I racconti ai confini del Regno

Pubblico questa introduzione alla raccolta di racconti sul Risorgimento che sta per uscire, sperando che vi venga la voglia di venirci a trovare o almeno di leggere quanto è stato scritto.

Vi ASPETTO


Sabato 26 febbraio 2011 – h 17
Spazio Museale Tornielli – Ameno
Piazza Marconi, 1
Presentazione del libro
Ai confini del Regno. Racconti a cura di Davide Vanotti
Con gli autori Matteo Bottari, Michele Brusati, Gessica Franco Carlevero e Davide Longo


Scrivere dell’Italia non è mai stato né facile né indolore. La storia di questo stato che avrebbe voluto essere una nazione è intricata e scomoda come la chioma folta di Sansone. Quando si sfila un capello per vedere dove va a finire, si va a strappare, rimordere e aggrovigliare ciocche e matasse inestricabili. E tira di qua e tira di là, c’è sempre qualcuno che ne soffre.

Così è fin dalle nostre origini. Forse perché il Rinascimento e il Risorgimento che fecero l’Italia culturale e politica furono storie soprattutto familiari. In un contesto fluido determinato dall’inconsistenza del limite tra privato e pubblico si trovano la forza e la radicalità di un sistema geografico e umano che accosta gli opposti e stride. Dietro a parole inebrianti che indicano tempi d’oro – di crescita e di ideali – si celano scontri sanguinari, lotte spietate e tensioni insostenibili che bruciarono velocemente le vite degli abitanti di questa parte circoscritta di Mondo.

L’oggettività si può raggiungere solo stando alla larga da qui. Isolarsi il più possibile attraverso lo studio dei documenti e applicare i metodi razionali della storiografia moderna, sono le scelte che uno storico doverosamente perpetra nell’interpretazione del passato. Costui ne trae un’immagine – il più possibile completa – di una società – o di alcuni suoi aspetti – in un dato periodo, prescindendo dalle questioni familiari o personali che sono il sale della discussione nel nostro Paese.

Altra cosa è inventare e fare della fantasia pensieri applicati alla realtà. Per far ciò è doveroso mescolarsi con le vicende fino alle loro propaggini estreme, che sforano abitualmente nell’Assurdo. Il lavoro di chi scrive è invischiato nella lotta, dalla quale ci si libera per mezzo delle solitudini distratte e delle fughe verso lidi mentali ulteriori, seguendo le vie recondite delle parole. Perciò questa silloge di racconti – come avrete compreso – davvero non ha pretese storiche. Sfida altresì il sentire comune annotando di vite vissute con arguzia e abnegazione; getta le carte all’aria; intreccia il passato con il presente assecondando il filo che corre sul telaio formando parole.

Leggerete storie di persone al di là di tutto, oltre le epoche e le intrinseche relazioni. Perciò vi chiedo di non soffermarvi sul piano prettamente storico. Noi italiani non abbiamo mai posseduto il gusto anglosassone per la biografia dei grandi personaggi. Siamo mistificatori. Fatichiamo a ricordarci le date. Di una persona, anche se l’abbiamo conosciuta personalmente, perdiamo gli aspetti che per altri popoli sarebbero salienti. Confondiamo gli incontri, i tratti somatici e le amicizie in comune. Eppure sappiamo sentire vicino al nostro cuore i cuori.

Qui troverete quattro cuori battenti. Oltre il tempo. Come lo Schiaccianoci di Hoffmann, sanno di valere molto di più di quello che fanno. Di non essere piccoli generali di legno nelle mani di un bambino, ma di avere piuttosto una storia scritta in un antro magico dove le vite vivono migliori. Le loro azioni non sono perciò che i risvolti oscuri della loro idealità. Il coraggio di vivere li ha premiati. Chissà come se la ridono di noi e delle nostre beghe quotidiane ora che stanno nel posto da cui sono venuti.

A guardare l’Italia oggi si ammira qualcosa di turbolento e conturbante. Nemmeno lo Stato è veramente protagonista del nostro quotidiano. Fondamentalmente, possiamo dire di essere una penisola al centro del Mar Mediterraneo, delimitata a nord dalle Alpi. Tutto il resto manca. I personaggi che si cimentarono nella lotta scomparvero senza lasciare eredi. Le bandiere e gli ideali caddero nella polvere. Nel secondo dopoguerra gli Italici divennero sterili, immobili, viziati e ammassati. Firmarono a occhi chiusi una pace sociale duratura e l’Arca dell’Alleanza fu una televisione sotto lo stemma protettivo del Biscione col fiore in bocca.

Dalla parte dell’oggi, aprendo i bauli e le scansie delle case di Ameno; estraendo lettere, diari, oggetti e fotografie dell’Ottocento, si resta attoniti. Qui vissero uomini che seppero agire in nome dei propri ideali, con onestà e modestia. Ebbero fiducia nello stato che li ospitava. Seppero dare. Molti di loro erano esuli e girovaghi che avevano respirato l’aria libera della Rivoluzione e ne avevano personalmente pagato le conseguenze. Altri erano discendenti delle stirpi secolari di ottimi giuristi e amministratori del minuscolo Stato della Riviera. Il paese di ville e palazzi ai confini del Regno li ospitava tutti. Tra queste colline più che altrove si fantasticò di un’era liberale. Forse tra queste mura il democratico si soffermava a trattare del bene comune con il conservatore. E non furono solo parole.

Paolo Solaroli fu un uomo d’avventura. Non sempre lo fu per scelta. Di umili origini, si formò nell’esercito napoleonico, dove imparò il mestiere di sarto. In conseguenza del clima reazionario instauratosi anche in Piemonte dopo il Congresso di Vienna, fu costretto ad emigrare in Egitto, quindi nello Yemen e, infine, nelle favolose Indie. Fu un personaggio da meraviglia. In India sposò una principessa e partecipò dell’aura emanata dalla famiglia reale. Ricco e determinato, al suo ritorno in Europa fu accolto a braccia aperte da Carlo Alberto, dal quale ottenne un titolo nobiliare. Partecipò alle vicende della costituzione dell’Italia in pace e in guerra, avendo anche un ruolo di primo piano nelle relazioni diplomatiche (in particolar modo con gli Inglesi).

Queste poche linee biografiche non valgono certo a ricordare l’energia che emanò da questa persona. Il suo luogo di riposo prediletto fu Ameno, nel palazzo che ampliò per accogliere la sua famiglia. Nelle stanze e nel parco voluti dal Marchese, Davide Longo ha ambientato un racconto asciutto e chiaro, imperniato sulla relazione tra un giovane medico di provincia e l’anziano uomo di stato. I passeri volano attraverso il parco. I due uomini, Lessona e Solaroli, s’incrociano nella vita. Ne nasce un’amicizia occasionale, frutto dell’incontro tra due caratteri differenti. La vocazione di Lessona per la vita pacifica apre inaspettatamente un varco nell’ultimo equilibrio respingente dell’uomo di successo, che ha lasciato alle spalle le sue ambizioni.

La stirpe dei Vegezzi giunse ad Ameno nel XVI secolo. Da allora crebbe divenendo uno dei casati notabili della cittadina collinare. All’inizio del XIX secolo si trasferirono a Torino, mantenendo il palazzo di Ameno. Furono legati ai Cavour da una grande amicizia, corroborata da vicissitudini finanziarie che dopo la caduta di Napoleone coinvolse entrambe le famiglie.

Saverio, Giovenale e Camillo crebbero insieme e con la tempra del sacrificio seppero rimettere in sesto i patrimoni paterni. Dal 1850 parteciparono alla vita pubblica dando un apporto fondamentale alla formazione dello stato di diritto italiano come oggi lo conosciamo. I due racconti di Matteo Bottari e di Michele Brusati sono dedicati proprio ai fratelli Saverio e Giovenale Vegezzi, due figure esemplari del Risorgimento non da molti conosciute.

Saverio Vegezzi ebbe un ruolo importante, essendo stato addirittura cofirmatario della legge del 17 marzo 1861 in qualità di Ministro delle Finanze. Pochi anni dopo gli fu affidata, in quanto esponente politico moderato e cattolico, una missione presso la Santa Sede che ebbe un esito negativo. Dopo l’occupazione di Roma del 1870 si ritirò dalla vita pubblica continuando a svolgere la professione forense. Alla fine della sua carriera, nella carica di Presidente dell’Ordine degli Avvocati di Torino, nel pieno della sua coscienza del valore delle istituzioni, riconobbe per la prima volta nella storia italiana il diritto di esercitare la professione di avvocatura ad una donna. L’abilitazione diede scandalo. Fu successivamente impugnata dal Procuratore del Re e revocata in appello, ma rimase l’atto lucido di un uomo che aveva ben presente il valore dell’intelligenza al servizio della giustizia.

Matteo Bottari ha dedicato a Saverio Vegezzi una storia contemporanea, immaginando che uomini come lui abbiano servito per secoli il nostro Stato, superando i limiti del tempo e divenendo garanti dell’equità di fronte alle figure della politica odierna, indifferenti al bene comune e mosse da impulsi di conquista anteriori alla determinazione degli stati moderni.

Giovenale Vegezzi Ruscalla fu un personaggio eclettico. Si occupò dell’identità linguistica e nazionale del popolo rumeno, fondando il primo istituto di lingua rumena presso l’Università di Torino. Studiò e operò da vero onnivoro del sapere. Fu il primo Ispettore Generale delle Carceri Italiane. Diede le dimissioni da questo ruolo dopo che fu introdotto anche in Italia il modello del carcere cellulare, da molti ritenuto un allontanamento dalla funzione rieducativa che avrebbero dovuto avere gli istituti penitenziari. Numerose furono le sue pubblicazioni e, probabilmente, la sua influenza intellettuale agì anche su Costantino Nigra, che ne sposò la figlia, invitandolo a svolgere studi eruditi nella seconda parte della sua vita.

Michele Brusati lascia che la figura schiva e taciturna di Giovenale affiori da una storia carceraria, un interrogatorio su un omicidio al quanto misterioso, a cui l’ispettore in pensione partecipa da osservatore. L’autore ne rileva la profonda umanità libera dai pregiudizi. Brusati crea un quadro interpretativo che mette infine le qualità dell’ispettore, un uomo saggio che aveva compreso molto. Ad esempio che stando fuori dall’occhio della Storia si ha un’occasione in più per vivere liberamente e per farsi un giudizio esatto su ciò che si muove al di fuori della propria testa.

Gessica Franco Carlevero ha infine lavorato sul popolo di Ameno. Si tratta di una storia semplice, in quanto vista attraverso gli occhi di un bambino. Angelino viveva i giorni che fecero l’Italia ascoltando e incantandosi su notizie che arrivavano da lontano, da un mondo che non poteva esistere. E in effetti non poteva esistere, per loro che erano della campagna, gli spiegava lo zio.

Ameno era stato per secoli un mondo a sé, una piccola città costituitasi liberamente e attorniata da territori dominati da signori stranieri. In qualche modo i suoi abitanti avevano mantenuto una propria autonomia. Tra le sue strade e i suoi borghi si erano incrociati i destini. Gli uomini erano andati ed erano venuti. Nulla era cambiato. Le classi sociali si erano cristallizzate. I lavori, notarili e manuali, erano proseguiti secondo una linea scritta. Con quest’Italia si fece il punto.

Adesso è forse giunta l’ora di andare a capo e di continuare. Sono i poeti che risveglieranno questo luogo incantato tra le colline boscose? Lo spero davvero, spero che le loro parole muovano ancora i vostri cuori; e li ringrazio attraverso la voce di Alda Merini per il lavoro celato che hanno svolto.

I poeti lavorano di notte

quando il tempo non urge su di loro,

quando tace il rumore della folla

e termina il linciaggio delle ore.

I poeti lavorano nel buio

come falchi notturni od usignoli

dal dolcissimo canto

e temono di offendere Iddio.

Ma i poeti, nel loro silenzio

fanno ben più rumore

di una dorata cupola di stelle.

Mortale o immortale

La vidi camminando nel corridoio. Stava leggendo oltre il vetro dello scompartimento.

“Tu non mi conosci,” le dissi. “Non sai chi sono”.

Le parlavo al di qua del vetro. Parlavo a bassa voce, mentre il treno correva veloce emettendo un frastuono micidiale.

Mi vidi all’interno dello scompartimento osservare me stesso nel corridoio. Le mie labbra si muovevano mute, l’occhio rivolto verso la giovane donna, che non si accorgeva di nulla, se non del proprio libro; del mondo contenuto nel libro.

Ero un fantasma. Il rumore stridente delle ruote sulle rotaie – il ferro sopra il ferro – invadeva attutito e assordante fuori e dentro di me come il destino mellifluo e amaro della morte.

Ero già morto e tuttavia consapevole di vivere altrove. In un’altra dimensione? In un ulteriore tempo? In uno spazio leggermente sfalsato il mio fantasma si muove senza di lui. Mortale o immortale è un misero gioco di parole.

Godere. Godere. Godere

(Continua da “Fascismo dolce“)

“La nave si è piegata e sta affondando”.

“E tu lasciala affondare, tanto noi stiamo in una botte di birra!”.

“Ti ricordi quando avevano preso il Drugo?”.

“Cazzo se mi ricordo! Siamo sempre dei gran cazzoni pacifisti, te l’ho già detto…”.

“Pensa se fosse sempre così, che ci s’incazza e si cerca di far valere i propri diritti”.

“Intanto il Drugo se l’era fatta la notte in galera…”.

“Ma noi eravamo lì fuori, insieme”.

“E poi siamo andati via insieme, ci siamo divisi in gruppetti e abbiamo continuato per la notte, c’era chi si è ubriacato finito c’era chi è andato in discoteca a ballare c’era chi non ce la faceva più e si è messo a cuccia… va così”.

Alla metà degli anni ’90 non c’era niente. Anzi, qualcosa c’era: c’erano loro, quelli che comandavano. Avevano fatto piazza pulita delle coscienze. Si allenavano con gli accordi sottobanco e le sceneggiate pubbliche. C’era un grande progetto: annichilire il sentimento popolare. Zero pensiero. Zero educazione. Goduria a mille. Desiderare tutti insieme. Ognuno secondo le proprie possibilità. Ognuno più degli altri.

“Godere. Godere. Godere. Italiani, applicatelo alla lettera. In tutti i modi. No vergogna, no, non abbiate vergogna di ammettere le vostre aspirazioni”.

Questo era il messaggio. Detta così sarebbe anche una bella cosa. Qualcuno però pensava che ciprie e telefoni bianchi facessero male all’organismo (non tanto a quello fisico quanto a quello sociale). O meglio, facessero male le piccole aspirazioni del tipo fare i soldi per mettersi sotto belle donne e macchine sportive. Facessero male in genere i pensieri dettati dalle pulsioni. Insomma, le robe scioviniste – maschiliste -  che prima o poi avrebbero soppresso i diritti degli altri.

Non si può negare che i critici del piacere non sembrassero altro che rigidi bacchettoni ai gaudenti più (+++). Bollati come cattocomunisti, intellettuali da salotto, radicalchic, pazzi da manicomio (ah, ma che idea quella di chiudere i manicomi!) o peggio ancora  professori, blateravano sotto gli sguardi biechi delle giovani generazioni, viziate e desiderose di viziarsi, mentre fronde di sedicenti neoliberali li accusavano di essere nemici del progresso e della libertà.

(continua)

Fascismo dolce

Davanti a me niente rassicura. È un mare senza cuore nel quale vivono dannate ombre indistinte. Dannate ombre indistinte. Dannate ombre indistinte proiettano la mia persona. Do le spalle alla verità. Al muro delle parvenze. Spinto dal terrore guardo indietro. Perché non li abbiamo fermati? Il volto afasico del procuratore Apicella, rimosso dall’incarico a conclusione di una carriera, è stato per tutti il sintomo irrefutabile della sconfitta. Fascismo dolce. Fascismo dolce lo sarebbe rimasto fino a quando i maiali sarebbero rimasti docili, grugnendo ogni tanto senza mordere la mano che gli versa nel trogolo il pastone. Non c’erano più emergenze: l’emergenza eravamo noi. L’emergenza era mangiarci conservando la razza. Finché eravamo in pochi a mordere non c’era pericolo: bastava isolare e abbattere. Alla rivolta dei porcili il sistema sarebbe stato pronto. I porcari agli ordini dei fattori avrebbero agito secondo i piani prestabiliti. E sulle tavole dei padroni non sarebbero mancate le salsicce fresche sanguinolente.

Noi, poveri maiali, fummo solo capaci di fuggire in cerca di porcili migliori. Alcuni di noi sopravvissero, si adattarono alla montagna e ancora grufolano tra le radici del presente. Qui si parla, in attesa che gli uomini salgano a fare la loro battuta di caccia.

“Cosa facciamo adesso?”.

“Adesso quando?”.

“Adesso che sappiamo che è tutta una merda”.

“Niente. Andiamo avanti a divertirci e a fare le nostre cose come possiamo”.

“Finché non ci verranno a prendere”.

“Finché non ci faremo prendere”.

“Perché l’amicizia conta”.

“Perché l’amicizia conta, vecchio Seba”.

“Conta eccome”.

“E io posso contare su di te”.

“E tu puoi contare su di me”.

“Abbiamo le armi spuntate e siamo tutti dei cazzoni, poeta pazzo che vuole fare la rivoluzione…”.

(Continua)

Se fossi un maiale

Da questo avamposto all’imbocco della valle la nebbia umida penetra nelle ossa. Cerco le ombre davanti a me. Le ombre vogliono la mia morte. Sono sfuggito al bombardamento mirato. Possibile, mi chiedo? Possibile che macchine volanti missili fuoco fossero rivolti a me? Quanto spreco di energie. Quante azioni sprecate per un misero umano annientamento. Pensare, disegnare, realizzare, provare e riprovare gli strumenti. Computer, armi e velivoli. Estrarre i metalli e i combustibili. Fondere, raffinare e temprare. Addestrare i piloti. Vestirli e nutrirli. Dare loro una casa. Una famiglia magari. Non è possibile: tutto questo per me.

Qui non c’è più nessuno, ma loro non lo sanno.

Mi sento lusingato e sopravvalutato, mentre attendo il rastrellamento. Non saliranno finché rimane bassa la nebbia. Non conta la tecnologia davanti a questo nebulizzato silenzio. Sarà attesa ancora per qualche ora. Devo approfittarne, attraversare come una belva i loro appartamenti. Come Eurialo e Niso, non potrò distrarmi. Evitare l’odore del sangue. La vendetta acerba e fangosa. Dovrò andare diritto verso la meta. Il Gridone. La Svizzera. La casa.

Se fossi un maiale in un mondo in cui gli uomini mangiano i maiali, vorrei essere un uomo; ma la mia coscienza non me lo permetterebbe.

Se fossi un maiale adesso, sarei un maiale solo; e un maiale solo non può difendere nemmeno se stesso.

Tutte le cose invisibili: tutte le cose visibili

In realtà questa storia mi ha preso la testa insieme a tante altre che stanno nell’incubatore freddo caldo della memoria. Cose secche, con dei fatti umidi asciutti spuntati qua e là come mazze di tamburo. Sì, perché le vicende del posto da dove vengo non si svolgono, ma cadono dalla pianta e marciscono in fretta come le fragole nel frigorifero.

Ve lo devo dire: mille volte mi alzai dal letto pieno di sogni e buona volontà con l’intenzione di radermi e uscire di casa. Mi tagliai talmente da perdere per anni la voglia di farmi la barba. Adesso però mi tocca… così lunga… so già che mi sgranerò la pelle del collo e della faccia… sanguinerò come un pollo scannato…

Camminavamo nella nebbia dietro il carro funebre, dalla chiesa al cimitero come si usa. Non ce ne accorgevamo. Il pulviscolo grigio ingannava. Nel gelo vaporoso apparvero i fantasmi che eravamo. Ognuno vide le sue cose com’erano state, nonostante i cambiamenti percettibili. E io vidi le mie.

Dimenticai la banalità del male. Le villette a schiera costruite una in groppa all’altra. I casoni stravaganti all’americana nel cuore della risaia. Uscii un’altra volta dalla casa all’angolo, tra il circolo e il tabaccaio. Lì viveva Lucia. Ero soddisfatto, perché avevo giocato con tutti senza lamentarmi. Al momento opportuno avevo preso il cappotto e il cappello. Mi ero annodato la sciarpa intorno al collo e avevo dichiarato di dover andare. Mi ero congedato con un breve sorriso. Chiudendomi la porta dietro le spalle avevo intravisto i bambini rincorrersi con dei cuscini fra le mani.

Sulla strada ero solo. La nebbia mi sbarrava il passo. Spazzava via le mie orme impedendomi il ritorno. I muri si alzavano ai miei fianchi. Mi negavano le finestre, le luci, le ombre delle figure umane ricoverate negli interni.

Negli ultimi giorni la ghiandola inguinale si era infiammata. Mi faceva zoppicare. Aveva iniziato a darmi fastidio qualche settimana prima. Avevo promesso a mio padre che mi sarei fatto vedere dal medico e adesso, – mentre lui era lontano, in un campo da calcio ad allenarsi per la domenica, – stavo mantenendo la promessa.

Andavo verso la piazza. Avevo salutato i miei amici. Non sapevo che non sarei più tornato.

Tutte le cose invisibili: tutte le cose visibili. Vaghezza sulla strada verso il cimitero. Abbandonato il paese avvolto nel silenzio. Il respiro pesante del maggese declivio. La fila regolare degli orti. L’ordine opposto dei campi. I gerbidi paralleli alla roggia. Quando arrivammo a destinazione.

Lui era Antonio

Se potete andate via di qua. Troverete un film intervista unico su mio padre. Uno dei miei padri.

Vi indico la strada. Seguitela, perché ne vale la pena. E abbiate pazienza di scendere al fondo e di aspettare che si carichino le immagini.

http://www.comune.modena.it/biblioteche/delfini/antoniodelfini.htm

Buonanotte

 

 

Dal sapore esotico francese

Sono su un aereo e mi sento solo: penso al mio corpo nudo in atterraggio, che si mescola con altri corpi a causa di un’eccessiva precipitevole velocità.

Fra poco saremo in aeroporto. Ognuno di noi raccoglierà abiti ed effetti personali. Qualcuno pronuncerà un saluto mormorato. I più si allontaneranno frastornati dalla promiscuità indesiderata.

Saremo lì, negli anni che non torneranno più, quando si fumava, si beveva e si afferravano le notti come mele non ancora mature, e si strappavano foglie e rami senza badare alle sentenze emesse dagli alberi.

Il tempo laggiù era circolare. Sembrava non trascorrere mentre scivolavano tra le dita le pagine. Gli abiti si sdrucivano. Le briciole si accumulavano.

Non ci ricorderemo più niente. Vivremo le nostre storie come vicende di un film avvincente dal sapore esotico francese.

Come arrivammo in quel consesso divino di giovani senza rotta?

Non lo sapremo mai.

Senza svanire mai

Sono un aereo in volo. Porto con me i miei passeggeri. Sento ciò che pensano lavorare sulle mie forme. Sogno viaggiando.

E’ stato quando ho preso per la prima volta un pullman, a N. Non era come andare nel cesto in bicicletta e sulla strada le cose ti passavano di lato scorrendo via dietro le orecchie. Tutto al contrario. Stavo in braccio a mia madre sul fondo dell’abitacolo. Lì c’era uno spazio ribassato privo di sedili. Mi tenevo forte e guardavo fuori dal vetro posteriore. Il mondo si allontanava sempre di più senza svanire mai. Ciò che era fuori appariva all’improvviso dalle nostre spalle. Ci circondava. Ci inseguiva arrancando. Un uomo in bicicletta restava a fatica nel campo visivo per un tempo che non sapevo calcolare, – un attimo, – l’intermittenza breve di una scossa e svaniva sulla strada che lo aveva condotto fino a lì, a tratti guardando avanti, verso di noi, senza riconoscerci e poi abbassando gli occhi oltre i pedali, sull’asfalto in rapida corsa.

Eravamo chiusi in un cerchio magico avvolto dai rumori degli ingranaggi come strati interposti di cellophane trasparente. Le vibrazioni ci permeavano rendendoci immuni al tempo. Questo fermarsi e guardare indietro, alla via appena percorsa, era un po’ come fare silenzio, tensione e pensiero all’istante.

Farei la firma per tornare da dove sono venuto?

Non credo.

Le voglie dei presenti e le notizie degli assenti

Le notizie e i testi d’attualità qui pubblicati sono di carattere riflessivo. Spesso si aprono ai nostri occhi decine d’anni dopo il momento in cui furono scritti. Forse è questo il senso dell’informazione.Voglio dire dell’informazione come la trattiamo ora, quella dei blogger e in generale degli azionisti della rete.

Non arrivare prima, ma arrivare bene. Questo è l’obiettivo che credo dovremmo darci. Perché un blogger non è né un giornalista né uno scrittore. Di solito inserisco cose mai lette o lette da pochi, come la favola dei ladri di Ennio Flaiano, ma in questa occasione pubblico un articolo di Bocca del 1985 già apparso ieri sul Barbiere della Sera.

Si tratta di un pezzo bello ironico, che rovescia il ruolo da parrucconi che socialmente si affibbia agli intellettuali. E’ una storia presa dal salotto buio dove teniamo il televisore e proiettata tra le luci stroboscopiche e i sudori allo champagne dei nostri amati nights, o scantinati che dir si voglia.

Fu pubblicato su una fanzine mica male alla fine di una storia che molti mettono sotto la coperta degli Anni Settanta. E’ stata brava Valentina Avon a rimettercela sotto il naso.

Seratine di piacere in Casa Berlusconi di Giorgio Bocca

Non sono mai stato uno di quei moralisti che piangono per l’esistenza dei network, della libera concorrenza e del denaro, anzi mi sono sempre adeguato al mutare dei tempi, cercando di vivere decorosamente e in agiatezza senza troppo sottilizzare su chi mi dava pane e companatico.

Ma – nonostante ciò – sento oggi la necessità di parlare di una storia che ho saputo grazie alle intime confidenze di un’amica, ricca e facoltosa signora della borghesia lombarda.

A quanto mi ha raccontato la mia amica, persona in tutto degna di fede, il dottor Silvio Berlusconi, il famoso proprietario delle Tv private più importanti e di numerosi giornali a grande tiratura, come il famigerato TV Sorrisi e Canzoni, organizza periodicamente a casa sua delle “seratine televisive”.

Il titolo curiosamente familiare nasconde in realtà un gioco di società assai divertente e appetitoso che il geniale imprenditore piduista ha inventato per sé e per i suoi più fidati amici (qualche socialista cocainomane, qualche industriale, qualche mafioso). Il gruppo, riunito come in un racconto del marchese De Sade davanti alla Tv, sceglie ogni sera, tra presentatrici, ballerine e showgirls dei programmi di Retequattro, Italia1 e Canale 5, quelle che dovranno essere chiamate a soddisfare le voglie dei presenti in un crescendo di situazioni viziose.

Basta poi una telefonata del boss e ai direttori di rete mandano a casa Berlusconi, impacchettate e pronte a tutto, le schiave della serata. Programmi specificamente allestiti, come Viva le donne, M’ama non m’ama, Drive In, ecc. assicurano il giusto flusso di carne fresca per il “divino Silvio”.

Ora io non voglio fare un discorso moralista, né spezzare una lancia a favore della castità. Riconosco al dottor Berlusconi un grande senso pratico in queste faccende e non discuto neppure sul fatto che lui si diverta così. Ma non posso non sentirmi infastidito se penso che, tra i tanti “amici” che sono stati invitati a godersi le ballerine e le presentatrici, il mio nome non figura mai.

L’Italia è proprio un paese in cui il merito viene spesso calpestato e dove trionfa l’ipocrisia, il partitismo, il denaro. Sono andati a passare qualche ora da Berlusconi, ora presidenti del Consiglio, ora presidenti di banche, ora camorristi, ora rapitori e riciclatori di denaro sporco, ora trafficanti di cocaina, ora assassini prezzolati, ma non è mai stato invitato nessun uomo di cultura, nessun   intellettuale e – senza voler essere demagoghi – nessun proletario.

Come mai? Eppure – faccio notare – io, come tanti altri intellettuali, lavoriamo per Berlusconi, partecipiamo ai suoi programmi, rendiamo culturalmente accettabili anche le puttanate più forti del network. E credo che ci meriteremmo almeno una piccola ballerina.

Parlo per me, ma penso di interpretare anche il pensiero dei colleghi Arrigo Levi e Guglielmo Zucconi, nonché Maurizio Costanzo dell’Occhio Nero – pur essendo il più brutto di tutti noi –, che comunque fa storia a sé, essendo nato in passato e forse ancor ora, membro della stessa loggia dei boss.

Mi si potrebbe obiettare: perché non telefoni tu stesso ai direttori dei programmi per farti mandare a casa presentatrici e gnoccolone varie? Inutile, ho provato, per scrupolo di cronista, a fare dei tentativi. Ogni volta mi sono sentito sghignazzare in faccia. Insomma senza un invito di Berlusconi non riuscirò mai a partecipare a una vera serata di piacere.

E questo, come ex partigiano e come uomo, mi secca abbastanza. Devo pensare che la colpa vada attribuita al mio maledetto riportino, che certe volte il vento agita fino a mostrare il bianco della pelata?

Riportino sì o no, dispiace che un imprenditore così accorto come Berlusconi sottovaluti gli intellettuali, proprio quando si tratta di spartirsi “la gnocca”.”

(G. BOCCA, Seratine di piacere in casa Berlusconi su Frizzer, continuazione di Frigidaire del Giugno 1985)

I nostri gattai stanno lassù

Abbiamo parlato, abbiamo attraversato il tempo. Siamo ancora sulla strada. Noi siamo vivi, loro sono morti. Loro saranno vivi, noi saremo morti. Noi saremo vivi. Con la nostra merda e con la nostra sofferenza. Perché siamo roba così, tanto per stare insieme e volerci bene. Siamo quello che vuole il nostro signore, piccoli uomini liberi di danzare. Le risate nevrotiche e innamorate ci appartengono. Sono i pensieri che affiorano dal silenzio, meditazioni equivoche per chi non vede oltre i vetri appannati dell’abitacolo che ci ospita.

Eravamo in tre. Di più non ci saremmo stati. Un quadro paradisiaco da diluvio universale. La pioggia sul deserto e dentro noi a morire di sete.

Mi mancano tanto quei minimi gattai che passano all’alba. Lasci fuori il tuo gattino vuoto, la sera, prima di addormentarti, e lo raccogli al risveglio, bello pieno e pimpante d’infinito, le zampe zuppe di lacrime di stelle.

Sì, perché i nostri gattai stanno lassù, nelle fabbriche celesti, e non perdono tempo. Neanche un secondo. Tutte balle che sulle stelle non ci si può stare. I gattai ci stanno e lavorano a più non posso per produrre diverse misure d’infinito, frammenti di verità e fritelle di colui che non si può dire.

I turni di notte sono feroci, non c’è un attimo di respiro, purché gli abitanti della Terra e degli altri pianeti acquatici siano felici.

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