Rivoluzione no

Cari amici,

che cosa volete cambiare? pensate che le cose cambino per farci stare meglio? non scherziamo. Nessuno arriva all’altro capo del mondo per fare stare bene gli altri. Nessuno di quelli che ci comandano. Io ne conosco di gente così. Ma quelli sono santi. Santi estremi. Cristi in terra.

Noi qui per cambiare le cose ci serve il fucile e rivoluzione. E poi? viviamo con il sangue sulla coscienza e la morte davanti agli occhi? C’era stato un tempo. C’era stato un tempo che si doveva fare. C’era stato un posto. Che erano le nostre case. Colline blissettate. Montagne di panna. E morte.

Ma poi anche allora tutto è sciamato. Chi aveva da vivere è stato messo da parte. C’è stata La paga del Sabato e L’ombra delle colline.

E via ancora, come è sempre stato.

Non ne vale la pena, ragazzi. Rincuoriamoci di vivere appartati e di fare le cose nel modo migliore. Per vivere bene. Che è quello che ci compete. Nel sorriso di chi ci sta accanto. Quello vero. Che se ne fotte del guadagno.

Perché ancora?

Sono stato via di qui per tre mesi. E adesso ritorno.

Che cosa ho combinato?

Ho letto. Ho vissuto. Ho lavorato.

Questa mattina, parlando al telefono con un’amica che non vedo da anni ma con la quale rimango periodicamente in contatto, ci siamo raccontati del disumano che è avanzato a tal punto da non dare più opportunità alle coscienze di formarsi. Ci siamo ascoltati per un attimo ed è stata una buona consolazione. Non essere soli a resistere contro un mostro abnorme che fagocita la vita. Noi quassù ci sentiamo più forti perché siamo un po’. Altri gruppi, per quanto minuscoli e familiari, spersi per il Paese di certo esistono e trasmettono liberi pensieri. Ma la maggior parte degli umani – gli ultimi – vivono e sopravvivono in solitudine, grazie alle voci del passato, alle fantasie e agli echi giunti da lontano delle proprie parole. Le loro case sono piene di ciò che si chiama indefinibilmente felicità.

Tornare indietro mai. Vivere fino all’ultimo pensando a chi vivrà. Per quanto possiamo. Ogni giorno in lotta con ciò che si annida in noi stessi.

Ciao.

Lui era Antonio

Se potete andate via di qua. Troverete un film intervista unico su mio padre. Uno dei miei padri.

Vi indico la strada. Seguitela, perché ne vale la pena. E abbiate pazienza di scendere al fondo e di aspettare che si carichino le immagini.

http://www.comune.modena.it/biblioteche/delfini/antoniodelfini.htm

Buonanotte

 

 

Niente sconfigge

Molte nuvole all’orizzonte

Sufficienti sorrisi intorno

per annientarle

Rimandami indietro

Sempre più

Per sfruttare la forza

del tempo elastico a ritroso

per volare avanti

lontano

invisibile

perché niente sconfigge

niente

Dio sta seduto al volante

La macchina è parcheggiata in un vicolo cieco. Dio sta seduto al volante. Ascolta Canzone d’Amore delle Orme. Immagina un uomo seduto su una macchina parcheggiata. L’uomo ascolta Canzone d’Amore delle Orme, mentre una coppia di anziani attraversa la strada.

L’uomo immagina di essere vecchio e di attraversare la strada tenendo la moglie a braccetto.

Smaterializzando pensieri

 

Sono stato via un paio di settimane, nel mondo che pare reale. Giuro che non ho scritto tante parole. Messaggi e biglietti d’auguri. Poi sono rimasto a contemplare Leonia, Mizzikan, le stelle, la pioggia, i tetti, la brina e i tramonti.

Ieri sera ho chiuso le serrande avvolto nella piuma del letto con il proposito che oggi avrei ricominciato a lavorare. Mi sento abbastanza a mio agio davanti alla tastiera. Nel camino il fuoco brucia la legna. Sulla poltrona Mizzikan dorme. Sul divano Leonia curiosa in rete nell’ipotesi di un teletrasporto imminente. Fuori, nel buio, ghiaccia.

Riparto da qui, smaterializzando pensieri.

Dallo spigolo buio di un granello di polvere

 

Poi il treno, la prima sigaretta dopo l’astinenza mi faceva girare la testa. Da una destinazione all’altra. Mi muovevo come un pacco di pensieri in un mondo che mi annoiava, ma nel quale riconoscevo la mia stessa capacità di fallire un giorno dopo l’altro, una notte dopo l’altra con imprevedibile semplicità.

Passavo dalla sponda piemontese alla lombarda ricadendo sempre nello stesso incubo: terra bagnata che si dipana, accidiosa e nemica di se stessa nell’alveo naturale della mediocrità che l’irrora. Era un sonno torbido. Fuori di me la carrozza prendeva le scosse dei binari. Mi destavo a più riprese. Saltavo da una galassia all’altra, travolto da una stanchezza che confondevo con la curiosità.

Il treno mi tratteneva, sospeso tra una provincia e l’altra nella provincia piccola di un pianeta provinciale.

Dallo spigolo buio di un granello di polvere partivano le strade ferrate interstellari sulle quali avrei voluto viaggiare.

Girava voce che l’Express 999 sarebbe passato dalle nostre parti.

Maetel mi attendeva sul binario, nel suo corpo eternamente avvolto in un abito ampio e nero. Il pallore della pelle e gli occhi d’acqua mi fecero pensare che fosse morta.

Era vero amore?

Mi sa che oggi

 

Mi sa che oggi mangerò una mela

perché sto per divenire immortale

Mai un’immagine nitida

E’ finito il giorno e sono rimasto, per l’ennesima volta chiuso in me stesso. Sono io, indefinibilmente. Mai un’immagine nitida, il mondo.

“Me lo fa un caffè?”

“Freddo?”

“No.”

La mia sagoma nello specchio e il barista che mi sbircia… Lo prendo per il colletto e me lo tiro davanti. Metto la destra nella tasca della giacca, impugno il coltello, poi lo lascio. Il sacco nero delle sue spalle allo specchio. E’ già bruciato.

Lo mollo e pago. Lui non è nemmeno emozionato, lo vedo riassettare trasparente alla finestra come se nulla fosse… In effetti cos’è, cos’è che è stato? Un fiotto d’inchiostro o nemmeno. Me stesso in un fiotto d’inchiostro. D’un botto. PUM! Mi legna la porta dietro le spalle.

Piegato in due piango la strada e tutti si voltano a guardare. Sembrano commossi o divertiti. Pensano che pianga la fine del giorno e della luce. Ma io piango il mare degli uomini, Cerere, Bacco e la perduta Aurora.

Come Monkey Gokò ma di più

Da quando sono morto la mia vita è cambiata. Prima ero sempre lì a farmela sotto per qualche cosa. Adesso tutto va liscio e non mi viene più l’angoscia. Avete presente quegli attacchi di panico? non mi ricordo nemmeno più com’erano, tanto ho fatto pulizia nel disco rigido della mia anima.

Avevo trascorso gli anni immaginando di essere forte, e poi – quando andava tutto liscio – mi si chiudeva la gola e mi batteva forte il cuore. E dire che mi ero allenato. Parole su parole. I giusti silenzi. Sapevo leggere, scrivere e buttare sul tavolo la mia opinione. Anche gli esperimenti di telepatia andavano bene: ero in relazione diretta con Leonia e Mizzikan per buona parte della veglia e del sonno. Con altri, distanti e vicini, funzionavano alcuni fili invisibili magnetici che ci mettevano in relazione secondo quelle che definivamo coincidenze.

Con la telecinesi e l’ubiquità non mollavo, ma non sempre i risultati erano esaltanti; meglio l’ultima della prima. Era l’esercizio che mi teneva energicamente vivo. Tavolo bianco e oggetto al centro del pensiero. Obiettivo: spostare. Spazio limpido, individuazione di tre luoghi definiti dove apparire: appartamenti in vendita precedentemente visitati con Leonia. Obiettivo: apparire contemporaneamente, possibilmente insieme.

Eravamo sul punto di farcela. Eppure le cose, in generale, non andavano. Benedetto sia quel camion, che mi ha spianato come una sardina dentro la mia scatola di metallo! adesso sì che filiamo. Siamo ancora tutti insieme, e siamo anche di più.

Passare attraverso i muri è il minimo. Il fatto è che sono una cosa sola ovvero tante cose. Come potrei dire? energia atomica pura? un po’ come Monkey Gokò ma di più…

E adesso ti dico come sto

E adesso ti dico come sto. Sono a pezzi e sono felice come uno zingaro di Claudio Lolli. Datemi un gioco con cui possa trastullarmi per ore e ore. Lasciatemi stare lì, solo, sotto il profumo dei fiori di sambuco come una canzone cantata con la chitarra sottovoce le corde sfiorate dai polpastrelli. Lasciatemi lì, dietro le mie formiche immaginarie, svelte biche che mi conducono oltre l’orizzonte corrugato, quello che mi vorreste imporre.

Preferirei di no.

E dicendo così svanisco, la testa dentro il muro dietro cui mi vorreste imprigionare. Poi il corpo e l’altrove.

Sembravano nuvole

Sembravano nuvole. Erano grige nel cielo e lo ricoprivano in maniera uniforme. Leonia però, di ritorno dalla pianura, testimoniava di una nebbia straordinaria.

Avremmo dovuto annusare i conati aggressivi della nebbia. Ma anche il giorno successivo, quando sono partito per T., il cielo era ancora alto e non presupponeva l’invasione.

L’invasione avvenne nella notte e al nostro risveglio, un’ora dopo l’alba, trovammo il nemico sulla porta di casa. Mentre Leonia si scavava un riparo più profondo tra le coperte, inevitabilmente dovetti affrontare il pericolo. Anche Mizzikan rimase in retroguardia, abbarbicato al calore spiramentoso del camino. Non mi lamento della situazione: è nella mia indole di superoe sfidare entità che appaiono invincibili a chi non ha ancora varcato la soglia del Bene e del Male. Ma nonostante la mia condizione di essere soprannaturale, tremavo di paura al pensiero di quel mare di nebbia che m’attendeva là fuori.

Il nemico era impalpabile e le sue lingue gelide scivolavano dai tetti insinuandosi nell’area sconnessa del nostro cortile. Le pietre dei marciapiedi erano bagnate della bava del mostro. Ad ogni passo si rischiava di scivolare. Mi piangeva il cuore. Avevo finito di posarle appena in tempo, prima che il Signor Gelo ci aggredisse con il suo consueto assedio prenatalizio, e adesso me le rivedevo lì, sudice di bava vaporosa e utilizzate da uno dei miei peggiori nemici come tranello.

L’avrei sconfitto, me lo sentivo, nonostante la sua ineffabile evanescenza.

E così accadde. Prima cercò di sbattere fuori strada la mia micromobile. Poi, mentre camminavo nei  pressi del lago, si abbarbicò alle mie spalle come un gigantesco, viscido, gelido millepiedi e tentò d’infilarmi in un tombino sollevandone il coperchio con estrema agilità.

Solo il mio sguardo avrebbe potuto fermarlo! La certezza mi balenò nel cervello come se tutte le connessioni sinaptiche si fossero attivate – evento unico che ha dell’incredibile – all’unisono.

Sgranai gli occhi con decisione e puntai alle ventose che avevano sollevato la lastra di ferro. Furono tranciate di netto dai raggi che emanai. Subito rivolsi l’energia – a me stesso sconosciuta, ma che da sempre possedevo – contro le spire allacciate alle mie braccia e intorno alle gambe. Svaporarono così come si erano concretizzate.

La strada era libera e potevo raggiungere l’ufficio prima che il ritardo si prolungasse a tal punto da ricevere dalla mia dirigente un formale richiamo.

Sì, perché di questi tempi non si scherza. Periodicamente mi ritrovo nell’occhio del ciclone, accusato di adoperare troppo zelo nel fare il mio lavoro. In questo

posto che si chiama Italia, si dovrebbe imparare a una certa età… Declamare i risultati senza fare troppo caso se davvero sono stati ottenuti!…

“Se quelli che le hanno passato le pratiche hanno dichiarato ottimamente ultimato il proprio compito con la consapevolezza di sapere quello che facevano, perché ora Lei vuole metterli in difficoltà con la sua pignoleria? Grazie a Lei questo ufficio rischia di chiudere!”

“La Dirigente ha ragione: noi abbiamo bisogno del consenso degli uffici limitrofi, altrimenti devieranno le pratiche verso uffici più distanti per sfiducia nei nostri confronti.” Rincara la dose la Vice.

“Ditemi voi cosa devo fare! Lasciare colpevolmente che le mie pratiche procedano incomplete?”

“Non diciamo questo… ma almeno certificare…”

In quei momenti tra me penso: cavoli, se sapessero quello che faccio quando esco fuori dall’ufficio… Informerebbero subito la polizia per un arresto… per fortuna che i miei superpoteri sono superdiscreti e non hanno nemmeno bisogno di un particolare vestito per attuarsi! (Altrimenti – sigh – con la discrezione che c’è da queste parti sarei fritto!)

Di solito tuttavia le cose non sono così dirette. E mi fanno stare male.

Quel giorno fu uno dei tanti giorni destinati alla falsità, per i miei colleghi e per me che da anni andavo convivendoci. Mi sarei fatto il fegato amaro, se non avessi avuto in mano le armi per sconfiggere il mostro. Il mostro di nebbia che aveva tentato di buttarmi.

Uscii sicuro che avrei concluso qualche cosa prima che la luce se ne fosse andata. Lungo i vicoli cancellavo bocche distorte e dita orribilmente dinoccolate mirando con lo sguardo contro i muri. Risalendo verso Morghen con la macchina ebbi una sorpresa ancora più gratificante: questo mio nuovo potere superava anche la barriera del vetro. Puntando deciso davanti a me mi facevo spazio e fin dove lo sguardo arrivava, la nebbia svaniva come per incantesimo.

Questa era una formidabile scoperta, perché voleva significare che i miei occhi non emanavano raggi ma era lo sguardo stesso – qualcosa di ancora più immateriale – che stava sconfiggendo l’essere multiforme fonte di pericolo per tutti noi. A casa, Leonia e Mizzikan stavano elaborando un loro piano per sfuggire alla trama, talmente fitta da sembrare insita nella stessa atmosfera, nella quale eravamo rimasti irretiti. Li vidi meditare in silenzio davanti al camino, l’una stringendo rudemente le mascelle, l’altro stritolando con sbirciate torve le fiamme che lingueggiavano tra la legna e la cappa.

Spiegai loro qual era stata la mia scoperta.

“Ho il potere di sconfiggere questa nebbia solo con un’occhiata!”

“Ah, bella questa! Hai sentito Mizzi? Mi sa che tra un po’ ritorna a passare attraverso i muri… prepariamo i cerotti.”

“Guardate!”

Puntai direttamente la vista contro i vetri della finestra e le faccine fameliche che si rivolgevano al bel Mizzikan appollottolato sulla seggiola come se volessero farsene un prelibato boccone, svanirono. Poi mi rivolsi agli scettici dicendo:

“Avete visto?”

“Visto cosa?”

“Ehm… in effetti…”

In effetti appena avevo levato lo sguardo quelle erano tornate a fare capolino tra cornicione e davanzale… D’altronde non c’era tempo da perdere in dimostrazioni. Salii al piano superiore da dove la mia vista avrebbe potuto dominare i tetti di Morghen e liberare il paese.

Mi sedetti sul divano, avvolsi con lo sguardo le case e le colline circostanti, mi rilassai e nel giro di mezz’ora l’orrore di nebbia si diradò e scomparve. Quindi mi alzai, mi avvicinai alle arcate del loggiato e guardai oltre i vetri, a sud, verso la pianura. Il mare bianco si allontanava a vista d’occhio (letteralmente…) e sembrava ormai lontano, così lontano da non parere più un problema nostro.

I due scettici di casa gironzolarono nei miei paraggi e quella sera mi trattarono come se mi dovessero qualcosa. Diventammo uno più affettuoso dell’altro, finché non giunse il sonno ad unirci oltre ogni parola.

Quello che non sapevamo quando ci addormentammo, era che non era ancora giunta l’ora vittoria. La nebbia fece solo una momentanea ritirata e la mattina successiva bussava ancora ai vetri delle finestre. Ci sarebbero voluti tanti e tanti sguardi concentrati, ma avevo individuato l’arma segreta e nel giro di pochi giorni avrei avuto la meglio.

Almeno per questa volta chiamatemi supereroe (ma non ditelo a nessuno: che rimanga un segreto tra noi…)

i miei occhi non emanavano raggi ma era lo sguardo stesso

Vi lascio un breve ci sono

Non me ne sono andato. È solo che i tempi sono molto più dilatati di quanto immaginassi. Mi sono dimenticato di cosa voglia dire scrivere. Gli strati si sovrappongono in tempi che sarebbero normali se non vivessimo fuori dal normale. Poche pagine su un quaderno di appunti. Altre pagine. Altri quaderni. Le storie e le parole s’intrecciano fino a diventare delle finte e degli scatti che ti trascinano oltre il guado determinato dall’acqua che scorre e dalla bruma. Vi lascio questo breve appunto di un anno fa. Spero di riaffiorare presto ma non so. È come se stessi mettendo insieme delle cose. Le cose che avevo perduto. Quelle che avevo pensato di non vedere.

“1.1.2008

Ormai tutto è in discesa: è la stanchezza che me lo dice. Ieri abbiamo lasciato alle spalle il vecchio anno. Siamo stati a Morghen in tranquillità. Su in alto, dove viviamo, le cose vanno meglio. Non avrei mai pensato di potere apprezzare e godere così pacatamente della luce radente invernale, che batte calda e diretta sui vetri della nostra casa e verso sera vela le montagne di tinte ramate.

In questo tempo scopro una nuova consapevolezza, fino ad ora letta, detta o ascoltata senza offrirle il fondo del mio esistere: essere per osservare e lasciare che la vita assorba l’eloquio durante le alterne vicende del giorno e della notte.

Spesso mi capita di pensare che a questo punto scrivere sia un vezzo senza ragione per me. Questa cosa però, che non è una certezza non è un dramma, s’incaglia e svanisce come una nube all’alba durante gli incontri con il paesaggio interiore di Beppe Fenoglio; e penso quindi che sia meglio tenersi in allenamento, scrivere, studiare, tradurre qualcosa: non lo so, ma potrebbe capitare che a un certo punto tocchi a me cantare.”

 

Cataclisma

immagine di Roberto De Nisi

La luna si è fermata nel cielo estendendosi sull’azzurro spento oltre le colline. I quattro sguardi del mio cuore, – uno reale, uno allegorico, uno sensuale e uno amoroso, – si sono rivolti all’unisono su di me e hanno ascoltato i suoni distorti della distruzione.

Per quanto si possa essere filosofi della propria vita e si affronti ogni attimo con un pessimismo irritante per gli altri e consolatorio per se stessi, non si crederà mai davvero nell’opportunità di un cataclisma sociale a cui non si possa porre rimedio. Al contrario, oggi, mi sembra ormai evidente che tutto sia finito. I sintomi che avevo interpretato negativamente nel corso degli anni hanno determinato un cambiamento imprevisto. La svolta epocale purtroppo si presenta nell’aria tiepida di un insolito gennaio.

Ben poco rimane tuttavia di abituale. I mezzi che noi umani – perché ancora ritengo di considerarmi tale – utilizziamo per prendere coscienza del mondo che ci permea come una fiamma inestinguibile fino alla morte, ci tengono sempre in linea con il male planetario, che senza pause e semplicemente stando fermi ad aspettare, procuriamo. Ci sentiamo colpevoli durante l’inverno mite o alle prese con la siccità. Affrontiamo con ribrezzo i pasti in cui le carni e le verdure si fondono nella sensazione indotta di malattia imminente. Viviamo secondo schemi inaccettabili per degli esseri che di fronte ai propri simili si dichiarano votati all’uguaglianza e al rispetto del prossimo. Diviene insopportabile e stridente, eppure handly nella norma, la povertà disperata della maggior parte degli uomini, il decesso giornaliero di ventiseimila bambini per fame, lo sfruttamento di ogni rivolo d’energia conservata in natura, in un corpo, in un arbusto o in un minerale, al fine del profitto del singolo individuo. La logica tirannica del sopruso e della crudeltà s’insinua in ogni pausa del nostro volo verso il felice consumo di quel poco che rimane. E alcuni ora si chiedono, senza il timore di essere derisi, cosa succede quando crolla un impero? Che cos’avviene quando si sbriciola l’arroganza del dominio breve di un impero che ha steso una coltre di terrore sul mondo, dando dimostrazione della propria ferocia in due giornate di fulmine nell’agosto del 1945?

Mad Max è stato un supereroe? Mi chiedo davanti a una luna ghiacciata in espansione tra i vapori di una primavera falsa e malaticcia.

Non ho risposta: so solo che sono stato tirato su a cartoni animati e film americani. Fino a poco tempo fa pensavo di essere in grado, dopo un buon tirocinio, di allentare i miei legami molecolari… giusto il tempo di attraversare una parete di cemento armato per poi ricompormi all’interno dell’edificio dei segreti impenetrabili.

Distrazione

Sono andato di là pensando a qualche cosa che avrei dovuto stendere. Rientrando in studio mi sono accorto che non avevo aperto la porta: me l’ero lasciata alle spalle chiusa con il chiavistello… Dovrei stare più attento: uno sbaglio o una distrazione potrebbero compromettere il mio segreto. Da questa parte dell’universo tutto si muove e ascolta. Potrei tradirmi con una parola, figurarsi con un gesto eclatante come passare attraverso una porta di legno massiccio, per giunta sprangata…

L’ho visto

Ho visto un’ombra di movimento dietro la porta. Sono solo in casa e il gatto aspetta una mia reazione seduto su una poltrona gialla.

Un’ombra può essere la verità? penso alla novella di Melchisedech, la storia dei tre anelli e delle tre fedi. Tutto ciò per cui ci arrabattiamo è un groviglio incerto di ombre grigie e di falsi onori.

Vacanza

Come sto? tutto bene. Trovo però impertinente il correttore automatico che mi segue passo dopo passo e corregge la minuscola dopo un punto di domanda che è inserito nella sequenza del discorso… Bene dicevo, non ho dubbi sulla mia condizione attuale di uomo adulto pacatamente frivolo. Faccio piccole cose come leggere cose che mi hanno consigliato, viaggiare, fare la spesa al mercato, gironzolare per Berlin, frugare nei negozi, bere nei caffè, cucinare, mangiare e, soprattutto, amare appassionatamente, teneramente, cortesemente, placidamente, gioiosamente, leggermente, liberamente, sensibilmente, delicatamente, tenacemente Leonia, la più bella donna. La vita non si ammanta di profondità e perspicacia, se lasciata sola. Perciò mi appaga.

Il martedì e il venerdì scendiamo al mercato sotto casa. È molto comodo e si cammina con piacere fra le merci esposte. La maggioranza dei venditori sono turchi. Gridano e invitano all’acquisto. Assaggiamo i prodotti, guardiamo i prezzi e compriamo. Anche i negozi sulla strada, di solito chiusi, aprono. Un venditore di tessuti, un pescivendolo e un macellaio. In un imbiss ho mangiato il miglior kebab della città e una signora mette sulla piastra delle focaccine deliziose agli spinaci.

Torniamo a casa carichi di buste. Il primo giorno ho portato con me le borse di tela, ma anche insistendo non si può fare a meno di una busta rossa di plastica in cui i banditori infilano la roba. Davanti a tutto questo spreco di plastica non posso non vedere il disappunto silenzioso di Leonia e fingo di non sapere nulla della sua seconda vita. Ma un po’ mi corruccio.

Siamo in vacanza: spero che non si trasformi e raccolga a sé in un turbine i rifiuti e gli scarti. Potrebbe dare loro vita e renderli inestimabili… ma ora siamo solo noi come nella canzone di Celentano: aspettavo da tanto questi momenti, da talmente tanto tempo che me ne ero dimenticato.

Buonanotte.

Precipito?

Le notizie corrono molto velocemente. Mi ero illuso di poter dare credito a qualcuno che mi rappresentasse e mi permettesse di abbandonare le incombenze spesso del tutto spiacevoli che un costante impegno politico ci obbliga ad avere. Ho commesso uno sbaglio imperdonabile per pigrizia manifesta e supponente superbia.

È vero, prima di tutto devo fare i conti con me stesso. Non posso però dimenticare ciò che sta fuori, laddove il caos mentale si rivolge. Il problema è che le mie azioni non sono mai state supportate da un pensiero sufficientemente chiaro e coerente. Della mia incapacità di sostenere un’opinione per un periodo lungo si sono lamentati in molti, ma la labilità delle parole è resa ancora più odiosa dalla testardaggine con cui persisto nell’inseguimento di fole colorate e svolazzanti, mentre attorno le cose si corrompono e si sfaldano con rapidità crescente.

Non penso sul serio di essere un supereroe. Non sono ancora stato in grado di mettere in atto i miei poteri. Affinerò le mie arti e ci proverò ancora. Posso migliorare e vedere se riesco a fare bene qualcosa.

A diciotto anni avevo iniziato il percorso universitario che speravo mi avrebbe portato a divenire un magistrato. Ero stato travolto dalla passione per la Giustizia e dall’aria rivoluzionaria che avvolgeva i procuratori milanesi mentre mettevano alla sbarra i furfanti della politica italiana. Fui poi profondamente commosso, come molti dei miei concittadini, dagli assassini avvenuti in poche settimane dei giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

Frequentavo poco la facoltà e passavo le notti davanti a un minitelevisore. Nel mese di maggio rimasi paralizzato a leggere giornali dopo il pranzo e ad assistere a programmi televisivi dopo la cena. Ricevetti la notizia dell’autobomba contro Borsellino nel salotto della famiglia che mi ospitava durante l’estate, a Pécs, in Ungheria. La prima crisi e la sfiducia nel percorso che avevo intrapreso mi aveva già colto nell’inverno e avevo ben chiara la fuga da un universo di articoli mandati a memoria e di futuri avvocati intraprendenti. Mi ero lasciato prendere da una moda civile, una specie di giacobinismo vendicativo che voleva cancellare quarant’anni di sconfitte: era meglio arrendersi davanti allo scarso significato delle proprie azioni, piccoli passi tra gli altri ammassati. Ma davanti a quei fatti non ero altro che un distratto codardo. Un traditore e un codardo. La vita e la forza di due uomini solitari mi trascinavano al fondo dello stagno come massi legati alle caviglie.

Tutto qui. Poi la letteratura e l’arte. Il cinema e l’intrattenimento. L’amore e il vino. Vivere. Incasinarsi giorno dopo giorno e tornare a galla. Prendere vie contorte e filare diritto. Cambiare le cose. Cambiare noi.

Cercare, raccogliere, dire. Le cose non sono cambiate. Non so se sono cambiato. Adesso insegno, scrivo e incontro altre persone. Vorremmo tutti qualcosa di migliore: perciò non è più possibile demandare.

Ora: non so se è arrivato il momento di mettersi un mantello da supereroe…

Quando sono triste

 

Mizzikan sembra tranquillo...

Quando sono triste penso a Mizzikan che si trasforma, riempie l’aria di profumi e ronfi baritonali, alle sue zampe che si gonfiano, come il resto del suo corpo… Le sue zampe sono le prime a cogliermi impreparato, fingono di spingermi mentre si depongono morbide e carezzevoli sul mio viso, sulla mia spalla. Esse sono la lieta scoperta di un gioco instancabile e infinito, figurazione metamorfica del Mondo. E rido.


Il Laboratorio

L’aria è immobile e gli insetti l’imperlano come anguille affioranti dal mare oleoso. Stiamo preparando il laboratorio di Leonia: assisteremo di certo ancora una volta a mirabili trasformazioni. Ci ha stupiti più volte ormai saltando sopra picchi inimmaginabili e folli, attirando su di sé le più vaste attenzioni per poi dimostrare sorpresa modestia e inaccettabile semplicità. Leonia, cangiante come un catarinfrangente, non si sa se sia più a suo agio a testa in giù su un tetto o immersa fino al labbro superiore in una palude melmosa con una ranocchia gracchiante sul fermacapelli…

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