Come rivoluzione

“Di fronte all’impotenza e alla titubanza di un governo costantemente rimpastato, nessuno avrebbe potuto controbattere. I bolscevichi ne profittarono rilanciando il grido di battaglia tanto caro alle masse: “Tutto il potere ai Soviet!”, argomento che certo non favoriva i loro interessi, dal momento che, all’epoca, la maggior parte dei Soviet era costituita da socialisti moderati, i loro più acerrimi nemici. Ciò che più premeva a loro era infatti la soddisfazione delle più elementari rivendicazioni di operai, soldati e contadini. Fu così che, mentre menscevichi e socialisti rivoluzionari rinnovavano i loro compromessi con la borghesia, i bolscevichi conquistavano rapidamente il favore delle masse. Per quanto a luglio fossero stati disprezzati e angariati, già nel mese di settembre godevano della piena fiducia degli operai della capitale, dei marinai del Baltico e dei soldati. Significativo fu il risultato delle elezioni municipali tenutesi in quel periodo: il consenso di menscevichi e socialisti rivoluzionari scese dal 70 al 18%.”

(J.REED, I dieci giorni che sconvolsero il mondo, Edizioni Clandestine, Marina di Massa, 2011).

Chi non vede non vuole vedere.

Non sono scomparso

Cari lettori,

amici e nemici,

non sono scomparso,

sono stato lontano

in un mondo non letterario

con la mia famiglia dove ho vissuto

per tre mesi abbracciando

felicità e disperazione.

Non aspettatevi da me

troppe novità,

lavoro ancora

appartatamente

per scrivere il libro

che mai avrò.

Mortale o immortale

La vidi camminando nel corridoio. Stava leggendo oltre il vetro dello scompartimento.

“Tu non mi conosci,” le dissi. “Non sai chi sono”.

Le parlavo al di qua del vetro. Parlavo a bassa voce, mentre il treno correva veloce emettendo un frastuono micidiale.

Mi vidi all’interno dello scompartimento osservare me stesso nel corridoio. Le mie labbra si muovevano mute, l’occhio rivolto verso la giovane donna, che non si accorgeva di nulla, se non del proprio libro; del mondo contenuto nel libro.

Ero un fantasma. Il rumore stridente delle ruote sulle rotaie – il ferro sopra il ferro – invadeva attutito e assordante fuori e dentro di me come il destino mellifluo e amaro della morte.

Ero già morto e tuttavia consapevole di vivere altrove. In un’altra dimensione? In un ulteriore tempo? In uno spazio leggermente sfalsato il mio fantasma si muove senza di lui. Mortale o immortale è un misero gioco di parole.

Godere. Godere. Godere

(Continua da “Fascismo dolce“)

“La nave si è piegata e sta affondando”.

“E tu lasciala affondare, tanto noi stiamo in una botte di birra!”.

“Ti ricordi quando avevano preso il Drugo?”.

“Cazzo se mi ricordo! Siamo sempre dei gran cazzoni pacifisti, te l’ho già detto…”.

“Pensa se fosse sempre così, che ci s’incazza e si cerca di far valere i propri diritti”.

“Intanto il Drugo se l’era fatta la notte in galera…”.

“Ma noi eravamo lì fuori, insieme”.

“E poi siamo andati via insieme, ci siamo divisi in gruppetti e abbiamo continuato per la notte, c’era chi si è ubriacato finito c’era chi è andato in discoteca a ballare c’era chi non ce la faceva più e si è messo a cuccia… va così”.

Alla metà degli anni ’90 non c’era niente. Anzi, qualcosa c’era: c’erano loro, quelli che comandavano. Avevano fatto piazza pulita delle coscienze. Si allenavano con gli accordi sottobanco e le sceneggiate pubbliche. C’era un grande progetto: annichilire il sentimento popolare. Zero pensiero. Zero educazione. Goduria a mille. Desiderare tutti insieme. Ognuno secondo le proprie possibilità. Ognuno più degli altri.

“Godere. Godere. Godere. Italiani, applicatelo alla lettera. In tutti i modi. No vergogna, no, non abbiate vergogna di ammettere le vostre aspirazioni”.

Questo era il messaggio. Detta così sarebbe anche una bella cosa. Qualcuno però pensava che ciprie e telefoni bianchi facessero male all’organismo (non tanto a quello fisico quanto a quello sociale). O meglio, facessero male le piccole aspirazioni del tipo fare i soldi per mettersi sotto belle donne e macchine sportive. Facessero male in genere i pensieri dettati dalle pulsioni. Insomma, le robe scioviniste – maschiliste -  che prima o poi avrebbero soppresso i diritti degli altri.

Non si può negare che i critici del piacere non sembrassero altro che rigidi bacchettoni ai gaudenti più (+++). Bollati come cattocomunisti, intellettuali da salotto, radicalchic, pazzi da manicomio (ah, ma che idea quella di chiudere i manicomi!) o peggio ancora  professori, blateravano sotto gli sguardi biechi delle giovani generazioni, viziate e desiderose di viziarsi, mentre fronde di sedicenti neoliberali li accusavano di essere nemici del progresso e della libertà.

(continua)

Fascismo dolce

Davanti a me niente rassicura. È un mare senza cuore nel quale vivono dannate ombre indistinte. Dannate ombre indistinte. Dannate ombre indistinte proiettano la mia persona. Do le spalle alla verità. Al muro delle parvenze. Spinto dal terrore guardo indietro. Perché non li abbiamo fermati? Il volto afasico del procuratore Apicella, rimosso dall’incarico a conclusione di una carriera, è stato per tutti il sintomo irrefutabile della sconfitta. Fascismo dolce. Fascismo dolce lo sarebbe rimasto fino a quando i maiali sarebbero rimasti docili, grugnendo ogni tanto senza mordere la mano che gli versa nel trogolo il pastone. Non c’erano più emergenze: l’emergenza eravamo noi. L’emergenza era mangiarci conservando la razza. Finché eravamo in pochi a mordere non c’era pericolo: bastava isolare e abbattere. Alla rivolta dei porcili il sistema sarebbe stato pronto. I porcari agli ordini dei fattori avrebbero agito secondo i piani prestabiliti. E sulle tavole dei padroni non sarebbero mancate le salsicce fresche sanguinolente.

Noi, poveri maiali, fummo solo capaci di fuggire in cerca di porcili migliori. Alcuni di noi sopravvissero, si adattarono alla montagna e ancora grufolano tra le radici del presente. Qui si parla, in attesa che gli uomini salgano a fare la loro battuta di caccia.

“Cosa facciamo adesso?”.

“Adesso quando?”.

“Adesso che sappiamo che è tutta una merda”.

“Niente. Andiamo avanti a divertirci e a fare le nostre cose come possiamo”.

“Finché non ci verranno a prendere”.

“Finché non ci faremo prendere”.

“Perché l’amicizia conta”.

“Perché l’amicizia conta, vecchio Seba”.

“Conta eccome”.

“E io posso contare su di te”.

“E tu puoi contare su di me”.

“Abbiamo le armi spuntate e siamo tutti dei cazzoni, poeta pazzo che vuole fare la rivoluzione…”.

(Continua)

Se fossi un maiale

Da questo avamposto all’imbocco della valle la nebbia umida penetra nelle ossa. Cerco le ombre davanti a me. Le ombre vogliono la mia morte. Sono sfuggito al bombardamento mirato. Possibile, mi chiedo? Possibile che macchine volanti missili fuoco fossero rivolti a me? Quanto spreco di energie. Quante azioni sprecate per un misero umano annientamento. Pensare, disegnare, realizzare, provare e riprovare gli strumenti. Computer, armi e velivoli. Estrarre i metalli e i combustibili. Fondere, raffinare e temprare. Addestrare i piloti. Vestirli e nutrirli. Dare loro una casa. Una famiglia magari. Non è possibile: tutto questo per me.

Qui non c’è più nessuno, ma loro non lo sanno.

Mi sento lusingato e sopravvalutato, mentre attendo il rastrellamento. Non saliranno finché rimane bassa la nebbia. Non conta la tecnologia davanti a questo nebulizzato silenzio. Sarà attesa ancora per qualche ora. Devo approfittarne, attraversare come una belva i loro appartamenti. Come Eurialo e Niso, non potrò distrarmi. Evitare l’odore del sangue. La vendetta acerba e fangosa. Dovrò andare diritto verso la meta. Il Gridone. La Svizzera. La casa.

Se fossi un maiale in un mondo in cui gli uomini mangiano i maiali, vorrei essere un uomo; ma la mia coscienza non me lo permetterebbe.

Se fossi un maiale adesso, sarei un maiale solo; e un maiale solo non può difendere nemmeno se stesso.

Tutte le cose invisibili: tutte le cose visibili

In realtà questa storia mi ha preso la testa insieme a tante altre che stanno nell’incubatore freddo caldo della memoria. Cose secche, con dei fatti umidi asciutti spuntati qua e là come mazze di tamburo. Sì, perché le vicende del posto da dove vengo non si svolgono, ma cadono dalla pianta e marciscono in fretta come le fragole nel frigorifero.

Ve lo devo dire: mille volte mi alzai dal letto pieno di sogni e buona volontà con l’intenzione di radermi e uscire di casa. Mi tagliai talmente da perdere per anni la voglia di farmi la barba. Adesso però mi tocca… così lunga… so già che mi sgranerò la pelle del collo e della faccia… sanguinerò come un pollo scannato…

Camminavamo nella nebbia dietro il carro funebre, dalla chiesa al cimitero come si usa. Non ce ne accorgevamo. Il pulviscolo grigio ingannava. Nel gelo vaporoso apparvero i fantasmi che eravamo. Ognuno vide le sue cose com’erano state, nonostante i cambiamenti percettibili. E io vidi le mie.

Dimenticai la banalità del male. Le villette a schiera costruite una in groppa all’altra. I casoni stravaganti all’americana nel cuore della risaia. Uscii un’altra volta dalla casa all’angolo, tra il circolo e il tabaccaio. Lì viveva Lucia. Ero soddisfatto, perché avevo giocato con tutti senza lamentarmi. Al momento opportuno avevo preso il cappotto e il cappello. Mi ero annodato la sciarpa intorno al collo e avevo dichiarato di dover andare. Mi ero congedato con un breve sorriso. Chiudendomi la porta dietro le spalle avevo intravisto i bambini rincorrersi con dei cuscini fra le mani.

Sulla strada ero solo. La nebbia mi sbarrava il passo. Spazzava via le mie orme impedendomi il ritorno. I muri si alzavano ai miei fianchi. Mi negavano le finestre, le luci, le ombre delle figure umane ricoverate negli interni.

Negli ultimi giorni la ghiandola inguinale si era infiammata. Mi faceva zoppicare. Aveva iniziato a darmi fastidio qualche settimana prima. Avevo promesso a mio padre che mi sarei fatto vedere dal medico e adesso, – mentre lui era lontano, in un campo da calcio ad allenarsi per la domenica, – stavo mantenendo la promessa.

Andavo verso la piazza. Avevo salutato i miei amici. Non sapevo che non sarei più tornato.

Tutte le cose invisibili: tutte le cose visibili. Vaghezza sulla strada verso il cimitero. Abbandonato il paese avvolto nel silenzio. Il respiro pesante del maggese declivio. La fila regolare degli orti. L’ordine opposto dei campi. I gerbidi paralleli alla roggia. Quando arrivammo a destinazione.

Lui era Antonio

Se potete andate via di qua. Troverete un film intervista unico su mio padre. Uno dei miei padri.

Vi indico la strada. Seguitela, perché ne vale la pena. E abbiate pazienza di scendere al fondo e di aspettare che si carichino le immagini.

http://www.comune.modena.it/biblioteche/delfini/antoniodelfini.htm

Buonanotte

 

 

Dal sapore esotico francese

Sono su un aereo e mi sento solo: penso al mio corpo nudo in atterraggio, che si mescola con altri corpi a causa di un’eccessiva precipitevole velocità.

Fra poco saremo in aeroporto. Ognuno di noi raccoglierà abiti ed effetti personali. Qualcuno pronuncerà un saluto mormorato. I più si allontaneranno frastornati dalla promiscuità indesiderata.

Saremo lì, negli anni che non torneranno più, quando si fumava, si beveva e si afferravano le notti come mele non ancora mature, e si strappavano foglie e rami senza badare alle sentenze emesse dagli alberi.

Il tempo laggiù era circolare. Sembrava non trascorrere mentre scivolavano tra le dita le pagine. Gli abiti si sdrucivano. Le briciole si accumulavano.

Non ci ricorderemo più niente. Vivremo le nostre storie come vicende di un film avvincente dal sapore esotico francese.

Come arrivammo in quel consesso divino di giovani senza rotta?

Non lo sapremo mai.

Senza svanire mai

Sono un aereo in volo. Porto con me i miei passeggeri. Sento ciò che pensano lavorare sulle mie forme. Sogno viaggiando.

E’ stato quando ho preso per la prima volta un pullman, a N. Non era come andare nel cesto in bicicletta e sulla strada le cose ti passavano di lato scorrendo via dietro le orecchie. Tutto al contrario. Stavo in braccio a mia madre sul fondo dell’abitacolo. Lì c’era uno spazio ribassato privo di sedili. Mi tenevo forte e guardavo fuori dal vetro posteriore. Il mondo si allontanava sempre di più senza svanire mai. Ciò che era fuori appariva all’improvviso dalle nostre spalle. Ci circondava. Ci inseguiva arrancando. Un uomo in bicicletta restava a fatica nel campo visivo per un tempo che non sapevo calcolare, – un attimo, – l’intermittenza breve di una scossa e svaniva sulla strada che lo aveva condotto fino a lì, a tratti guardando avanti, verso di noi, senza riconoscerci e poi abbassando gli occhi oltre i pedali, sull’asfalto in rapida corsa.

Eravamo chiusi in un cerchio magico avvolto dai rumori degli ingranaggi come strati interposti di cellophane trasparente. Le vibrazioni ci permeavano rendendoci immuni al tempo. Questo fermarsi e guardare indietro, alla via appena percorsa, era un po’ come fare silenzio, tensione e pensiero all’istante.

Farei la firma per tornare da dove sono venuto?

Non credo.

Le voglie dei presenti e le notizie degli assenti

Le notizie e i testi d’attualità qui pubblicati sono di carattere riflessivo. Spesso si aprono ai nostri occhi decine d’anni dopo il momento in cui furono scritti. Forse è questo il senso dell’informazione.Voglio dire dell’informazione come la trattiamo ora, quella dei blogger e in generale degli azionisti della rete.

Non arrivare prima, ma arrivare bene. Questo è l’obiettivo che credo dovremmo darci. Perché un blogger non è né un giornalista né uno scrittore. Di solito inserisco cose mai lette o lette da pochi, come la favola dei ladri di Ennio Flaiano, ma in questa occasione pubblico un articolo di Bocca del 1985 già apparso ieri sul Barbiere della Sera.

Si tratta di un pezzo bello ironico, che rovescia il ruolo da parrucconi che socialmente si affibbia agli intellettuali. E’ una storia presa dal salotto buio dove teniamo il televisore e proiettata tra le luci stroboscopiche e i sudori allo champagne dei nostri amati nights, o scantinati che dir si voglia.

Fu pubblicato su una fanzine mica male alla fine di una storia che molti mettono sotto la coperta degli Anni Settanta. E’ stata brava Valentina Avon a rimettercela sotto il naso.

Seratine di piacere in Casa Berlusconi di Giorgio Bocca

Non sono mai stato uno di quei moralisti che piangono per l’esistenza dei network, della libera concorrenza e del denaro, anzi mi sono sempre adeguato al mutare dei tempi, cercando di vivere decorosamente e in agiatezza senza troppo sottilizzare su chi mi dava pane e companatico.

Ma – nonostante ciò – sento oggi la necessità di parlare di una storia che ho saputo grazie alle intime confidenze di un’amica, ricca e facoltosa signora della borghesia lombarda.

A quanto mi ha raccontato la mia amica, persona in tutto degna di fede, il dottor Silvio Berlusconi, il famoso proprietario delle Tv private più importanti e di numerosi giornali a grande tiratura, come il famigerato TV Sorrisi e Canzoni, organizza periodicamente a casa sua delle “seratine televisive”.

Il titolo curiosamente familiare nasconde in realtà un gioco di società assai divertente e appetitoso che il geniale imprenditore piduista ha inventato per sé e per i suoi più fidati amici (qualche socialista cocainomane, qualche industriale, qualche mafioso). Il gruppo, riunito come in un racconto del marchese De Sade davanti alla Tv, sceglie ogni sera, tra presentatrici, ballerine e showgirls dei programmi di Retequattro, Italia1 e Canale 5, quelle che dovranno essere chiamate a soddisfare le voglie dei presenti in un crescendo di situazioni viziose.

Basta poi una telefonata del boss e ai direttori di rete mandano a casa Berlusconi, impacchettate e pronte a tutto, le schiave della serata. Programmi specificamente allestiti, come Viva le donne, M’ama non m’ama, Drive In, ecc. assicurano il giusto flusso di carne fresca per il “divino Silvio”.

Ora io non voglio fare un discorso moralista, né spezzare una lancia a favore della castità. Riconosco al dottor Berlusconi un grande senso pratico in queste faccende e non discuto neppure sul fatto che lui si diverta così. Ma non posso non sentirmi infastidito se penso che, tra i tanti “amici” che sono stati invitati a godersi le ballerine e le presentatrici, il mio nome non figura mai.

L’Italia è proprio un paese in cui il merito viene spesso calpestato e dove trionfa l’ipocrisia, il partitismo, il denaro. Sono andati a passare qualche ora da Berlusconi, ora presidenti del Consiglio, ora presidenti di banche, ora camorristi, ora rapitori e riciclatori di denaro sporco, ora trafficanti di cocaina, ora assassini prezzolati, ma non è mai stato invitato nessun uomo di cultura, nessun   intellettuale e – senza voler essere demagoghi – nessun proletario.

Come mai? Eppure – faccio notare – io, come tanti altri intellettuali, lavoriamo per Berlusconi, partecipiamo ai suoi programmi, rendiamo culturalmente accettabili anche le puttanate più forti del network. E credo che ci meriteremmo almeno una piccola ballerina.

Parlo per me, ma penso di interpretare anche il pensiero dei colleghi Arrigo Levi e Guglielmo Zucconi, nonché Maurizio Costanzo dell’Occhio Nero – pur essendo il più brutto di tutti noi –, che comunque fa storia a sé, essendo nato in passato e forse ancor ora, membro della stessa loggia dei boss.

Mi si potrebbe obiettare: perché non telefoni tu stesso ai direttori dei programmi per farti mandare a casa presentatrici e gnoccolone varie? Inutile, ho provato, per scrupolo di cronista, a fare dei tentativi. Ogni volta mi sono sentito sghignazzare in faccia. Insomma senza un invito di Berlusconi non riuscirò mai a partecipare a una vera serata di piacere.

E questo, come ex partigiano e come uomo, mi secca abbastanza. Devo pensare che la colpa vada attribuita al mio maledetto riportino, che certe volte il vento agita fino a mostrare il bianco della pelata?

Riportino sì o no, dispiace che un imprenditore così accorto come Berlusconi sottovaluti gli intellettuali, proprio quando si tratta di spartirsi “la gnocca”.”

(G. BOCCA, Seratine di piacere in casa Berlusconi su Frizzer, continuazione di Frigidaire del Giugno 1985)

I nostri gattai stanno lassù

Abbiamo parlato, abbiamo attraversato il tempo. Siamo ancora sulla strada. Noi siamo vivi, loro sono morti. Loro saranno vivi, noi saremo morti. Noi saremo vivi. Con la nostra merda e con la nostra sofferenza. Perché siamo roba così, tanto per stare insieme e volerci bene. Siamo quello che vuole il nostro signore, piccoli uomini liberi di danzare. Le risate nevrotiche e innamorate ci appartengono. Sono i pensieri che affiorano dal silenzio, meditazioni equivoche per chi non vede oltre i vetri appannati dell’abitacolo che ci ospita.

Eravamo in tre. Di più non ci saremmo stati. Un quadro paradisiaco da diluvio universale. La pioggia sul deserto e dentro noi a morire di sete.

Mi mancano tanto quei minimi gattai che passano all’alba. Lasci fuori il tuo gattino vuoto, la sera, prima di addormentarti, e lo raccogli al risveglio, bello pieno e pimpante d’infinito, le zampe zuppe di lacrime di stelle.

Sì, perché i nostri gattai stanno lassù, nelle fabbriche celesti, e non perdono tempo. Neanche un secondo. Tutte balle che sulle stelle non ci si può stare. I gattai ci stanno e lavorano a più non posso per produrre diverse misure d’infinito, frammenti di verità e fritelle di colui che non si può dire.

I turni di notte sono feroci, non c’è un attimo di respiro, purché gli abitanti della Terra e degli altri pianeti acquatici siano felici.

Com’era verde la mia valle

Sebbene sia difficile perseguire ciò in cui si crede, non vuol dire che sia falso.

Di solito corro lungo il torrente perché è l’unico percorso pianeggiante tra le nostre colline. Corro tra le piante esili e i prati in fiore. Corro e vedo gli effetti dell’indecisione.

Due linee elettriche ad alta tensione sfilano criminalmente per la valle. Tranciano e uccidono il bosco, i campi e il paesaggio. Se potessero schiaccerebbero anche le case. Alzano i loro piloni. Minacciano con prepotenza il cielo. Tranciano le foreste secondo triangoli e rette funzionali. Distruggono le antiche vie di comunicazione. Preparano il lavoro per gli archeologi. Aprono strade nei prati. Gli unici terreni fertili se ne vanno. A loro servono accessi comodi affinché i servi li preservino dal logorio del tempo.

Corro sotto lo scempio ultimato. Contemplo le stanze vuote della casa con il dolore di avere perso la parte del mondo in cui avevo seppellito i miei segreti. È proprio lì che i ladri sono arrivati, nella vela candida dell’immaginazione; e hanno rubato. A mettere a soqquadro un mondo si fa presto, ma poi si deve chiamare Dio per fare un po’ di ordine. Non è uno scherzo. Questa gente ha strappato mille e mille anni di ricordi, innamoramenti, sogni, fantasie, riposi, silenzi, canti, fruscii, drammi, fughe, ninnenanne, ammirazioni, sorrisi, commozioni, addii e nostalgie. Lo hanno fatto in un attimo. Con un decreto governativo, chilometri di fili e sbarre d’acciaio, ruspe e camion carichi d’ingiustizia e d’arroganza.

Proprio mentre sgrano gli occhi incredulo sul vuoto che non mi è familiare, mi accorgo che i ladri sono tornati. Si occupano di smontare i mobili più ingombranti. Smontano le finestre. Allargano i muri. Lo fanno indisturbati. Dopo avere fatto uscire la mobilia più preziosa richiudono tutto. È come un incubo. Siamo tanti lungo la valle. Sbraitiamo ‘aiuto!’ ma non emettono suono le nostre ugole. Ognuno dal suo punto vede gli altri sbracciarsi, ma non sa raggiungerli. Sembra impossibile colmare le distanze.

All’esterno sembra che niente sia accaduto. Gli amici vengono a trovarmi e mi danno una pacca sulla spalla.

“Fortunato te che stai in Paradiso!”

I ladri si sono accampati in giardino. Non li disturba nessuno. Nemmeno io mi azzardo ad avvicinarmi. Quando li si incrocia non c’è l’imbarazzo di salutarli: tirano dritto a spazzolare gli ultimi sogni sperduti e a chiudere le falle che si sono formate sul terreno, lasciandolo definitivamente inerme e accidentato.

I più disperati di loro dormono nei container. Sono l’ultima ruota del carro. Non vale nemmeno la pena di prendersela con loro. Sollevano i prati e le strade, smuovono i terrapieni, ribaltano il greto del torrente e sfasciano a strisce la foresta. Lo fanno per soddisfare i loro scipiti desideri. Una macchina nuova più grande della precedente. Una tivù al plasma più grande della precedente. Una domenica in famiglia al centro commerciale. Una vacanza esotica, magari fuori stagione.

Dispongono lunghi tubi e li ricoprono con la terra smossa. “Pagano bene e io lo faccio: a te che te ne pare?”.

“Continuare a vivere, continuare a vivere nel modo mio migliore”. Mi dico. “It’s a desert, but we should try to plant the flowers, the herbes and the vegetables. Concimare, concimare ancora, finché Dio non tornerà a riportare l’ordine in questo angolo di casino”.

Una grande esplosione. Sarà ancora attuale?

Intanto vedo i corpi

esplodere in massa.

Chi vedrà tanti corpi

esplodere in massa?

Una grande esplosione dovrebbe

disintegrare anche parte

del mondo lunare, due gatti

stereoscopici dimenticati dai gattai

per le strade del gusto massacrate, dovrebbe

disintegrare la sagoma prestigiosa

della cocacola

la parola immacolata

del signor papa

le catene sottili come cordini

d’acciaio ben temperato

la dama di compagnia della madama

bush senior

la dama di compagnia della madama

bush junior

la dama di compagnia della madama

balzata nel silenzio

denso

di malumore e assenso

il cappello a scacchi di mr

johnson con gli occhiali dorati e il giaccone

la pelliccia di visone

l’oro

di mrs giorgione

la musica lilla

fusion

free jazz

le parole mescolate a parole

fino a divenire rumore

l’esplosione dovrebbe disintegrare

le orecchie

le libagioni

i fumatori

i non fumatori

le esalazioni

incontrollate bionde arrovesciate

del potere

delle macchine in pressofusione

le carezze immacolate

di madonna puttanone

i pennacchi accelerati

del proiettile ad alta velocità

a bassa frequenza lungo il tempo

infinito a quadretti

del quaderno dei compiti

delle elementari, dovrebbe disintegrare

gli animali

addomesticati dagli uomini

gli uomini in massa oppure

alcuni superiori

portati all’autocensura

alla misura

delle parole

più corte più lunghe

le migliori

per i loro piaceri

masturbatori, dovrebbe

disintegrare i dodo

i dinosauri

sottoposti ad eccessive radiazioni

le lacrime aggiunte dei fraudolenti

topi

mutevoli alle radiazioni

divoratori di uova

di nuove

vite gustose

interiorizzatori del sacrificio mondiale

capaci di ingoiare superfici

ellittiche spezzando i gusci

aprendo i denti a ribollenti effusioni

danze rosse

laviche incandescenti

riportando nel ventre

cunicolare

nella tana materna

ragionevole in comunione

i versi della frode

dell’inganno ligneo equestre sottile

separato imberbe, dovrebbe

disintegrare la tigre

della Tasmania la bianca

salma del gorilla catalano

la rabbia sonora dell’orsa

della balena dell’elefanta

della matta della puttana della sarta

della cagna della troia della cammella

dell’aquila sovrana

della sorella della mezzana

della pioggia

orfana dei figli

orfana

di appigli, dovrebbe

disintegrare le armi

micidiali che gli uomini sanno amare

le divisioni giapponesi

di astronavi interstellari

le divisioni intercontinentali

dei legionari americani

le parole assassine

dei commentatori locali

le barbe rosse

gli occhi agghiaccianti

le pance che ammiccano

le cravatte allentate intorno a gozzi ingombranti

intorno a lacrime di dolore

per il vigliacco che non combatte

intorno ai denti battenti

contro le ombre dei perdenti

contro gli afasici dissidenti

contro le natiche recalcitranti

di fronte a torme di demoni erranti

davanti a pletore di gin in fiamme

tappeti istoriati e cupole danzanti.

Intanto vedo i corpi

esplodere in massa.

Chi vedrà tanti corpi

esplodere in massa?

Una grande esplosione dovrebbe disintegrare anche

parte della galassia inferiore

tre milioni di sistemi stellari

cinquecentomila miliardi di unici

esseri mordenti tra i quali

alcuni simiglianti ai defunti

terrestri sparsi come l’amico

defunto george tacchino jr

il defunto tony

bascione

l’amico

già amputato di un braccio

di un testicolo e dotato

di una gamba aspiraliquami silvio

fu presidente del consiglio

dello stivale di carlo, dovrebbe disintegrare

i pagliacci che uccidono bambini a distanza

per amore della patria e del cinema amatoriale

dovrebbe disintegrare

la cacca i sogni l’acqua

l’odore della terra

il verde dei pini

l’incendio autunnale

le labbra della bambina che m’ama

la rugiada stanca di vagare

dal mare alla terra

dalla pace alla guerra.

“Tutte le ricchezze del mondo

si profondono in distruzione.”

“Quasi una vita” di Corrado Alvaro

“La gente come me, della mia generazione, non ha una favola di vita. Perciò questo libro non è un diario né un’autobiografia. Era una raccolta di racconti che dovevano servire per me, pei racconti, i saggi, le opere che avrei scritto un giorno, che tuttavia mi sia dato il tempo e la lena di scrivere. Nella loro maggior parte, quegli appunti sono stampati qui, col singolare procedimento ormai in uso, che uno scrittore pubblichi egli stesso il suo libro segreto.

“Ma quale segreto? La mia è una biografia esemplare; come tutti i miei contemporanei, ho cercato di trarre a salvamento fisico e morale la mia esistenza attraverso un’epoca che tutti conosciamo. E di tale epoca questo libro, nella parte che vi occupa la testimonianza, dovrebbe servire a ricordare qualche aspetto, forse a rivelare qualche particolare che non fu notato, qualche episodio che illumini le forze, l’ambiente, i sentimenti che hanno dominato la vita della nostra generazione. Quanto alla legittimità d’una tale pubblicazione, me ne appello alla consuetudine dei nostri scrittori del Cinquecento, i quali stampavano i loro epistolari, e ne componevano anzi con lettere scritte a questo scopo, ciò che è l’equivalente dei diari e dei giornali intimi del nostro tempo”.

(C. ALVARO, Avvertenza in Quasi una vita)

Se tu ci tieni così tanto ai sentimenti

S. e C. stanno insieme da sei anni. Al principio del loro amore ci fu una convenzione. Come in ogni convenzione c’erano due attori, che fingevano di accettare norme snocciolate in un linguaggio talmente asettico da celare incondivisibili certezze.

C. fu subito chiara: non aveva nessuna intenzione di lasciarsi andare.

“Solo per sesso, io gli uomini li uso e li getto.”

“Ma quanti uomini hai già usato?”. S’interessò S. con tono distaccato, che in lui celava un inconfessabile rammarico.

“Sessanta, circa”.

“Ah, interessante…”.

La convenzione resiste. Quello che si dissero una volta, al bar, testimoni un tavolo quadrato, una zuccheriera e due tazze di tè, vale ancora. S. e C. vivono insieme in una mansarda di Oranien. S. ha ricevuto da qualche mese l’invito ad insegnare nell’Università di Weimar in seguito ad un colloquio. Si tratta di un contratto a scadenza, ma è un inizio, pensa. S. si è portato a spasso dalla Baviera al Brandeburgo il mito della Bauhaus. Come potrebbe rifiutare ora d’insegnare, anche solo per un giorno, negli edifici progettati da Mies? non scherziamo!

Durante la settimana S. è a Weimar, e il sabato e la domenica è a Berlino. C. si rifiuta di restare cinque giorni sola ad aspettare S. nella mansarda. Si trasferisce nel Mitte, in un appartamento che condivide con altre quattro persone. Lì le cose vanno meglio. C. accetta più volentieri le lunghe assenze di S.

Intanto S., volendo dare una risposta concreta alle recriminazioni di C., fa di tutto per darle un’occupazione a Weimar, finché il suo capo di dipartimento non decide d’invitarla a lavorare nel loro gruppo universitario.

C. è felice del trasferimento, ma prima ha bisogno di chiarirsi con S. Infatti, lo tradisce metodicamente con uno dei suoi compagni di casa.

“Puttana,” a molti verrebbe da dire, ma S. è un uomo garbato e comprensivo. ”Perché?”, perciò chiede. 

“Tu eri sempre lontano, a pensare alla tua carriera, e io qui sola, senza soldi, senza nemmeno i soldi per pagarmi una casa… Che cosa potevo fare…?”.

“Se non andare a letto con il primo che passava? In questo caso non sei neanche dovuta uscire fuori a prendere freddo: ti sei rimorchiata direttamente quello sballato pantofolaio che per andare al cesso doveva per forza passare davanti alla tua stanza”.

“Mi sembra che tu la stia prendendo male, e soprattutto, come sempre, senza un briciolo di sentimento. D’altronde tu sei quello razionale, no? quello che pensa solo al lavoro, torna a casa e sfoglia le sue fottute riviste di settore!”.

“Taci, per favore”.

“Stai zitto tu, che non sai neanche cosa sia una donna”.

“Stai esagerando. Se davvero non m’interesso di te, come te lo spieghi che mi sono sbattuto per trovarti un lavoro in università a Weimar?”.

“Sì… così mi avresti tenuta ogni giorno e ogni notte sotto i tuoi occhi… mi fai schifo!”.

“Beh, a dire la verità anch’io non vorrei proprio vedere ancora la tua faccia… Se tu ci tieni così tanto ai sentimenti, rinuncia al lavoro…”.

“Col cazzo!”.

A ciascuno il suo ovvero, Wikileaks ci racconta quello che preferiamo fingere di non sapere

Se tutto fosse così come i gonzi intuiscono che sia, allora il mondo in cui viviamo sarebbe gremito d’infelicità. La rapacità si fa strada, mentre gli uomini si dannano per fingere d’essere animali buoni e onesti, di avere una coscienza che li conduce rammentando loro di rispettare gli altri.

Per alcuni caratteri non c’è scampo: o tuffarsi nella letteratura o morire schiacciati dalla verità. E qual è la verità? Crudeltà, orrore, cupidigia.

A saper le cose come stanno si muore. E nei tempi moderni si muore ancora più in fretta.

Mordi il ditino. Mordi il ditino.

Gelosia

La mia fidanzata… A pensarci adesso mi sa che non c’era niente di male. Era abbastanza nell’ordine delle cose. Non ero in quadro io a vedere tutto così torvo. Ero angosciato da quel che faceva quando non c’ero. Stavo male. L’ansia di essere tradito proprio in quell’istante, proprio nel momento in cui pensavo a lei con tutto il mio amore, mi rendeva cieco e stupido. Le stavo incollato più che potevo, che era quasi nulla vivendo a centinaia di chilometri l’uno dall’altra. Era come bere il più in fretta possibile una bottiglia d’acqua, sapendo di restarne senza per ore e ore nel cuore dell’estate, prima d’imbattersi nella prima fonte tra le colline aride. Eppure si beve, si beve cupidamente con il rischio di sbrodolarsi. Così si sperpera ciò che si vorrebbe davvero possedere, lo si ingoia nascondendolo al mondo e a se stessi. Questo volevo dire. E non è mai troppo tardi: non sono ancora passati vent’anni.

Zucca e gorgonzola

 

Un giorno della scorsa settimana, cercando tra gli avanzi delle festività, ho trovato una bella sorpresa. Alcuni giorni prima mia suocera aveva soffritto della zucca con la cipolla e l’aveva poi ritirata in frigorifero essendo cambiati i nostri programmi per il pranzo.

Di fretta e affamato dovevo cucinare un piatto al volo con i pochi ingredienti a disposizione. Nessuna sfida sarebbe stata più consona alla mia indole di dissipatore. Fin dagli anni dell’università, avevo imparato che nella penuria di cibo si ottenevano i migliori risultati in cucina. Ricordo che alla fine della settimana molti studenti giungevano negli appartamenti dove vivevo, portando con sé gli avanzi del frigorifero che univo cucinando per loro. Ognuno di noi aveva bruciato i propri risparmi in fumo, alcool e danze; non rimaneva quasi nulla della spesa del lunedì e delle masserizie portate dalle nostre case di campagna. Mi arrangiavo tuttavia con quel che avevo e i risultati erano gustosi. Queste cene del “si salvi chi può” divennero tanto rinomate che il giovedì già c’era la coda per far cena da Malidor, chi con il bustino degli avanzi tra le mani e chi con la bottiglia di vino recuperata all’ultimo da Mario sotto il braccio.

Così, con un po’ di spleen nell’anima, qualche giorno fa ho messo su la pentola con l’acqua, ho ricotto in padella la zucca con la cipolla, e l’ho mescolata con due liste di gorgonzola stagionato e cremoso, quasi rosa, che mi aveva passato mia nonna. Quando l’acqua s’è messa a bollire ho gettato un pugnetto di sale grosso e i fusilli di riso, regalo di mia madre.

La pasta era candida e cuocendo diffondeva nell’aria il profumo dell’amido. Aveva il pregio di essere figlia della stessa terra da cui prelibati nacquero la zucca e il gorgonzola.

Ho scolato i fusilli proprio al momento giusto (ci vuole letteralmente un attimo perché la loro tenerezza si sfaldi in orridi filamenti lattiginosi). Li ho depositati sul fondo di una zuppiera e ho versato su di loro l’intingolo aranciato che ribolliva morbidamente in padella. Mescolando con pazienza ho riunito infine i tre fratelli (il segreto della pasta è mescolare, mescolare facendo aderire i sapori).

Seduti alla tavola, Leonia ed io abbiamo goduto di una svelto pranzo di lavoro, assaporando attraverso i nostri palati un’armoniosa riunione familiare.

Riso e porri

I porri sono buoni, leggeri e facili da cucinare. Quando li vedo tra le altre verdure al supermercato, mi fermo per meglio osservarli. Non sempre li metto nel carrello. Spesso li contemplo e poi li abbandono. Non perché abbiano un brutto aspetto o siano costosi. Si tratta di una questione privata. La sola loro vista o il nominarli richiama tra i miei pensieri il profumo della crema di porri con i crostini che faceva mia madre. Era un piatto che preparava in abbondanza il sabato con la pentola a pressione e ravvivava diluendolo nel corso della settimana.

Ci serviva delle fondine ricolme fino all’orlo di crema molto bollente. Il profumo diffuso nell’aria ci invitava a rischiare scottandoci immancabilmente il palato e la lingua per il desiderio di assaggiare la zuppa, nonostante soffiassimo due o tre volte sul cucchiaio prima di ingurgitare.

Durante quest’inverno cucino sempre più spesso porri, anche con il consenso di Leonia. Di solito li faccio andare con il riso. Prendo tre porri belli cicci, li mondo della terra e ne tolgo le punte più verdi e fibrose. Depositati sull’asse, li affetto a rondelle abbastanza fini (sempre meno man mano che il gambo si assottiglia). Intanto ho versato l’olio nella mia pentola di rame preferita, già scalpitante sul fuoco.

Gettati nell’olio caldo, i porri sfrigolano. Vi spargo sopra due pizzichi generosi di sale e li mescolo con il cucchiaio di legno che mi è rimasto fedele per anni, consumandosi e bruciacchiandosi a contatto con i tegami. Quando le rondelle si saranno ben sfaldate, divenendo ritagli leggermente dorati che inonderanno con il loro profumo i pensieri degli abitanti della casa, sarà giunto il momento di unirle al riso (Roma, Arborio o Carnaroli) facendo presentire la fine che avverrà di lì a una ventina di minuti.

Verso quindi un bicchiere di vino bianco sull’amalgama che in pochi minuti si è formata. (Di solito adopero l’Ortrugo, un vinello torbido e genuino che mio zio va a comprare sui Colli Piacentini).

Quanto trascorre prima che il vino si sia asciugato?

Poco. Quattro, cinque minuti sul fuoco più tenue della fiamma. Non mi allontano in quel frangente, mi occupo anzi del brodo, che sia bello caldo (se non ho altro metto su un po’ d’acqua appena salata) e grattugio il formaggio (consiglio: se avete la macchina, andate a prendervi la mezza forma di Grana Padano dal produttore, perché costa poco, è genuina e vi dura tutto l’inverno).

Ecco, per farla breve, quando il riso s’è ben legato con i porri verso il brodo, ne verso ancora finché il contenuto della pentola sarà quasi sommerso (lo lascio boccheggiare sulla superficie e aggiungo brodo ogni tanto, mescolando perché non si attacchi né si asciughi).

Alla fine, quando il riso è ancora bagnato, due belle manciate di grana ci stanno troppo bene, e se a cena ho qualche vizioso, anche una fetta gialla di burro del Mottarone si può scogliere con piacere… A tavola! (mi porto dietro la pentola e il sottopentola, così chi vuole può fare direttamente il bis, perché con le porzioni sono sempre abbondante, sperando che ne avanzi per fare riso saltato il giorno dopo…).

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