Tutte le cose invisibili: tutte le cose visibili

In realtà questa storia mi ha preso la testa insieme a tante altre che stanno nell’incubatore freddo caldo della memoria. Cose secche, con dei fatti umidi asciutti spuntati qua e là come mazze di tamburo. Sì, perché le vicende del posto da dove vengo non si svolgono, ma cadono dalla pianta e marciscono in fretta come le fragole nel frigorifero.

Ve lo devo dire: mille volte mi alzai dal letto pieno di sogni e buona volontà con l’intenzione di radermi e uscire di casa. Mi tagliai talmente da perdere per anni la voglia di farmi la barba. Adesso però mi tocca… così lunga… so già che mi sgranerò la pelle del collo e della faccia… sanguinerò come un pollo scannato…

Camminavamo nella nebbia dietro il carro funebre, dalla chiesa al cimitero come si usa. Non ce ne accorgevamo. Il pulviscolo grigio ingannava. Nel gelo vaporoso apparvero i fantasmi che eravamo. Ognuno vide le sue cose com’erano state, nonostante i cambiamenti percettibili. E io vidi le mie.

Dimenticai la banalità del male. Le villette a schiera costruite una in groppa all’altra. I casoni stravaganti all’americana nel cuore della risaia. Uscii un’altra volta dalla casa all’angolo, tra il circolo e il tabaccaio. Lì viveva Lucia. Ero soddisfatto, perché avevo giocato con tutti senza lamentarmi. Al momento opportuno avevo preso il cappotto e il cappello. Mi ero annodato la sciarpa intorno al collo e avevo dichiarato di dover andare. Mi ero congedato con un breve sorriso. Chiudendomi la porta dietro le spalle avevo intravisto i bambini rincorrersi con dei cuscini fra le mani.

Sulla strada ero solo. La nebbia mi sbarrava il passo. Spazzava via le mie orme impedendomi il ritorno. I muri si alzavano ai miei fianchi. Mi negavano le finestre, le luci, le ombre delle figure umane ricoverate negli interni.

Negli ultimi giorni la ghiandola inguinale si era infiammata. Mi faceva zoppicare. Aveva iniziato a darmi fastidio qualche settimana prima. Avevo promesso a mio padre che mi sarei fatto vedere dal medico e adesso, – mentre lui era lontano, in un campo da calcio ad allenarsi per la domenica, – stavo mantenendo la promessa.

Andavo verso la piazza. Avevo salutato i miei amici. Non sapevo che non sarei più tornato.

Tutte le cose invisibili: tutte le cose visibili. Vaghezza sulla strada verso il cimitero. Abbandonato il paese avvolto nel silenzio. Il respiro pesante del maggese declivio. La fila regolare degli orti. L’ordine opposto dei campi. I gerbidi paralleli alla roggia. Quando arrivammo a destinazione.

Lui era Antonio

Se potete andate via di qua. Troverete un film intervista unico su mio padre. Uno dei miei padri.

Vi indico la strada. Seguitela, perché ne vale la pena. E abbiate pazienza di scendere al fondo e di aspettare che si carichino le immagini.

http://www.comune.modena.it/biblioteche/delfini/antoniodelfini.htm

Buonanotte

 

 

Dal sapore esotico francese

Sono su un aereo e mi sento solo: penso al mio corpo nudo in atterraggio, che si mescola con altri corpi a causa di un’eccessiva precipitevole velocità.

Fra poco saremo in aeroporto. Ognuno di noi raccoglierà abiti ed effetti personali. Qualcuno pronuncerà un saluto mormorato. I più si allontaneranno frastornati dalla promiscuità indesiderata.

Saremo lì, negli anni che non torneranno più, quando si fumava, si beveva e si afferravano le notti come mele non ancora mature, e si strappavano foglie e rami senza badare alle sentenze emesse dagli alberi.

Il tempo laggiù era circolare. Sembrava non trascorrere mentre scivolavano tra le dita le pagine. Gli abiti si sdrucivano. Le briciole si accumulavano.

Non ci ricorderemo più niente. Vivremo le nostre storie come vicende di un film avvincente dal sapore esotico francese.

Come arrivammo in quel consesso divino di giovani senza rotta?

Non lo sapremo mai.

Senza svanire mai

Sono un aereo in volo. Porto con me i miei passeggeri. Sento ciò che pensano lavorare sulle mie forme. Sogno viaggiando.

E’ stato quando ho preso per la prima volta un pullman, a N. Non era come andare nel cesto in bicicletta e sulla strada le cose ti passavano di lato scorrendo via dietro le orecchie. Tutto al contrario. Stavo in braccio a mia madre sul fondo dell’abitacolo. Lì c’era uno spazio ribassato privo di sedili. Mi tenevo forte e guardavo fuori dal vetro posteriore. Il mondo si allontanava sempre di più senza svanire mai. Ciò che era fuori appariva all’improvviso dalle nostre spalle. Ci circondava. Ci inseguiva arrancando. Un uomo in bicicletta restava a fatica nel campo visivo per un tempo che non sapevo calcolare, – un attimo, – l’intermittenza breve di una scossa e svaniva sulla strada che lo aveva condotto fino a lì, a tratti guardando avanti, verso di noi, senza riconoscerci e poi abbassando gli occhi oltre i pedali, sull’asfalto in rapida corsa.

Eravamo chiusi in un cerchio magico avvolto dai rumori degli ingranaggi come strati interposti di cellophane trasparente. Le vibrazioni ci permeavano rendendoci immuni al tempo. Questo fermarsi e guardare indietro, alla via appena percorsa, era un po’ come fare silenzio, tensione e pensiero all’istante.

Farei la firma per tornare da dove sono venuto?

Non credo.

I nostri gattai stanno lassù

Abbiamo parlato, abbiamo attraversato il tempo. Siamo ancora sulla strada. Noi siamo vivi, loro sono morti. Loro saranno vivi, noi saremo morti. Noi saremo vivi. Con la nostra merda e con la nostra sofferenza. Perché siamo roba così, tanto per stare insieme e volerci bene. Siamo quello che vuole il nostro signore, piccoli uomini liberi di danzare. Le risate nevrotiche e innamorate ci appartengono. Sono i pensieri che affiorano dal silenzio, meditazioni equivoche per chi non vede oltre i vetri appannati dell’abitacolo che ci ospita.

Eravamo in tre. Di più non ci saremmo stati. Un quadro paradisiaco da diluvio universale. La pioggia sul deserto e dentro noi a morire di sete.

Mi mancano tanto quei minimi gattai che passano all’alba. Lasci fuori il tuo gattino vuoto, la sera, prima di addormentarti, e lo raccogli al risveglio, bello pieno e pimpante d’infinito, le zampe zuppe di lacrime di stelle.

Sì, perché i nostri gattai stanno lassù, nelle fabbriche celesti, e non perdono tempo. Neanche un secondo. Tutte balle che sulle stelle non ci si può stare. I gattai ci stanno e lavorano a più non posso per produrre diverse misure d’infinito, frammenti di verità e fritelle di colui che non si può dire.

I turni di notte sono feroci, non c’è un attimo di respiro, purché gli abitanti della Terra e degli altri pianeti acquatici siano felici.

Com’era verde la mia valle

Sebbene sia difficile perseguire ciò in cui si crede, non vuol dire che sia falso.

Di solito corro lungo il torrente perché è l’unico percorso pianeggiante tra le nostre colline. Corro tra le piante esili e i prati in fiore. Corro e vedo gli effetti dell’indecisione.

Due linee elettriche ad alta tensione sfilano criminalmente per la valle. Tranciano e uccidono il bosco, i campi e il paesaggio. Se potessero schiaccerebbero anche le case. Alzano i loro piloni. Minacciano con prepotenza il cielo. Tranciano le foreste secondo triangoli e rette funzionali. Distruggono le antiche vie di comunicazione. Preparano il lavoro per gli archeologi. Aprono strade nei prati. Gli unici terreni fertili se ne vanno. A loro servono accessi comodi affinché i servi li preservino dal logorio del tempo.

Corro sotto lo scempio ultimato. Contemplo le stanze vuote della casa con il dolore di avere perso la parte del mondo in cui avevo seppellito i miei segreti. È proprio lì che i ladri sono arrivati, nella vela candida dell’immaginazione; e hanno rubato. A mettere a soqquadro un mondo si fa presto, ma poi si deve chiamare Dio per fare un po’ di ordine. Non è uno scherzo. Questa gente ha strappato mille e mille anni di ricordi, innamoramenti, sogni, fantasie, riposi, silenzi, canti, fruscii, drammi, fughe, ninnenanne, ammirazioni, sorrisi, commozioni, addii e nostalgie. Lo hanno fatto in un attimo. Con un decreto governativo, chilometri di fili e sbarre d’acciaio, ruspe e camion carichi d’ingiustizia e d’arroganza.

Proprio mentre sgrano gli occhi incredulo sul vuoto che non mi è familiare, mi accorgo che i ladri sono tornati. Si occupano di smontare i mobili più ingombranti. Smontano le finestre. Allargano i muri. Lo fanno indisturbati. Dopo avere fatto uscire la mobilia più preziosa richiudono tutto. È come un incubo. Siamo tanti lungo la valle. Sbraitiamo ‘aiuto!’ ma non emettono suono le nostre ugole. Ognuno dal suo punto vede gli altri sbracciarsi, ma non sa raggiungerli. Sembra impossibile colmare le distanze.

All’esterno sembra che niente sia accaduto. Gli amici vengono a trovarmi e mi danno una pacca sulla spalla.

“Fortunato te che stai in Paradiso!”

I ladri si sono accampati in giardino. Non li disturba nessuno. Nemmeno io mi azzardo ad avvicinarmi. Quando li si incrocia non c’è l’imbarazzo di salutarli: tirano dritto a spazzolare gli ultimi sogni sperduti e a chiudere le falle che si sono formate sul terreno, lasciandolo definitivamente inerme e accidentato.

I più disperati di loro dormono nei container. Sono l’ultima ruota del carro. Non vale nemmeno la pena di prendersela con loro. Sollevano i prati e le strade, smuovono i terrapieni, ribaltano il greto del torrente e sfasciano a strisce la foresta. Lo fanno per soddisfare i loro scipiti desideri. Una macchina nuova più grande della precedente. Una tivù al plasma più grande della precedente. Una domenica in famiglia al centro commerciale. Una vacanza esotica, magari fuori stagione.

Dispongono lunghi tubi e li ricoprono con la terra smossa. “Pagano bene e io lo faccio: a te che te ne pare?”.

“Continuare a vivere, continuare a vivere nel modo mio migliore”. Mi dico. “It’s a desert, but we should try to plant the flowers, the herbes and the vegetables. Concimare, concimare ancora, finché Dio non tornerà a riportare l’ordine in questo angolo di casino”.

Niente sconfigge

Molte nuvole all’orizzonte

Sufficienti sorrisi intorno

per annientarle

Rimandami indietro

Sempre più

Per sfruttare la forza

del tempo elastico a ritroso

per volare avanti

lontano

invisibile

perché niente sconfigge

niente

Dio sta seduto al volante

La macchina è parcheggiata in un vicolo cieco. Dio sta seduto al volante. Ascolta Canzone d’Amore delle Orme. Immagina un uomo seduto su una macchina parcheggiata. L’uomo ascolta Canzone d’Amore delle Orme, mentre una coppia di anziani attraversa la strada.

L’uomo immagina di essere vecchio e di attraversare la strada tenendo la moglie a braccetto.

“Epigrammi veneziani” di Goethe

Traduco qui l’epigramma veneziano n. 4 che Goethe scrisse nel 1790, durante il suo secondo viaggio quaggiù. Questo è quello che siamo, il nocciolo della nostra identità che attraverso gli anni non trascolora.

“Questa è l’Italia, quella che ho lasciato. Ancora il sentiero impolvera,

Ancora il forestiero è ingannato, comunque egli voglia agire.

Cerchi la correttezza tedesca in ogni angolo indarno;

La vita e il suo brulichio sono qui, ma nessun ordine né temperanza;

Ognuno pensa per sé, diffida del prossimo, è vanitoso,

E i capi degli stati provvedono ancora una volta solo per se stessi.

È bella questa terra; però, accidenti! non trovo più Faustina.

Questa non è più l’Italia, quella che ho lasciato con dolore.”


Un’isola

… ventre della Terra fosse nell’acqua o fosse calpestato dagli esseri che respirano l’aria.

Alle mie spalle un uomo dallo sguardo rosso e cattivo rispose alla domanda che mi ero posto nel rumore distante del turismo. Probabilmente i miei pensieri, – a cui davo eccessiva importanza, – erano talmente sonori da rimbombare nel vuoto solitario e uscire dalle labbra in forma di parola.

La terrazza era alta sopra la strada che costeggiava il lago. Le prime nubi razziavano l’azzurro del cielo mentre il riverbero crespo del sole preannunciava l’imminente battaglia.

Era tutto finto. Le nubi si stagliavano marmoree e basse sopra le isole e le onde del lago. Sembravano riunirsi all’elemento originario acquatico, ma non perdevano quota e dividevano in due parti i monti morbidi del versante orientale, vaticinando il ritorno di un nuovo giorno radioso e screanzato.

Le nuvolette correvano liete sotto gli sguardi degli invitati al banchetto nuziale, quando in fila e giocose le beccacce, le folaghe e i germani iniziarono a farle esplodere, senza cattiveria, come se da giorni si fossero preparate a partecipare a quello stravagante rito della migrazione. Immaginate che abbiano prima dovuto gonfiare uno ad uno quei palloncini fatti di niente (acqua, aria e sale)? Un lavoro lungo e meticoloso prima della sera di festa, che avrebbe sancito la loro partenza e il lungo viaggio verso Sud…

A quello spettacolo il contegno vago degli astanti divenne riso e divieto di pronunciare la frase: “Ma questo è assurdo!”

La voce dell’uomo si allontanava dall’aspetto che imprimeva alla sua figura lo sguardo ferocemente albino. Parlava al riparo di una pergola e una tenda purpurea aggiungeva al suo volto un’ombra di distinzione.

“Non può che trovarsi dove la terra affiora e l’acqua incombe e sconvolge”.

La risposta ai miei pensieri, giunta da una figura lontana dal mio essere interiore quanto il falco dal coniglio in cerca dell’ingresso alla propria tana tra ciuffi d’erba e massi erratici, mi sconvolse e mi lasciò sospeso nel silenzio interminabile che prolungò le sue parole.

Le ferite si muovono nell’aria come fendenti forsennati contro il corpo del cervello. Rami spezzati, gocce sparse ed ordinate di circuiti biologici divenuti volti, azioni ed esistenze. Al centro i circoli ronzanti della sinapsi, distesi sui cocci di un vetro rotto dal martello impreciso di Thor e conficcatosi dall’alto sul tavolo freddo dell’artista, lame feroci le idee.

“Ovvero dove siamo noi ora”. Continuò l’uomo. “Le è mai capitato di camminare nei meandri umidi di un angolo impresso dal pensiero umano o dall’assenza esausta del destino? Nel corso di questa interminabile giornata d’estate… a proposito… credo che non le sia sfuggita la tempesta che attende dall’altra parte del Monte… vedremo il fulmine cadere… E forse sarà consigliabile attendere la fine della tempesta… sempre che allora la luce sostenga i nostri passi… dicevo… Mi scusi, ma accade a volte che mi perda nei miei discorsi: non si dovrebbe dare retta a tutto ciò che passa per la mente quando si sta di fronte ad un ascoltatore attento come lei… eppure… nella foga del dire si ripete, si perde il filo e si casca nell’errore… nello scarto temporale che rivela l’inadeguatezza della persona davanti al ruolo che vorrebbe rivestire”.

Parlava contraddicendosi, esorbitando: eppure tra una scusa e un incespicante inizio apriva dei cunicoli bui e attraenti; sembrava giocasse con la mia curiosità attirandomi sulla soglia di mondi sbarrati e inaccessibili per le mie membra goffe e giganti.

Cercai di non offrire attenzione ai suoi discorsi e allo sbigottimento iniziale sostituii la distrazione impressa dal mobile paesaggio; ma prima che voltassi l’intenzione in atto, le sue parole mi anticipavano indicando un punto sul quale apporre lo sguardo. Mi stava studiando, mescolando ciarle a dardi di temprata intelligenza prima di abbattermi con una folgorante verità, o semplicemente stava sciorinando a uno sconosciuto le riflessioni che era andato rimuginando in un giorno d’indolente vacanza? Parlava ad enigmi ed era pervaso da uno spirito leggiadro: avrebbe potuto essere uno scienziato, un uomo di fede o un collezionista di opere d’arte.

Riprese il discorso nonostante il mio contegno. Sillabava lentamente. Una mano tastava con delicatezza il collo sottile, come se volesse sincerarsi della sua consistenza carnale.

“La distruzione avvenne nel corso di un secolo. Lentamente? I principi si appropriarono dei terreni, un po’ promettendo e un po’ pagando. Era un tempo lontano, ma non così distante da dimenticare quello che accadde. Da allora sono svanite quindici, sedici generazioni. Tuttavia non sono cambiate l’acqua al fondo e le rocce su cui poggia una scenografica bellezza. Tra muri umidi e cinerei esse raccontano”.

Non capivo proprio di cosa stesse parlando. Il luogo in cui sedevamo mi diceva tutto fuorché distruzione. Forse ero capitato tra le grinfie di un solitario uomo di cultura tedesco (deduco ciò dal suo italiano ricco accompagnato da una lontana reminescenza teutonica che dolce e incancellabile affiorava dalla morbida lingua educata negli anni alla facondia mediterranea). Era probabile inoltre che costui accompagnasse la sua esistenza alla critica applicata, la quale sfociava inderogabilmente nel pessimismo cronico senza permettere al soggetto l’ammirazione del bello colto nella sua incongrua preziosità. Un principio così carico d’implicazioni negative e catastrofiche prolessi non fece altro che allontanarmi in maniera repentina dal mio interlocutore, al punto che non seppi resistere alla tentazione di rivolgermi al cameriere e con tono perentorio dire:

“Il conto, per favore!”

Chi ti guarda non ascolta, il suo volto e la postura del corpo dimostrano la noia di chi non sa cosa fare della propria eternità momentanea. Nel buio ti accorgi degli stessi difetti che per un breve tempo vitale ti accompagnano: lo sguardo fisso nella tua immagine, la trasparenza azzurra del pavone, la rivolta rossa e caduca della carne in moto attraverso il sangue.

E nella luce vibrante del giorno ti allontani, conservando il mistero insondabile di una stanza che rimpicciolisce in trasparenza sul celeste del lago.


Per nulla sfiduciato dalla mia evidente impazienza, sottolineata dagli sguardi ripetuti che indirizzavo verso la sala interna e le scale, l’uomo riprese con il resoconto del suo piccolo viaggio isolano:

“Questa mattina ho passeggiato. Erano tanti anni che non lo facevo. È incredibile quanto silenzio si riesca a trovare in un luogo gremito di turisti. Uomini glabri avanzano, magri e smunti accanto a donne bianche e grinzose. Capelli tinti e berretti a scacchi sopra occhiali scuri, fingendo di vedere mascherano rose di rame. Le coppie dei giovani innamorati si separano e si allacciano soffermandosi davanti ai boschetti di bambù, tra i viali che cerchiano i prati popolati da famiglie di pavoni bianchi. Le piume candide danzano perdute sugli steli d’erba e nell’aria. Gli obici sulla piazza d’armi guardano le Scuderie con l’unico occhio che posseggono. La fila dei visitatori attende il biglietto per entrare nel palazzo. Le barche saltano sulle onde e mostrano la chiglia curvando. Le donne vendono i souvenir nei vicoli ombrosi e dietro la darsena. Qualcuno paga, qualcuno beve il caffé. Chi si stira e chi si allontana. I cuochi preparano il pranzo e gli odori salgono col fumo al cielo. La luce aumenta i movimenti, e nessuno si accorge di questo vivo, placido, incommensurabile silenzio”.

Aveva ripreso vita la polvere del tramonto. La luce imprimeva alle mura la presenza delle rose che esorbitavano al passo invisibile di una giovane donna. La sua figura era impressa sul tavolo rotondo a cui si era accostata per scrivere una memoria fuggevole e delicata che avrebbe voluto conservare per la vita, breve scampolo di felicità. In un fremito si affacciò alla finestra sorvolando le rose che si moltiplicavano come desideri sull’ammattonato consunto dai passi degli altri. Portò la penna alle labbra e disparve, leggero e metallico fruscio.

“Sembra che gli dèi soli sappiano godere del mattino. E noi non siamo dèi.”

“Lei crede? Eppure la sua lingua, il suo parlare pacato e forbito, i gesti che l’accompagnano, sembrano venire da lontano e sanno di sulfurea eternità.”

Era la prima volta che mi rivolgevo allo strano personaggio albino che mi aveva irretito nei suoi discorsi. Esordii nel dialogo con malcelato sprezzo e radicale ironia, il che da colui che ascoltava non fu percepito. Almeno credo, sebbene ricordi di avere notato nel suo dire, come al principio del nostro incontro, una confusione che si esplicò inavvertitamente frammista ai legami precari dell’aria.

Le figure in penombra dicono dell’immortalità. Sono presenze acute di una storia involuta.

Gli esseri che sovrastano gli uomini e governano le loro azioni appaiono come spiriti immobili e innocenti; attraggono a loro il sangue fragile prima che si rapprenda. Lavorano in silenzio davanti al fuoco immateriale, prevedono la morte nella cucina bassa e caliginosa.

Mentre fuori qualcuno giura di aver sentito urlare, grida strazianti nella notte illuminata dal candore della luna si spandevano per i vicoli stretti dell’isola deserta, dove i bambini andavano in cerca del cimitero.

“Lei mi lusinga… ma la nostra eternità è breve: due, tre generazioni al massimo… e poi dovremmo chiedere alla polvere… No, io sto parlando di ciò che è sorto dopo la distruzione. Anche lei oggi è stato in visita ai giardini?” Non attese la mia risposta. “Arrivato allo spalto finale, laddove vi sarebbero le cabine degli ufficiali se l’isola fosse davvero una nave pronta a prendere il largo, avrà notato le statue distese, sedute o in piedi ad osservare – i muscoli rilassati – il passaggio inconsueto di esseri antropomorfi agghindati con colori sgargianti, che ormai si ripete negli anni?”

L’uomo, padrone finalmente della mia impacciata attenzione, si soffermò per respirare l’aria mentre il vento spazzava via gli ultimi miasmi d’afa. Arrivò il conto e nella pausa rivolsi un suono d’assenso a mezza bocca del tutto superfluo, che sarebbe potuto essere inteso come una risposta alla domanda retorica appena rivoltami o un ringraziamento di fronte all’implicita richiesta di compenso camuffata nel bianco di un piattino.

“Queste figure olimpiche nella roccia sono artisticamente miserevoli, eppure hanno raggiunto la superbia dell’eternità sconfiggendo lo spirito che in questi luoghi aveva trovato dimora. Dove esse riposano cariate e tozze da centinaia d’anni, visse un villaggio. Si dice che un luogo è l’anima del suo popolo e il cielo che lo sovrasta la sua divinità”.

Cadono uno sull’altro parlando, scambiandosi le storie dei pescatori o le ultime novità in fatto d’amore e di tradimento. Qualcuno giocando a carte è rimasto col braccio rappreso nel gesto di rilanciare un piatto misero. Altri bevendo hanno mescolato il vino al sangue, alle parole dette e alle fatiche rimaste nell’aria. Tutti i volti si accendono e illuminano i teschi che concepiscono opere umane e pensiero.

Parole e gesti, vita e miracolo rimescolati dall’arte, fusi e riesumati si consumano al buio delle candele che dettano vita e dicono morte.

“Qui tutti hanno dimenticato… faccio ridere… arrivo io, straniero, a ricordare… non posso che riesumare nella mia fantasia un villaggio di pescatori abbarbicato sul colle roccioso, gente dura, abituati alla burrasca e al Maggiore. Come gli abitanti dell’Isola dei Pescatori, ci è mai stato? È un luogo semplice e popolare. Non si vedono più le reti distese al sole, ma il paese ha conservato un equilibrio con il passato. Si passeggia volentieri per i vicoli umidi carpendo il profumo del pesce fritto nelle cucine dei ristoranti, che liberano nell’aria le note ronzanti di una radiolina incollata allo scaffale, accanto alla finestra chiusa da una rete al volo delle mosche, delle vespe e delle zanzare. Ma cosa dico?… ha ragione lei: continuo a divagare… noi in quest’isola cerchiamo lo sbigottimento, che nessun altro luogo ci saprebbe offrire. Eppure provo timore a pensare a tutto quello che è stato, al motivo che mi spinge a raccontarle delle storie… per un attimo nel corso della mia passeggiata ho creduto di non esistere, ma subito dopo mi sono pentito di averlo immaginato ed ho invidiato lo sguardo felino che coglieva il mio scoramento spiandomi dietro una fila di gerani fioriti”.

Il sole era scomparso e tutto ciò che era luminoso si stava velocemente oscurando. Lo smarrimento che l’uomo aveva descritto si rese presto palpabile come la tenebra. Un fulmine silenzioso batté tra il cielo e la montagna lasciando nell’occhio il segno di un mondo diviso a metà.

“Il mistero di questo luogo sono le radici dissotterrate delle piante tropicali nelle umide profondità delle serre, i souvenir impacciati tra le dita degli oranti, piccoli busti di donna fuggiti in fila dalle acque, il rumore impreciso della morte e il sangue asciutto di mani profondamente tagliate: lavoro, ricchezza e umiltà s’intrecciano nel trambusto cieco di una giornata; poi si fa sera e tutti se ne devono andare. Eppure qualcuno resta sempre.”

Le prime gocce battevano sulle cose. Una goccia grande come un bottone toccò il dorso della mia mano. Raccolsi il quaderno aperto sul tavolo e scesi senza voltarmi.

L’isola buia e affannata sotto lo sguardo ammirato del profilo di un corvo, le ali ripiegate, è un balsamo a cui il viaggiatore eterno non sa ritornare.

Foto di Gianpiero Zanzi


Pavoni bianchi

I pavoni bianchi
Le donne anziane
Le palme nane nei grandi vasi
Le radici dissotterrate
La serra profondamente affondata
Miriadi di sassi neri
Tuffi nel cuore le radici
Le radici
Una nicchia, un piedistallo
Le piante tropicali

Camminare nei meandri
umidi di un angolo
impresso dal pensiero
o dall’assenza

La frenesia dell’infrequenza

Quanto mi manca il mare?

Quanto la mia vita giovane. Quanto i giorni che ho perduto.

Resto nel tempo innamorato. Sotto il sole. Al tramonto. All’alba. Quando la luce ci fa arrossire di bellezza. E non sappiamo se ci saremo ancora. Perché questo è l’ultimo atto.

L’ultimo nostro atto. Più assoluto della carne. Più eterno dei pensieri.

Facciamo i conti. Quanto ti devo macellaio. Dammi della carne buona. La dovrò cucinare per i miei ospiti. I miei ospiti sono persone importanti. Giungono dall’eternità.

Come le lacrime. Acque trasparenti al neon. Devo essere buono. Devo essere il migliore. Superare in ospitalità il re dei Feaci. Concedere loro il diritto di dormire. Nella notte che conduce la danza. La frenesia dell’infrequenza.

Mi mancano i tuoi occhi, amore. Dove sei stata? dove sei ora? perché te ne sei andata? mi manca il tuo tempo. Ritorna su di me. Come un appunto un foglio dimenticato fra le miriadi di fogli sovrapposti sulla scrivania.

Torna su di me. Non sono ancora caduto e marcio. Sono appeso al ramo. Sono di un bel rosso acceso che mi arroventa le punte. Cinque punte dure e affilate.

Torna su di me.

Incontro con Calderara. Parte II

In un paese di muschio, sotto una pioggia battente, in una casa disabitata, conobbi la pittura astratta. Ero incantato attraversando le stanze dell’arte degli anni passati in Europa, gli anni della pace e dei messaggi essenziali ridotti alla struttura, forse momentaneamente perduti.

E mi resta di quei giorni il grigio delle acque, la linea vaporosa che confondeva le sponde, le case, l’isola e le montagne in un piano levigato e tragico come la vita.

Incontro con Calderara. Parte I

Rappresentare il lago senza severità. Il lavoro di Calderara è stato stupefacente. Ha levato le sfinite azioni di chi non sa dove andare e morde, aggredisce, non lascia spazio alla pace. Ha levato il sonoro e gli inutili dardi della solitudine offesa. Ha levato grugniti che divengono suoni articolati per ferire. Ha levato, fino a lasciare sulla tela dei suoi pensieri l’essenza lineare e imprecisa delle cose.

Per sapere di lui ho iniziato dalle sue opere, come il medico che controlla le feci del paziente febbricitante prima di prendere una decisione.

La prima volta che incappai nel suo lavoro fu nel 1998, durante l’autunno piovoso: avevo preso una pausa dal gioco prima di rientrare con un’impresa giornalistica fallimentare, che ancora una volta mi avrebbe messo spalle al muro uscendo allo scoperto. Di ritorno da un soggiorno estivo nel Sulcis, mi ero ritirato per alcune settimane da mia nonna, che si era trasferita da poco sul Lago d’Orta.

Quando tutto è tranquillo e il corpo e i pensieri scorrono fluidamente nei vasi capillari del tempo, è giunto il momento di preoccuparsi. Un nervo non è capace di seguire gli altri, s’incaglia e trascina con sé piccoli grumi che diventano fango. La calma apparente è dolorosa, è un peso senza eguali sulle tempie e sulle mascelle, e scende lungo la cervice fino alle scapole.

Allora non pensavo a tutto questo. Lo percepivo lontanamente e lo apprezzavo, come le nuvole estive che contornano di sbuffi bianchi la pianura. Ero sereno. Perlustravo i dintorni lacustri come un cane randagio. Mi rifugiavo nei vicoli umidi, sotto i porticati, e prendevo la pioggia come un bene comune.

Entrai nella casa di Calderara per caso, sotto l’acqua, scorgendo un cartello sull’anta aperta che diceva “Ingresso libero”. Passai attraverso una piccola porta e un pertugio come in una fiaba. Salii una scala ripida e aggirai un prato in cui il cielo gocciolava. Saltai infine sopra tre gradini e spinsi una porta socchiusa.

Morghen, 15.12

Tutto quello che si può fare

è stare qui

come lacrime sulle gote

ad essiccare

Ad ottobre, il sole

La diffusione luminosa in quei giorni era crudele. Storceva le foglie e affossava le occhiaie dei vecchi che sbirciavano il mondo dietro le tendine della finestra. Un’aria spietata gelava il sangue e commuoveva.

Non ci sono parole per descrivere la disperazione di vivere e il calore umano che ne discende, lo stare insieme per scoprire che si sorride e si freme per una volta ancora; e che tutto ciò non conta.

Le fotografie sono un appiglio per la nostra breve memoria, che richiede sovvenzioni e ciambelle di salvataggio mano a mano che si dissipa. Ogni attimo di trascuratezza si ripercuote nella nostra mente creando vuoto e paura in un incessante crisi di agorafobia. Il sentimento della fine è ciò che ci muove fin dal principio e ci conduce ad essere parte inquieta nell’immobilità dell’oblio.

Lavando i piatti

Montagne in scala

colorano il cielo

d’ibisco,

svaniscono

avevo scritto un po’ di anni fa costeggiando il Lago d’Orta. Oggi, un po’ per volontà e un po’ per caso, mi ritrovo a vivere in una casa che non si affaccia sul lago, ma osserva da secoli quei tre scalini collinari che al tramonto, dileguandosi nella bruma lacustre dell’autunno, si mescolano con la nube indefinibile del cielo.

In questi attimi, lavando i piatti, prendendo l’acqua per il tè o dando da bere al gatto, dalla finestra della cucina, attraverso le foglie stanche di un ciliegio, vedo le tinte trasformarsi, accendersi e cadere nel buio leggermente illuminato da una linea sottile di sole assorto oltre l’ultimo orizzonte. 

Vorrei essere un superstite

Questa comunità ha dimenticato tutto. C’era una generazione forte, che ha cancellato ogni attimo di ricordo e ha lasciato davanti a sé il vuoto in cui si muovono fantasmi-scimmiotti ubriachi, convinti che stare rinchiusi negli abitacoli delle automobili a correre negli stretti vicoli del paese suonando i clacson furiosamente sia la migliore delle loro tradizioni da difendere contro la tracotanza degli stranieri.

Vorrei essere migliore.

Vorrei essere un superstite.

Il disumano ha vinto troppo velocemente per noi che avremmo voluto resistere. È talmente facile non pensare da non farci più caso. Non può essere tuttavia questa la leggerezza alla quale non so aderire. Senza pensieri la fine è vicina e l’azione si apre all’ indeterminazione dell’errore umano, ma non tutti aspirano all’oblio. Non tutti i lavori hanno un compimento: alcuni di noi operano con serietà nello spazio incommensurabile e polverizzano il limite svanendo con allegria.

Le voci stridule, il ronzio dei tagliaerbe, lo sferragliare dei motori, le risate sguaiate, il sonoro delle televisioni, l’ora esatta assordante, le immagini piatte, la fama degli sciocchi, le convenzioni impalpabili, gli spiccioli dei mendicanti, i cenci del potere e la peste degli innocenti: oltre a ciò esiste qualcosa che non si vede, lo sa l’uomo che è vissuto a poche centinaia di metri dalla mia casa; un uomo che ha guardato la luce senza confonderla con le cose che illumina.

Quando penso a scrivere di Antonio Calderara mi perdo in mille problemi connessi ai corpuscoli incomprensibili e oscillanti che determinano una presenza luminosa.

Darsi un appiglio

Tutto è spento, grigio, e il freddo, sempre inatteso, vieta di uscire di casa.Mancano i minuti sul quadrante dell’orologio e per questo le lancette girano senza sosta.Darsi un appiglio per continuare è l’unico obiettivo possibile.Calderara aveva colto d’istinto gli aspetti intimi del pensiero, da contadino magicamente in ozio per una vita.

Sotto riaffiorano

Appaiono sotto le orme gli strati effimeri del passato. Le strade si ripetono e il tempo trascorre. L’asfalto si disfa sotto le gomme delle automobili, reso friabile dal silenzio battente delle piogge. Sotto riaffiorano i ciotoli pazientemente conficcati nel terreno, rappezzati e riparati secolo dopo secolo come se il mondo del lavoro manuale non dovesse mai finire.
Invece è finito, in un attimo e non è più tornato. I prati e i vigneti sono divenuti boschi, la terra e l’acqua hanno divorato i terrazzamenti riportando i colli nei limiti profondi di un presente verde, oscuro. Solo alcuni fortunati possono attraversare questo parco archeologico vietato ai molti che vivono in guerra con i propri simili e combattono con le armi migliori, le più moderne e tecnologiche, le più adatte ai campi di battaglia su cui si scontrano gli uomini sotto la stella di un destino comune.
Tutta questa vita è irreprensibilmente modesta: si rischiara per un momento nella variabilità dell’universo contemplandone la luce.

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