amaro, quando si voltò verso la strada e la metà di un corpo femminile illuminato dai fari.


Giulia racconta. Chissà poi la Susanna/VI

Maggio 3, 2009

ingresso pub

Giulia, dal posto dov’era seduta, fissava un punto preciso – quaranta centimetri sopra il pavimento – con ostinazione. Era capace di mandarla fuori di testa. Susanna era capace di mandarla fuori di testa. Con le sue smorfie e i suoi raggiri. Non la sopportava più. Stizzosa come una merda. Sempre ad incantarsi dietro a storie da perditempo. Usciva sì per distrarsi dallo studio, ma anche per ragionare. Non si può che tutte le volte che si mette giù un discorso si finisce a parlare di fantasmi ufo astrologia e altre idiozie da adolescenti. Poi però – pensò Giulia – ognuno ha gli amici che ha e qui in giro c’è poco di meglio.

Alla fine si risolse da sola a cercare la sagoma dell’amica nel locale caldo e fumoso. Si stava procedendo nella notte. La luce spioveva nell’aria umida più volte respirata. Lo spazio attorno era riempito dai corpi e dagli schiamazzi. Il ritorno musicale rimbalzava sulle pareti metodicamente, secondo periodiche scosse di elettricità. Tutto era come al solito a quell’ora. Giulia aveva l’impressione appiccicosa e rilassante di essere stata ammassata nei pochi metri quadri di una minuscola nave. Nella sala motori. Attorno a una decina di uomini indaffarati a far funzionare ingranaggi e stantuffi. Mentre fuori il grande oceano persiste immobile. Sembra che passi ma non passa mai.  È arrivata al fondo, almeno così le pare, ma i suoi piedi sono instabili e sotto di essi c’è molto di più. Molto più di ciò che li sovrasta.

Quella sera poi il vascello mareggiava in modo diverso. Non era il solito equipaggio. Giulia aveva individuato degli intrusi. È vero, la nostra è una zona turistica, ma si distinguono bene degli intrusi da dei normali turisti – ribatté recidivamente ad una mia intrusione di genere secondario e poi partì asciutta, battente come un registratore di cassa. – Erano entrati prima della mezzanotte. Tre. Si piazzarono tra l’ingresso e il bancone, sugli sgabelli delle slot. Avevano proprio l’aspetto dei naufraghi o qualcosa del genere, di quella gente disperata che vedi arrivare in televisione e te li immagini presto fare gli spacconi sotto casa tua. Non so se fossero stranieri, ma non promettevano niente di buono. Avevano qualcosa di strano addosso, credo che fosse polvere, o comunque dello sporco. Erano sporchi nei vestiti e sulla pelle. Anche i capelli erano opachi e ammassati in un crocco. Qualcuno mi disse poi che era gente di Morghen. Non avevo mai visto gente di Morghen. Non ho mai conosciuto gente di Morghen. Lei è di Morghen? Sì, va bene… non dico quelli finti, che arrivano e restano limitrofi. Con quelli come lei ho già avuto a che fare. Addetti alla ristorazione, educatori o semplicemente nostalgici di un mondo che hanno solo nella loro testolina. No, io parlo di quelli di lì.  È stata la prima e unica volta per me (sempre che fosse vero quello che mi dissero di loro). A dirla tutta, io non ci credo ancora. Mi sa che mi hanno raccontato delle frottole. Era gente di passaggio. Poco di buono di passaggio che si erano inventati in zona qualche finto lavoro. Poi l’hanno montata su con la storia di Morghen quando Susanna è scomparsa. Sì perché quei tre apparirono spesso dopo la notte di cui le sto dicendo. E qualcuno con loro vide anche Susanna. Io no, io la Susanna non l’ho più sentita da quella sera. Ogni cosa si stava facendo complicata. Era meglio lasciarla perdere. Mi sembrava che anche lei volesse così. E d’altronde non mi ha più cercata.

Scartabellando con perizia il locale, Giulia ottenne il risultato di leggere le spalle di Susanna nella penombra antistante i coni soffusi irradianti il bancone. Stava parlando con un uomo seduto accanto a lei. Un uomo che decifrò a grandi linee. Nemmeno lui era del posto. Nuovo a tutti gli effetti. Compassato nei movimenti. Misterioso al punto giusto, quasi un capitano mancato. Ebbe l’intuizione che si stessero dicendo davvero qualcosa. Scartò però l’ipotesi che Susanna gli avesse dato un successivo appuntamento quando il profilo dell’uomo entrò nel cono di luce da cui fino ad allora era rimasto discosto. Erano i lineamenti di un uomo anziano. Mai visto nei dintorni. Quello sì, con una faccia da turista. Un mezzo attore, diciamo, sotto le sopracciglia cispose.

Infine tornò da lei con due birre in mano. L’uomo svanì dietro la sagoma sempre più grande della ragazza che si avvicinava. Il volto di Susanna – senza espressione – dimostrava il peso di un’idea fissa instillata dalle parole appena udite. Si sedette senza dire niente. Passò un boccale di birra a Giulia facendolo scivolare sul piano di legno. Uno sguardo seppia, appoggiato come un cartone disegnato sul broncio, solcò frattanto il vetro e il liquido dorato che conteneva.

“Scendiamo di gradazione?”

“Scendiamo di gradazione.”

Cocciarono il vetro contro il vetro. Tregua raggiunta.

“Chi era quel tipo con cui parlavi?”

“Non ne ho idea.”

“E di cosa parlavate?”

“Di coincidenze.”

“Ah.”

Giulia ci pensò su per un attimo poi disse: “Carino?”

“Non l’hai visto?”

“No, era di spalle.”

“Non male, ma vecchio.”

“Sì, ho notato che aveva i capelli bianchi.”

“Sapeva il fatto suo.”

“L’avrà imparato anche lui da qualcuno.”


L’ultima estensione della sua memoria. Chissà poi la Susanna/V

Aprile 30, 2009

Le sovvenne dell’ultima estensione della sua memoria. Aveva sempre sperato di salvare molto da quella parte del cervello. Aveva però commesso un errore di valutazione, istituendo una zona più ampia di quanto fosse necessario. Entrava con l’atteggiamento vago che le era proprio, aprendo cartelle immancabilmente vuote il cui nome le diceva poco o nulla. Lungi dal distruggerle, ne creava di nuove dando loro nomi che al successivo ingresso perdevano di consistenza, come il cilindro di cenere della sigaretta dimenticata sul davanzale.

Erano trascorsi mesi dalla precedente escursione lassù. L’ultima volta le era costato parecchia fatica arrampicarsi sugli scogli innalzati per arginare il deserto divoratore in cui si era stravolto il giardino segreto dei suoi sentimenti. Ne era stata profondamente delusa. Da bambina non avrebbe mai ipotizzato che sarebbe stato così triste pensare all’amore. Di quella tristezza senza malinconia che non ti lascia stare in pace neanche un secondo. Susanna era rimasta sotto il sole affilato per ore senza incontrare l’ombra di un miraggio. Alla fine aveva giurato a sé stessa che lassù non ci sarebbe più tornata. E così era stato, non si era mossa di un millimetro per mesi, nonostante in alcune imprecisate immagini frapponentesi intuiva sul mondo la rapida calata di un vento ocra sabbioso.

E così, in un incommensurabile spazio temporale, tra il legname impregnato di false tinte da birreria, le sovvenne – dicevo – di un viaggio verso Paolo. Era scesa al Castellaccio pressapoco al tramonto. La pianura spaesava l’orizzonte sbiadito rosso. Gli steli rasati del riso s’adornavano di argento tessuto dagli affaticati ragni. Milioni di invisibili esseri sospendevano, nei pochi giorni di cielo terso autunnale, la terra. L’immobile trama precaria induceva in Susanna il dubbio della brevità.

Lasciare le colline le concedeva un respiro più misurato. Con Paolo non aveva più niente da dirsi. Tornava da lui per prendere fiato, quando l’autunno entrava nelle risaie.

“Lei ci crede alle coincidenze?” disse l’uomo che le sedeva accanto.

“Come scusi?”

“Le ho chiesto se crede alle coincidenze.”

Era stato un evento inaspettato, che quel tipo le rivolgesse la parola. Un po’ l’aveva sgamato. Solitario, ombroso, taciturno. Nessuna reazione alle battute dei boscaioli. Nessuna reazione all’arrivo di una bella ragazza. Uno di quelli che si faceva i fatti suoi, per dire. Ma questa storia delle coincidenze buttata lì, sul piano di legno tra i sottobicchieri sparsi, proprio non l’aveva misurata.

“Io… Io… Ecco…”


Annoiata allergica fantasia. Chissà poi la Susanna/IV

Aprile 29, 2009

Si sedette sullo sgabello libero senza prestare attenzione agli affamati sguardi che la circondavano. Ci era cresciuta dentro. I dintorni pullulavano di uomini arrapati. Trattenevano il liquido scivoloso ai bordi della bocca. Senza muovere un dito. Così com’era l’aria intorno, erano loro. Viziati fino all’ultima molecola.

I maschi in età da riproduzione erano stati allevati davanti a fighe distese dietro il vetro del televisore. Il tubo catodico aveva sostituito la carne e gli spermatozoi rimanevano ammutoliti nel nulla successivo all’erezione. Assistere dal vivo allo spettacolo delle donne che camminano, parlano e osservano strascicando le fronde del loro irresistibile odore, era qualcosa di troppo. Roba da lasciarti inchiodato dove ti trovi come Tom o Gatto Silvestro. Qualcuno però se la bossava, di solito i peggiori.

Susanna si muoveva nel locale fetido come un’escursionista in alta montagna. Respirava allegramente l’aria tersa. Batteva con sicurezza i tacchi sul tavolato. Scivolava attenta agli impacci come in un bosco di pini resinosi. Si sedeva accanto a uno e lo scuoteva dalle radici. Sebbene non ci tenesse a conoscere gli effetti che aveva la sua vicinanza sugli uomini, ne riceveva interamente la percezione dai mutamenti repentini dei loro occhi, che s’impiombavano come il cielo quando la terra trema. La stessa impressione madida le arrivava a onde dalla postazione centrale di cui si era impossessata nei pressi del bancone.

Gli esemplari maschi nelle sue immediate vicinanze erano cinque o sei. Scherzavano. A parte un tizio che stava lì a passare il tempo per conto suo e l’uomo al bar che svolgeva il suo lavoro: dar da bere e guardar storto chi non gli andava a genio. Gli altri non erano vecchi e facevano quello che fanno tutti quanti: prendersi per i fondelli. Il più piccolo era anche il più vivace. Ritto in piedi, toccava dentro tutti. Era biondo, quasi bianco, e a osservarlo in volto non sembrava proprio giovane, a discapito della sua brevilinea agilità.

Susanna aveva con sé il suo bicchiere. Fumava. Alternativamente allumando oltre la spalla, verso il gruppo dei buontemponi che si dimenavano nella zona delle slot. Nella penombra ebbe l’impressione che avessero addosso delle ragnatele. Erano molte ragnatele. Sembravano avvolti nelle ragnatele. Avvolgevano come una seta traslucida i loro maglioni, si tendevano tra clavicola e collo fino a raggiungere sparpagliatamente i capelli. Fili bianchi pendevano e tremolavano fra le dita. Il più grosso, arrovesciato sul banco – quasi invisibile nella sua massa oscura –, era reso evidente da una trama di linee fosforescenti orrendamente intersecantesi sulla nuca. Quell’immagine netta, stagliata sul buio di un essere stanco e ubriaco, le diede al principio un brivido crepitante alla spina dorsale. Immaginò che stessero festeggiando la fine di un lavoro. Che fossero sbucati fuori da un bosco prima che la sera cambiasse febbrilmente in notte. Avevano finito tardi e non avevano potuto lavarsi. Erano andati diretti in una trattoria. Forse in quella all’interno della vecchia stazione. E poi – due passi – e sono apparsi qui dentro. Sono rimasti sulla soglia. Pronti a svanire quando la misura sarebbe stata colmata. Il piccoletto però era vestito abbastanza ricercato, come dire, spicciolo ma curato. Le ragnatele sbavavano la sua essenza di damerino della provincia nord occidentale. I conti non tornavano.

Ad osservarle erano piacevoli, le trappole dei ragni. Disegni geometrici tatuati sull’aria. Perfetti. Troppo perfetti per essere reali. Come fanno a muoversi senza contorcerle e spezzarle? Susanna stava soccombendo davanti alla propria curiosità. Ogni particolare sollevato dal piano bidimensionale di una serata a caso, ogni secondo trascorso prigioniera dell’osservazione, la incatenavano più crudamente a quella scena tanto banale da celare in sé un grave significato. Vedeva oscillare brani di corpo, chiose di denti e muscoli nervosi secondo un ritmo incalzante e – lei volle che fosse così – premeditato che si conficcò disordinatamente nel suo pensiero. E i poligoni inscritti, i segmenti paralleli congiunti da apparentemente effimere diagonali, si ripeterono inalteratamente tra le giunture, oltre le chiome e dietro i tessuti cartilaginei dei padiglioni auricolari, finché Susanna non accettò che tutto ciò non fosse altro che il frutto della sua annoiata allergica fantasia.


Dissanguati cuori. Chissà poi la Susanna/III

Aprile 20, 2009

 Il bar era in mano alla madre. Susanna ci arrivava tardi. Non era un lavoro per lei. Andava per aiutare. Per lo più quand’era a casa. Faceva le stagioni nei ristoranti della riviera. Pagavano bene. Poi arrivava l’acqua dal cielo e tornava a casa. Ci restava per settimane in casa. Non era una che scorrazzava. Capitava però che uscisse con la sua amica. La sua amica era Giulia. Andavano in un posto – meglio se un posto con poca luce – e parlavano per tutta la sera, penetrando insieme nella notte più profonda. Era Susanna soprattutto, che raccontava di come le cose girassero intorno a lei. Aveva la testa tranquilla. Di solito quello che diceva stava a galla, sulla superficie plausibile del tavolino da caffè. Anche se erano attaccate tra di loro con quattro chiodi, sigarette e buona volontà. A volte però esagerava. Era una tipa strana. Un po’ idealista e un po’ metafisica. Difficile da capire per Giulia, che stava ancora studiando e da grande aveva in mente di far scuola. Non nel senso di essere un modello, ma piuttosto di entrare in una classe per spiegare come mai lei sa delle cose e quali cose lei sa. L’ho anche incontrata per sapere qualcosa di più. Magari aveva visto o osservato un che di particolare. Giulia però non è una ragazza da particolari. Va diretta al sodo. Introduzione, sintesi e via al capitolo dopo. Il succo l’hanno già spremuto gli altri e lei se lo beve per piacere.

L’aveva sentita parlare della necessità di rivoltarsi al sistema rigido animale e al puzzo di rancido che emanano certi maschi. Le aveva chiesto quali maschi (intendendo i maschi di quale specie animale). Susanna le aveva risposto quelli che comandano. In effetti Giulia non aveva capito subito: l’amica intanto era slittata avanti, stava già tirando in ballo lo zodiaco, quanto fosse antico quel sapere, i tarocchi, il tempo (nel senso di quello meteorologico) e le porte della conoscenza. Faceva sempre così, di tutto un po’ finché non non andava a sbattere sul materasso con la testa ronzante di rumore e tabacco. Se chiede in giro le diranno tutti che era una tizia riservata e silenziosa. Non ci crede nessuno, ma quando ci vedevamo era un po’ sempre la stessa storia.

Negli ultimi tempi – prima della sua scomparsa – sembra a Giulia che Susanna avesse la fissa delle coincidenze. Era come se le parole si materializzassero dopo essere state pronunciate. Strano vezzo. Trattava la sua bocca come se si sentisse la verità sulle labbra.

“Sono magari scemate, ma c’è qualcosa che non va qui intorno.”

Susanna rimaneva fissa, con gli occhi adunchi sull’amica. Senza discrezione, aveva aperto una porta che l’aveva condotta oltre il rumore scanzonato del locale.

“Stai in meditazione per dieci minuti, sorseggi la tua birra, fumi, fai la tua parte, rispettando il copione che a casa avevi preparato per bene fino al punto in cui sbotti con una frase enigmatica e provocatoria, cioè che dovrebbe avere l’effetto d’incuriosire e far parlare il tuo interlocutore: sai cosa ti dico? M’hai rotto.”

“Non volevo dire niente.”

“No, tu volevi dire qualcosa, con la tua faccia da innocente che s’annoia: dilla senza tante questioni e basta! Non far finta d’essere quella che si sforza di parlare!”

“Ma vaffanculo!”

Susanna si alzò dal tavolo immergendo il capo e il torso nell’annebbiato locale. Quelli seduti al bancone videro avvicinarsi un bicchiere rubino e una sigaretta giovane, sorretti tra le dita da due mani inconsistenti e appassite come dissanguati cuori.


Filamenti zuccherosi. Chissà poi la Susanna/II

Aprile 19, 2009

 Ero seduto al tavolo di lavoro e aspettavo una nuova traccia. Sfioravo il piccolo telecomando bianco. Palpavo con il pollice le fessure e i rilievi percettibili. Mi venne in mente Susanna. La sua storia. Non conoscevo la sua storia. Era lì, dietro il bancone di un bar, dove avevo udito per la prima volta pronunciare la parola “Morghe” oltre i suoi confini. Ed era stata emessa nell’aria ancora vibrante delle sillabe di Susanna. Uno strano caso – pensai – come se non si potesse nominare il prigioniero senza dire della prigione che lo contiene.

Lei aveva occhi di tempesta, mi assicurano quelli che se la ricordano. Si capiva bene che dove fosse andata avrebbe portato guai. Finché fosse rimasta al di qua dell’orizzonte. Lavorava con passione. Stava alla macchina del caffè per un po’ prima di passare a servire ai tavoli. Era gentile. Non dava troppa confidenza. Lasciava gli uomini in posa con un sorriso ebete. Portava morbide gonne, sotto le quali i clienti leggevano impossibili gambe. Tutti se le ricordano, non sono cose che capitano tutti i giorni. Una come lei, la gonna svasata appena sopra le ginocchia, le calze nere velate, la voce leggermente rauca, rispondeva agli ordini strascicando il desiderio del letto abbandonato dopo una notte di assopito calore animale. Lasciava gli uomini in posa dietro un sorriso ebete.

Mi sono incuriosito di lei solo a sentirla nominare e ho fatto domande in giro come uno stupido intellettuale, punto alla nuca da qualcosa di vago e d’impalpabile. A sentire quello che biascicava Pino, all’arrivo di Susanna nel mezzo della giornata alcolica – che si fermava un’ora dopo il pranzo per perdita di coscienza – gli avventori passavano al terzo giro fra gotti d’oro, amari e camparini. Li invischiava tutti nella ciucca vera. Tirava fuori il fondo raschiando i barili vuoti. Nella luce emessa dal soffitto basso cartongessato gibbonavano cautamente i reduci dallo sfascio di cataste di tempo speso a ringalluzzirsi, ad aggredire e a sparar cazzate. Senza voltarsi mai. Senza guardare oltre lo specchio, sotto le borse violacee e la rete delle varici nasali, la sagoma evanescente di un bambino indormentato nella propria tenerezza.

“Buongiorno signorina.”

“Buongiorno.”

“E svegliarsi alla mattina…” cominciava il Milo.

“Tittitiritittititi…” continuava il Roby.

Il Roby e il Milo erano due scemi fusi da quindici anni. Mezzibusti con i pettorali tristi e stanchi degli ex palestrati, che stanno insieme perché li sostiene virtuosamente una tribolata panza. Erano al limite senza saperlo, contesi dal gin e dai depositati decomposti anabolizzanti.

Più sornioni, con i gomiti tirati sul bordo del tavolino e gli occhi arrossati dalle finte esibite senza l’ausilio di lenti tra le figure e i titoloni dei giornali, Gino e Paolo se ne stavano zitti – in agguato – aspettando che la ragazza si stropicciasse la gonna tra le sedie comodamente spinte al centro del passaggio. Sbrodolavano insieme. Tra una bavetta e l’altra si complimentavano a vicenda per aver sconfitto il comunismo. Senza muovere il collo, sorbivano direttamente dalle dita avvolte intorno al vetro i filamenti zuccherosi dei montenegro, il labbro inferiore – frastagliato e umido – trainato all’esterno.

C’era anche un pittore. Di quei pittori che si vede che è un pittore. Il pittore di provincia italiano stile 900, l’uomo anni ’50 invischiato di vita, tabacco e alcool che tanti hanno imitato. Io stesso sono rimasto infatuato da questa figura senza essere tuttavia capace d’interpretarla. Più tagliato su di me è stato il ruolo dello scrittore anni ’30, ombroso e perseguitato nel suo completo protetto da un impermeabile.

Pare che la madre di questo pittore lo maltrattasse ruvidamente, a volte anche con improvvise e scortesi ramazzate che lo facevano rotolare giù per la rampa di scale, direttamente nel vicolo dietro il palazzo comunale d’O. Aveva anche una figlia. Era un angelo teatrale, bello solo se visto di fronte ma cavo e turpe quando ti dà le spalle. Quest’angelo di una figlia compativa il padre. Lo guardava come un uomo d’annata invecchiato male. Niente di buono nella sua vita, insomma. Calci in culo e pietà erano per lui. Gli spari sopra – parafrasando il mitico Vasco, al quale era sempre stato affezionato – li lasciava a qualcun altro. Era un tipo d’artista dall’accento emiliano, di quelli che si facevano fare un caffè e promettevano di pagare quando avrebbero venduto un quadro: cose che da queste parti sono fuori dal normale.

“Ma quando lo vendi tu un quadro se te ne stai sempre qui al bar,” gli diceva il Milo.

“Te scherzi che aspetto un mercante da Milano domani!”

L’ho intravisto – mi pare – quest’inverno entrando in paese con la macchina. Ci stava dentro, nella descrizione che mi aveva fatto di lui il Pino. Lo prendevano in giro perché si era infatuato di Susanna. Lei era gentile con tutti. Quando andava da lui per ritirargli la tazzina vuota, abbassava gli occhi e non parlava. Lui prima si spaventava, restava fermo ma tremava: si aspettava che da qualche parte gli piombasse addosso una legnata. Accortosi che nulla sarebbe successo dopo il contegno silenzioso della ragazza e le risatine catarrose degli ex anabolizzati, si accendeva.

Quella mattina camminava sul chilometrico marciapiede che conduce ad O. Camminava, si voltava su se stesso e si smarriva. Non l’ho più rivisto, non l’ho mai incontrato in un bar. Gli sarà passata la voglia di bere caffè, dopo la scomparsa di Susanna.


Le parole correvano slabbrate. Chissà poi la Susanna/I

Aprile 9, 2009

 Susanna

Entrai nel caffé a metà mattina. Lo stomaco era vuoto dalla sera precedente. Ordinai a Mara, direttamente al banco. Un toast e un succo d’arancia. Mi sedetti in fondo alla stanza. Una cava buia a tutte le ore del giorno. Per non sbagliarsi, l’ingresso rivolto a nord e l’unica bassa vetrina costretta tra il vicolo in ombra e il frigo dei gelati. Un crocchio di uomini, spacconi di mezza età colti dall’incipiente calvizie, stavano chiacchierando davanti al quotidiano spalancato in maniera rassicurante.

Non avevo mai prestato orecchio alle loro parole. Erano troppo distanti dai luoghi che accendevano il mio interesse. Avevo l’impressione che fossero consapevoli della mia presenza, sebbene si comportassero come se non ci fossi. Col tempo fui coinvolto nella vita del locale con un semplice saluto da parte del baffo bianco, il più affabile del gruppo. Tendevo a starmene discosto. Consumavo al banco o mi appartavo per rileggere qualche vecchio appunto. Non volevo entrare in quella storia. Non ero dalla loro. Vivevano su una penisola umida e benestante come animali dello zoo tenuti dietro le sbarre per protezione. Erano assuefatti alla cattività. La maggior parte di loro credo ci fosse nata. Erano già pronti per riempire la nuova ala del cimitero scavata sotto il Monte Sacro.

Le parole correvano slabbrate. Ognuno capiva secondo il proprio interesse. Il borbottio raspava sotto i toni alti della radio, che riempiva di revival l’aria detersa dalle mani dell’inserviente filippina.

“Chissà poi la Susanna,” uscì un po’ di sonoro sotto il baffo bianco.

Non un che attorno. Annaspando dietro i vocalizzi dei Bronski Beat l’uomo tentò un “eh, eh… chissà” che introdusse il gelo nella stanza. Un sorriso storto. La fronte bagnata. Il fiato condensato in un fiotto di vapore. Se si fosse aperto il pavimento e la terra di sotto per mangiarselo, nessuno si sarebbe mosso dal proprio posto. A condizione che tutto tornasse come prima. 

Gli rispose allora un cranio lucido alzando le spalle. Lugubremente.

“Sì, chissà.”  


Prologo/II

Aprile 8, 2009

 

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In principio non capii.

Il nostro arrivo a Morghen fu l’inizio magistrale di un film dell’orrore.

Una casa bellissima in vendita presso un’agenzia immobiliare. Un buon prezzo. Nessuno che la volesse. Come una bella donna colta e depressa. Era rimasta per anni sola. Era stata l’asilo del paese… le solite storie passate cento volte per televisione. Talmente immediate da rilassare la mente al loro passaggio.

Eravamo considerati stranieri, come del resto molti altri abitanti che erano arrivati a Morghen negli ultimi quarant’anni. C’erano poche cose da capire riguardo al luogo in cui ci trovavamo. Il minimo per sopravvivere. Ma il minimo era imprecisamente inafferrabile. Una parola o un vuoto. Un volto in lacrime ai margini della strada. Un lamento strascicato nelle ore notturne. Un grido.

Molti di noi – gli stranieri – sarebbero morti senza capire. Dietro le tempie sarebbero avvampati gli ultimi fragili pensieri – “Era tutto qui”, “È giunta l’ora”, “devo andare”, “Quel che ho fatto”, ecc. – mentre i corpi, ricongiungendosi con la terra che avevano inavvertitamente calpestato, avrebbero finalmente scavato il motivo del viaggio e sarebbero divenuti portatori del segreto.

Quello che stava accadendo lì – gotta dopo gotta – negli ultimi tremila anni,  nessuno avrebbe potuto raccontarlo.

Tutto bene all’apparenza. Il declivio fiorito dell’Orto Botanico e l’Albergo invitano i curiosi ad avvicinarsi e promettono un’accoglienza calda e amichevole, ma non appena superati questi inviti ad entrare ci s’imbatte in un bivio spaccato tra muri di pietra. Una strada in salita e una in discesa. Al centro del bivio un cartello sbilenco – “Tutte le direzioni” – indica la discesa consigliando d’andarsene a chi ha superato il sipario ridente che decreta l’ingresso nel paese.

In più di un’occasione – anni fa – avevo intentato una visita a Morghen durante un lungo  soggiorno sul lago. Ne ero invisibilmente sempre ricacciato. Le mulattiere ingombre di trattori carichi di legname e di camioncini stracolmi d’ogni sorta di cianfrusaglia, i muri scrostati invasi dalle pieghe feconde dell’umidità e striati dai fianchi metallici degli autocarri, l’asfalto slabbrato gettato di fretta per seppellire – sembra – non so che di delittuoso, gli insulti grattati con pietre affilate sui pochi intonaci sani,  una scritta mussoliniana lugubremente retorica, una coppia astiosa di teste ubriache appoggiate sul cruscotto di un’automobile traballante. A turno le cose del villaggio piegavano il mio sguardo con le minacce.

Una volta – ricordo – superai il bivio, avanzai di un centinaio di metri, ma fui costretto a invertire il senso di marcia nei pressi di quella che sarebbe divenuta la nostra casa. Non era stato l’ennesimo inconveniente, ma la semplice certezza che oltre quelle quattro mura non ci fosse più niente.

Allora non conoscevo ancora Marta. E quando decidemmo di vivere assieme prendemmo casa a N. Non so cosa accadde quando – in un tempo infisso e distante – c’innamorammo repellentemente di Morghen. Forse fu la bravura dell’agente immobiliare. Forse fu il sole freddo della fine di un anno. Forse fu perché così doveva andare. Comunque sia, morbosamente ci fermammo.


Prologo/I

Aprile 6, 2009

Morghen. Un nome semplice. Chiamare così un paese non può essere che di buon auspicio. In effetti, il pianoro su cui riposano le nostre case è il primo luogo della regione che incontra all’alba il sole e l’ultimo a salutarlo prima di discendere nelle tenebre. Certo, questa osservazione vale solo se si esclude Montecorvo, un paese sospeso nell’aria come uno sciame vibrante di zampe, ali e antenne, sensibile all’unisono al richiamo del polline; e soprattutto se si ritiene ragionevole considerare geograficamente questa breve lingua morenica distesa fra due incavi lacustri glaciali, rivestita d’un manto boscoso pilifero, fragilmente abitata e solcata da un torrente sassoso, da una linea schioccante dell’alta tensione, da un gasdotto sotterraneo e da un’autostrada che conduce il turista dalla città alla montagna.

Per quanto la luce cruda s’impadronisca delle vie e dei giardini di Morghen nei giorni limpidi, facendo svanire – come in un buon gioco di prestigio – la barba muschiosa, verde e vellutata dai muri rivolti a settentrione, tuttavia qualcosa di misterioso e innaturale rimane nell’aria e sul viso di chi ha pronunciato piano, scandendo con rispetto, dolore e desiderio, il nome. Un sentimento umido  di perenne battente pioggia intorpidisce i muscoli, aggredisce le ossa e torce le nervature che sostengono la cervice.

“Mor-ghen” detto così, in due brevi singulti, perde la sua consistenza calda e stropicciata che dissuade la bruma a spandersi oltre la soglia della notte agghiacciante. La “n” finale non ha vie di scampo. Si smarrisce nella foresta delle cavità nasali. Mentre si diffonde il sentore di cadavere. Le estremità del corpo si raffreddano. La morte punge repentinamente. È lì dentro e ci attende.

Tra la gente del lago non è così frequente udire il nome di Morghen. Ho sentito con le mie orecchie delle persone chiedere dove fosse questo posto, nonostante si trovi a tre o quattro chilometri dalla loro abitazione. Immaginavo che l’ignorassero per invidia. Non dissi mai nulla a riguardo nel bar che frequentavo nelle pause lavorative. Sapevo già quale sarebbe stata la risposta. “Ma quale invidia? che cosa avremmo da invidiare noi d’O.? quattro vacche e venti capre? se ne stiano su con i loro animali!”

Eppure al principio, quando scendevo ad O. per lavorare, ebbi l’impressione d’impantanarmi.  Pensai che si potesse provare invidia per  il sole brillante sopra le nebbie e gli spalti bruni e le villette in fila che incupiscono le acque. Era come stare nei bassi dei tempi moderni e ammirare gli antichi candidi e crudeli.

Vicende arcaiche incatenano gli uomini all’altopiano di Morghen. S’incontrano volti di una civiltà perduta. Pochi e arcigni. Sembra che il tempo non scorra e la luce tracciata dal pulviscolo rimanga immobile nell’aria e nello spazio fino alla fonte solare. Nei vicoli si respira una nobiltà esaltata dai reiterati abbandoni. Affiorano fantasmi dai muri impastati di calce e argilla, strisciano personaggi d’altri tempi dietro le colonne e sotto le pietre squadrate e traballanti. Ho intuito qualcosa di grande. Fatti perpetrati da uomini superiori, che nessuno in basso – sulle rive umide del lago – vuole nominare.

Queste sono mie opinioni. Erano state convinzioni. Ma di fronte al loro disinteresse sorvolavo, divenni leggero – come si dice – senza dar conto delle preoccupazioni che oscuramente crescevano in me e al crepuscolo mi serravano la gola. Loro, d’altronde, erano una stirpe.


Quattro libri

Marzo 18, 2009

L. SCIASCIA, A ciascuno il suo, Einaudi, Torino, 1966.

Se tutto fosse così come i gonzi intuiscono che sia, allora il mondo in cui viviamo sarebbe gremito d’infelicità. La rapacità si fa strada, mentre gli uomini si dannano per fingere d’essere animali buoni e onesti, di avere una coscienza che li conduce rammentando passo dopo passo di rispettare gli altri.

Per alcuni caratteri non c’è scampo: o tuffarsi nella letteratura o morire schiacciati dalla verità. E qual è la verità? Crudeltà, orrore, cupidigia.

A saper le cose come stanno si muore. E nei tempi moderni si muore ancora più in fretta.

Mordi il ditino. Mordi il ditino.

 

F. DE ROBERTOI Vicerè, Rizzoli, Milano, 1997.

Dunque è così che si legge un bel romanzo intenso, forte e tripartito? Il narratore insegue le vicende di una famiglia rapace della nobiltà siciliana attraverso gli anni del passaggio dal Regno borbonico al Regno d’Italia.

Il sangue e i pensieri di conquista e di abuso del potere domina i membri della famiglia Uzeda. Schiacciano tutto ciò che gli si pone davanti, sbeffeggiano gli altri come se fossero esseri a loro inferiori, ne sono davvero convinti e fanno di tutto per imporre la propria superiorità fino a giungere all’ultimo Uzeda del romanzo, Consalvo, che applica la propria intelligenza per ottenere il massimo vantaggio dall’inganno prodotto per mezzo della propria universale ambiguità. È una storia greve, in cui nessuno si muove senza avere un proprio tornaconto personale; e chi rimane fuori da questo fuoco incrociato d’invidie, non può essere che un pazzo posseduto dalle proprie monomanie fino a divenirne schiavo separato dal vero brutale contesto.

Questo romanzo è stato celebrato da molti critici come un capolavoro incompreso. È vero, si tratta di un’opera che affronta i personaggi attraverso un’introspezione psicologica volta a sottolineare le monomanie che li accompagnano per un tratto della storia. L’operazione è diretta e sicura, quasi scientifica, secondo la moda del tempo. Nello svolgersi delle vicende ci sono tuttavia dei buchi, delle sofferenze dovute alla vastità della materia, come il destino di Raimondo, spendaccione arrogante che svanisce divorato dalle pagine del romanzo assieme alla sua seconda moglie. Anche la prima moglie del principe Giacomo e la prima moglie del Barone Raimondo muoiono senza avere mai realmente vissuto nel libro, se non come vittime sacrificali prive di alcuna volontà di ribellione tra gli artigli dei falchi Uzeda.

Le riflessioni di De Roberto, affidate al monologo finale di Consalvo Uzeda, ultimo erede del casato, sono vere e accendono una luce al neon, fredda e diffusa, sui pensieri segreti dei cacciatori di gloria e di potere; insomma, di quelli come noi, che siamo stati addestrati a correre dietro al codino del coniglio finché avremo fiato, vista e fiuto per sopravvivere.

 

A.M. ORTESEIl mare non bagna Napoli, Adelphi,  Milano, 2008

Il mare non bagna Napoli e nemmeno i nostri cuori assorti in isteriche reiterate proposizioni di noi stessi.

Questo libro mi è stato consigliato da Maja Lundgren, un’amica e collega svedese per avvicinarmi dall’Italia alla sua opera, che s’insinua come un fiore mediterraneo inteso, fragile e – se abbandonato al chiuso di una stanza – disperatamente maleodorante per  il magico veloce processo di corruzione.

La stessa putrefacente bellezza affiora dalle pagine di Anna Maria Ortese. La morte e l’ossessione di potere e d’eternità, che permeano la vita dei nati in questa nazione umana, indicano brevemente i passi di una donna nell’incanto impossibile della fatiscenza.

La cronaca del Silenzio della Ragione è straziante perché parla di ognuno di noi ambiziosi e impotenti, poveri delle nostre vanità. Le pagine raccontano delle piccole beghe degli scrittori partenopei, degli odi, delle cattiverie e delle esclusioni condotte attraverso le sale asfittiche della miopia intellettuale. Ogni atto dei giovani filantropi rampanti è ricondotto al breve e sciocco gioco che li condurrà ad essere tra i migliori e noti autori della generazione del dopoguerra. La poesia si respira altrove, tuttavia; nei meandri annegati dalla miseria dei bassi, nella disperazione nitida e vivace dei banchi dei pegni, lontano dalle poltrone annoiate che assistono ogni anno ai prestigiosi premi letterari: sempre i soliti, presto o tardi dimenticati.

 

J. SWIFTMeditazioni su un manico di scopa, Archinto, 2008, Milano

La raccolta, a cura di Attilio Brilli che ne ha steso l’introduzione, si compone di otto prose satiriche: Modesta proposta per impedire che i figli dei poveri irlandesi siano di peso ai genitori o al paese e per renderli utili alla comunità,Replica alle obiezioni mosse dai giornali alla “Modesta proposta”, Meditazione su un manico di scopa, Saggio tritico sulle facoltà della mente, Discorso sul funzionamento meccanico dello spirito, A una giovane signora sul matrimonio, Sull’educazione delle signore, Consigli a un giovane poeta.

 

Prima d’iniziare queste riflessioni, ammetto di non avere mai letto I Viaggi di Gulliver.

Avevo tuttavia più volte sentito parlare della Modest Proposal ed è stato immediato agguantare la copia che mi è passata sui polpastrelli scorrendo i libri davanti a una bancarella di Via Po. La lettura di queste prose satiriche mi ha entusiasmato. Insistendo in maniera attenta e misurata sulle assurdità più aberranti o sulle banalità più trite, attraverso un gioco di ribaltamento delle minute parti di ciò che ci sembra essere il mondo così come erroneamente lo intendiamo, Swift dischiude le palpebre del lettore in un sorriso.

Il paradosso è la chiave che ci accompagna verso la fine delle cose, dove ci attende una verità talmente evidente da non poterla ammettere: gli uomini agiscono nel vano tentativo di sembrare ciò che non sono, diffondendo fantasmi di gloria, chimere metafisiche e nuvole di buoni propositi attorno alle loro esistenze bestiali, per nascondere gli istinti che in pochi attimi li conducono alla morte.

L’altruismo, lo spirito poetico, i valori morali e la tensione ascetica… parole crude per dire: ho voglia di godere e tutto il resto non m’interessa… Non sarà sempre così, ma certe volte accade…

Consiglio a tutti di leggere il Discorso sul funzionamento meccanico dello spirito. Armandosi di pazienza nel seguire la penna di Swift lungo le strade della metafisica, si arriva ad conclusione talmente evidente quanto il paradosso che il titolo contiene.


Vi lascio un breve ci sono

Febbraio 26, 2009

Non me ne sono andato. È solo che i tempi sono molto più dilatati di quanto immaginassi. Mi sono dimenticato di cosa voglia dire scrivere. Gli strati si sovrappongono in tempi che sarebbero normali se non vivessimo fuori dal normale. Poche pagine su un quaderno di appunti. Altre pagine. Altri quaderni. Le storie e le parole s’intrecciano fino a diventare delle finte e degli scatti che ti trascinano oltre il guado determinato dall’acqua che scorre e dalla bruma. Vi lascio questo breve appunto di un anno fa. Spero di riaffiorare presto ma non so. È come se stessi mettendo insieme delle cose. Le cose che avevo perduto. Quelle che avevo pensato di non vedere.

“1.1.2008

Ormai tutto è in discesa: è la stanchezza che me lo dice. Ieri abbiamo lasciato alle spalle il vecchio anno. Siamo stati a Morghen in tranquillità. Su in alto, dove viviamo, le cose vanno meglio. Non avrei mai pensato di potere apprezzare e godere così pacatamente della luce radente invernale, che batte calda e diretta sui vetri della nostra casa e verso sera vela le montagne di tinte ramate.

In questo tempo scopro una nuova consapevolezza, fino ad ora letta, detta o ascoltata senza offrirle il fondo del mio esistere: essere per osservare e lasciare che la vita assorba l’eloquio durante le alterne vicende del giorno e della notte.

Spesso mi capita di pensare che a questo punto scrivere sia un vezzo senza ragione per me. Questa cosa però, che non è una certezza non è un dramma, s’incaglia e svanisce come una nube all’alba durante gli incontri con il paesaggio interiore di Beppe Fenoglio; e penso quindi che sia meglio tenersi in allenamento, scrivere, studiare, tradurre qualcosa: non lo so, ma potrebbe capitare che a un certo punto tocchi a me cantare.”

 


Incontro con Calderara. Parte II

Ottobre 27, 2008

In un paese di muschio, sotto una pioggia battente, in una casa disabitata, conobbi la pittura astratta. Ero incantato attraversando le stanze dell’arte degli anni passati in Europa, gli anni della pace e dei messaggi essenziali ridotti alla struttura, forse momentaneamente perduti.

E mi resta di quei giorni il grigio delle acque, la linea vaporosa che confondeva le sponde, le case, l’isola e le montagne in un piano levigato e tragico come la vita.


Una fossa comune per Morghen

Settembre 26, 2008

Ritorno ancora qui per riflettere, rivedere e trasmettere immagini in forma di parole. Un’estate silenziosa, i rumori diffusi in lontananza e il riposo mi hanno concesso di riflettere sul mio corpo individuando i limiti di sorprendenti possibilità.

Calasetta, Cagliari, Berlino e ritorno a Morghen, dove non è cambiato molto. Vedo solo meno partecipanti alla rappresentazione scenografica di una passiva esistenza. So che durante l’estate gli abitanti di Morghen hanno giocato a giochi differenti, cimentandosi nel tiro alla fune, nel gioco dell’oca, nella pallavolo da spiaggia, nel calcio, nella pallacanestro e in altre sfide all’ultimo respiro. Adesso che l’autunno avanza ognuno si ritira nella propria dimora in silenzio, prode di un gesto sportivo o intellettuale che durante una competizione è riuscito a portare a termine in maniera mirabile. La concomitanza delle Olimpiadi ha aiutato gli appassionati degli spettacoli televisivi ad emulare le effigi dei propri eroi fantasmagorici in salti, piroette, scatti, lanci e progressioni che nei sogni posteriori, – chiusi nella propria moderna individualità, lontano dalle iperboli vanitose da osteria, ormai luogo esclusivamente di solitarie querele e di superflui paragoni, – si sono moltiplicati uno dopo l’altro fino a formare un campo di fiori casualmente sportivi.

Dopo una feria d’agosto tanto intensa nulla da eccepire se gli abitanti acutamente sono andati svanendo, mentre le ruspe stanno seminando il terrore nel cuore corrente del paese, sul dorso collinare che separa le case del centro dalla valle scavata dall’Agogna, dai prati ai margini dei quali crescono aiuole di case contadine ristrutturate e rese confortevoli con le finanze svizzere e milanesi.

Ancora silenzio e rassegnazione nell’aria di settembre che s’insinua nelle pieghe degli abiti troppo leggeri raggelando le coscienze modeste di chi si chiude in casa e s’incatena al televisore.

Scavi e plinti in cemento destinati a sorreggere tonnellate di ferro ad alta tensione cancellano strade e boschi secolari mentre, sul fianco addormentato del torrente, riaffiora la fossa comune in cui si seppellirono le ossa peste della modernità.


Incontro con Calderara. Parte I

Luglio 11, 2008

Rappresentare il lago senza severità. Il lavoro di Calderara è stato stupefacente. Ha levato le sfinite azioni di chi non sa dove andare e morde, aggredisce, non lascia spazio alla pace. Ha levato il sonoro e gli inutili dardi della solitudine offesa. Ha levato grugniti che divengono suoni articolati per ferire. Ha levato, fino a lasciare sulla tela dei suoi pensieri l’essenza lineare e imprecisa delle cose.

Per sapere di lui ho iniziato dalle sue opere, come il medico che controlla le feci del paziente febbricitante prima di prendere una decisione.

La prima volta che incappai nel suo lavoro fu nel 1998, durante l’autunno piovoso: avevo preso una pausa dal gioco prima di rientrare con un’impresa giornalistica fallimentare, che ancora una volta mi avrebbe messo spalle al muro uscendo allo scoperto. Di ritorno da un soggiorno estivo nel Sulcis, mi ero ritirato per alcune settimane da mia nonna, che si era trasferita da poco sul Lago d’Orta.

Quando tutto è tranquillo e il corpo e i pensieri scorrono fluidamente nei vasi capillari del tempo, è giunto il momento di preoccuparsi. Un nervo non è capace di seguire gli altri, s’incaglia e trascina con sé piccoli grumi che diventano fango. La calma apparente è dolorosa, è un peso senza eguali sulle tempie e sulle mascelle, e scende lungo la cervice fino alle scapole.

Allora non pensavo a tutto questo. Lo percepivo lontanamente e lo apprezzavo, come le nuvole estive che contornano di sbuffi bianchi la pianura. Ero sereno. Perlustravo i dintorni lacustri come un cane randagio. Mi rifugiavo nei vicoli umidi, sotto i porticati, e prendevo la pioggia come un bene comune.

Entrai nella casa di Calderara per caso, sotto l’acqua, scorgendo un cartello sull’anta aperta che diceva “Ingresso libero”. Passai attraverso una piccola porta e un pertugio come in una fiaba. Salii una scala ripida e aggirai un prato in cui il cielo gocciolava. Saltai infine sopra tre gradini e spinsi una porta socchiusa.