O partigiano, portami via
marzo 30, 2010 5 commenti

Giovanni Miranda fu ucciso a 18 anni. Della ragazza con cui è abbracciato non abbiamo avuto notizie. Questa è l'ultima immagine rimasta di loro.
Le ultime notizie – la vittoria della Lega Nord e della politica berlusconiana – sono l’ennesima sconfitta dell’azione apertamente condivisa. Non ho parole che non siano secondarie per dire – e quindi accettare – lo spirito italiano. Il dramma maggiore si è consumato in Piemonte, sulle Langhe e nell’Ossola, dove nel 1944 i partigiani cacciarono i fascisti per pochi giorni. Dovevano farlo, sebbene sapessero che gli avversari sarebbero tornati al fianco delle divisioni tedesche e avrebbero fatto piazza pulita. Questa consapevolezza era tuttavia di pochi. Dei 200 che rimasero a difendere Alba sull’argilla divenuta fango. Dell’ultimo passero che non cadrà mai, citando il Partigiano Johnny.
Questi risultati mi fanno ritenere che la Resistenza sia stata una guerra condotta da alcune teste calde. Parlando con la gente delle valli – con quelli che ricordano e con quelli che tramandano il ricordo – i partigiani erano dei ladroni che portavano via quel poco da mangiare che era rimasto in casa. Tutto qui. Del resto nessuno sa. Sì, ogni tanto salivano le colonne dei fascisti e ne beccavano qualcuno. E poi via che andavano. Ma perché dicono così? Come se non ci fosse più nessuna passione, come se l’uomo non sia uomo come noi. A che cosa è servito restare nei paesi con le famiglie, chiedere, condividere, scegliere e combattere per un’idea giusta? A che cosa è servito lavorare dall’alba al tramonto per stare insieme bene, secondo coscienza, fratelli di carne umana? Non sono domande retoriche, ma piuttosto questioni di smarrimento. Da anni lavoriamo sul territorio per il confronto, facendo incontrare persone differenti per condividere ideali comuni, che fanno riferimento al nostro inestinguibile sentimento di uguaglianza, celato in ogni essere umano come il fuoco sotto la cenere all’alba, quando ci si avvicina al camino con una speranza, ancora annebbiati e rigati dal buio della notte.
E mentre facciamo tutto questo, dall’alto, tirando fili ad alta tensione sulle dorsali delle valli e imperniando ripetitori sui cucuzzoli delle montagne, il Disumano fulmina le nostre azioni.
Ogni gesto richiede consapevolezza. Non può essere solo una corsa al consenso, all’eclatante e alla critica della falsità per mezzo della devastante fragilità degli impulsi.
In un mondo scisso dalla realtà dell’irreale, penso che non sia sufficiente chiederci per chi stiamo facendo qualcosa, poiché noi stessi coltiviamo le sementi di una società della disgregazione e ce ne nutriamo, quasi non ci fosse niente più da mangiare. È necessario sapere perché stiamo agendo. Dialogando con un amico, domenica, abbiamo parlato di politica. Ci siamo lasciati dicendoci che la politica è un’attività contemplativa, interpretativa, e perciò radicalmente umana. Questa politica del fare non è altro che un ingombrante strascico di superficialità.
Cambiare le coscienze significa fondare una nuova nazione.
Nelle Langhe ha combattuto Beppe Fenoglio. La sua scrittura è stata una contemplazione della vera libertà. Nelle sue pagine si legge lo spirito di una nazione. Una nazione che un giorno verrà?
Intanto restiamo lì, come passeri sul ramo, e non facciamoci spaventare né dal freddo né dalla fiocca. Perché l’ultimo passero non cadrà.










