O partigiano, portami via

Giovanni Miranda fu ucciso a 18 anni. Della ragazza con cui è abbracciato non abbiamo avuto notizie. Questa è l'ultima immagine rimasta di loro.

Le ultime notizie – la vittoria della Lega Nord e della politica berlusconiana – sono l’ennesima sconfitta dell’azione apertamente condivisa. Non ho parole che non siano secondarie per dire – e quindi accettare – lo spirito italiano. Il dramma maggiore si è consumato in Piemonte, sulle Langhe e nell’Ossola, dove nel 1944 i partigiani cacciarono i fascisti per pochi giorni. Dovevano farlo, sebbene sapessero che gli avversari sarebbero tornati al fianco delle divisioni tedesche e avrebbero fatto piazza pulita. Questa consapevolezza era tuttavia di pochi. Dei 200 che rimasero a difendere Alba sull’argilla divenuta fango. Dell’ultimo passero che non cadrà mai, citando il Partigiano Johnny.

Questi risultati mi fanno ritenere che la Resistenza sia stata una guerra condotta da alcune teste calde. Parlando con la gente delle valli – con quelli che ricordano e con quelli che tramandano il ricordo – i partigiani erano dei ladroni che portavano via quel poco da mangiare che era rimasto in casa. Tutto qui. Del resto nessuno sa. Sì, ogni tanto salivano le colonne dei fascisti e ne beccavano qualcuno. E poi via che andavano. Ma perché dicono così? Come se non ci fosse più nessuna passione, come se l’uomo non sia uomo come noi. A che cosa è servito restare nei paesi con le famiglie, chiedere, condividere, scegliere e combattere per un’idea giusta? A che cosa è servito lavorare dall’alba al tramonto per stare insieme bene, secondo coscienza, fratelli di carne umana? Non sono domande retoriche, ma piuttosto questioni di smarrimento. Da anni lavoriamo sul territorio per il confronto, facendo incontrare persone differenti per condividere ideali comuni, che fanno riferimento al nostro inestinguibile sentimento di uguaglianza, celato in ogni essere umano come il fuoco sotto la cenere all’alba, quando ci si avvicina al camino con una speranza, ancora annebbiati e rigati dal buio della notte.

E mentre facciamo tutto questo, dall’alto, tirando fili ad alta tensione sulle dorsali delle valli e imperniando ripetitori sui cucuzzoli delle montagne, il Disumano fulmina le nostre azioni.

Ogni gesto richiede consapevolezza. Non può essere solo una corsa al consenso, all’eclatante e alla critica della falsità per mezzo della devastante fragilità degli impulsi.

In un mondo scisso dalla realtà dell’irreale, penso che non sia sufficiente chiederci per chi stiamo facendo qualcosa, poiché noi stessi coltiviamo le sementi di una società della disgregazione e ce ne nutriamo, quasi non ci fosse niente più da mangiare. È necessario sapere perché stiamo agendo. Dialogando con un amico, domenica, abbiamo parlato di politica. Ci siamo lasciati dicendoci che la politica è un’attività contemplativa, interpretativa, e perciò radicalmente umana. Questa politica del fare non è altro che un ingombrante strascico di superficialità.

Cambiare le coscienze significa fondare una nuova nazione.

Nelle Langhe ha combattuto Beppe Fenoglio. La sua scrittura è stata una contemplazione della vera libertà. Nelle sue pagine si legge lo spirito di una nazione. Una nazione che un giorno verrà?

Intanto restiamo lì, come passeri sul ramo, e non facciamoci spaventare né dal freddo né dalla fiocca. Perché l’ultimo passero non cadrà.

Béla. I

Quindici anni prima, a Pécs, avevo costretto una famiglia di quattro persone, – che si arrangiava a vivere in un bilocale misero con cucina in balcone finestrato e box bagni ciechi di compensato, – a stringersi ulteriormente per dare spazio alla mia vena di neointellettuale girovago al principio di una sinuosa carriera all’insegna dello scrocco e della cuculaggine. Fughe e ritorni, studi pazzi e ribellioni, senza capire che qualcuno – da qualche parte – doveva pur pagarli i miei stravizi. Niente a che fare con la storia del battito d’ali di una farfalla che provoca un uragano a migliaia di chilometri di distanza. Qualcosa di più semplice e comprensibile, per chi non trascorresse buona parte del suo tempo a cercare di dare piacere al corpo e all’intelletto, ben al riparo da qualsiasi debito sociale e affogato nella propria sintomatica incoscienza civile.

Qualcuno, lontano da me, si allestiva il letto dove mangiava. Anche il sabato e la domenica si alzava prima dell’alba per produrre cartelloni di plastica stampati in rilievo. Insegne e annunci pubblicitari. Le scritte dipinte a mano. Aveva comprato la pressa e l’aveva portato sul balcone che dava sul retro del palazzo.  Ci stava a pennello, con qualche modifica con cui l’aveva perfezionata. Béla lavorava. Mentre leggevo concentrato e silenzioso nella camera delle figlie, incapace di vedere oltre il muro di cartone il dramma e la speranza di una stagione da leoni, Béla lavorava.

Béla era un ingegnere meccanico. Insegnava nell’università cittadina. Era un personaggio. Aveva progettato – vent’anni prima o giù di lì – un modello di autoclave[1] che era stato poi adottato da tutti i laboratori e gli ospedali del Patto di Varsavia.

Non capivo perché uno come lui trascorresse il suo tempo sul balcone ad imprimere cartelli di plastica. Le figlie studiavano, erano brave – indipendenti – e ricevevano borse di studio. La moglie – è vero – era malata di cuore prendeva la miseria di una pensione da preside di liceo realsocialista; ma presto – gli avevo detto una volta parlando di come andavano le cose dalle mie parti – anche lì tutto sarebbe cambiato.

“Sta già cambiando,” mi aveva risposto. “Non li vedi gli squali che ci sono in giro? Sono quelli che comandavano prima e che adesso hanno i soldi per continuare a rubare”.

Sì li vedevo, ma quello che mi preoccupava era che molti di loro erano targati Italia, lavoravano al soldo di veneti amiconi in fresco di lana e comandavano col bastone stuoli d’operai in fabbriche diroccate. Quello che mi preoccupava era che la nostra Judith lavorava per quella gente. Traduceva quello che le dicevano di tradurre. Evitava di tradurre quello che non era possibile tradurre.

“Rubano tutti,” continuava. “Prima andavano d’accordo con i Russi e adesso vanno con gli Americani. Poi ci sono i Tedeschi, i Giapponesi, e voi, gli Italiani”.


[1] Per chi non lo sapesse, l’autoclave è una specie di vaporella chiusa ermeticamente in un contenitore tipo lavastoviglie, che attua un processo di sterilizzazione di provette e di altri strumenti da laboratorio o da ospedale. Personalmente, queste cose le so perché mio padre ha avuto a che fare con un’autoclave.

Mineo non ha potuto

Per chi mi sta ascoltando (nessuno?); esco dalla finzione. Entro nella finzione della realtà. Corradino Mineo, con il suo rigore professionale, è stato oscurato. Che cosa sta succedendo? sono io che non riesco a vedere? ho bisogno di qualcosa che sia reale. Ho bisogno di vivere in una città reale. Aiuto. Aiuto. Aiutooooooo!

Ah… va in differita… decisione dell’ultimo minuto… Ma andì a ciapè di rat… questo lo dico per me chiaramente (solo per me) e ringrazio la crosta, il mantello e il nucleo di avermi lasciato solo. Solo per questa sera.

Non fuggire mai!

Adesso, voltandomi indietro, capisco cosa volesse dirmi Alessio.

“Non fuggire mai!”

Non mi è chiaro, però, se ora sto fuggendo.

Era stato cinque anni fa come se fosse adesso. Le cose in Italia stavano andando storte. Più storte del solito. Troppo storte. Troppo storte anche per Sara. Si era messa paura. Era uscita a dire che le persone non erano più solo persone. Erano tutte in un modo e ti guardavano come se tu… come se tu fossi fatto in un’altra maniera; come se avessero dato uno stampino viziato a tua madre e tu fossi uscito così. Sara non ci dormiva la notte. A me il sonno non è mai mancato, ma le giornate erano pesanti. Durante il viaggio verso il posto di lavoro o, al più tardi, in uno dei bar delle località turistiche in cui svolgevo la mia impiegatizia funzione, mi prendevo male.

Ero intrattenuto nella rete delle corse per il tempo. Ritaglia di qua, corri di là, svolgi la tua pratica e pensa a stare in piedi, arriva la sera e ti sdrai sul divano perché c’è Montalbano… le visite al mio amico erano sempre più rade e questo non andava bene. Mi stavo scaricando del tutto. Alessio era il mio caricabatterie. Ricorrevo a lui quando le energie erano al limite. Mi era capitato di arrivare a casa sua talmente piatto da avere paura di fare un ultimo passo e poi fermarmi indefinitamente davanti al suo cancello con il dito puntato a mezz’aria, in direzione del campanello.

Quel giorno ero più o meno in quelle condizioni. Mi stavo riprendendo grazie alla pozione di barbera che Alessio mi aveva somministrato secondo il cerimoniale che tra noi era sotteso, quando me ne uscii con le mie angosce. Ne parlai a lui, che tutto vedeva dalla sua stanza nel bosco – imperturbabile – mentre alle sue spalle le gru invisibili costruivano abitazioni in serie, le abitazioni del disumano. Espressi l’intenzione di raggiungere la Germania, se la barca fosse affondata. Il suo volto mutò. Mi allumò come se fossi un sacco caduto da un camion che l’aveva superato di corsa durante la ritirata nel deserto, lui che andava a piedi mi guardò come un ingombro da scartare lungo la strada.

“Ah!… così vorresti scappare, eh?…”

Posò le mani pelle e ossa sulla tovaglia di lana – sempre la stessa – che ci univa come fratelli. Mi spiegò bene – con calma – come vanno le cose, dando il ritmo al suo pensiero con le braccia. Le mani salivano e scendevano fino a sfiorare i disegni geometrici verdi e rossi distesi sulla tavola.

“Quando ero nel CLN mi avevano insegnato a non fuggire mai: se ti fermano fai vedere i documenti con calma. E se ti portano dentro, t’interrogano e ti tirano uno schiaffo, tu tiragli un pugno. Non farti mai mettere i piedi in testa, non farti vedere debole.”

Beviamo insieme. Il vino arrossa le punte dei peli sopra le labbra. Alessio si asciuga con il dorso della mano. Sorride.

“E poi, se scappiamo tutti, chi resta qui in Italia?”

In effetti è così: non si può fuggire per sempre, avrei voluto dirgli. Ma con lui non potevo parlare falso senza suonare tale: ogni cosa era chiara, lì sul tavolo.

Il vicino

“il mio vicino m’intimorisce abbastanza.”

“Mah… perché dici così?”

“L’hai visto in faccia?”

“Qualche volta.”

“E allora?”

“E allora l’ho incontrato per strada qualche volta… è un tipo gentile… saluta…”

“Se è così gentile perché non viene a far amicizia al bar?”

“Una volta l’ho visto qui… beveva il caffé… mi sembra… poi non è più venuto…”

“Te ci vieni al bar?”

“E non mi vedi?”

“E quello là perché non  ci viene?”

“Ma cosa ne so! Non gioca a carte, non legge il giornale… si farà i cazzi suoi… sarà un musulmano!”

“E te sei bello che contento a vedere in giro un musulmano, neh!”

“Ma se hai appena detto che non si fa mai vedere!”

“Non si fa mai vedere dove pensi tu che bisogna farsi vedere… cul lì l’è un musulmano, a la sa lù du cas ga da fes vöch, tel disi mi… ti salta dentro di notte, mazza te, tua moglie e ti ciula quei quattro ori che c’hai per casa. Poi si mette a cercare il macchinino e si prepara il caffé, che gli piace tanto…”

“Ma va là!”

“Sì, aspetta aspetta che ci bruciano su tutti”.

“E poi?”

“Ma sei scemo?… E poi faranno il dado con le nostre ossa”.

Righi Mario lavorava da più di vent’anni in una ditta di estratti ad uso alimentare. Sapeva bene quel che serviva per fare un buon dado: tante candide ossa porose, sbiancate al sole e scalcate per bene dalla pioggia. Le ammassavano a tonnellate nei contenitori rettangolari di cemento. Erano vasche simili a quelle in cui nelle cascine raccoglievano il letame, ma più grandi. Molto più grandi. Erano delle piazze monumentali in onore di milioni di spazzini da carne. Lui stava nel Sonderkommando, per così dire, alla fine della catena dei lager messi in piedi a scopo alimentare.

Righi Mario era uno dei tanti che ringhiava lì intorno. Girava annebbiato quando aveva finito di dar sfogo alla sua smania di persecuzione e di vendetta. Poi usciva – un po’ piegato su un lato per un’ernia che lo perseguitava da un decennio – e saliva sull’auto per raggiungere la prossima tappa. Ancora un bianco. Per dimenticarsi di essere esistito.

Mi vengono in mente queste storie che avevo orecchiato al bar. Storie da bar. Storie di profeti e di attori. Gente che predice e poi fa. Bastardi come noi. Capaci di mentirsi per partecipare a cuor leggero ad un misfatto.

Demi

Sveglio presto.
Allungo il sonno di dieci minuti, di dieci minuti. Di dieci minuti.
Devo andare.
Doccia svelta barba no, gel schizzato su capelli. Tempo perso per dieci. Caffè niente. Yogurt e acqua. Diuretica defecante.
È ancora notte eppure albeggia. Sono un angelo vecchio e rimpiango le perdute esistenze ultradimensionali. Mi cruccio della mia donna, non ricordo come sia morta. Sono confuso. Devo ancora una volta leggere la sua storia.

Via le teste, via le idee

Non ci misero tanto a far fuori gli uomini e quindi le idee, che senza carne – senza sangue – svanirono. Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. In ordine cronologico di decesso[1]. Via le teste. Per il resto, sarà sufficiente il silenzio. Scacco matto: ancora una vittoria del sistema criminale[2].

Seppi della morte di Paolo Borsellino a Pécs, in Ungheria, dove mi ero rifugiato presso una famiglia. Ero il fidanzato della figlia. E da quelle parti l’ospitalità è sacra[3]. Fu Istvàn a darmi la notizia. Non avevo capito bene. La figlia traduceva di un personaggio importante in Italia, di un grave incidente. M’invitarono a seguire il telegiornale della sera. La televisione, appoggiata su un mobile con le rotelle, era stata portata al centro della stanza. La luce della sera filtrava attraverso le tende, smosse dall’aria di un imminente temporale. Nello schermo c’era uno squarcio a colori. Le poche persone che giravano intorno, andavano e venivano, dentro e fuori dal vetro che emanava le immagini, forse erano tanti. Il silenzio ronzante. Il silenzio ronzante. Il silenzio ronzante. Il silenzio ronzante, mentre le donne ci chiamavano a cena.

A tavola non parlai molto. Mi fecero delle domande. Ma il mio atteggiamento era mutato. Probabilmente cercai di spiegare quello che era accaduto. Lo feci come chi parla per non essere compreso. Per non dire che non ne sapevo niente di quella storia e che nemmeno io capivo i movimenti assassini – sempre più assassini – degli ultimi mesi; degli ultimi anni. Ero cresciuto con Augias e Santoro. I loro programmi accendevano la coscienza raziocinante del mio cervello, più che altro allenato a rispondere con reattività agli impulsi dettati dal Drive In e da Colpo Grosso. Davanti ai misteri del Telefono Giallo o alle piazze di Samarcanda m’illudevo di farmi un coscienza nel cuore pulsante degli Anni Ottanta.


[1] Il parlare è insolentemente rivelatore – al di là delle mistificazioni morali – di un cinismo inguardabile.

[2] Culturale; molti di coloro a cui ho raccontato di “Zanzare e tigri”, un libro di Maya Lundgren, sono rimasti – diciamo così – immoti. Nei loro volti nessuna sorpresa. Nessuna reazione al paragone tra i gruppi letterari svedesi e i clan della camorra. Al massimo lo sguardo sufficiente di chi giudica la provocazione gratuita. In Svezia ne avevano parlato molto. Qui non sarebbe stato tradotto, mi disse Maya, non potrebbe essere capito. Troppi riferimenti interni ad una società distante e cristallizzata. Troppo gelo sul Mediterraneo.

[3] Almeno lo era allora. Non sono più tornato là. Nella mia testa però – a parte i dubbi accesi dalla razionalità – ogni cosa è rimasta come allora, ammazzata dal desiderio di un ricordo come una persona ritratta in una fotografia o un fiore reciso e disteso ad essicare al buio, tra le pagine ruvide di un libro. Aveva ragione mio nonno a dire che in Russia non era cambiato nulla da quando era venuto via, nel 1946, mentre noi mangiavamo e il nostro silenzio sapeva un po’ di lascialo parlare tanto non fa male a nessuno.

Franco Stelzer

Sabato 13 marzo alle 17h30 vi invito a partecipare ad “Amore è per sempre”, il terzo incontro allo Spazio Museale Tornielli (Ameno, Piazza Marconi, 1), per approfondire i temi proposti dall’attuale mostra Amore A-meno.
Parlerò della letteratura dei sentimenti con lo scrittore Franco Stelzer, autore del romanzo “Matematici nel Sole” (Il Maestrale, 2009). Nel libro si rivive la storia d’amore tra Wif e Hus nei giorni più intensi della loro esistenza insieme. La passione, le difficoltà, le gioie, i tradimenti e la malattia sono plasmati dalla quotidianità che li pervade, rendendoli fili di un tessuto luminoso, più luminoso.
L’opera ha avuto un grande consenso di pubblico, risultando uno dei libri preferiti dagli ascoltatori di Fahreneit (Radio Tre).
Letture di Floriano Negri.
info@asilobianco.it

Franco Stelzer è nato a Trento. Ha pubblicato i racconti Ano di volpi argentate (Einaudi, 2000),  Il nostro primo, solenne, stranissimo Natale senza di lei (Einaudi, 2003) e il romanzo Matematici nel Sole (Il Maestrale, 2009). Ha lavorato per alcuni anni come docente presso il Consolato d’Italia a Friburgo. È traduttore letterario dal tedesco. Attualmente vive e lavora a Trento.

Il nuovo aveva spazzato via il vecchio

Non so se avete presente un treno che corre ad alta velocità nel mezzo di una stazione. All’improvviso. Senza che nessun annuncio ne anticipi l’arrivo dall’altoparlante. Ha l’effetto di una bomba in chi non ha l’abitudine della sorpresa.

Proprio in questa maniera, decuplicato al punto di distruggere, alla fine di una primavera stranamente lunga e lussuosa che aveva abbellito l’anno 1992, tra polvere e sangue cancellabili, con uno spostamento d’aria deflagrante, il nuovo aveva spazzato via il vecchio.

Il vecchio, in quel caso, era poi un complesso d’idee che erano cresciute con difficoltà per due secoli, muovendosi in silenzio, di notte, entrando e uscendo dalla porta posteriore, quella usata dai servi, nella casa d’Europa. Eppure, nonostante le difficoltà nel crescere e il costretto rachitismo, aveva dato disturbo. In particolare, per quel che ci riguarda, era stato del tutto inopportuno nel visitare la nostra stanza; stanza… un lungo corridoio tortuoso, un cimiciaio rinomato per l’aroma gustoso dell’aria – lasciata a macerare per anni negli apparati respiratori dei suoi abitanti – per la libertà del fare impresa e dell’edificare, per il mare blu elettrico radioempatico. Ma come? vieni da noi di nascosto, noi non diciamo nulla perché alla fine – portatori naturali dell’ultima delle novità e dispensatori generosi del caos ordinato – tutto accettiamo purché si permei di complicità, ma non è sufficiente per te: pretendi di restar solo, di dettar legge e di giudicare! Povero sciocco! Proprio ora che inglobiamo tutto ciò che non ci contiene… che cosa sono infatti le tue belle idee se nemmeno da lontano ci prendono in considerazione? Vergognati di essere piombato qui da un tempo talmente lontano che nemmeno sappiamo quand’era, e pensa che qui ci siamo noi. Guarda le nostre novità sugose: un po’ di putrefazione farebbe bene anche a te. Via questi diritti umani, il lavoro ai lavoratori e tutte queste balle! vieni qui, serviti pure, mangia dalla greppia, il verminaio è per tutti: noi andiamo su a spellarci un paio di aragoste.

Ninnoli da passeggio

Sono stato troppo concentrato su me stesso per capire come andavano le cose da queste parti. I mutamenti furono talmente radicali da superare il limite indiscreto dell’immaginazione. Si faticava davvero poco per tutto, fuorché per pensare. Fu un processo lento e ininterrotto che portò milioni di vivi in un tempo frenetico e aulico, dove fare fare fare fingendo impegno, riposo e divertimento.

“Che ore sono?”

“Le quattro”.

“Scusa ma devo correre a casa: mia moglie mi sta aspettando… sai, abbiamo deciso di portare la bambina a scuola di karate…”.

“Ma non faceva danza?”

“Sì ma il karate la completa fisicamente, la irrobustisce… vederla sempre lì piegata sul pianoforte o sui libri!… solo a pensarci mi fa già male la schiena…”.

“Anch’io vorrei avere una bambina da portare a spasso, invece ho solo mio marito in giro per il mondo a fare affari con la sigaretta in mano”.

“Non è un cane la mia Lia, cazzo!”.

“Stai calmo, gioia, non scattare così… mi fai paura…”.

L’uomo si alza dal letto pervaso dal fastidio. Getta in faccia alla donna il lenzuolo ruvido di bucato. Lui non sa cosa sta facendo in una camera di un bed&breakfast pateticamente old fashion. Lei si chiede cosa sta combinando con la sua vita, seduta, la testa fra le mani, dopo avere scopato ancora una volta con un maschio che vede da anni e conosce appena. Lui la insulta istericamente. Lei non trattiene una lacrima che le riga la guancia. I contorni del collega che va in bagno, ritorna e si veste di fretta, si confondono con gli impegni che l’attendono prima di chiudere le palpebre su un’altra giornata. Inforca gli occhiali per vederci meglio. Parla con voce spoglia radicale: “Ci vediamo domani in ufficio”.

Così vanno le cose. Come per scherzo. Come per dramma. Come tirare dei sassi da un cavalcavia mentre le auto stanno passando: tanto per vedere l’effetto che fa.

Una cascata di brillanti seppellisce il vuoto in cui siamo piombati smembrandoci senza tregua e restituendoci sempre più minuscoli e vetrificati. Ninnoli da passeggio. Cristalli di Boemia dotati di movimento. Archivi di errori e frustrazioni. Consumatori per noia.

È il nuovo che avanza – si sente dire in giro – ed è una di quelle banalità che – a furia di ascoltarla e ripeterla – a qualcuno potrebbe sembrare vera. E forse lo è per chi è uscito da quella condizione d’intima depressione che è la realtà per entrare nel mondo della felicità virtuale, dove si osservano senza spasmi le gioie e i piaceri altrui e si sta alla finestra a guardare le feste da urlo di coloro che sono scivolati nella trasparenza del vetro e ridono ricomposti in linee divine. Come piccoli miti felici.

Entro le asciutte virgolette in cui preserviamo la parola “progresso” si nasconde una coda fluente di bugie che qualcuno dovrebbe decidersi a prendere in pugno per darci un taglio una volta per tutte. Non è tuttavia così semplice tranciare una criniera di serpi mentre occhi di ghiaccio ti ghiacciano. Sembra che lo s’insegni anche a scuola. Prendiamo ad esempio la selezione naturale. Da come la si spiega sembra che il nuovo, se sopravvive meglio degli altri, è migliore. Si sottintende che dietro la vittoria – nella cosiddetta evoluzione – non ci può essere che bontà: lui ce l’ha fatta e gli altri no. Lui è l’uomo e gli altri sono gli animali. Lui ha un’intelligenza superiore. E via così. Fino a quando non si tira in ballo un dio. Chi è stato eletto da uno, chi da qualcun’altro, poi c’è quello che li ha eletti tutti. Purché siano uomini. Purché siano animali. Purché siano di questo pianeta. Purché siano di un’altra galassia e vattelapesca.

Beh, le cose non stanno così. Di sicuro non stanno così tra di noi umani. I pensieri che s’associano a buono e cattivo sono cresciuti fino a tornare sensazioni, nebulosamente variabili e assoggettate ai desideri comuni e individuali. In quest’aura di bontà e di diritto comune alla materializzazione dei propri auspici s’integrano inganni e cancellazioni della volontà. Il consenso al progresso, al benessere e alla vita eterna fa correre veloce la locomotiva, che non si ferma più nelle stazioni intermedie e trascina nel nulla creato dietro l’ultima carrozza gli ultimi passeggeri – i più testardi – che erano rimasti in attesa del rapido, quel rapido sempre in ritardo che porta da una città all’altra fermandosi in tutti i villaggi.

Gli optional erano ridotti all’osso

Non si dormiva: pochi lo fecero sulla soglia di quell’estate fangosa.

Sembra ieri, ma eravamo in un altro tempo. La sera dovevo uscire di casa per chiamare la famiglia e la fidanzata. Non era così scontato tra gli studenti possedere una linea telefonica. I cellulari si vedevano nei cinema americani[1], dove avevano sostituito quei bei telefoni bianchi piazzati in macchina tra i sedili anteriori. Erano cose fighe, roba da Miami Vice. Che bello Miami Vice! Rico Tubbs e Sonny Crockett interpretavano il nostro delirio, tutti Armani ragazze barche e Ferrari ma alla fine erano dei cristi come noi che Castillo mandava di qui e di là a incastrare figli di puttana. Erano in gamba, sempre immersi nei casini e nello spleen incandescente delle colonne sonore sintetizzate. Anche noi facevamo così. Walkman a palla nelle orecchie sul treno in autobus a spasso per le rive dei fiumi della gloria in bilico tra il paesaggio e il nostro riflesso in trasparenza. E le tipe quando volevano farci arrapare si tiravano come Gina e Trudy, le mignotte che poi non cagavamo. O loro non cagavano noi. Non lo so come andava, ma alla fine eravamo sempre soli. Solo noi. Manichini in loop con lo sguardo preconfezionato.

Gli optional erano ridotti all’osso. A P. eravamo comunque in vantaggio sulle cabine telefoniche. Erano davvero tante, più o meno ogni due o tre incroci e nelle piazze la sip ne aveva ingrappolate anche tre o quattro. Con apparecchi a gettone o a moneta, piano piano sostituiti da quelli a tessera magnetica. Bella vaccata. Un altro modo per mordere e sputare plastica, gente addirittura che le collezionava.

Vivevo in periferia e se il telefono era guasto mi toccava scarpinare un po’. Non me ne lamentavo però. Il passo in linea con la sigaretta, passavo al prossimo avamposto nella nebbia. In fondo, dai segnali di fumo ne avevamo fatti di progressi. A volte poi poteva capitare che il cattivo funzionamento fosse una fortuna. Chi allora già zanzava per le strade del settentrione farà fatica a crederci, ma ve lo giuro che sto dicendo la verità: non era raro trovare una cabina da cui si potesse telefonare liberamente per ore senza spendere una lira. Stare lì a dirsi ciao come stai ti amo ascoltare i suoi sospiri e non mollarla mai e non mollarla mai mantenendo un po’ il silenzio trattenendo il respiro nella nebbia perché lei è lontana e tu lo sei e siete lì appesi ad una cornetta come cappotti all’ingresso di una casa che se tutto finisce finisci anche tu e lei senza di te e tu senza di lei al buio come se niente fosse che paura al buio al buio intriso della luce verde della radio sveglia nel cuore della notte quando la tua anima alzatasi t’ha abbandonato per farsi un giro per vedere la sua che si stringe accoccolata a se stessa nella stanza lunga di un collegio a mille e mille anni luce da qui.  Stare lì senza badare alle spese, senza far caso ai gettoni che scendono, ai secondi che passano, all’ultimo bacio. All’ultimo bacio a due millimetri dalla plastica. Ciao.

Erano i tempi dettati dal cinema, quando il cinema non era televisione e la televisione faceva il cinema. Kubrik pensava ancora e noi imparavamo il mondo dai cineforum, mentre Tarantino affiorava come l’ultimo degli infedeli e il re dei videotape.


[1] beh, qualche omone viziato lo sfoderava al bar o dietro il volante come se fosse una pistola ad alta frequenza puntata alla tempia e in un paio d’anni quelle elettriche scatolette presero piede come la gramigna, dual band trial band e via dicendo.

Le sigarette delle prove

23 maggio 1992. Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani. Una bomba radiocomandata li attendeva. Stava in un tunnel scavato sotto il manto stradale, perpendicolare alla strada che dall’aeroporto conduceva a Palermo. Avevo visto, in un servizio televisivo, un esecutore – un tecnico – spingere – o tirare – uno skateboard nel cunicolo facendolo fermare nel punto sottostante il centro della carreggiata. La cosa era stata rappresentata da un giornalista. Avevo visto anche il cerchio di mozziconi di sigarette fumate dai mattatori in attesa, su una collina, osservando. Erano le sigarette delle prove, forse. L’ultima fumata delle prove generali, prima della messa in scena del dramma.

“Giuanni ‘mazza Giuanni.”

“Muto!”

“Giuanni ‘mazza Giuanni.”

“Porta male.”

“Ihiiii! e co fu? Pietro ‘mazza Giuanni. Va be’? ‘Mazzacristiani siamo!”

“Sempre u verru sugno. Tengo il sangue per scannare.”

“Mizzega, cornuti, Ciccio passò!”

“Quanto?”

“Nove.”

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