Com’era verde la mia valle

Sebbene sia difficile perseguire ciò in cui si crede, non vuol dire che sia falso.

Di solito corro lungo il torrente perché è l’unico percorso pianeggiante tra le nostre colline. Corro tra le piante esili e i prati in fiore. Corro e vedo gli effetti dell’indecisione.

Due linee elettriche ad alta tensione sfilano criminalmente per la valle. Tranciano e uccidono il bosco, i campi e il paesaggio. Se potessero schiaccerebbero anche le case. Alzano i loro piloni. Minacciano con prepotenza il cielo. Tranciano le foreste secondo triangoli e rette funzionali. Distruggono le antiche vie di comunicazione. Preparano il lavoro per gli archeologi. Aprono strade nei prati. Gli unici terreni fertili se ne vanno. A loro servono accessi comodi affinché i servi li preservino dal logorio del tempo.

Corro sotto lo scempio ultimato. Contemplo le stanze vuote della casa con il dolore di avere perso la parte del mondo in cui avevo seppellito i miei segreti. È proprio lì che i ladri sono arrivati, nella vela candida dell’immaginazione; e hanno rubato. A mettere a soqquadro un mondo si fa presto, ma poi si deve chiamare Dio per fare un po’ di ordine. Non è uno scherzo. Questa gente ha strappato mille e mille anni di ricordi, innamoramenti, sogni, fantasie, riposi, silenzi, canti, fruscii, drammi, fughe, ninnenanne, ammirazioni, sorrisi, commozioni, addii e nostalgie. Lo hanno fatto in un attimo. Con un decreto governativo, chilometri di fili e sbarre d’acciaio, ruspe e camion carichi d’ingiustizia e d’arroganza.

Proprio mentre sgrano gli occhi incredulo sul vuoto che non mi è familiare, mi accorgo che i ladri sono tornati. Si occupano di smontare i mobili più ingombranti. Smontano le finestre. Allargano i muri. Lo fanno indisturbati. Dopo avere fatto uscire la mobilia più preziosa richiudono tutto. È come un incubo. Siamo tanti lungo la valle. Sbraitiamo ‘aiuto!’ ma non emettono suono le nostre ugole. Ognuno dal suo punto vede gli altri sbracciarsi, ma non sa raggiungerli. Sembra impossibile colmare le distanze.

All’esterno sembra che niente sia accaduto. Gli amici vengono a trovarmi e mi danno una pacca sulla spalla.

“Fortunato te che stai in Paradiso!”

I ladri si sono accampati in giardino. Non li disturba nessuno. Nemmeno io mi azzardo ad avvicinarmi. Quando li si incrocia non c’è l’imbarazzo di salutarli: tirano dritto a spazzolare gli ultimi sogni sperduti e a chiudere le falle che si sono formate sul terreno, lasciandolo definitivamente inerme e accidentato.

I più disperati di loro dormono nei container. Sono l’ultima ruota del carro. Non vale nemmeno la pena di prendersela con loro. Sollevano i prati e le strade, smuovono i terrapieni, ribaltano il greto del torrente e sfasciano a strisce la foresta. Lo fanno per soddisfare i loro scipiti desideri. Una macchina nuova più grande della precedente. Una tivù al plasma più grande della precedente. Una domenica in famiglia al centro commerciale. Una vacanza esotica, magari fuori stagione.

Dispongono lunghi tubi e li ricoprono con la terra smossa. “Pagano bene e io lo faccio: a te che te ne pare?”.

“Continuare a vivere, continuare a vivere nel modo mio migliore”. Mi dico. “It’s a desert, but we should try to plant the flowers, the herbes and the vegetables. Concimare, concimare ancora, finché Dio non tornerà a riportare l’ordine in questo angolo di casino”.

“Meditazioni su un manico di scopa” di Johnatan Swift

Vi invito a visitare la sezione rinnovata delle letture, pubblicando questa recensione alle “Meditazioni su un manico di scopa”.

J. SWIFT, Meditazioni su un manico di scopa, Archinto, 2008, Milano

La raccolta, a cura di Attilio Brilli che ne ha steso l’introduzione, si compone di otto prose satiriche: Modesta proposta per impedire che i figli dei poveri irlandesi siano di peso ai genitori o al paese e per renderli utili alla comunità, Replica alle obiezioni mosse dai giornali alla “Modesta proposta”, Meditazione su un manico di scopa, Saggio tritico sulle facoltà della mente, Discorso sul funzionamento meccanico dello spirito, A una giovane signora sul matrimonio, Sull’educazione delle signore, Consigli a un giovane poeta.

Prima d’iniziare queste riflessioni, ammetto di non avere mai letto I Viaggi di Gulliver.

Avevo tuttavia più volte sentito parlare della Modest Proposal ed è stato immediato agguantare la copia che mi è passata sui polpastrelli scorrendo i libri davanti a una bancarella di Via Po. La lettura di queste prose satiriche mi ha entusiasmato. Insistendo in maniera attenta e misurata sulle assurdità più aberranti o sulle banalità più trite, attraverso un gioco di ribaltamento delle minute parti di ciò che ci sembra essere il mondo così come erroneamente lo intendiamo, Swift dischiude le palpebre del lettore in un sorriso.

Il paradosso è la chiave che ci accompagna verso la fine delle cose, dove ci attende una verità talmente evidente da non poterla ammettere: gli uomini agiscono nel vano tentativo di sembrare ciò che non sono, diffondendo fantasmi di gloria, chimere metafisiche e nuvole di buoni propositi attorno alle loro esistenze bestiali, per nascondere gli istinti che in pochi attimi li conducono alla morte.

L’altruismo, lo spirito poetico, i valori morali e la tensione ascetica… parole crude per dire: ho voglia di godere e tutto il resto non m’interessa… Non sarà sempre così, ma certe volte accade…

Consiglio a tutti di leggere il Discorso sul funzionamento meccanico dello spirito. Armandosi di pazienza nel seguire la penna di Swift lungo le strade della metafisica, si arriva ad conclusione talmente evidente quanto il paradosso che il titolo contiene.

Solidarietà per Gad Lerner

Malidor esprime solidarietà per Gad. Se avesse bisogno di lui, sarebbe sufficiente fare un fischio e lui arriverebbe sparatissimo sulle ali del suo mantello rosso, della foggia di quello di RalphSuperMaxiEroe.
Non è uno scherzo… basta strofinare la lampada…

Arriva, arriva...

“I Mille” di Alberto Degli Abbati

Ci sono novità al Museo di Ameno! Sabato 29 gennaio alle ore 21 ci aspetta una proiezione davvero speciale. Potremo infatti assistere al primo film sull’epopea risorgimentale, I Mille (1912) di Alberto degli Abbati.

Si tratta di un lavoro cinematografico unico, impreziosito dal concerto d’improvvisazione che accompagna le immagini.

Il maestro Riccardo Sinigaglia, nota figura del panorama musicale contemporaneo, dirige un ensemble stupefacente costituito da

Walter Prati, violoncello, ha inciso per ECM e Ricordi, nel 2010 ha collaborato all’installazione di Peter Greenaway all’Expo di Shangai;

Romina Daniele, voce, nel 2005 vincitrice del Premio Internazionale Demetrio Stratos;

Danilo Zaffaroni, fagotto, ha collaborato con orchestre e ensemble cameristici in tutta Europa, tra cui l’Orchestra Rai di Milano e la Mediterranian Symphonic Orchestra;

Danio Catanuto, strumenti autocostruiti, compositore e creatore di opere interattive con Stefano Scarani, attraversa i generi da compositore e polistrumentista;

Francesco Bossi, Arp Odissey, compositore ed esecutore esperto con strumenti elettroacustici, specializzato nel sintetizzatore Arp Odissey;

Sergio Armaroli, percussioni e vibrafono, abbraccia molteplici ambiti espressivi dopo gli studi con Luciano Fabro, Giuseppe Giuliano e lo stesso Sinigaglia;
Lorenzo Marranini, assistenza tecnica, musicista poliedrico, batterista dei Puertorico, chitarrista degli Andy Says e componente dei The Sheen.

Vocalist

Fagotto

Strumenti autocostruiti

Percussioni

 

 

 

 

 

 

Sinossi

I MILLE
R.: Alberto Degli Abbati. Int.: Mary Cléo Tarlarini, Vitale De Stefano, Oreste Grandi, Cesare Zocchi. Italia, 1915, b/n
Misilmeri, Sicilia. Don Ruggero è un ricco possidente e scopre che suo figlio Corrado ha una relazione segreta con Rosalia, una pastorella del suo latifondo, da cui ha avuto un figlio, Vincenzino.
Corrado vorrebbe regolarizzare la situazione ma il padre non glielo permette e i due ragazzi vengono anche cacciati dalla fattoria. Rosalia, già in difficoltà, continua inoltre a ricevere indegne e pressanti proposte dal capitano borbonico Altieri.
Frate Lorenzo dà asilo alla donna e prosegue il suo impegno contro i Borboni. Cominciano ad arrivare notizie della posizione di Garibaldi: sta marciando su Palermo, così i congiurati partono di nascosto per raggiungerlo alla Piana dei Greci. Intanto Altieri rapisce il figlio di Rosalia per costringerla a vincere le resistenze nei suoi confronti e la attira così, in una casa isolata dove vorrebbe soddisfare le sue voglie. Il bambino, riconoscendo le grida della madre, riesce a salvarla da Altieri. Rosalia, prima di lasciare la casa, ruba un prezioso dispaccio che consegna una volta arrivata a Palermo. Tocca così il cuore di Don Ruggero che le consente di unirsi a Corrado, mentre su Palermo liberata sventola trionfante il tricolore.

Riccardo Sinigaglia sull’improvvisazione ispirata dalle immagini di un film e sulla composizione partecipata:

“Con l’ensemble elettroacustico pratichiamo l’improvvisazione che è una forma di composizione in cui vengono fissati dei punti chiave e delle atmosfere che poi sono sviluppate con una certa libertà interna.
Per questo è una tecnica particolarmente adatta alla musicazione dei film muti che danno degli input fissi a cui reagire e che permettono di fissare agevolmente le caratteristiche di ogni brano in modo da favorire uno sviluppo ordinato.
Ogni musicista che partecipa è quindi anche compositore e porta le sue idee musicali che vengono confrontate e modificate nel dialogo con gli altri che deve essere caratterizzato da uno spirito di comprensione e stima reciproca nella diversità di linguaggi e culture di ognuno.
Ogni film ha una sua caratteristica da rispettare, anche se naturalmente reinterpretando con la nostra sensibilità che è ovviamente molto lontana da quella dei linguaggi sonori dell’inizio dl novecento.”

Una grande esplosione. Sarà ancora attuale?

Intanto vedo i corpi

esplodere in massa.

Chi vedrà tanti corpi

esplodere in massa?

Una grande esplosione dovrebbe

disintegrare anche parte

del mondo lunare, due gatti

stereoscopici dimenticati dai gattai

per le strade del gusto massacrate, dovrebbe

disintegrare la sagoma prestigiosa

della cocacola

la parola immacolata

del signor papa

le catene sottili come cordini

d’acciaio ben temperato

la dama di compagnia della madama

bush senior

la dama di compagnia della madama

bush junior

la dama di compagnia della madama

balzata nel silenzio

denso

di malumore e assenso

il cappello a scacchi di mr

johnson con gli occhiali dorati e il giaccone

la pelliccia di visone

l’oro

di mrs giorgione

la musica lilla

fusion

free jazz

le parole mescolate a parole

fino a divenire rumore

l’esplosione dovrebbe disintegrare

le orecchie

le libagioni

i fumatori

i non fumatori

le esalazioni

incontrollate bionde arrovesciate

del potere

delle macchine in pressofusione

le carezze immacolate

di madonna puttanone

i pennacchi accelerati

del proiettile ad alta velocità

a bassa frequenza lungo il tempo

infinito a quadretti

del quaderno dei compiti

delle elementari, dovrebbe disintegrare

gli animali

addomesticati dagli uomini

gli uomini in massa oppure

alcuni superiori

portati all’autocensura

alla misura

delle parole

più corte più lunghe

le migliori

per i loro piaceri

masturbatori, dovrebbe

disintegrare i dodo

i dinosauri

sottoposti ad eccessive radiazioni

le lacrime aggiunte dei fraudolenti

topi

mutevoli alle radiazioni

divoratori di uova

di nuove

vite gustose

interiorizzatori del sacrificio mondiale

capaci di ingoiare superfici

ellittiche spezzando i gusci

aprendo i denti a ribollenti effusioni

danze rosse

laviche incandescenti

riportando nel ventre

cunicolare

nella tana materna

ragionevole in comunione

i versi della frode

dell’inganno ligneo equestre sottile

separato imberbe, dovrebbe

disintegrare la tigre

della Tasmania la bianca

salma del gorilla catalano

la rabbia sonora dell’orsa

della balena dell’elefanta

della matta della puttana della sarta

della cagna della troia della cammella

dell’aquila sovrana

della sorella della mezzana

della pioggia

orfana dei figli

orfana

di appigli, dovrebbe

disintegrare le armi

micidiali che gli uomini sanno amare

le divisioni giapponesi

di astronavi interstellari

le divisioni intercontinentali

dei legionari americani

le parole assassine

dei commentatori locali

le barbe rosse

gli occhi agghiaccianti

le pance che ammiccano

le cravatte allentate intorno a gozzi ingombranti

intorno a lacrime di dolore

per il vigliacco che non combatte

intorno ai denti battenti

contro le ombre dei perdenti

contro gli afasici dissidenti

contro le natiche recalcitranti

di fronte a torme di demoni erranti

davanti a pletore di gin in fiamme

tappeti istoriati e cupole danzanti.

Intanto vedo i corpi

esplodere in massa.

Chi vedrà tanti corpi

esplodere in massa?

Una grande esplosione dovrebbe disintegrare anche

parte della galassia inferiore

tre milioni di sistemi stellari

cinquecentomila miliardi di unici

esseri mordenti tra i quali

alcuni simiglianti ai defunti

terrestri sparsi come l’amico

defunto george tacchino jr

il defunto tony

bascione

l’amico

già amputato di un braccio

di un testicolo e dotato

di una gamba aspiraliquami silvio

fu presidente del consiglio

dello stivale di carlo, dovrebbe disintegrare

i pagliacci che uccidono bambini a distanza

per amore della patria e del cinema amatoriale

dovrebbe disintegrare

la cacca i sogni l’acqua

l’odore della terra

il verde dei pini

l’incendio autunnale

le labbra della bambina che m’ama

la rugiada stanca di vagare

dal mare alla terra

dalla pace alla guerra.

“Tutte le ricchezze del mondo

si profondono in distruzione.”

Entro i limiti dell’estinzione

 

“Tu non mi conosci.” Dissi a Mari.

Era vita nuova, fermata per strada e accompagnata in un bar.

Non mi conosceva, eccetto l’invito che le rivolsi e il suo sorriso davanti a un tavolo piccolo in una stanza evacuata; ad una certa distanza un’ottomana.

Sedendomi cozzai nel suo ginocchio e pensai fosse la ghisa del tavolo.

Osservava.

Pensava.

Il mio volto si allargava sulla sua figura considerandola entro i limiti dell’estinzione.

“Quasi una vita” di Corrado Alvaro

“La gente come me, della mia generazione, non ha una favola di vita. Perciò questo libro non è un diario né un’autobiografia. Era una raccolta di racconti che dovevano servire per me, pei racconti, i saggi, le opere che avrei scritto un giorno, che tuttavia mi sia dato il tempo e la lena di scrivere. Nella loro maggior parte, quegli appunti sono stampati qui, col singolare procedimento ormai in uso, che uno scrittore pubblichi egli stesso il suo libro segreto.

“Ma quale segreto? La mia è una biografia esemplare; come tutti i miei contemporanei, ho cercato di trarre a salvamento fisico e morale la mia esistenza attraverso un’epoca che tutti conosciamo. E di tale epoca questo libro, nella parte che vi occupa la testimonianza, dovrebbe servire a ricordare qualche aspetto, forse a rivelare qualche particolare che non fu notato, qualche episodio che illumini le forze, l’ambiente, i sentimenti che hanno dominato la vita della nostra generazione. Quanto alla legittimità d’una tale pubblicazione, me ne appello alla consuetudine dei nostri scrittori del Cinquecento, i quali stampavano i loro epistolari, e ne componevano anzi con lettere scritte a questo scopo, ciò che è l’equivalente dei diari e dei giornali intimi del nostro tempo”.

(C. ALVARO, Avvertenza in Quasi una vita)

Niente sconfigge

Molte nuvole all’orizzonte

Sufficienti sorrisi intorno

per annientarle

Rimandami indietro

Sempre più

Per sfruttare la forza

del tempo elastico a ritroso

per volare avanti

lontano

invisibile

perché niente sconfigge

niente

Se tu ci tieni così tanto ai sentimenti

S. e C. stanno insieme da sei anni. Al principio del loro amore ci fu una convenzione. Come in ogni convenzione c’erano due attori, che fingevano di accettare norme snocciolate in un linguaggio talmente asettico da celare incondivisibili certezze.

C. fu subito chiara: non aveva nessuna intenzione di lasciarsi andare.

“Solo per sesso, io gli uomini li uso e li getto.”

“Ma quanti uomini hai già usato?”. S’interessò S. con tono distaccato, che in lui celava un inconfessabile rammarico.

“Sessanta, circa”.

“Ah, interessante…”.

La convenzione resiste. Quello che si dissero una volta, al bar, testimoni un tavolo quadrato, una zuccheriera e due tazze di tè, vale ancora. S. e C. vivono insieme in una mansarda di Oranien. S. ha ricevuto da qualche mese l’invito ad insegnare nell’Università di Weimar in seguito ad un colloquio. Si tratta di un contratto a scadenza, ma è un inizio, pensa. S. si è portato a spasso dalla Baviera al Brandeburgo il mito della Bauhaus. Come potrebbe rifiutare ora d’insegnare, anche solo per un giorno, negli edifici progettati da Mies? non scherziamo!

Durante la settimana S. è a Weimar, e il sabato e la domenica è a Berlino. C. si rifiuta di restare cinque giorni sola ad aspettare S. nella mansarda. Si trasferisce nel Mitte, in un appartamento che condivide con altre quattro persone. Lì le cose vanno meglio. C. accetta più volentieri le lunghe assenze di S.

Intanto S., volendo dare una risposta concreta alle recriminazioni di C., fa di tutto per darle un’occupazione a Weimar, finché il suo capo di dipartimento non decide d’invitarla a lavorare nel loro gruppo universitario.

C. è felice del trasferimento, ma prima ha bisogno di chiarirsi con S. Infatti, lo tradisce metodicamente con uno dei suoi compagni di casa.

“Puttana,” a molti verrebbe da dire, ma S. è un uomo garbato e comprensivo. ”Perché?”, perciò chiede. 

“Tu eri sempre lontano, a pensare alla tua carriera, e io qui sola, senza soldi, senza nemmeno i soldi per pagarmi una casa… Che cosa potevo fare…?”.

“Se non andare a letto con il primo che passava? In questo caso non sei neanche dovuta uscire fuori a prendere freddo: ti sei rimorchiata direttamente quello sballato pantofolaio che per andare al cesso doveva per forza passare davanti alla tua stanza”.

“Mi sembra che tu la stia prendendo male, e soprattutto, come sempre, senza un briciolo di sentimento. D’altronde tu sei quello razionale, no? quello che pensa solo al lavoro, torna a casa e sfoglia le sue fottute riviste di settore!”.

“Taci, per favore”.

“Stai zitto tu, che non sai neanche cosa sia una donna”.

“Stai esagerando. Se davvero non m’interesso di te, come te lo spieghi che mi sono sbattuto per trovarti un lavoro in università a Weimar?”.

“Sì… così mi avresti tenuta ogni giorno e ogni notte sotto i tuoi occhi… mi fai schifo!”.

“Beh, a dire la verità anch’io non vorrei proprio vedere ancora la tua faccia… Se tu ci tieni così tanto ai sentimenti, rinuncia al lavoro…”.

“Col cazzo!”.

Distonia al buio

 

Mi sveglio ogni mattina all’alba per andare a lavorare.

Non posso dormire a lungo, mentre penso a questa storia. Vado a letto troppo presto, ogni sera. Sogno sempre di essere in ritardo, che devo andare al lavoro.

Nessun lavoro oggi però.

Mio fratello in sogno. Vuoto spazio. Le cose all’orologio, in evidenza contro il muro. Una sottile linea verde riluce. Ancora. Stavo dormendo. Un sogno.

Da mezz’ora aspiro al sonno. Non posso alzarmi dal materasso in lattice. L’aria condizionata mi trattiene sopra assi di polistirolo fischiato.

Ancora aria condizionata, ancora.

Non navigo nell’oro. La mia casa è una stanza, le mie provviste sono abiti. Cinquanta pollici bui sono il bagno. Ci sto dentro e non posso vedere.

Accendo le luci dello specchio. Bruciano le pupille. Non mi rado, almeno oggi non mi rado, dico mentre decido uscire.

A ciascuno il suo ovvero, Wikileaks ci racconta quello che preferiamo fingere di non sapere

Se tutto fosse così come i gonzi intuiscono che sia, allora il mondo in cui viviamo sarebbe gremito d’infelicità. La rapacità si fa strada, mentre gli uomini si dannano per fingere d’essere animali buoni e onesti, di avere una coscienza che li conduce rammentando loro di rispettare gli altri.

Per alcuni caratteri non c’è scampo: o tuffarsi nella letteratura o morire schiacciati dalla verità. E qual è la verità? Crudeltà, orrore, cupidigia.

A saper le cose come stanno si muore. E nei tempi moderni si muore ancora più in fretta.

Mordi il ditino. Mordi il ditino.

Gelosia

La mia fidanzata… A pensarci adesso mi sa che non c’era niente di male. Era abbastanza nell’ordine delle cose. Non ero in quadro io a vedere tutto così torvo. Ero angosciato da quel che faceva quando non c’ero. Stavo male. L’ansia di essere tradito proprio in quell’istante, proprio nel momento in cui pensavo a lei con tutto il mio amore, mi rendeva cieco e stupido. Le stavo incollato più che potevo, che era quasi nulla vivendo a centinaia di chilometri l’uno dall’altra. Era come bere il più in fretta possibile una bottiglia d’acqua, sapendo di restarne senza per ore e ore nel cuore dell’estate, prima d’imbattersi nella prima fonte tra le colline aride. Eppure si beve, si beve cupidamente con il rischio di sbrodolarsi. Così si sperpera ciò che si vorrebbe davvero possedere, lo si ingoia nascondendolo al mondo e a se stessi. Questo volevo dire. E non è mai troppo tardi: non sono ancora passati vent’anni.

Zucca e gorgonzola

 

Un giorno della scorsa settimana, cercando tra gli avanzi delle festività, ho trovato una bella sorpresa. Alcuni giorni prima mia suocera aveva soffritto della zucca con la cipolla e l’aveva poi ritirata in frigorifero essendo cambiati i nostri programmi per il pranzo.

Di fretta e affamato dovevo cucinare un piatto al volo con i pochi ingredienti a disposizione. Nessuna sfida sarebbe stata più consona alla mia indole di dissipatore. Fin dagli anni dell’università, avevo imparato che nella penuria di cibo si ottenevano i migliori risultati in cucina. Ricordo che alla fine della settimana molti studenti giungevano negli appartamenti dove vivevo, portando con sé gli avanzi del frigorifero che univo cucinando per loro. Ognuno di noi aveva bruciato i propri risparmi in fumo, alcool e danze; non rimaneva quasi nulla della spesa del lunedì e delle masserizie portate dalle nostre case di campagna. Mi arrangiavo tuttavia con quel che avevo e i risultati erano gustosi. Queste cene del “si salvi chi può” divennero tanto rinomate che il giovedì già c’era la coda per far cena da Malidor, chi con il bustino degli avanzi tra le mani e chi con la bottiglia di vino recuperata all’ultimo da Mario sotto il braccio.

Così, con un po’ di spleen nell’anima, qualche giorno fa ho messo su la pentola con l’acqua, ho ricotto in padella la zucca con la cipolla, e l’ho mescolata con due liste di gorgonzola stagionato e cremoso, quasi rosa, che mi aveva passato mia nonna. Quando l’acqua s’è messa a bollire ho gettato un pugnetto di sale grosso e i fusilli di riso, regalo di mia madre.

La pasta era candida e cuocendo diffondeva nell’aria il profumo dell’amido. Aveva il pregio di essere figlia della stessa terra da cui prelibati nacquero la zucca e il gorgonzola.

Ho scolato i fusilli proprio al momento giusto (ci vuole letteralmente un attimo perché la loro tenerezza si sfaldi in orridi filamenti lattiginosi). Li ho depositati sul fondo di una zuppiera e ho versato su di loro l’intingolo aranciato che ribolliva morbidamente in padella. Mescolando con pazienza ho riunito infine i tre fratelli (il segreto della pasta è mescolare, mescolare facendo aderire i sapori).

Seduti alla tavola, Leonia ed io abbiamo goduto di una svelto pranzo di lavoro, assaporando attraverso i nostri palati un’armoniosa riunione familiare.

Riso e porri

I porri sono buoni, leggeri e facili da cucinare. Quando li vedo tra le altre verdure al supermercato, mi fermo per meglio osservarli. Non sempre li metto nel carrello. Spesso li contemplo e poi li abbandono. Non perché abbiano un brutto aspetto o siano costosi. Si tratta di una questione privata. La sola loro vista o il nominarli richiama tra i miei pensieri il profumo della crema di porri con i crostini che faceva mia madre. Era un piatto che preparava in abbondanza il sabato con la pentola a pressione e ravvivava diluendolo nel corso della settimana.

Ci serviva delle fondine ricolme fino all’orlo di crema molto bollente. Il profumo diffuso nell’aria ci invitava a rischiare scottandoci immancabilmente il palato e la lingua per il desiderio di assaggiare la zuppa, nonostante soffiassimo due o tre volte sul cucchiaio prima di ingurgitare.

Durante quest’inverno cucino sempre più spesso porri, anche con il consenso di Leonia. Di solito li faccio andare con il riso. Prendo tre porri belli cicci, li mondo della terra e ne tolgo le punte più verdi e fibrose. Depositati sull’asse, li affetto a rondelle abbastanza fini (sempre meno man mano che il gambo si assottiglia). Intanto ho versato l’olio nella mia pentola di rame preferita, già scalpitante sul fuoco.

Gettati nell’olio caldo, i porri sfrigolano. Vi spargo sopra due pizzichi generosi di sale e li mescolo con il cucchiaio di legno che mi è rimasto fedele per anni, consumandosi e bruciacchiandosi a contatto con i tegami. Quando le rondelle si saranno ben sfaldate, divenendo ritagli leggermente dorati che inonderanno con il loro profumo i pensieri degli abitanti della casa, sarà giunto il momento di unirle al riso (Roma, Arborio o Carnaroli) facendo presentire la fine che avverrà di lì a una ventina di minuti.

Verso quindi un bicchiere di vino bianco sull’amalgama che in pochi minuti si è formata. (Di solito adopero l’Ortrugo, un vinello torbido e genuino che mio zio va a comprare sui Colli Piacentini).

Quanto trascorre prima che il vino si sia asciugato?

Poco. Quattro, cinque minuti sul fuoco più tenue della fiamma. Non mi allontano in quel frangente, mi occupo anzi del brodo, che sia bello caldo (se non ho altro metto su un po’ d’acqua appena salata) e grattugio il formaggio (consiglio: se avete la macchina, andate a prendervi la mezza forma di Grana Padano dal produttore, perché costa poco, è genuina e vi dura tutto l’inverno).

Ecco, per farla breve, quando il riso s’è ben legato con i porri verso il brodo, ne verso ancora finché il contenuto della pentola sarà quasi sommerso (lo lascio boccheggiare sulla superficie e aggiungo brodo ogni tanto, mescolando perché non si attacchi né si asciughi).

Alla fine, quando il riso è ancora bagnato, due belle manciate di grana ci stanno troppo bene, e se a cena ho qualche vizioso, anche una fetta gialla di burro del Mottarone si può scogliere con piacere… A tavola! (mi porto dietro la pentola e il sottopentola, così chi vuole può fare direttamente il bis, perché con le porzioni sono sempre abbondante, sperando che ne avanzi per fare riso saltato il giorno dopo…).

Dio sta seduto al volante

La macchina è parcheggiata in un vicolo cieco. Dio sta seduto al volante. Ascolta Canzone d’Amore delle Orme. Immagina un uomo seduto su una macchina parcheggiata. L’uomo ascolta Canzone d’Amore delle Orme, mentre una coppia di anziani attraversa la strada.

L’uomo immagina di essere vecchio e di attraversare la strada tenendo la moglie a braccetto.

“Epigrammi veneziani” di Goethe

Traduco qui l’epigramma veneziano n. 4 che Goethe scrisse nel 1790, durante il suo secondo viaggio quaggiù. Questo è quello che siamo, il nocciolo della nostra identità che attraverso gli anni non trascolora.

“Questa è l’Italia, quella che ho lasciato. Ancora il sentiero impolvera,

Ancora il forestiero è ingannato, comunque egli voglia agire.

Cerchi la correttezza tedesca in ogni angolo indarno;

La vita e il suo brulichio sono qui, ma nessun ordine né temperanza;

Ognuno pensa per sé, diffida del prossimo, è vanitoso,

E i capi degli stati provvedono ancora una volta solo per se stessi.

È bella questa terra; però, accidenti! non trovo più Faustina.

Questa non è più l’Italia, quella che ho lasciato con dolore.”


Nemesi domani

Sono un uomo di poche pretese. Attento, preciso sul lavoro; corretto, convinto del valore delle merci che vendo. Non lesino moine ai superiori né colpi bassi ai colleghi e ai sottoposti. Ho una mentalità vincente. Fiato leggero salire salire, oltre i picchi delle vendite tra insetti volanti e aquile arcigne, nelle stanze ovattate di bianco e alluminio dell’amministrazione. Ci sarà. Ci sarei.

Ma fuori dal Jocker Palace perdo il gusto. Impersono le vicende. Stento, taciturno e accidioso… è l’accusa che settimanalmente mi rivolge il Reverendo Angras per tubo o in parrocchia… È vero, ma non credo che sia grave. Confino la mia rendita corporale nel letto. La notte prediligo il sonno.

Vivo solo da dodici anni, da quando sono a New York con questa nuova mansione. Non appartengo a nessun giro. Mio fratello dista anni-luce da qui. Si è sistemato in Colorado. Da quel che mi aveva detto prima di partire, passando a trovarmi per un addio, ha abbandonato il Mondo e dimenticato di essere. Diceva cose che non capivo bene, anche perché non ho mai avuto a che fare con le promozioni on-line di nemesi mentali. Aveva svenduto in nemesi elementi fondamentali della sua identità, da quel che ho capito. Mi sa che Tony Jim non sa più neppure chi sono.

Ieri l’altro vidi TJ davanti a un’edicola, nel vagone acquisti in sopraelevata. Era culturista su Kult in copertina. Sembrava mio fratello in volto. I denti erano magri come i denti di Tony e ho detto dai, tu hai un fratello che non ha fratello, che sta in Colorado rinchiuso in una gabbia o in una pineta, mentre un video (come un video che spia) stava osservando me e la mia immagine diretto come un proiettile nella memoria virtuale di un HD in ipotesi-fase C15 selezione (Kult). Inserimento carta. Libera selezione. Inserimento carta. Nessuna selezione! Nessuna selezione! Furto attentato! Deviazione palese (solo per vedere) improprio atto!

Infine me ne andai con un catalogo: un’azienda tedesca che si occupa di vendite per corrispondenza.

Sfogliai a casa il materiale. Nella sezione hi-tech era riprodotto un nebulizzatore del reale.

Costa molto. Da tanto ci penso. Non ho i soldi per comprarlo.

Poi mi viene in mente questa cosa: non ho foto di mio fratello.

L’odore di Maggie

Vincente aveva due sorelle. Lorie era la più piccola, faceva la prima e non capiva niente. Sbatteva occhi grandi neri e sorrideva. Non era buona neanche per gli inseguimenti perché era un po’ ciccia e si faceva subito prendere. Poi, quando le toccava di fare il segugio, non poteva starci dietro e ci stufavamo tutti. Allora, per farla andare via, Vincente e io giocavamo a prendere a testate il muro o a tirare calci contro il tronco della magnolia, come faceva – spiegavo – con i tronchi delle sequoie l’avversario brasiliano di Shingo Tamao per allenarsi prima del match.

Andavamo avanti fino a quando non avevamo il capogiro, occupando poi il tempo che ci rimaneva per restare soli giocando alle biche come se fossimo nati in un formicaio.

Maggie era più grande, quasi una donna. Alta più di noi aveva occhi neri, come Lorie ma non conta. La ragazza era bella, lo dico sul serio: aveva capelli folti, neri e lucenti come gli occhi e le sopracciglia. Portava le calze di nylon sulla pelle e sopra ci metteva i jeans. Il maglione davanti le si gonfiava ed era bello da vedere. Veniva voglia di mettersi la lana nella bocca. Aveva una classe fuori dal normale. Chissà il fidanzato mi chiedevo, perché Maggie il fidanzato ce l’aveva. Guidava la moto. Faceva i fuoristrada. Mi veniva la rabbia se lo guardavo troppo in faccia.

Era una stanza di passaggio. Correvamo attraverso; camminavamo quando Maggie diceva forte mamma non riesco a studiare qui non c’è silenzio. Vincente faceva segno di no, non andiamo di lì. Ma poi, quando giocavamo a nascondino, era sempre lì che si nascondeva. Qualche volta in cucina. D’obbligo controllare finita la conta. Abbassavo la maniglia nell’atrio di entrata e spingevo piano soffiando alla parete, ehi tu, tieni la porta che altrimenti sbatte! Un piede sulla moquette della stanza trascolorando, Maggie l’odore nel sogno era pareti lenzuola calze di nylon ed aria confusa.  Incespicando Vincente usciva da sotto il letto sul tavolo prima io primo a ruzzoloni giù per le scale, sulla mamma tua mamma non vuole con le scarpe in casa ehi ehi no, dove vai no.

“Toppa!”

“Non vale!”

“Toppa libera tutti!”

“Non vale!”

“E perché?”

“Non potevamo andare in camera tua!”

“Dovevi dirlo prima!”

“Non lo sapevo…”

Break.

Che buon odore ha Maggie in giro per le calze, pensava Demi. E a casa cercava con le narici per aria in bagno, su per le scale, nelle camere, in cantina, fra i prati, sull’argine bagnato; cercava qualcosa che assomigliasse a lei.

In stalla, nel pollaio, fra il letame e l’erba appena falciata la cercava, mentre loro (Vincente, Maggie e Lorie) si allontanavano su una macchina rossa lunga due metri, genitori, bagagli e lamiere appresso.

Erano appena finiti gli esami. Tornavano a sud da dove erano venuti.

Anche Maggie e il suo odore speciale.

Smaterializzando pensieri

 

Sono stato via un paio di settimane, nel mondo che pare reale. Giuro che non ho scritto tante parole. Messaggi e biglietti d’auguri. Poi sono rimasto a contemplare Leonia, Mizzikan, le stelle, la pioggia, i tetti, la brina e i tramonti.

Ieri sera ho chiuso le serrande avvolto nella piuma del letto con il proposito che oggi avrei ricominciato a lavorare. Mi sento abbastanza a mio agio davanti alla tastiera. Nel camino il fuoco brucia la legna. Sulla poltrona Mizzikan dorme. Sul divano Leonia curiosa in rete nell’ipotesi di un teletrasporto imminente. Fuori, nel buio, ghiaccia.

Riparto da qui, smaterializzando pensieri.

2010 in review

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Attractions in 2010

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1

O partigiano, portami via March 2010
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2

Chi è Malidor? February 2008

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Cucinare una verza May 2008

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Settimana lunga February 2010

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Autore February 2008

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