Entro i limiti dell’estinzione

 

“Tu non mi conosci.” Dissi a Mari.

Era vita nuova, fermata per strada e accompagnata in un bar.

Non mi conosceva, eccetto l’invito che le rivolsi e il suo sorriso davanti a un tavolo piccolo in una stanza evacuata; ad una certa distanza un’ottomana.

Sedendomi cozzai nel suo ginocchio e pensai fosse la ghisa del tavolo.

Osservava.

Pensava.

Il mio volto si allargava sulla sua figura considerandola entro i limiti dell’estinzione.

Distonia al buio

 

Mi sveglio ogni mattina all’alba per andare a lavorare.

Non posso dormire a lungo, mentre penso a questa storia. Vado a letto troppo presto, ogni sera. Sogno sempre di essere in ritardo, che devo andare al lavoro.

Nessun lavoro oggi però.

Mio fratello in sogno. Vuoto spazio. Le cose all’orologio, in evidenza contro il muro. Una sottile linea verde riluce. Ancora. Stavo dormendo. Un sogno.

Da mezz’ora aspiro al sonno. Non posso alzarmi dal materasso in lattice. L’aria condizionata mi trattiene sopra assi di polistirolo fischiato.

Ancora aria condizionata, ancora.

Non navigo nell’oro. La mia casa è una stanza, le mie provviste sono abiti. Cinquanta pollici bui sono il bagno. Ci sto dentro e non posso vedere.

Accendo le luci dello specchio. Bruciano le pupille. Non mi rado, almeno oggi non mi rado, dico mentre decido uscire.

Nemesi domani

Sono un uomo di poche pretese. Attento, preciso sul lavoro; corretto, convinto del valore delle merci che vendo. Non lesino moine ai superiori né colpi bassi ai colleghi e ai sottoposti. Ho una mentalità vincente. Fiato leggero salire salire, oltre i picchi delle vendite tra insetti volanti e aquile arcigne, nelle stanze ovattate di bianco e alluminio dell’amministrazione. Ci sarà. Ci sarei.

Ma fuori dal Jocker Palace perdo il gusto. Impersono le vicende. Stento, taciturno e accidioso… è l’accusa che settimanalmente mi rivolge il Reverendo Angras per tubo o in parrocchia… È vero, ma non credo che sia grave. Confino la mia rendita corporale nel letto. La notte prediligo il sonno.

Vivo solo da dodici anni, da quando sono a New York con questa nuova mansione. Non appartengo a nessun giro. Mio fratello dista anni-luce da qui. Si è sistemato in Colorado. Da quel che mi aveva detto prima di partire, passando a trovarmi per un addio, ha abbandonato il Mondo e dimenticato di essere. Diceva cose che non capivo bene, anche perché non ho mai avuto a che fare con le promozioni on-line di nemesi mentali. Aveva svenduto in nemesi elementi fondamentali della sua identità, da quel che ho capito. Mi sa che Tony Jim non sa più neppure chi sono.

Ieri l’altro vidi TJ davanti a un’edicola, nel vagone acquisti in sopraelevata. Era culturista su Kult in copertina. Sembrava mio fratello in volto. I denti erano magri come i denti di Tony e ho detto dai, tu hai un fratello che non ha fratello, che sta in Colorado rinchiuso in una gabbia o in una pineta, mentre un video (come un video che spia) stava osservando me e la mia immagine diretto come un proiettile nella memoria virtuale di un HD in ipotesi-fase C15 selezione (Kult). Inserimento carta. Libera selezione. Inserimento carta. Nessuna selezione! Nessuna selezione! Furto attentato! Deviazione palese (solo per vedere) improprio atto!

Infine me ne andai con un catalogo: un’azienda tedesca che si occupa di vendite per corrispondenza.

Sfogliai a casa il materiale. Nella sezione hi-tech era riprodotto un nebulizzatore del reale.

Costa molto. Da tanto ci penso. Non ho i soldi per comprarlo.

Poi mi viene in mente questa cosa: non ho foto di mio fratello.

L’odore di Maggie

Vincente aveva due sorelle. Lorie era la più piccola, faceva la prima e non capiva niente. Sbatteva occhi grandi neri e sorrideva. Non era buona neanche per gli inseguimenti perché era un po’ ciccia e si faceva subito prendere. Poi, quando le toccava di fare il segugio, non poteva starci dietro e ci stufavamo tutti. Allora, per farla andare via, Vincente e io giocavamo a prendere a testate il muro o a tirare calci contro il tronco della magnolia, come faceva – spiegavo – con i tronchi delle sequoie l’avversario brasiliano di Shingo Tamao per allenarsi prima del match.

Andavamo avanti fino a quando non avevamo il capogiro, occupando poi il tempo che ci rimaneva per restare soli giocando alle biche come se fossimo nati in un formicaio.

Maggie era più grande, quasi una donna. Alta più di noi aveva occhi neri, come Lorie ma non conta. La ragazza era bella, lo dico sul serio: aveva capelli folti, neri e lucenti come gli occhi e le sopracciglia. Portava le calze di nylon sulla pelle e sopra ci metteva i jeans. Il maglione davanti le si gonfiava ed era bello da vedere. Veniva voglia di mettersi la lana nella bocca. Aveva una classe fuori dal normale. Chissà il fidanzato mi chiedevo, perché Maggie il fidanzato ce l’aveva. Guidava la moto. Faceva i fuoristrada. Mi veniva la rabbia se lo guardavo troppo in faccia.

Era una stanza di passaggio. Correvamo attraverso; camminavamo quando Maggie diceva forte mamma non riesco a studiare qui non c’è silenzio. Vincente faceva segno di no, non andiamo di lì. Ma poi, quando giocavamo a nascondino, era sempre lì che si nascondeva. Qualche volta in cucina. D’obbligo controllare finita la conta. Abbassavo la maniglia nell’atrio di entrata e spingevo piano soffiando alla parete, ehi tu, tieni la porta che altrimenti sbatte! Un piede sulla moquette della stanza trascolorando, Maggie l’odore nel sogno era pareti lenzuola calze di nylon ed aria confusa.  Incespicando Vincente usciva da sotto il letto sul tavolo prima io primo a ruzzoloni giù per le scale, sulla mamma tua mamma non vuole con le scarpe in casa ehi ehi no, dove vai no.

“Toppa!”

“Non vale!”

“Toppa libera tutti!”

“Non vale!”

“E perché?”

“Non potevamo andare in camera tua!”

“Dovevi dirlo prima!”

“Non lo sapevo…”

Break.

Che buon odore ha Maggie in giro per le calze, pensava Demi. E a casa cercava con le narici per aria in bagno, su per le scale, nelle camere, in cantina, fra i prati, sull’argine bagnato; cercava qualcosa che assomigliasse a lei.

In stalla, nel pollaio, fra il letame e l’erba appena falciata la cercava, mentre loro (Vincente, Maggie e Lorie) si allontanavano su una macchina rossa lunga due metri, genitori, bagagli e lamiere appresso.

Erano appena finiti gli esami. Tornavano a sud da dove erano venuti.

Anche Maggie e il suo odore speciale.

Piaceva a tutti!

Piaceva a tutti! Era un gran bullo e scherzava con qualsiasi cosa. Diceva porcamiseria e anche porcatroia. Non aveva paura di nessuno, frenava con i piedi la bicicletta in discesa. Aveva due buchi nelle suole delle scarpe e uno in mezzo ai denti davanti. Fuori dalla scuola faceva lo scemo perché le ragazze ridessero; gli dicevano “Robert! Robert!” e qualche volta gli parlavano nell’orecchio.

Vincente visse l’esperienza

Gìrati da questa parte, guarda in camera, fissa il punto luminoso, non mollare, VAI!

Quel sabato dipingevamo con le tempere. Io avevo già finito perché avevo fatto una casetta, un boschetto di pini, il sentiero, il prato con le margheritine, le montagne aguzze dietro, il sole alto sorridente, gli uccelli ricurvi sul cielo in azzurro, tre nuvole (una più bassa, una più alta e a destra grande) e non sapevo più cosa infilarci dentro.

Era quasi ora di andare a casa e Vincente continuava a colorare.

“Dico, non ci prepariamo?”.

E quello non risponde.

Allora guardai il bicchiere di plastica in cui avevo lavato il pennello. Aggiunsi la tempera gialla del sole e dissi:

“Vincente, ne vuoi? È aranciata!”.

Vincente sorrise, prese il bicchiere e bevve, bevve tutto senza fiatare.

Strabuzzai. Laure, la mia preferita, gridò:

“Maestra! Maestra! Vincente ha bevuto la tempera!”.

Che bella voce di rondine che aveva… Il suo garrito mise in allarme tutti e venne l’ambulanza a prelevare il mio amico…

Vincente visse così l’esperienza della lavanda gastrica…

Trascinato e cancellabile

Purché Arti si allontani: allora tutto sarà dimenticato, pensava Mari mentre lo zio si faceva sempre più vicino e minaccioso. Stava arrivando un temporale. Le nubi erano bianche. Un muro sospeso sopra gli alberi di Central Park. Il vento soffiava da lontano. Era forte. Non si capiva più su cosa i piedi poggiavano. L’asfalto si confondeva con la terra. Le foglie e i rami strappati dalle raffiche. Demi avrebbe voluto prendere Mari per le sottane. Attirarla a sé. Rinchiuderla tra le braccia. Correre con lei in Subway. “Incamminiamoci verso casa”. La mano lunga di Arti emanava un odore. Era più che un’impressione. Demi la scacciò. Una zaffata di fiori marci spirò da un cimitero. Si sentì di fuggire. Per paura s’era scordato del suo amore. E quando si voltò per cercarla Mari era scomparsa. Era bastata una mano puntata verso di lui, una mano stesa sulla tempesta. Mentre lei si aggrappava al lembo di un impermeabile per scansare la presa che l’avrebbe soffocata. China dietro un cespuglio non poteva chiamare l’amato fuggiasco. Lo zio era venuto a prenderla. Ancora una volta. L’ultima volta. A sud. Tra il blues e il caprifoglio. Quando Demi si risvegliò dall’incubo fu assalito dalle voci. Intorno al treno le persone si pigiavano per passare in massa attraverso le porte automatiche. Lui era con loro. Trascinato e cancellabile. Solo una spirale di vento per perdere Mari.

Iscriviti

Get every new post delivered to your Inbox.