Tutte le cose invisibili: tutte le cose visibili

In realtà questa storia mi ha preso la testa insieme a tante altre che stanno nell’incubatore freddo caldo della memoria. Cose secche, con dei fatti umidi asciutti spuntati qua e là come mazze di tamburo. Sì, perché le vicende del posto da dove vengo non si svolgono, ma cadono dalla pianta e marciscono in fretta come le fragole nel frigorifero.

Ve lo devo dire: mille volte mi alzai dal letto pieno di sogni e buona volontà con l’intenzione di radermi e uscire di casa. Mi tagliai talmente da perdere per anni la voglia di farmi la barba. Adesso però mi tocca… così lunga… so già che mi sgranerò la pelle del collo e della faccia… sanguinerò come un pollo scannato…

Camminavamo nella nebbia dietro il carro funebre, dalla chiesa al cimitero come si usa. Non ce ne accorgevamo. Il pulviscolo grigio ingannava. Nel gelo vaporoso apparvero i fantasmi che eravamo. Ognuno vide le sue cose com’erano state, nonostante i cambiamenti percettibili. E io vidi le mie.

Dimenticai la banalità del male. Le villette a schiera costruite una in groppa all’altra. I casoni stravaganti all’americana nel cuore della risaia. Uscii un’altra volta dalla casa all’angolo, tra il circolo e il tabaccaio. Lì viveva Lucia. Ero soddisfatto, perché avevo giocato con tutti senza lamentarmi. Al momento opportuno avevo preso il cappotto e il cappello. Mi ero annodato la sciarpa intorno al collo e avevo dichiarato di dover andare. Mi ero congedato con un breve sorriso. Chiudendomi la porta dietro le spalle avevo intravisto i bambini rincorrersi con dei cuscini fra le mani.

Sulla strada ero solo. La nebbia mi sbarrava il passo. Spazzava via le mie orme impedendomi il ritorno. I muri si alzavano ai miei fianchi. Mi negavano le finestre, le luci, le ombre delle figure umane ricoverate negli interni.

Negli ultimi giorni la ghiandola inguinale si era infiammata. Mi faceva zoppicare. Aveva iniziato a darmi fastidio qualche settimana prima. Avevo promesso a mio padre che mi sarei fatto vedere dal medico e adesso, – mentre lui era lontano, in un campo da calcio ad allenarsi per la domenica, – stavo mantenendo la promessa.

Andavo verso la piazza. Avevo salutato i miei amici. Non sapevo che non sarei più tornato.

Tutte le cose invisibili: tutte le cose visibili. Vaghezza sulla strada verso il cimitero. Abbandonato il paese avvolto nel silenzio. Il respiro pesante del maggese declivio. La fila regolare degli orti. L’ordine opposto dei campi. I gerbidi paralleli alla roggia. Quando arrivammo a destinazione.

Com’era verde la mia valle

Sebbene sia difficile perseguire ciò in cui si crede, non vuol dire che sia falso.

Di solito corro lungo il torrente perché è l’unico percorso pianeggiante tra le nostre colline. Corro tra le piante esili e i prati in fiore. Corro e vedo gli effetti dell’indecisione.

Due linee elettriche ad alta tensione sfilano criminalmente per la valle. Tranciano e uccidono il bosco, i campi e il paesaggio. Se potessero schiaccerebbero anche le case. Alzano i loro piloni. Minacciano con prepotenza il cielo. Tranciano le foreste secondo triangoli e rette funzionali. Distruggono le antiche vie di comunicazione. Preparano il lavoro per gli archeologi. Aprono strade nei prati. Gli unici terreni fertili se ne vanno. A loro servono accessi comodi affinché i servi li preservino dal logorio del tempo.

Corro sotto lo scempio ultimato. Contemplo le stanze vuote della casa con il dolore di avere perso la parte del mondo in cui avevo seppellito i miei segreti. È proprio lì che i ladri sono arrivati, nella vela candida dell’immaginazione; e hanno rubato. A mettere a soqquadro un mondo si fa presto, ma poi si deve chiamare Dio per fare un po’ di ordine. Non è uno scherzo. Questa gente ha strappato mille e mille anni di ricordi, innamoramenti, sogni, fantasie, riposi, silenzi, canti, fruscii, drammi, fughe, ninnenanne, ammirazioni, sorrisi, commozioni, addii e nostalgie. Lo hanno fatto in un attimo. Con un decreto governativo, chilometri di fili e sbarre d’acciaio, ruspe e camion carichi d’ingiustizia e d’arroganza.

Proprio mentre sgrano gli occhi incredulo sul vuoto che non mi è familiare, mi accorgo che i ladri sono tornati. Si occupano di smontare i mobili più ingombranti. Smontano le finestre. Allargano i muri. Lo fanno indisturbati. Dopo avere fatto uscire la mobilia più preziosa richiudono tutto. È come un incubo. Siamo tanti lungo la valle. Sbraitiamo ‘aiuto!’ ma non emettono suono le nostre ugole. Ognuno dal suo punto vede gli altri sbracciarsi, ma non sa raggiungerli. Sembra impossibile colmare le distanze.

All’esterno sembra che niente sia accaduto. Gli amici vengono a trovarmi e mi danno una pacca sulla spalla.

“Fortunato te che stai in Paradiso!”

I ladri si sono accampati in giardino. Non li disturba nessuno. Nemmeno io mi azzardo ad avvicinarmi. Quando li si incrocia non c’è l’imbarazzo di salutarli: tirano dritto a spazzolare gli ultimi sogni sperduti e a chiudere le falle che si sono formate sul terreno, lasciandolo definitivamente inerme e accidentato.

I più disperati di loro dormono nei container. Sono l’ultima ruota del carro. Non vale nemmeno la pena di prendersela con loro. Sollevano i prati e le strade, smuovono i terrapieni, ribaltano il greto del torrente e sfasciano a strisce la foresta. Lo fanno per soddisfare i loro scipiti desideri. Una macchina nuova più grande della precedente. Una tivù al plasma più grande della precedente. Una domenica in famiglia al centro commerciale. Una vacanza esotica, magari fuori stagione.

Dispongono lunghi tubi e li ricoprono con la terra smossa. “Pagano bene e io lo faccio: a te che te ne pare?”.

“Continuare a vivere, continuare a vivere nel modo mio migliore”. Mi dico. “It’s a desert, but we should try to plant the flowers, the herbes and the vegetables. Concimare, concimare ancora, finché Dio non tornerà a riportare l’ordine in questo angolo di casino”.

Dallo spigolo buio di un granello di polvere

 

Poi il treno, la prima sigaretta dopo l’astinenza mi faceva girare la testa. Da una destinazione all’altra. Mi muovevo come un pacco di pensieri in un mondo che mi annoiava, ma nel quale riconoscevo la mia stessa capacità di fallire un giorno dopo l’altro, una notte dopo l’altra con imprevedibile semplicità.

Passavo dalla sponda piemontese alla lombarda ricadendo sempre nello stesso incubo: terra bagnata che si dipana, accidiosa e nemica di se stessa nell’alveo naturale della mediocrità che l’irrora. Era un sonno torbido. Fuori di me la carrozza prendeva le scosse dei binari. Mi destavo a più riprese. Saltavo da una galassia all’altra, travolto da una stanchezza che confondevo con la curiosità.

Il treno mi tratteneva, sospeso tra una provincia e l’altra nella provincia piccola di un pianeta provinciale.

Dallo spigolo buio di un granello di polvere partivano le strade ferrate interstellari sulle quali avrei voluto viaggiare.

Girava voce che l’Express 999 sarebbe passato dalle nostre parti.

Maetel mi attendeva sul binario, nel suo corpo eternamente avvolto in un abito ampio e nero. Il pallore della pelle e gli occhi d’acqua mi fecero pensare che fosse morta.

Era vero amore?

E se fossi a Buffalora?

 

Quella notte ha superato il tempo. E’ entrata nella dimensione ulteriore. Nel cuore dell’Europa vivente, oltre il recinto del cimitero in cui mi arrabatto. C’è un film, Dellamorte Dellamore, una fumettata che racconta di un becchino e del suo aiutante in lotta contro i morti viventi e i vampiri che albergano nel cimitero. Tra i cadaveri risorti lei appare bellissima. E feroce. Lui è disincantato e l’amico non ha più orrore. Arrivano al dunque e al becchino non resta che scappare. Ma uscito da Buffalora ferma il suo maggiolino. Scende e mette le scarpe sull’orlo della voragine. A questo punto la scena si apre. Sospesa nel vuoto non rimane che Buffalora, come qualcosa che non c’è se non nella fantasia di chi la sta vivendo.

E se fossi a Buffalora? Combatto contro i morti viventi. Ma forse mi sono già suicidato. C’è una voragine tra me e il resto del mondo. Mi sono fissato su questa storia dell’Italia. Al punto da non uscire mai dalla mia stanza.

Chiuso nella sfera che mi riflette, ricordo. E lì con me Dagmara, nel centro baluginante del cristallo, annaspa. Sembra un altro romanzo. Due servi giunti dalle estreme province dell’Impero dopo lustri di viaggio, quando l’Impero era già scomparso entrarono in città. Si conobbero sulla porta deserta e s’innamorarono. Piombati in ritardo nell’eco maestosa e dorata del trambusto di una capitale, abbandonarono la missione per cui avevano fatto tanta strada. Di fronte a un cameriere impeccabile come un conte nei gesti e nelle parole, si stavano chiedendo dov’erano arrivati. Il meridionale offrì una cena alla tavola dei ricchi, prima di fuggire verso la periferia con l’ultimo treno innevato. La ragazza dell’Est allargava lo sguardo sulle tovaglie candide, sui lampadari di vetro soffiato, sulle posate d’argento e sui bicchieri in filigrana. I loro occhi luccicavano. Erano prigionieri di un abbaglio, mentre si abbracciavano e si baciavano, apparsi all’improvviso come fantasmi di gioventù nelle pupille di due anziani.

Settimana lunga

Uno scoiattolo sotto il portico di Christian

Settimana lunga. Riunioni, viaggi, maltempo.

Il miracolo della natura s’è trasfuso in uno scoiattolo. Tornando a casa in auto, entrando nel bivio che diviene un solo vicolo – budello contorto che attraversa il villaggio – ho visto su un pilastro di granito uno scoiattolo. Non si muoveva: sembrava imbalsamato. Era rosso, robusto, l’occhio aperto e attento. Pensavo fosse uno scherzo macabro, un animale impagliato messo in bilico in mezzo alla strada: di cose del genere se ne possono vedere a Morghen come altrove.

In realtà era vivo. Immobile in alto, su una punta di pietra, tra una strada in discesa e una in salita. Così esposto si sentiva al riparo dai guai che gli umani gli avrebbero potuto procurare?

Leonia l’aveva visto prima di me: era vivo perché perdeva sangue dal naso. Piccole gocce di sangue cadevano dal naso. La coda fremeva nell’aria scossa dai motori al passo.

Chissà da dove veniva?

La mattina dopo, andando nel cunicolo a doppio senso dove ad ogni curva rischi un incidente frontale, vedo lo scoiattolo aggrapparsi al muro di sasso che si alza vicino al pilastro su cui il giorno prima s’era accucciato. Dietro il muro c’è il parco delle suore. Grandi alberi dove dormire fino alla primavera. Forse l’avevano svegliato dal letargo, i giardinieri l’avevano disturbato con le motoseghe e quello – spaventato – se n’era fuggito di soprassalto tra sogno e realtà. Forse aveva cercato la fuga oltre il muro. Forse una macchina l’aveva toccato senza ammazzarlo. Forse il guidatore – commosso – l’aveva sollevato e posto sul pilastro, in un punto in cui altri mezzi non l’avrebbero schiacciato.

E lì ha aspettato, stremato e grasso dell’ultimo grasso del letargo. Ha aspettato tutta la notte, mentre l’atmosfera scivolava dal freddo al gelo e il suo metabolismo operava per la salvezza.

Spero per lui che quanto ha consumato non gli venga a mancare e abbia energie sufficienti per salutare la primavera.

Tutto ciò lo auguro anche per me.

Finale. Chissà poi la Susanna/XI

Pochi giorni dopo tornai al lavoro. A settembre, da noi, le cose vanno un po’ a rilento e c’è tanto tempo da dedicare a se stessi; soprattutto la mattina. Dopo avere camminato lungo le strade del lago e essere rientrato al buio della scrivania per compilare alcune pagine di diario, uscii di nuovo in paese a bere un caffé. Non raggiunsi il solito bar. Andai oltre, verso i moli, con la scusa che era una bella giornata e mi sarebbe piaciuto vedere la gibigianna sulle onde, gettando lo sguardo sopra il bordo bianco della tazzina che nasconde gli ultimi turisti perigliosamente barcollanti sulla prua dei motoscafi.

E adesso che mi hai trovata? Chissà poi la Susanna/X

Al mio risveglio il sole era già alto. Ero indolenzito e stanco: avevo dormito sopra un terreno duramente asciutto e sotto la schiena avevo due sassi aguzzi e un ramo spezzato. Alla luce del giorno cercavo di spiegarmi quello che mi era accaduto la notte precedente. Ossessionato com’ero dalla scomparsa di Susanna, era del tutto possibile che l’avessi sognata. Ero stato tuttavia poco prudente ad appisolarmi tra gli alberi senza prendere in considerazione la possibilità che potesse scatenarsi un temporale. Non sapevo proprio dove avessi trovato la tranquillità sufficiente ad addormentarmi: e di un sonno così pesante… Ha proprio ragione mia moglie: sarei capace di dormire da qualunque parte…

Sebbene a mente sveglia mi spiegassi più o meno tutto quanto, qualcosa ancora non mi era del tutto comprensibile. Mi avvicinai allora al punto dove mi sembrava di avere vissuto quella misteriosa esperienza. Nella breve radura spirava una brezza leggera. Il sole sbiancava la stradicciola polverosa che si smarriva alle porte del bosco. L’erba attorno era alta e secca. In quella posizione presi subito coscienza di trovarmi pressapoco laddove vidi la ragazza osservarmi. Mi voltai preoccupato alla mia sinistra, convinto della sua presenza.

Accanto a me non c’era nessuno. Un sottile salice saliva dal terreno. La sua chioma superava di poco la punta del mio naso. Udii le foglie schernirmi in leggero movimento e insieme compitare la domanda: “E adesso che mi hai trovata?”

Una succube o una donna. Chissà poi la Susanna/IX

L’eco ultimo delle voci di Morghen mi giungeva da una distanza incalcolabile. Evitava la massa buia che nascondeva le case. La circondava su entrambi i lati rimbalzando nell’aria priva di ostacoli, al di là di ogni plausibile legge fisica. I toni ondivaghi raggiungevano le mie orecchie. Bisbigli, urli e chiacchiere malevoli nelle tonalità di un’amichevole mimesi sollevavano elettricamente i peli sparsi sulla mia pelle, concentrando le scariche più forti lungo la colonna vertebrale, alla nuca e sull’intera superficie del cuoio capelluto.

Una sola testimonianza. Una sola testimonianza sarebbe stata sufficiente per seguire le orme di Susanna. Avevo l’acuto presentimento – che già in altri casi di persone scomparse avevo registrato – di trovarmi vicino, molto vicino al luogo in cui lei si era smarrita. Se avessi osato scartare dalla via tracciata dai passi altrui, avrei forse scoperto ciò che avevo rigettato a calci e a pugni nel sotterraneo magazzino dei miei incubi. Rimasi invece sul sentiero che mi conduceva sul limitare del bosco, oltre il quale avrei intraveduto il profilo alto del paese.

Giunto a un bivio nell’attimo in cui le nubi stavano cancellando il bianco del foglio lunare, scelsi la via che mi parve più ampia e battuta, nella sicurezza di avvicinarmi alla soglia di casa più rapidamente.

Stava per piovere. Le prime gocce cadevano su di me. Allungai il passo per sfuggire all’acquazzone. Le scaglie di polvere si muovevano simultaneamente. Mi misi a correre sul dorso di un serpente bianco d’enormi dimensioni che si stava risvegliando tra gli sterpi, mosso forse dalla pioggia incipiente, forse dai miei passi inaccorti. La bestia si stava involvendo e mi costringeva a prendere una strada che non desideravo. Non c’era modo di tornare, poiché ovunque mi girassi intuivo ormai solamente cascate di tenebre.

Poi mi sembrò di vedere un’ombra nell’ombra, un’ombra nella quale stavo entrando.

Era lei: non mi ero accorto di averla davanti. Non so come fosse possibile che un raggio di luna scendesse a colpirla così chiaramente dal cielo in procinto di tempestare. Stava lì per gioco. Mi sorrideva. Che fosse una succube o fosse una donna, l’avevano incaricata di condurmi dall’altra parte del bosco.

“S’è fatto tardi,” le dissi.

“Per me la giornata è appena iniziata.”

I suoi piedi, nudi, affioravano dal terriccio del sottobosco. Le caviglie erano sporche di frammenti. I frammenti delle foglie cadute nello scorso inverno. I capelli nel caos. La camicia strappata. La gonna. Le membra esanimi e guizzanti. Ogni ragionamento s’era interrotto davanti alla sua apparizione. Mi attirava verso di sé come le ali di una farfalla. Fermava la mia mano il timore di menomarla in eterno con uno sfioro.

“Non ti ricordi di me?”

Mentii.

“È vero… tu sei quello che non guarda le fotografie…”

Un urlo atroce all’improvviso s’alzò dietro le sue spalle. Avanzò rapidamente fino a me rigandomi di terrore.

Il vento forte le scompigliava con violenza la chioma facendola ondulare sulle gambe saldamente piantate nel terreno. L’acqua si scioglieva in bolle sempre più rade oltre le mie pupille. Sopravvenne il buio. Il temporale rimase nell’aria come un’inverosimile minaccia.

Brancolando tastai alcuni arbusti sotto i quali trovai un giaciglio asciutto. Sfuggii così inavvertitamente allo sguardo della ragazza, che sembrava decisa a vegliare su di me fino all’alba.

Un’ombra nell’ombra. Chissà poi la Susanna/VIII

Fino a qui sono arrivate le mie ricerche. La storia del motocarro me la sono solo immaginata. È un’idea come tante: non sapevo cosa credere, come fosse possibile che una ragazza di quel genere potesse essere in mezzo a quegli uomini… Eppure l’avevano vista. Quei pochi che hanno deciso di raccontarmi di quelle notti, avevano incrociato Susanna con i tizi di Morghen. Non conosceva più nessuno. Rideva sguaiata prima che si appannasse lo sguardo penetrato nella solida notte. Era come se fosse impazzita tutta d’un tratto, a loro dire. Gli uomini con cui si accompagnava erano tre, almeno. Gente che non si vedeva spesso nei locali notturni. A parte uno, un mascalzone girovago che a quei tempi bazzicava di qua e di là a portare grane. La figura dello Iago. Rinnegato, da qualche anno aveva trovato rifugio presso alcune case di Morghen che gli offrivano del cibo, un giaciglio e una sorta di protezione.

Lungo il torrente andavo meditando su tutto questo sotto il lume uniforme della Luna. Non c’era un filo del discorso da riprendere. Era tutto evidentemente misterioso. Come la vita, che non ha un senso nitido, così sono i sogni: storie che ci raccontiamo da soli, ci perdiamo dentro e quando ci svegliamo pretendiamo d’interpretarli. Eppure non stavo sognando: ero ben desto e preda di un’insonnia inestinguibile. Camminavo radente ai massi sul greto. Abbandonai il corso d’acqua prima che solcasse la valle nella sua larghezza per appoggiarsi al dorso delle colline più lontane. Proseguii attraverso una radura erbosa. Appena possibile, al primo varco, presi per il declivio che saliva tra i rovi verso il paese.

Allora mi sembrò di vedere un’ombra nell’ombra, un’ombra nella quale stavo entrando.

Il motocarro del destino. Chissà poi la Susanna/VII

Era diventata così, Susanna. Interponeva frasi fatte; riempiva di silenzi i posti dove stava; annuiva e sorrideva senza volerlo; spariva. Ed era sempre più notturna. “Le parole sono molto… innecessarie,” si diceva. E continuava canticchiando per la sua strada.

Capitò poi che a un incrocio – uno di quelli umidi a cui accede il mondo secondario – si scontrasse con un motocarro scassato condotto ebbramente da uno dei tizi con le ragnatele addosso; era sbucato dal bosco. Era sbucato come un’esplosione. Il motore, spinto fino in cima all’erta, era arrivato sulla strada in un boato. Il piede destro del guidatore mollò, inchiodò. Le gomme sculgarono sulla ghiaia sparpagliata che impediva l’aderenza sull’asfalto, mentre il piede sinistro premeva sulla frizione.

Il mezzo borbottò con il paraurti incollato alla gamba di Susanna. Due uomini uscirono dall’abitacolo. Si tenevano con una mano sul bordo del tettuccio e torcevano il collo verso l’interno per far passare senza intoppi la testa dalla portiera. Il terzo approfittò del vuoto di carne che si era creato intorno a lui per mettersi al manubrio.

“Cazzo fai?”

“Guido io adesso.”

“Zo fai?”

“Guido.”

“Guida… mhmm…” disse l’uomo appena sceso, probabilmente il capo. Aveva gli occhi tagliati obliquamente e il sorriso maligno di Vittorio Gassman in Riso amaro, quando si voltò verso la strada e la metà di un corpo femminile illuminato dai fari.

Giulia racconta. Chissà poi la Susanna/VI

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Giulia, dal posto dov’era seduta, fissava un punto preciso – quaranta centimetri sopra il pavimento – con ostinazione. Era capace di mandarla fuori di testa. Susanna era capace di mandarla fuori di testa. Con le sue smorfie e i suoi raggiri. Non la sopportava più. Stizzosa come una merda. Sempre ad incantarsi dietro a storie da perditempo. Usciva sì per distrarsi dallo studio, ma anche per ragionare. Non si può che tutte le volte che si mette giù un discorso si finisce a parlare di fantasmi ufo astrologia e altre idiozie da adolescenti. Poi però – pensò Giulia – ognuno ha gli amici che ha e qui in giro c’è poco di meglio.

Alla fine si risolse da sola a cercare la sagoma dell’amica nel locale caldo e fumoso. Si stava procedendo nella notte. La luce spioveva nell’aria umida più volte respirata. Lo spazio attorno era riempito dai corpi e dagli schiamazzi. Il ritorno musicale rimbalzava sulle pareti metodicamente, secondo periodiche scosse di elettricità. Tutto era come al solito a quell’ora. Giulia aveva l’impressione appiccicosa e rilassante di essere stata ammassata nei pochi metri quadri di una minuscola nave. Nella sala motori. Attorno a una decina di uomini indaffarati a far funzionare ingranaggi e stantuffi. Mentre fuori il grande oceano persiste immobile. Sembra che passi ma non passa mai.  È arrivata al fondo, almeno così le pare, ma i suoi piedi sono instabili e sotto di essi c’è molto di più. Molto più di ciò che li sovrasta.

Quella sera poi il vascello mareggiava in modo diverso. Non era il solito equipaggio. Giulia aveva individuato degli intrusi. È vero, la nostra è una zona turistica, ma si distinguono bene degli intrusi da dei normali turisti – ribatté recidivamente ad una mia intrusione di genere secondario e poi partì asciutta, battente come un registratore di cassa. – Erano entrati prima della mezzanotte. Tre. Si piazzarono tra l’ingresso e il bancone, sugli sgabelli delle slot. Avevano proprio l’aspetto dei naufraghi o qualcosa del genere, di quella gente disperata che vedi arrivare in televisione e te li immagini presto fare gli spacconi sotto casa tua. Non so se fossero stranieri, ma non promettevano niente di buono. Avevano qualcosa di strano addosso, credo che fosse polvere, o comunque dello sporco. Erano sporchi nei vestiti e sulla pelle. Anche i capelli erano opachi e ammassati in un crocco. Qualcuno mi disse poi che era gente di Morghen. Non avevo mai visto gente di Morghen. Non ho mai conosciuto gente di Morghen. Lei è di Morghen? Sì, va bene… non dico quelli finti, che arrivano e restano limitrofi. Con quelli come lei ho già avuto a che fare. Addetti alla ristorazione, educatori o semplicemente nostalgici di un mondo che hanno solo nella loro testolina. No, io parlo di quelli di lì.  È stata la prima e unica volta per me (sempre che fosse vero quello che mi dissero di loro). A dirla tutta, io non ci credo ancora. Mi sa che mi hanno raccontato delle frottole. Era gente di passaggio. Poco di buono di passaggio che si erano inventati in zona qualche finto lavoro. Poi l’hanno montata su con la storia di Morghen quando Susanna è scomparsa. Sì perché quei tre apparirono spesso dopo la notte di cui le sto dicendo. E qualcuno con loro vide anche Susanna. Io no, io la Susanna non l’ho più sentita da quella sera. Ogni cosa si stava facendo complicata. Era meglio lasciarla perdere. Mi sembrava che anche lei volesse così. E d’altronde non mi ha più cercata.

Scartabellando con perizia il locale, Giulia ottenne il risultato di leggere le spalle di Susanna nella penombra antistante i coni soffusi irradianti il bancone. Stava parlando con un uomo seduto accanto a lei. Un uomo che decifrò a grandi linee. Nemmeno lui era del posto. Nuovo a tutti gli effetti. Compassato nei movimenti. Misterioso al punto giusto, quasi un capitano mancato. Ebbe l’intuizione che si stessero dicendo davvero qualcosa. Scartò però l’ipotesi che Susanna gli avesse dato un successivo appuntamento quando il profilo dell’uomo entrò nel cono di luce da cui fino ad allora era rimasto discosto. Erano i lineamenti di un uomo anziano. Mai visto nei dintorni. Quello sì, con una faccia da turista. Un mezzo attore, diciamo, sotto le sopracciglia cispose.

Infine tornò da lei con due birre in mano. L’uomo svanì dietro la sagoma sempre più grande della ragazza che si avvicinava. Il volto di Susanna – senza espressione – dimostrava il peso di un’idea fissa instillata dalle parole appena udite. Si sedette senza dire niente. Passò un boccale di birra a Giulia facendolo scivolare sul piano di legno. Uno sguardo seppia, appoggiato come un cartone disegnato sul broncio, solcò frattanto il vetro e il liquido dorato che conteneva.

“Scendiamo di gradazione?”

“Scendiamo di gradazione.”

Cocciarono il vetro contro il vetro. Tregua raggiunta.

“Chi era quel tipo con cui parlavi?”

“Non ne ho idea.”

“E di cosa parlavate?”

“Di coincidenze.”

“Ah.”

Giulia ci pensò su per un attimo poi disse: “Carino?”

“Non l’hai visto?”

“No, era di spalle.”

“Non male, ma vecchio.”

“Sì, ho notato che aveva i capelli bianchi.”

“Sapeva il fatto suo.”

“L’avrà imparato anche lui da qualcuno.”

L’ultima estensione della sua memoria. Chissà poi la Susanna/V

Le sovvenne dell’ultima estensione della sua memoria. Aveva sempre sperato di salvare molto da quella parte del cervello. Aveva però commesso un errore di valutazione, istituendo una zona più ampia di quanto fosse necessario. Entrava con l’atteggiamento vago che le era proprio, aprendo cartelle immancabilmente vuote il cui nome le diceva poco o nulla. Lungi dal distruggerle, ne creava di nuove dando loro nomi che al successivo ingresso perdevano di consistenza, come il cilindro di cenere della sigaretta dimenticata sul davanzale.

Erano trascorsi mesi dalla precedente escursione lassù. L’ultima volta le era costato parecchia fatica arrampicarsi sugli scogli innalzati per arginare il deserto divoratore in cui si era stravolto il giardino segreto dei suoi sentimenti. Ne era stata profondamente delusa. Da bambina non avrebbe mai ipotizzato che sarebbe stato così triste pensare all’amore. Di quella tristezza senza malinconia che non ti lascia stare in pace neanche un secondo. Susanna era rimasta sotto il sole affilato per ore senza incontrare l’ombra di un miraggio. Alla fine aveva giurato a sé stessa che lassù non ci sarebbe più tornata. E così era stato, non si era mossa di un millimetro per mesi, nonostante in alcune imprecisate immagini frapponentesi intuiva sul mondo la rapida calata di un vento ocra sabbioso.

E così, in un incommensurabile spazio temporale, tra il legname impregnato di false tinte da birreria, le sovvenne – dicevo – di un viaggio verso Paolo. Era scesa al Castellaccio pressapoco al tramonto. La pianura spaesava l’orizzonte sbiadito rosso. Gli steli rasati del riso s’adornavano di argento tessuto dagli affaticati ragni. Milioni di invisibili esseri sospendevano, nei pochi giorni di cielo terso autunnale, la terra. L’immobile trama precaria induceva in Susanna il dubbio della brevità.

Lasciare le colline le concedeva un respiro più misurato. Con Paolo non aveva più niente da dirsi. Tornava da lui per prendere fiato, quando l’autunno entrava nelle risaie.

“Lei ci crede alle coincidenze?” disse l’uomo che le sedeva accanto.

“Come scusi?”

“Le ho chiesto se crede alle coincidenze.”

Era stato un evento inaspettato, che quel tipo le rivolgesse la parola. Un po’ l’aveva sgamato. Solitario, ombroso, taciturno. Nessuna reazione alle battute dei boscaioli. Nessuna reazione all’arrivo di una bella ragazza. Uno di quelli che si faceva i fatti suoi, per dire. Ma questa storia delle coincidenze buttata lì, sul piano di legno tra i sottobicchieri sparsi, proprio non l’aveva misurata.

“Io… Io… Ecco…”

Annoiata allergica fantasia. Chissà poi la Susanna/IV

Si sedette sullo sgabello libero senza prestare attenzione agli affamati sguardi che la circondavano. Ci era cresciuta dentro. I dintorni pullulavano di uomini arrapati. Trattenevano il liquido scivoloso ai bordi della bocca. Senza muovere un dito. Così com’era l’aria intorno, erano loro. Viziati fino all’ultima molecola.

I maschi in età da riproduzione erano stati allevati davanti a fighe distese dietro il vetro del televisore. Il tubo catodico aveva sostituito la carne e gli spermatozoi rimanevano ammutoliti nel nulla successivo all’erezione. Assistere dal vivo allo spettacolo delle donne che camminano, parlano e osservano strascicando le fronde del loro irresistibile odore, era qualcosa di troppo. Roba da lasciarti inchiodato dove ti trovi come Tom o Gatto Silvestro. Qualcuno però se la bossava, di solito i peggiori.

Susanna si muoveva nel locale fetido come un’escursionista in alta montagna. Respirava allegramente l’aria tersa. Batteva con sicurezza i tacchi sul tavolato. Scivolava attenta agli impacci come in un bosco di pini resinosi. Si sedeva accanto a uno e lo scuoteva dalle radici. Sebbene non ci tenesse a conoscere gli effetti che aveva la sua vicinanza sugli uomini, ne riceveva interamente la percezione dai mutamenti repentini dei loro occhi, che s’impiombavano come il cielo quando la terra trema. La stessa impressione madida le arrivava a onde dalla postazione centrale di cui si era impossessata nei pressi del bancone.

Gli esemplari maschi nelle sue immediate vicinanze erano cinque o sei. Scherzavano. A parte un tizio che stava lì a passare il tempo per conto suo e l’uomo al bar che svolgeva il suo lavoro: dar da bere e guardar storto chi non gli andava a genio. Gli altri non erano vecchi e facevano quello che fanno tutti quanti: prendersi per i fondelli. Il più piccolo era anche il più vivace. Ritto in piedi, toccava dentro tutti. Era biondo, quasi bianco, e a osservarlo in volto non sembrava proprio giovane, a discapito della sua brevilinea agilità.

Susanna aveva con sé il suo bicchiere. Fumava. Alternativamente allumando oltre la spalla, verso il gruppo dei buontemponi che si dimenavano nella zona delle slot. Nella penombra ebbe l’impressione che avessero addosso delle ragnatele. Erano molte ragnatele. Sembravano avvolti nelle ragnatele. Avvolgevano come una seta traslucida i loro maglioni, si tendevano tra clavicola e collo fino a raggiungere sparpagliatamente i capelli. Fili bianchi pendevano e tremolavano fra le dita. Il più grosso, arrovesciato sul banco – quasi invisibile nella sua massa oscura –, era reso evidente da una trama di linee fosforescenti orrendamente intersecantesi sulla nuca. Quell’immagine netta, stagliata sul buio di un essere stanco e ubriaco, le diede al principio un brivido crepitante alla spina dorsale. Immaginò che stessero festeggiando la fine di un lavoro. Che fossero sbucati fuori da un bosco prima che la sera cambiasse febbrilmente in notte. Avevano finito tardi e non avevano potuto lavarsi. Erano andati diretti in una trattoria. Forse in quella all’interno della vecchia stazione. E poi – due passi – e sono apparsi qui dentro. Sono rimasti sulla soglia. Pronti a svanire quando la misura sarebbe stata colmata. Il piccoletto però era vestito abbastanza ricercato, come dire, spicciolo ma curato. Le ragnatele sbavavano la sua essenza di damerino della provincia nord occidentale. I conti non tornavano.

Ad osservarle erano piacevoli, le trappole dei ragni. Disegni geometrici tatuati sull’aria. Perfetti. Troppo perfetti per essere reali. Come fanno a muoversi senza contorcerle e spezzarle? Susanna stava soccombendo davanti alla propria curiosità. Ogni particolare sollevato dal piano bidimensionale di una serata a caso, ogni secondo trascorso prigioniera dell’osservazione, la incatenavano più crudamente a quella scena tanto banale da celare in sé un grave significato. Vedeva oscillare brani di corpo, chiose di denti e muscoli nervosi secondo un ritmo incalzante e – lei volle che fosse così – premeditato che si conficcò disordinatamente nel suo pensiero. E i poligoni inscritti, i segmenti paralleli congiunti da apparentemente effimere diagonali, si ripeterono inalteratamente tra le giunture, oltre le chiome e dietro i tessuti cartilaginei dei padiglioni auricolari, finché Susanna non accettò che tutto ciò non fosse altro che il frutto della sua annoiata allergica fantasia.

Dissanguati cuori. Chissà poi la Susanna/III

 Il bar era in mano alla madre. Susanna ci arrivava tardi. Non era un lavoro per lei. Andava per aiutare. Per lo più quand’era a casa. Faceva le stagioni nei ristoranti della riviera. Pagavano bene. Poi arrivava l’acqua dal cielo e tornava a casa. Ci restava per settimane in casa. Non era una che scorrazzava. Capitava però che uscisse con la sua amica. La sua amica era Giulia. Andavano in un posto – meglio se un posto con poca luce – e parlavano per tutta la sera, penetrando insieme nella notte più profonda. Era Susanna soprattutto, che raccontava di come le cose girassero intorno a lei. Aveva la testa tranquilla. Di solito quello che diceva stava a galla, sulla superficie plausibile del tavolino da caffè. Anche se erano attaccate tra di loro con quattro chiodi, sigarette e buona volontà. A volte però esagerava. Era una tipa strana. Un po’ idealista e un po’ metafisica. Difficile da capire per Giulia, che stava ancora studiando e da grande aveva in mente di far scuola. Non nel senso di essere un modello, ma piuttosto di entrare in una classe per spiegare come mai lei sa delle cose e quali cose lei sa. L’ho anche incontrata per sapere qualcosa di più. Magari aveva visto o osservato un che di particolare. Giulia però non è una ragazza da particolari. Va diretta al sodo. Introduzione, sintesi e via al capitolo dopo. Il succo l’hanno già spremuto gli altri e lei se lo beve per piacere.

L’aveva sentita parlare della necessità di rivoltarsi al sistema rigido animale e al puzzo di rancido che emanano certi maschi. Le aveva chiesto quali maschi (intendendo i maschi di quale specie animale). Susanna le aveva risposto quelli che comandano. In effetti Giulia non aveva capito subito: l’amica intanto era slittata avanti, stava già tirando in ballo lo zodiaco, quanto fosse antico quel sapere, i tarocchi, il tempo (nel senso di quello meteorologico) e le porte della conoscenza. Faceva sempre così, di tutto un po’ finché non non andava a sbattere sul materasso con la testa ronzante di rumore e tabacco. Se chiede in giro le diranno tutti che era una tizia riservata e silenziosa. Non ci crede nessuno, ma quando ci vedevamo era un po’ sempre la stessa storia.

Negli ultimi tempi – prima della sua scomparsa – sembra a Giulia che Susanna avesse la fissa delle coincidenze. Era come se le parole si materializzassero dopo essere state pronunciate. Strano vezzo. Trattava la sua bocca come se si sentisse la verità sulle labbra.

“Sono magari scemate, ma c’è qualcosa che non va qui intorno.”

Susanna rimaneva fissa, con gli occhi adunchi sull’amica. Senza discrezione, aveva aperto una porta che l’aveva condotta oltre il rumore scanzonato del locale.

“Stai in meditazione per dieci minuti, sorseggi la tua birra, fumi, fai la tua parte, rispettando il copione che a casa avevi preparato per bene fino al punto in cui sbotti con una frase enigmatica e provocatoria, cioè che dovrebbe avere l’effetto d’incuriosire e far parlare il tuo interlocutore: sai cosa ti dico? M’hai rotto.”

“Non volevo dire niente.”

“No, tu volevi dire qualcosa, con la tua faccia da innocente che s’annoia: dilla senza tante questioni e basta! Non far finta d’essere quella che si sforza di parlare!”

“Ma vaffanculo!”

Susanna si alzò dal tavolo immergendo il capo e il torso nell’annebbiato locale. Quelli seduti al bancone videro avvicinarsi un bicchiere rubino e una sigaretta giovane, sorretti tra le dita da due mani inconsistenti e appassite come dissanguati cuori.

Filamenti zuccherosi. Chissà poi la Susanna/II

 Ero seduto al tavolo di lavoro e aspettavo una nuova traccia. Sfioravo il piccolo telecomando bianco. Palpavo con il pollice le fessure e i rilievi percettibili. Mi venne in mente Susanna. La sua storia. Non conoscevo la sua storia. Era lì, dietro il bancone di un bar, dove avevo udito per la prima volta pronunciare la parola “Morghe” oltre i suoi confini. Ed era stata emessa nell’aria ancora vibrante delle sillabe di Susanna. Uno strano caso – pensai – come se non si potesse nominare il prigioniero senza dire della prigione che lo contiene.

Lei aveva occhi di tempesta, mi assicurano quelli che se la ricordano. Si capiva bene che dove fosse andata avrebbe portato guai. Finché fosse rimasta al di qua dell’orizzonte. Lavorava con passione. Stava alla macchina del caffè per un po’ prima di passare a servire ai tavoli. Era gentile. Non dava troppa confidenza. Lasciava gli uomini in posa con un sorriso ebete. Portava morbide gonne, sotto le quali i clienti leggevano impossibili gambe. Tutti se le ricordano, non sono cose che capitano tutti i giorni. Una come lei, la gonna svasata appena sopra le ginocchia, le calze nere velate, la voce leggermente rauca, rispondeva agli ordini strascicando il desiderio del letto abbandonato dopo una notte di assopito calore animale. Lasciava gli uomini in posa dietro un sorriso ebete.

Mi sono incuriosito di lei solo a sentirla nominare e ho fatto domande in giro come uno stupido intellettuale, punto alla nuca da qualcosa di vago e d’impalpabile. A sentire quello che biascicava Pino, all’arrivo di Susanna nel mezzo della giornata alcolica – che si fermava un’ora dopo il pranzo per perdita di coscienza – gli avventori passavano al terzo giro fra gotti d’oro, amari e camparini. Li invischiava tutti nella ciucca vera. Tirava fuori il fondo raschiando i barili vuoti. Nella luce emessa dal soffitto basso cartongessato gibbonavano cautamente i reduci dallo sfascio di cataste di tempo speso a ringalluzzirsi, ad aggredire e a sparar cazzate. Senza voltarsi mai. Senza guardare oltre lo specchio, sotto le borse violacee e la rete delle varici nasali, la sagoma evanescente di un bambino indormentato nella propria tenerezza.

“Buongiorno signorina.”

“Buongiorno.”

“E svegliarsi alla mattina…” cominciava il Milo.

“Tittitiritittititi…” continuava il Roby.

Il Roby e il Milo erano due scemi fusi da quindici anni. Mezzibusti con i pettorali tristi e stanchi degli ex palestrati, che stanno insieme perché li sostiene virtuosamente una tribolata panza. Erano al limite senza saperlo, contesi dal gin e dai depositati decomposti anabolizzanti.

Più sornioni, con i gomiti tirati sul bordo del tavolino e gli occhi arrossati dalle finte esibite senza l’ausilio di lenti tra le figure e i titoloni dei giornali, Gino e Paolo se ne stavano zitti – in agguato – aspettando che la ragazza si stropicciasse la gonna tra le sedie comodamente spinte al centro del passaggio. Sbrodolavano insieme. Tra una bavetta e l’altra si complimentavano a vicenda per aver sconfitto il comunismo. Senza muovere il collo, sorbivano direttamente dalle dita avvolte intorno al vetro i filamenti zuccherosi dei montenegro, il labbro inferiore – frastagliato e umido – trainato all’esterno.

C’era anche un pittore. Di quei pittori che si vede che è un pittore. Il pittore di provincia italiano stile 900, l’uomo anni ’50 invischiato di vita, tabacco e alcool che tanti hanno imitato. Io stesso sono rimasto infatuato da questa figura senza essere tuttavia capace d’interpretarla. Più tagliato su di me è stato il ruolo dello scrittore anni ’30, ombroso e perseguitato nel suo completo protetto da un impermeabile.

Pare che la madre di questo pittore lo maltrattasse ruvidamente, a volte anche con improvvise e scortesi ramazzate che lo facevano rotolare giù per la rampa di scale, direttamente nel vicolo dietro il palazzo comunale d’O. Aveva anche una figlia. Era un angelo teatrale, bello solo se visto di fronte ma cavo e turpe quando ti dà le spalle. Quest’angelo di una figlia compativa il padre. Lo guardava come un uomo d’annata invecchiato male. Niente di buono nella sua vita, insomma. Calci in culo e pietà erano per lui. Gli spari sopra – parafrasando il mitico Vasco, al quale era sempre stato affezionato – li lasciava a qualcun altro. Era un tipo d’artista dall’accento emiliano, di quelli che si facevano fare un caffè e promettevano di pagare quando avrebbero venduto un quadro: cose che da queste parti sono fuori dal normale.

“Ma quando lo vendi tu un quadro se te ne stai sempre qui al bar,” gli diceva il Milo.

“Te scherzi che aspetto un mercante da Milano domani!”

L’ho intravisto – mi pare – quest’inverno entrando in paese con la macchina. Ci stava dentro, nella descrizione che mi aveva fatto di lui il Pino. Lo prendevano in giro perché si era infatuato di Susanna. Lei era gentile con tutti. Quando andava da lui per ritirargli la tazzina vuota, abbassava gli occhi e non parlava. Lui prima si spaventava, restava fermo ma tremava: si aspettava che da qualche parte gli piombasse addosso una legnata. Accortosi che nulla sarebbe successo dopo il contegno silenzioso della ragazza e le risatine catarrose degli ex anabolizzati, si accendeva.

Quella mattina camminava sul chilometrico marciapiede che conduce ad O. Camminava, si voltava su se stesso e si smarriva. Non l’ho più rivisto, non l’ho mai incontrato in un bar. Gli sarà passata la voglia di bere caffè, dopo la scomparsa di Susanna.

Le parole correvano slabbrate. Chissà poi la Susanna/I

 Susanna

Entrai nel caffé a metà mattina. Lo stomaco era vuoto dalla sera precedente. Ordinai a Mara, direttamente al banco. Un toast e un succo d’arancia. Mi sedetti in fondo alla stanza. Una cava buia a tutte le ore del giorno. Per non sbagliarsi, l’ingresso rivolto a nord e l’unica bassa vetrina costretta tra il vicolo in ombra e il frigo dei gelati. Un crocchio di uomini, spacconi di mezza età colti dall’incipiente calvizie, stavano chiacchierando davanti al quotidiano spalancato in maniera rassicurante.

Non avevo mai prestato orecchio alle loro parole. Erano troppo distanti dai luoghi che accendevano il mio interesse. Avevo l’impressione che fossero consapevoli della mia presenza, sebbene si comportassero come se non ci fossi. Col tempo fui coinvolto nella vita del locale con un semplice saluto da parte del baffo bianco, il più affabile del gruppo. Tendevo a starmene discosto. Consumavo al banco o mi appartavo per rileggere qualche vecchio appunto. Non volevo entrare in quella storia. Non ero dalla loro. Vivevano su una penisola umida e benestante come animali dello zoo tenuti dietro le sbarre per protezione. Erano assuefatti alla cattività. La maggior parte di loro credo ci fosse nata. Erano già pronti per riempire la nuova ala del cimitero scavata sotto il Monte Sacro.

Le parole correvano slabbrate. Ognuno capiva secondo il proprio interesse. Il borbottio raspava sotto i toni alti della radio, che riempiva di revival l’aria detersa dalle mani dell’inserviente filippina.

“Chissà poi la Susanna,” uscì un po’ di sonoro sotto il baffo bianco.

Non un che attorno. Annaspando dietro i vocalizzi dei Bronski Beat l’uomo tentò un “eh, eh… chissà” che introdusse il gelo nella stanza. Un sorriso storto. La fronte bagnata. Il fiato condensato in un fiotto di vapore. Se si fosse aperto il pavimento e la terra di sotto per mangiarselo, nessuno si sarebbe mosso dal proprio posto. A condizione che tutto tornasse come prima. 

Gli rispose allora un cranio lucido alzando le spalle. Lugubremente.

“Sì, chissà.”  

Prologo/II

 

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In principio non capii.

Il nostro arrivo a Morghen fu l’inizio magistrale di un film dell’orrore.

Una casa bellissima in vendita presso un’agenzia immobiliare. Un buon prezzo. Nessuno che la volesse. Come una bella donna colta e depressa. Era rimasta per anni sola. Era stata l’asilo del paese… le solite storie passate cento volte per televisione. Talmente immediate da rilassare la mente al loro passaggio.

Eravamo considerati stranieri, come del resto molti altri abitanti che erano arrivati a Morghen negli ultimi quarant’anni. C’erano poche cose da capire riguardo al luogo in cui ci trovavamo. Il minimo per sopravvivere. Ma il minimo era imprecisamente inafferrabile. Una parola o un vuoto. Un volto in lacrime ai margini della strada. Un lamento strascicato nelle ore notturne. Un grido.

Molti di noi – gli stranieri – sarebbero morti senza capire. Dietro le tempie sarebbero avvampati gli ultimi fragili pensieri – “Era tutto qui”, “È giunta l’ora”, “devo andare”, “Quel che ho fatto”, ecc. – mentre i corpi, ricongiungendosi con la terra che avevano inavvertitamente calpestato, avrebbero finalmente scavato il motivo del viaggio e sarebbero divenuti portatori del segreto.

Quello che stava accadendo lì – gotta dopo gotta – negli ultimi tremila anni,  nessuno avrebbe potuto raccontarlo.

Tutto bene all’apparenza. Il declivio fiorito dell’Orto Botanico e l’Albergo invitano i curiosi ad avvicinarsi e promettono un’accoglienza calda e amichevole, ma non appena superati questi inviti ad entrare ci s’imbatte in un bivio spaccato tra muri di pietra. Una strada in salita e una in discesa. Al centro del bivio un cartello sbilenco – “Tutte le direzioni” – indica la discesa consigliando d’andarsene a chi ha superato il sipario ridente che decreta l’ingresso nel paese.

In più di un’occasione – anni fa – avevo intentato una visita a Morghen durante un lungo  soggiorno sul lago. Ne ero invisibilmente sempre ricacciato. Le mulattiere ingombre di trattori carichi di legname e di camioncini stracolmi d’ogni sorta di cianfrusaglia, i muri scrostati invasi dalle pieghe feconde dell’umidità e striati dai fianchi metallici degli autocarri, l’asfalto slabbrato gettato di fretta per seppellire – sembra – non so che di delittuoso, gli insulti grattati con pietre affilate sui pochi intonaci sani,  una scritta mussoliniana lugubremente retorica, una coppia astiosa di teste ubriache appoggiate sul cruscotto di un’automobile traballante. A turno le cose del villaggio piegavano il mio sguardo con le minacce.

Una volta – ricordo – superai il bivio, avanzai di un centinaio di metri, ma fui costretto a invertire il senso di marcia nei pressi di quella che sarebbe divenuta la nostra casa. Non era stato l’ennesimo inconveniente, ma la semplice certezza che oltre quelle quattro mura non ci fosse più niente.

Allora non conoscevo ancora Marta. E quando decidemmo di vivere assieme prendemmo casa a N. Non so cosa accadde quando – in un tempo infisso e distante – c’innamorammo repellentemente di Morghen. Forse fu la bravura dell’agente immobiliare. Forse fu il sole freddo della fine di un anno. Forse fu perché così doveva andare. Comunque sia, morbosamente ci fermammo.

Prologo/I

Morghen. Un nome semplice. Chiamare così un paese non può essere che di buon auspicio. In effetti, il pianoro su cui riposano le nostre case è il primo luogo della regione che incontra all’alba il sole e l’ultimo a salutarlo prima di discendere nelle tenebre. Certo, questa osservazione vale solo se si esclude Montecorvo, un paese sospeso nell’aria come uno sciame vibrante di zampe, ali e antenne, sensibile all’unisono al richiamo del polline; e soprattutto se si ritiene ragionevole considerare geograficamente questa breve lingua morenica distesa fra due incavi lacustri glaciali, rivestita d’un manto boscoso pilifero, fragilmente abitata e solcata da un torrente sassoso, da una linea schioccante dell’alta tensione, da un gasdotto sotterraneo e da un’autostrada che conduce il turista dalla città alla montagna.

Per quanto la luce cruda s’impadronisca delle vie e dei giardini di Morghen nei giorni limpidi, facendo svanire – come in un buon gioco di prestigio – la barba muschiosa, verde e vellutata dai muri rivolti a settentrione, tuttavia qualcosa di misterioso e innaturale rimane nell’aria e sul viso di chi ha pronunciato piano, scandendo con rispetto, dolore e desiderio, il nome. Un sentimento umido  di perenne battente pioggia intorpidisce i muscoli, aggredisce le ossa e torce le nervature che sostengono la cervice.

“Mor-ghen” detto così, in due brevi singulti, perde la sua consistenza calda e stropicciata che dissuade la bruma a spandersi oltre la soglia della notte agghiacciante. La “n” finale non ha vie di scampo. Si smarrisce nella foresta delle cavità nasali. Mentre si diffonde il sentore di cadavere. Le estremità del corpo si raffreddano. La morte punge repentinamente. È lì dentro e ci attende.

Tra la gente del lago non è così frequente udire il nome di Morghen. Ho sentito con le mie orecchie delle persone chiedere dove fosse questo posto, nonostante si trovi a tre o quattro chilometri dalla loro abitazione. Immaginavo che l’ignorassero per invidia. Non dissi mai nulla a riguardo nel bar che frequentavo nelle pause lavorative. Sapevo già quale sarebbe stata la risposta. “Ma quale invidia? che cosa avremmo da invidiare noi d’O.? quattro vacche e venti capre? se ne stiano su con i loro animali!”

Eppure al principio, quando scendevo ad O. per lavorare, ebbi l’impressione d’impantanarmi.  Pensai che si potesse provare invidia per  il sole brillante sopra le nebbie e gli spalti bruni e le villette in fila che incupiscono le acque. Era come stare nei bassi dei tempi moderni e ammirare gli antichi candidi e crudeli.

Vicende arcaiche incatenano gli uomini all’altopiano di Morghen. S’incontrano volti di una civiltà perduta. Pochi e arcigni. Sembra che il tempo non scorra e la luce tracciata dal pulviscolo rimanga immobile nell’aria e nello spazio fino alla fonte solare. Nei vicoli si respira una nobiltà esaltata dai reiterati abbandoni. Affiorano fantasmi dai muri impastati di calce e argilla, strisciano personaggi d’altri tempi dietro le colonne e sotto le pietre squadrate e traballanti. Ho intuito qualcosa di grande. Fatti perpetrati da uomini superiori, che nessuno in basso – sulle rive umide del lago – vuole nominare.

Queste sono mie opinioni. Erano state convinzioni. Ma di fronte al loro disinteresse sorvolavo, divenni leggero – come si dice – senza dar conto delle preoccupazioni che oscuramente crescevano in me e al crepuscolo mi serravano la gola. Loro, d’altronde, erano una stirpe.

Una fossa comune per Morghen

Ritorno ancora qui per riflettere, rivedere e trasmettere immagini in forma di parole. Un’estate silenziosa, i rumori diffusi in lontananza e il riposo mi hanno concesso di riflettere sul mio corpo individuando i limiti di sorprendenti possibilità.

Calasetta, Cagliari, Berlino e ritorno a Morghen, dove non è cambiato molto. Vedo solo meno partecipanti alla rappresentazione scenografica di una passiva esistenza. So che durante l’estate gli abitanti di Morghen hanno giocato a giochi differenti, cimentandosi nel tiro alla fune, nel gioco dell’oca, nella pallavolo da spiaggia, nel calcio, nella pallacanestro e in altre sfide all’ultimo respiro. Adesso che l’autunno avanza ognuno si ritira nella propria dimora in silenzio, prode di un gesto sportivo o intellettuale che durante una competizione è riuscito a portare a termine in maniera mirabile. La concomitanza delle Olimpiadi ha aiutato gli appassionati degli spettacoli televisivi ad emulare le effigi dei propri eroi fantasmagorici in salti, piroette, scatti, lanci e progressioni che nei sogni posteriori, – chiusi nella propria moderna individualità, lontano dalle iperboli vanitose da osteria, ormai luogo esclusivamente di solitarie querele e di superflui paragoni, – si sono moltiplicati uno dopo l’altro fino a formare un campo di fiori casualmente sportivi.

Dopo una feria d’agosto tanto intensa nulla da eccepire se gli abitanti acutamente sono andati svanendo, mentre le ruspe stanno seminando il terrore nel cuore corrente del paese, sul dorso collinare che separa le case del centro dalla valle scavata dall’Agogna, dai prati ai margini dei quali crescono aiuole di case contadine ristrutturate e rese confortevoli con le finanze svizzere e milanesi.

Ancora silenzio e rassegnazione nell’aria di settembre che s’insinua nelle pieghe degli abiti troppo leggeri raggelando le coscienze modeste di chi si chiude in casa e s’incatena al televisore.

Scavi e plinti in cemento destinati a sorreggere tonnellate di ferro ad alta tensione cancellano strade e boschi secolari mentre, sul fianco addormentato del torrente, riaffiora la fossa comune in cui si seppellirono le ossa peste della modernità.

Morghen, 15.12

Tutto quello che si può fare

è stare qui

come lacrime sulle gote

ad essiccare

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