Un altro sentiero nel nostro bosco narrativo

Sabato 28 aprile alle ore 18 presso il Museo Tornielli di Ameno presenteremo il secondo volume della collana di Fogli/e Scritte. Pubblico di seguito alcuni appunti che vi spiegano di cosa si tratta e perché ho ideato questo progetto metaletterario (una volta si diceva così), interattivo (forse) e che fa dimagrire (stando alla larga dalle osterie). L’immagine di Stefan Dornbusch sopra riprodotta fa parte del libro.

Nel 2006 Asilo Bianco aprì Fogli/e Scritte, un’area di ricerca per scrittori e artisti. In uno spazio reale, Ameno, vivono per brevi periodi, dalle due settimane al mese, autori che, coadiuvati dai nostri operatori, sovrappongono creazioni artistiche espresse su un piano letterario. L’ospitalità è organizzata all’interno del processo di sviluppo e di implementazione dei temi su cui si è specializzata la nostra ricerca. Innanzitutto c’è una precisa volontà di operare in coesione con il territorio vivo al quale apparteniamo. Quindi tendiamo a privilegiare nella selezione dei progetti inviati, quelli che dimostrano una particolare attenzione per l’incontro con le persone, gli elementi naturali e i luoghi urbani che caratterizzano l’area collinare cusiana.

Un altro tema che determina le nostre azioni è l’interdisciplinarietà, o meglio la transizione del messaggio artistico attraverso significanti diversi. Ciò significa che le opere pensate e messe in atto dagli artisti devono dialogare con le produzioni letterarie, e viceversa.

Come determinare tutto questo? Attraverso il cammino su un sentiero nei boschi. Sono molto interessato all’ambiente in cui le cose si vivono, perché le cose che si dicono, si scrivono o si leggono, non sono vere finché non si respirano. Così trovo che il libro più bello, semplice e diretto di Eco fu “Sei passeggiate nei boschi narrativi”. La metafora che raccoglie le sue lezioni di Harvard apre la voce letteraria all’universo naturale e tangibile.

Fogli/e Scritte ha perciò lo scopo di aprire, nello spazio vasto di un bosco e nel tempo lungo di una collana di libri, una porta tra la letteratura e la realtà per mezzo del flusso canalizzante di un sentiero, alimentato dai passi e dai pensieri di chi lo percorre. A livello pratico, sono stati pubblicati due libri, che hanno la funzione di guide emozionali per i lettori, intrecciando storie, immagini e spunti di riflessione sull’ambiente circostante e sul mondo, anch’esso plausibile, dell’immaginazione.

Il primo è stata costruito sull’anello che collega il Monte Mesma a Miasino, passando da Ameno e Pisogno per poi rientrare da Vacciago e Lortallo. Il secondo è una lunga linea attraverso i boschi, da occidente a oriente, da Corconio a Colazza, incrociando il percorso precedente a Vacciago e Ameno e proseguendo attraverso le Cascine di Ameno e i boschi fino alle colline che scendono verso il Lago Maggiore. I lavori, in questi sei anni, hanno coinvolto tutti: chi vive, chi racconta, che scrive, chi rappresenta, chi legge e chi visita.

Quest’estate avvieremo il viaggio sul nuovo percorso lungo la Valle dell’Agogna, da Ameno a Briga Novarese, sognando davvero un bosco narrativo, abitato da personaggi fantastici e viventi.

Rivoluzione no

Cari amici,

che cosa volete cambiare? pensate che le cose cambino per farci stare meglio? non scherziamo. Nessuno arriva all’altro capo del mondo per fare stare bene gli altri. Nessuno di quelli che ci comandano. Io ne conosco di gente così. Ma quelli sono santi. Santi estremi. Cristi in terra.

Noi qui per cambiare le cose ci serve il fucile e rivoluzione. E poi? viviamo con il sangue sulla coscienza e la morte davanti agli occhi? C’era stato un tempo. C’era stato un tempo che si doveva fare. C’era stato un posto. Che erano le nostre case. Colline blissettate. Montagne di panna. E morte.

Ma poi anche allora tutto è sciamato. Chi aveva da vivere è stato messo da parte. C’è stata La paga del Sabato e L’ombra delle colline.

E via ancora, come è sempre stato.

Non ne vale la pena, ragazzi. Rincuoriamoci di vivere appartati e di fare le cose nel modo migliore. Per vivere bene. Che è quello che ci compete. Nel sorriso di chi ci sta accanto. Quello vero. Che se ne fotte del guadagno.

Non sono scomparso

Cari lettori,

amici e nemici,

non sono scomparso,

sono stato lontano

in un mondo non letterario

con la mia famiglia dove ho vissuto

per tre mesi abbracciando

felicità e disperazione.

Non aspettatevi da me

troppe novità,

lavoro ancora

appartatamente

per scrivere il libro

che mai avrò.

I racconti ai confini del Regno

Pubblico questa introduzione alla raccolta di racconti sul Risorgimento che sta per uscire, sperando che vi venga la voglia di venirci a trovare o almeno di leggere quanto è stato scritto.

Vi ASPETTO


Sabato 26 febbraio 2011 – h 17
Spazio Museale Tornielli – Ameno
Piazza Marconi, 1
Presentazione del libro
Ai confini del Regno. Racconti a cura di Davide Vanotti
Con gli autori Matteo Bottari, Michele Brusati, Gessica Franco Carlevero e Davide Longo


Scrivere dell’Italia non è mai stato né facile né indolore. La storia di questo stato che avrebbe voluto essere una nazione è intricata e scomoda come la chioma folta di Sansone. Quando si sfila un capello per vedere dove va a finire, si va a strappare, rimordere e aggrovigliare ciocche e matasse inestricabili. E tira di qua e tira di là, c’è sempre qualcuno che ne soffre.

Così è fin dalle nostre origini. Forse perché il Rinascimento e il Risorgimento che fecero l’Italia culturale e politica furono storie soprattutto familiari. In un contesto fluido determinato dall’inconsistenza del limite tra privato e pubblico si trovano la forza e la radicalità di un sistema geografico e umano che accosta gli opposti e stride. Dietro a parole inebrianti che indicano tempi d’oro – di crescita e di ideali – si celano scontri sanguinari, lotte spietate e tensioni insostenibili che bruciarono velocemente le vite degli abitanti di questa parte circoscritta di Mondo.

L’oggettività si può raggiungere solo stando alla larga da qui. Isolarsi il più possibile attraverso lo studio dei documenti e applicare i metodi razionali della storiografia moderna, sono le scelte che uno storico doverosamente perpetra nell’interpretazione del passato. Costui ne trae un’immagine – il più possibile completa – di una società – o di alcuni suoi aspetti – in un dato periodo, prescindendo dalle questioni familiari o personali che sono il sale della discussione nel nostro Paese.

Altra cosa è inventare e fare della fantasia pensieri applicati alla realtà. Per far ciò è doveroso mescolarsi con le vicende fino alle loro propaggini estreme, che sforano abitualmente nell’Assurdo. Il lavoro di chi scrive è invischiato nella lotta, dalla quale ci si libera per mezzo delle solitudini distratte e delle fughe verso lidi mentali ulteriori, seguendo le vie recondite delle parole. Perciò questa silloge di racconti – come avrete compreso – davvero non ha pretese storiche. Sfida altresì il sentire comune annotando di vite vissute con arguzia e abnegazione; getta le carte all’aria; intreccia il passato con il presente assecondando il filo che corre sul telaio formando parole.

Leggerete storie di persone al di là di tutto, oltre le epoche e le intrinseche relazioni. Perciò vi chiedo di non soffermarvi sul piano prettamente storico. Noi italiani non abbiamo mai posseduto il gusto anglosassone per la biografia dei grandi personaggi. Siamo mistificatori. Fatichiamo a ricordarci le date. Di una persona, anche se l’abbiamo conosciuta personalmente, perdiamo gli aspetti che per altri popoli sarebbero salienti. Confondiamo gli incontri, i tratti somatici e le amicizie in comune. Eppure sappiamo sentire vicino al nostro cuore i cuori.

Qui troverete quattro cuori battenti. Oltre il tempo. Come lo Schiaccianoci di Hoffmann, sanno di valere molto di più di quello che fanno. Di non essere piccoli generali di legno nelle mani di un bambino, ma di avere piuttosto una storia scritta in un antro magico dove le vite vivono migliori. Le loro azioni non sono perciò che i risvolti oscuri della loro idealità. Il coraggio di vivere li ha premiati. Chissà come se la ridono di noi e delle nostre beghe quotidiane ora che stanno nel posto da cui sono venuti.

A guardare l’Italia oggi si ammira qualcosa di turbolento e conturbante. Nemmeno lo Stato è veramente protagonista del nostro quotidiano. Fondamentalmente, possiamo dire di essere una penisola al centro del Mar Mediterraneo, delimitata a nord dalle Alpi. Tutto il resto manca. I personaggi che si cimentarono nella lotta scomparvero senza lasciare eredi. Le bandiere e gli ideali caddero nella polvere. Nel secondo dopoguerra gli Italici divennero sterili, immobili, viziati e ammassati. Firmarono a occhi chiusi una pace sociale duratura e l’Arca dell’Alleanza fu una televisione sotto lo stemma protettivo del Biscione col fiore in bocca.

Dalla parte dell’oggi, aprendo i bauli e le scansie delle case di Ameno; estraendo lettere, diari, oggetti e fotografie dell’Ottocento, si resta attoniti. Qui vissero uomini che seppero agire in nome dei propri ideali, con onestà e modestia. Ebbero fiducia nello stato che li ospitava. Seppero dare. Molti di loro erano esuli e girovaghi che avevano respirato l’aria libera della Rivoluzione e ne avevano personalmente pagato le conseguenze. Altri erano discendenti delle stirpi secolari di ottimi giuristi e amministratori del minuscolo Stato della Riviera. Il paese di ville e palazzi ai confini del Regno li ospitava tutti. Tra queste colline più che altrove si fantasticò di un’era liberale. Forse tra queste mura il democratico si soffermava a trattare del bene comune con il conservatore. E non furono solo parole.

Paolo Solaroli fu un uomo d’avventura. Non sempre lo fu per scelta. Di umili origini, si formò nell’esercito napoleonico, dove imparò il mestiere di sarto. In conseguenza del clima reazionario instauratosi anche in Piemonte dopo il Congresso di Vienna, fu costretto ad emigrare in Egitto, quindi nello Yemen e, infine, nelle favolose Indie. Fu un personaggio da meraviglia. In India sposò una principessa e partecipò dell’aura emanata dalla famiglia reale. Ricco e determinato, al suo ritorno in Europa fu accolto a braccia aperte da Carlo Alberto, dal quale ottenne un titolo nobiliare. Partecipò alle vicende della costituzione dell’Italia in pace e in guerra, avendo anche un ruolo di primo piano nelle relazioni diplomatiche (in particolar modo con gli Inglesi).

Queste poche linee biografiche non valgono certo a ricordare l’energia che emanò da questa persona. Il suo luogo di riposo prediletto fu Ameno, nel palazzo che ampliò per accogliere la sua famiglia. Nelle stanze e nel parco voluti dal Marchese, Davide Longo ha ambientato un racconto asciutto e chiaro, imperniato sulla relazione tra un giovane medico di provincia e l’anziano uomo di stato. I passeri volano attraverso il parco. I due uomini, Lessona e Solaroli, s’incrociano nella vita. Ne nasce un’amicizia occasionale, frutto dell’incontro tra due caratteri differenti. La vocazione di Lessona per la vita pacifica apre inaspettatamente un varco nell’ultimo equilibrio respingente dell’uomo di successo, che ha lasciato alle spalle le sue ambizioni.

La stirpe dei Vegezzi giunse ad Ameno nel XVI secolo. Da allora crebbe divenendo uno dei casati notabili della cittadina collinare. All’inizio del XIX secolo si trasferirono a Torino, mantenendo il palazzo di Ameno. Furono legati ai Cavour da una grande amicizia, corroborata da vicissitudini finanziarie che dopo la caduta di Napoleone coinvolse entrambe le famiglie.

Saverio, Giovenale e Camillo crebbero insieme e con la tempra del sacrificio seppero rimettere in sesto i patrimoni paterni. Dal 1850 parteciparono alla vita pubblica dando un apporto fondamentale alla formazione dello stato di diritto italiano come oggi lo conosciamo. I due racconti di Matteo Bottari e di Michele Brusati sono dedicati proprio ai fratelli Saverio e Giovenale Vegezzi, due figure esemplari del Risorgimento non da molti conosciute.

Saverio Vegezzi ebbe un ruolo importante, essendo stato addirittura cofirmatario della legge del 17 marzo 1861 in qualità di Ministro delle Finanze. Pochi anni dopo gli fu affidata, in quanto esponente politico moderato e cattolico, una missione presso la Santa Sede che ebbe un esito negativo. Dopo l’occupazione di Roma del 1870 si ritirò dalla vita pubblica continuando a svolgere la professione forense. Alla fine della sua carriera, nella carica di Presidente dell’Ordine degli Avvocati di Torino, nel pieno della sua coscienza del valore delle istituzioni, riconobbe per la prima volta nella storia italiana il diritto di esercitare la professione di avvocatura ad una donna. L’abilitazione diede scandalo. Fu successivamente impugnata dal Procuratore del Re e revocata in appello, ma rimase l’atto lucido di un uomo che aveva ben presente il valore dell’intelligenza al servizio della giustizia.

Matteo Bottari ha dedicato a Saverio Vegezzi una storia contemporanea, immaginando che uomini come lui abbiano servito per secoli il nostro Stato, superando i limiti del tempo e divenendo garanti dell’equità di fronte alle figure della politica odierna, indifferenti al bene comune e mosse da impulsi di conquista anteriori alla determinazione degli stati moderni.

Giovenale Vegezzi Ruscalla fu un personaggio eclettico. Si occupò dell’identità linguistica e nazionale del popolo rumeno, fondando il primo istituto di lingua rumena presso l’Università di Torino. Studiò e operò da vero onnivoro del sapere. Fu il primo Ispettore Generale delle Carceri Italiane. Diede le dimissioni da questo ruolo dopo che fu introdotto anche in Italia il modello del carcere cellulare, da molti ritenuto un allontanamento dalla funzione rieducativa che avrebbero dovuto avere gli istituti penitenziari. Numerose furono le sue pubblicazioni e, probabilmente, la sua influenza intellettuale agì anche su Costantino Nigra, che ne sposò la figlia, invitandolo a svolgere studi eruditi nella seconda parte della sua vita.

Michele Brusati lascia che la figura schiva e taciturna di Giovenale affiori da una storia carceraria, un interrogatorio su un omicidio al quanto misterioso, a cui l’ispettore in pensione partecipa da osservatore. L’autore ne rileva la profonda umanità libera dai pregiudizi. Brusati crea un quadro interpretativo che mette infine le qualità dell’ispettore, un uomo saggio che aveva compreso molto. Ad esempio che stando fuori dall’occhio della Storia si ha un’occasione in più per vivere liberamente e per farsi un giudizio esatto su ciò che si muove al di fuori della propria testa.

Gessica Franco Carlevero ha infine lavorato sul popolo di Ameno. Si tratta di una storia semplice, in quanto vista attraverso gli occhi di un bambino. Angelino viveva i giorni che fecero l’Italia ascoltando e incantandosi su notizie che arrivavano da lontano, da un mondo che non poteva esistere. E in effetti non poteva esistere, per loro che erano della campagna, gli spiegava lo zio.

Ameno era stato per secoli un mondo a sé, una piccola città costituitasi liberamente e attorniata da territori dominati da signori stranieri. In qualche modo i suoi abitanti avevano mantenuto una propria autonomia. Tra le sue strade e i suoi borghi si erano incrociati i destini. Gli uomini erano andati ed erano venuti. Nulla era cambiato. Le classi sociali si erano cristallizzate. I lavori, notarili e manuali, erano proseguiti secondo una linea scritta. Con quest’Italia si fece il punto.

Adesso è forse giunta l’ora di andare a capo e di continuare. Sono i poeti che risveglieranno questo luogo incantato tra le colline boscose? Lo spero davvero, spero che le loro parole muovano ancora i vostri cuori; e li ringrazio attraverso la voce di Alda Merini per il lavoro celato che hanno svolto.

I poeti lavorano di notte

quando il tempo non urge su di loro,

quando tace il rumore della folla

e termina il linciaggio delle ore.

I poeti lavorano nel buio

come falchi notturni od usignoli

dal dolcissimo canto

e temono di offendere Iddio.

Ma i poeti, nel loro silenzio

fanno ben più rumore

di una dorata cupola di stelle.

Mortale o immortale

La vidi camminando nel corridoio. Stava leggendo oltre il vetro dello scompartimento.

“Tu non mi conosci,” le dissi. “Non sai chi sono”.

Le parlavo al di qua del vetro. Parlavo a bassa voce, mentre il treno correva veloce emettendo un frastuono micidiale.

Mi vidi all’interno dello scompartimento osservare me stesso nel corridoio. Le mie labbra si muovevano mute, l’occhio rivolto verso la giovane donna, che non si accorgeva di nulla, se non del proprio libro; del mondo contenuto nel libro.

Ero un fantasma. Il rumore stridente delle ruote sulle rotaie – il ferro sopra il ferro – invadeva attutito e assordante fuori e dentro di me come il destino mellifluo e amaro della morte.

Ero già morto e tuttavia consapevole di vivere altrove. In un’altra dimensione? In un ulteriore tempo? In uno spazio leggermente sfalsato il mio fantasma si muove senza di lui. Mortale o immortale è un misero gioco di parole.

Lui era Antonio

Se potete andate via di qua. Troverete un film intervista unico su mio padre. Uno dei miei padri.

Vi indico la strada. Seguitela, perché ne vale la pena. E abbiate pazienza di scendere al fondo e di aspettare che si carichino le immagini.

http://www.comune.modena.it/biblioteche/delfini/antoniodelfini.htm

Buonanotte

 

 

“Meditazioni su un manico di scopa” di Johnatan Swift

Vi invito a visitare la sezione rinnovata delle letture, pubblicando questa recensione alle “Meditazioni su un manico di scopa”.

J. SWIFT, Meditazioni su un manico di scopa, Archinto, 2008, Milano

La raccolta, a cura di Attilio Brilli che ne ha steso l’introduzione, si compone di otto prose satiriche: Modesta proposta per impedire che i figli dei poveri irlandesi siano di peso ai genitori o al paese e per renderli utili alla comunità, Replica alle obiezioni mosse dai giornali alla “Modesta proposta”, Meditazione su un manico di scopa, Saggio tritico sulle facoltà della mente, Discorso sul funzionamento meccanico dello spirito, A una giovane signora sul matrimonio, Sull’educazione delle signore, Consigli a un giovane poeta.

Prima d’iniziare queste riflessioni, ammetto di non avere mai letto I Viaggi di Gulliver.

Avevo tuttavia più volte sentito parlare della Modest Proposal ed è stato immediato agguantare la copia che mi è passata sui polpastrelli scorrendo i libri davanti a una bancarella di Via Po. La lettura di queste prose satiriche mi ha entusiasmato. Insistendo in maniera attenta e misurata sulle assurdità più aberranti o sulle banalità più trite, attraverso un gioco di ribaltamento delle minute parti di ciò che ci sembra essere il mondo così come erroneamente lo intendiamo, Swift dischiude le palpebre del lettore in un sorriso.

Il paradosso è la chiave che ci accompagna verso la fine delle cose, dove ci attende una verità talmente evidente da non poterla ammettere: gli uomini agiscono nel vano tentativo di sembrare ciò che non sono, diffondendo fantasmi di gloria, chimere metafisiche e nuvole di buoni propositi attorno alle loro esistenze bestiali, per nascondere gli istinti che in pochi attimi li conducono alla morte.

L’altruismo, lo spirito poetico, i valori morali e la tensione ascetica… parole crude per dire: ho voglia di godere e tutto il resto non m’interessa… Non sarà sempre così, ma certe volte accade…

Consiglio a tutti di leggere il Discorso sul funzionamento meccanico dello spirito. Armandosi di pazienza nel seguire la penna di Swift lungo le strade della metafisica, si arriva ad conclusione talmente evidente quanto il paradosso che il titolo contiene.

Una grande esplosione. Sarà ancora attuale?

Intanto vedo i corpi

esplodere in massa.

Chi vedrà tanti corpi

esplodere in massa?

Una grande esplosione dovrebbe

disintegrare anche parte

del mondo lunare, due gatti

stereoscopici dimenticati dai gattai

per le strade del gusto massacrate, dovrebbe

disintegrare la sagoma prestigiosa

della cocacola

la parola immacolata

del signor papa

le catene sottili come cordini

d’acciaio ben temperato

la dama di compagnia della madama

bush senior

la dama di compagnia della madama

bush junior

la dama di compagnia della madama

balzata nel silenzio

denso

di malumore e assenso

il cappello a scacchi di mr

johnson con gli occhiali dorati e il giaccone

la pelliccia di visone

l’oro

di mrs giorgione

la musica lilla

fusion

free jazz

le parole mescolate a parole

fino a divenire rumore

l’esplosione dovrebbe disintegrare

le orecchie

le libagioni

i fumatori

i non fumatori

le esalazioni

incontrollate bionde arrovesciate

del potere

delle macchine in pressofusione

le carezze immacolate

di madonna puttanone

i pennacchi accelerati

del proiettile ad alta velocità

a bassa frequenza lungo il tempo

infinito a quadretti

del quaderno dei compiti

delle elementari, dovrebbe disintegrare

gli animali

addomesticati dagli uomini

gli uomini in massa oppure

alcuni superiori

portati all’autocensura

alla misura

delle parole

più corte più lunghe

le migliori

per i loro piaceri

masturbatori, dovrebbe

disintegrare i dodo

i dinosauri

sottoposti ad eccessive radiazioni

le lacrime aggiunte dei fraudolenti

topi

mutevoli alle radiazioni

divoratori di uova

di nuove

vite gustose

interiorizzatori del sacrificio mondiale

capaci di ingoiare superfici

ellittiche spezzando i gusci

aprendo i denti a ribollenti effusioni

danze rosse

laviche incandescenti

riportando nel ventre

cunicolare

nella tana materna

ragionevole in comunione

i versi della frode

dell’inganno ligneo equestre sottile

separato imberbe, dovrebbe

disintegrare la tigre

della Tasmania la bianca

salma del gorilla catalano

la rabbia sonora dell’orsa

della balena dell’elefanta

della matta della puttana della sarta

della cagna della troia della cammella

dell’aquila sovrana

della sorella della mezzana

della pioggia

orfana dei figli

orfana

di appigli, dovrebbe

disintegrare le armi

micidiali che gli uomini sanno amare

le divisioni giapponesi

di astronavi interstellari

le divisioni intercontinentali

dei legionari americani

le parole assassine

dei commentatori locali

le barbe rosse

gli occhi agghiaccianti

le pance che ammiccano

le cravatte allentate intorno a gozzi ingombranti

intorno a lacrime di dolore

per il vigliacco che non combatte

intorno ai denti battenti

contro le ombre dei perdenti

contro gli afasici dissidenti

contro le natiche recalcitranti

di fronte a torme di demoni erranti

davanti a pletore di gin in fiamme

tappeti istoriati e cupole danzanti.

Intanto vedo i corpi

esplodere in massa.

Chi vedrà tanti corpi

esplodere in massa?

Una grande esplosione dovrebbe disintegrare anche

parte della galassia inferiore

tre milioni di sistemi stellari

cinquecentomila miliardi di unici

esseri mordenti tra i quali

alcuni simiglianti ai defunti

terrestri sparsi come l’amico

defunto george tacchino jr

il defunto tony

bascione

l’amico

già amputato di un braccio

di un testicolo e dotato

di una gamba aspiraliquami silvio

fu presidente del consiglio

dello stivale di carlo, dovrebbe disintegrare

i pagliacci che uccidono bambini a distanza

per amore della patria e del cinema amatoriale

dovrebbe disintegrare

la cacca i sogni l’acqua

l’odore della terra

il verde dei pini

l’incendio autunnale

le labbra della bambina che m’ama

la rugiada stanca di vagare

dal mare alla terra

dalla pace alla guerra.

“Tutte le ricchezze del mondo

si profondono in distruzione.”

Se tu ci tieni così tanto ai sentimenti

S. e C. stanno insieme da sei anni. Al principio del loro amore ci fu una convenzione. Come in ogni convenzione c’erano due attori, che fingevano di accettare norme snocciolate in un linguaggio talmente asettico da celare incondivisibili certezze.

C. fu subito chiara: non aveva nessuna intenzione di lasciarsi andare.

“Solo per sesso, io gli uomini li uso e li getto.”

“Ma quanti uomini hai già usato?”. S’interessò S. con tono distaccato, che in lui celava un inconfessabile rammarico.

“Sessanta, circa”.

“Ah, interessante…”.

La convenzione resiste. Quello che si dissero una volta, al bar, testimoni un tavolo quadrato, una zuccheriera e due tazze di tè, vale ancora. S. e C. vivono insieme in una mansarda di Oranien. S. ha ricevuto da qualche mese l’invito ad insegnare nell’Università di Weimar in seguito ad un colloquio. Si tratta di un contratto a scadenza, ma è un inizio, pensa. S. si è portato a spasso dalla Baviera al Brandeburgo il mito della Bauhaus. Come potrebbe rifiutare ora d’insegnare, anche solo per un giorno, negli edifici progettati da Mies? non scherziamo!

Durante la settimana S. è a Weimar, e il sabato e la domenica è a Berlino. C. si rifiuta di restare cinque giorni sola ad aspettare S. nella mansarda. Si trasferisce nel Mitte, in un appartamento che condivide con altre quattro persone. Lì le cose vanno meglio. C. accetta più volentieri le lunghe assenze di S.

Intanto S., volendo dare una risposta concreta alle recriminazioni di C., fa di tutto per darle un’occupazione a Weimar, finché il suo capo di dipartimento non decide d’invitarla a lavorare nel loro gruppo universitario.

C. è felice del trasferimento, ma prima ha bisogno di chiarirsi con S. Infatti, lo tradisce metodicamente con uno dei suoi compagni di casa.

“Puttana,” a molti verrebbe da dire, ma S. è un uomo garbato e comprensivo. ”Perché?”, perciò chiede. 

“Tu eri sempre lontano, a pensare alla tua carriera, e io qui sola, senza soldi, senza nemmeno i soldi per pagarmi una casa… Che cosa potevo fare…?”.

“Se non andare a letto con il primo che passava? In questo caso non sei neanche dovuta uscire fuori a prendere freddo: ti sei rimorchiata direttamente quello sballato pantofolaio che per andare al cesso doveva per forza passare davanti alla tua stanza”.

“Mi sembra che tu la stia prendendo male, e soprattutto, come sempre, senza un briciolo di sentimento. D’altronde tu sei quello razionale, no? quello che pensa solo al lavoro, torna a casa e sfoglia le sue fottute riviste di settore!”.

“Taci, per favore”.

“Stai zitto tu, che non sai neanche cosa sia una donna”.

“Stai esagerando. Se davvero non m’interesso di te, come te lo spieghi che mi sono sbattuto per trovarti un lavoro in università a Weimar?”.

“Sì… così mi avresti tenuta ogni giorno e ogni notte sotto i tuoi occhi… mi fai schifo!”.

“Beh, a dire la verità anch’io non vorrei proprio vedere ancora la tua faccia… Se tu ci tieni così tanto ai sentimenti, rinuncia al lavoro…”.

“Col cazzo!”.

A ciascuno il suo ovvero, Wikileaks ci racconta quello che preferiamo fingere di non sapere

Se tutto fosse così come i gonzi intuiscono che sia, allora il mondo in cui viviamo sarebbe gremito d’infelicità. La rapacità si fa strada, mentre gli uomini si dannano per fingere d’essere animali buoni e onesti, di avere una coscienza che li conduce rammentando loro di rispettare gli altri.

Per alcuni caratteri non c’è scampo: o tuffarsi nella letteratura o morire schiacciati dalla verità. E qual è la verità? Crudeltà, orrore, cupidigia.

A saper le cose come stanno si muore. E nei tempi moderni si muore ancora più in fretta.

Mordi il ditino. Mordi il ditino.

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