“Di fronte all’impotenza e alla titubanza di un governo costantemente rimpastato, nessuno avrebbe potuto controbattere. I bolscevichi ne profittarono rilanciando il grido di battaglia tanto caro alle masse: “Tutto il potere ai Soviet!”, argomento che certo non favoriva i loro interessi, dal momento che, all’epoca, la maggior parte dei Soviet era costituita da socialisti moderati, i loro più acerrimi nemici. Ciò che più premeva a loro era infatti la soddisfazione delle più elementari rivendicazioni di operai, soldati e contadini. Fu così che, mentre menscevichi e socialisti rivoluzionari rinnovavano i loro compromessi con la borghesia, i bolscevichi conquistavano rapidamente il favore delle masse. Per quanto a luglio fossero stati disprezzati e angariati, già nel mese di settembre godevano della piena fiducia degli operai della capitale, dei marinai del Baltico e dei soldati. Significativo fu il risultato delle elezioni municipali tenutesi in quel periodo: il consenso di menscevichi e socialisti rivoluzionari scese dal 70 al 18%.”
(J.REED, I dieci giorni che sconvolsero il mondo, Edizioni Clandestine, Marina di Massa, 2011).
Le notizie e i testi d’attualità qui pubblicati sono di carattere riflessivo. Spesso si aprono ai nostri occhi decine d’anni dopo il momento in cui furono scritti. Forse è questo il senso dell’informazione.Voglio dire dell’informazione come la trattiamo ora, quella dei blogger e in generale degli azionisti della rete.
Non arrivare prima, ma arrivare bene. Questo è l’obiettivo che credo dovremmo darci. Perché un blogger non è né un giornalista né uno scrittore. Di solito inserisco cose mai lette o lette da pochi, come la favola dei ladri di Ennio Flaiano, ma in questa occasione pubblico un articolo di Bocca del 1985 già apparso ieri sul Barbiere della Sera.
Si tratta di un pezzo bello ironico, che rovescia il ruolo da parrucconi che socialmente si affibbia agli intellettuali. E’ una storia presa dal salotto buio dove teniamo il televisore e proiettata tra le luci stroboscopiche e i sudori allo champagne dei nostri amati nights, o scantinati che dir si voglia.
Fu pubblicato su una fanzine mica male alla fine di una storia che molti mettono sotto la coperta degli Anni Settanta. E’ stata brava Valentina Avon a rimettercela sotto il naso.
Seratine di piacere in Casa Berlusconi di Giorgio Bocca
“Non sono mai stato uno di quei moralisti che piangono per l’esistenza dei network, della libera concorrenza e del denaro, anzi mi sono sempre adeguato al mutare dei tempi, cercando di vivere decorosamente e in agiatezza senza troppo sottilizzare su chi mi dava pane e companatico.
Ma – nonostante ciò – sento oggi la necessità di parlare di una storia che ho saputo grazie alle intime confidenze di un’amica, ricca e facoltosa signora della borghesia lombarda.
A quanto mi ha raccontato la mia amica, persona in tutto degna di fede, il dottor Silvio Berlusconi, il famoso proprietario delle Tv private più importanti e di numerosi giornali a grande tiratura, come il famigerato TV Sorrisi e Canzoni, organizza periodicamente a casa sua delle “seratine televisive”.
Il titolo curiosamente familiare nasconde in realtà un gioco di società assai divertente e appetitoso che il geniale imprenditore piduista ha inventato per sé e per i suoi più fidati amici (qualche socialista cocainomane, qualche industriale, qualche mafioso). Il gruppo, riunito come in un racconto del marchese De Sade davanti alla Tv, sceglie ogni sera, tra presentatrici, ballerine e showgirls dei programmi di Retequattro, Italia1 e Canale 5, quelle che dovranno essere chiamate a soddisfare le voglie dei presenti in un crescendo di situazioni viziose.
Basta poi una telefonata del boss e ai direttori di rete mandano a casa Berlusconi, impacchettate e pronte a tutto, le schiave della serata. Programmi specificamente allestiti, come Viva le donne, M’ama non m’ama, Drive In, ecc. assicurano il giusto flusso di carne fresca per il “divino Silvio”.
Ora io non voglio fare un discorso moralista, né spezzare una lancia a favore della castità. Riconosco al dottor Berlusconi un grande senso pratico in queste faccende e non discuto neppure sul fatto che lui si diverta così. Ma non posso non sentirmi infastidito se penso che, tra i tanti “amici” che sono stati invitati a godersi le ballerine e le presentatrici, il mio nome non figura mai.
L’Italia è proprio un paese in cui il merito viene spesso calpestato e dove trionfa l’ipocrisia, il partitismo, il denaro. Sono andati a passare qualche ora da Berlusconi, ora presidenti del Consiglio, ora presidenti di banche, ora camorristi, ora rapitori e riciclatori di denaro sporco, ora trafficanti di cocaina, ora assassini prezzolati, ma non è mai stato invitato nessun uomo di cultura, nessun intellettuale e – senza voler essere demagoghi – nessun proletario.
Come mai? Eppure – faccio notare – io, come tanti altri intellettuali, lavoriamo per Berlusconi, partecipiamo ai suoi programmi, rendiamo culturalmente accettabili anche le puttanate più forti del network. E credo che ci meriteremmo almeno una piccola ballerina.
Parlo per me, ma penso di interpretare anche il pensiero dei colleghi Arrigo Levi e Guglielmo Zucconi, nonché Maurizio Costanzo dell’Occhio Nero – pur essendo il più brutto di tutti noi –, che comunque fa storia a sé, essendo nato in passato e forse ancor ora, membro della stessa loggia dei boss.
Mi si potrebbe obiettare: perché non telefoni tu stesso ai direttori dei programmi per farti mandare a casa presentatrici e gnoccolone varie? Inutile, ho provato, per scrupolo di cronista, a fare dei tentativi. Ogni volta mi sono sentito sghignazzare in faccia. Insomma senza un invito di Berlusconi non riuscirò mai a partecipare a una vera serata di piacere.
E questo, come ex partigiano e come uomo, mi secca abbastanza. Devo pensare che la colpa vada attribuita al mio maledetto riportino, che certe volte il vento agita fino a mostrare il bianco della pelata?
Riportino sì o no, dispiace che un imprenditore così accorto come Berlusconi sottovaluti gli intellettuali, proprio quando si tratta di spartirsi “la gnocca”.”
(G. BOCCA, Seratine di piacere in casa Berlusconi su Frizzer, continuazione di Frigidaire del Giugno 1985)
S. e C. stanno insieme da sei anni. Al principio del loro amore ci fu una convenzione. Come in ogni convenzione c’erano due attori, che fingevano di accettare norme snocciolate in un linguaggio talmente asettico da celare incondivisibili certezze.
C. fu subito chiara: non aveva nessuna intenzione di lasciarsi andare.
“Solo per sesso, io gli uomini li uso e li getto.”
“Ma quanti uomini hai già usato?”. S’interessò S. con tono distaccato, che in lui celava un inconfessabile rammarico.
“Sessanta, circa”.
“Ah, interessante…”.
La convenzione resiste. Quello che si dissero una volta, al bar, testimoni un tavolo quadrato, una zuccheriera e due tazze di tè, vale ancora. S. e C. vivono insieme in una mansarda di Oranien. S. ha ricevuto da qualche mese l’invito ad insegnare nell’Università di Weimar in seguito ad un colloquio. Si tratta di un contratto a scadenza, ma è un inizio, pensa. S. si è portato a spasso dalla Baviera al Brandeburgo il mito della Bauhaus. Come potrebbe rifiutare ora d’insegnare, anche solo per un giorno, negli edifici progettati da Mies? non scherziamo!
Durante la settimana S. è a Weimar, e il sabato e la domenica è a Berlino. C. si rifiuta di restare cinque giorni sola ad aspettare S. nella mansarda. Si trasferisce nel Mitte, in un appartamento che condivide con altre quattro persone. Lì le cose vanno meglio. C. accetta più volentieri le lunghe assenze di S.
Intanto S., volendo dare una risposta concreta alle recriminazioni di C., fa di tutto per darle un’occupazione a Weimar, finché il suo capo di dipartimento non decide d’invitarla a lavorare nel loro gruppo universitario.
C. è felice del trasferimento, ma prima ha bisogno di chiarirsi con S. Infatti, lo tradisce metodicamente con uno dei suoi compagni di casa.
“Puttana,” a molti verrebbe da dire, ma S. è un uomo garbato e comprensivo. ”Perché?”, perciò chiede.
“Tu eri sempre lontano, a pensare alla tua carriera, e io qui sola, senza soldi, senza nemmeno i soldi per pagarmi una casa… Che cosa potevo fare…?”.
“Se non andare a letto con il primo che passava? In questo caso non sei neanche dovuta uscire fuori a prendere freddo: ti sei rimorchiata direttamente quello sballato pantofolaio che per andare al cesso doveva per forza passare davanti alla tua stanza”.
“Mi sembra che tu la stia prendendo male, e soprattutto, come sempre, senza un briciolo di sentimento. D’altronde tu sei quello razionale, no? quello che pensa solo al lavoro, torna a casa e sfoglia le sue fottute riviste di settore!”.
“Taci, per favore”.
“Stai zitto tu, che non sai neanche cosa sia una donna”.
“Stai esagerando. Se davvero non m’interesso di te, come te lo spieghi che mi sono sbattuto per trovarti un lavoro in università a Weimar?”.
“Sì… così mi avresti tenuta ogni giorno e ogni notte sotto i tuoi occhi… mi fai schifo!”.
“Beh, a dire la verità anch’io non vorrei proprio vedere ancora la tua faccia… Se tu ci tieni così tanto ai sentimenti, rinuncia al lavoro…”.
Ero così anche allora, scafato per natura fingevo di spaventarmi per le bombe che esplodevano alla televisione e intanto mi divertivo a sbronzarmi e a far l’amore. Eravamo nella stagione degli attentati. Erano stati fatti esplodere alcuni ordigni a Milano, a Firenze e a Roma; poi arrivò il nostro Gigione bello sorridente e la banda attaccò. Cosa si suonava non era neanche da chiedere: la solita musica, quella a cui gli Italiani porgono l’orecchio buono.
Iniziarono i tempi delle vacche grasse, che ci mandarono avanti a furia di ghignate e scocciature per una ventina d’anni. Nei primi tempi si ottenne l’effetto di una baraonda incomprensibile. Grida e insulti. Saluti romani e busti di Mussolini. Amari alpini e vanagloriose affermazioni di forza mascolina. Razzismo e alcool. Aria di boria tra le nebbie della Becca.
Me li ricordo passare come marionette dalla piazza centrale di P. per parlare di niente ed esaltare una folla di cento, centocinquanta persone con i loro gesti rituali. Bossi insultare i Romani, i Meridionali e gli Europei inneggiando all’autarchia della regione padana, o “Padania” come diceva lui e per un po’ hanno detto in tanti. La Russa salire sul palco al canto di Giovinezza e attendere Fini per rivolgere agli astanti il saluto romano sopra le note imperituramente strillanti. Il Gigione non si faceva certo vedere allo scoperto: se ne stava comodamente in poltrona, al riparo dietro il vetro del televisore, e ci osservava con un sorriso bieco che non prometteva nulla di buono, contornato da miriadi di cosce, tette e culi che sembravano patatine fritte genuine e ti facevano gridare al miracolo del maschio ingallatore.
Alla fine dell’anno 1991, a Buda, la notte ghiacciava. Voci giovani intercalavano idiomi mescolando gli sguardi, i gesti e il traballante inglese di tutti. Dopo il fallimento dell’URSS nel mondo del consumo era un tripudio di feste e di cristianità. I pauperisti s’incontravano con i discotecari. Il gruppo del Frère Roger era tra quelli che più ci stava dentro. A Taizé si batteva la stecca e si lavorava per gli altri; e poi c’era il divertimento oltre il tempo e lo spazio, una vasta tendopoli in amore e in preghiera.
Intorno ai raduni di Taizé si raccoglievano giovani a frotte. Dicendo che andavano a spasso con i preti ottenevano di smarcarsi dal controllo familiare e dalla logica spietata del villaggio (belli e dannati, tristi e sposati).
Arrivavano nelle capitali d’Europa come farfalle sull’acqua del cemento attratte dai sali minerali, fottendosene di chi dall’alto – ammirato e cupido delle loro ali cangianti – le stava ad osservare.
“Abbiamo agito bene, ma bisogna comunicarlo. Per questo motivo Vi chiedo di essere il megafono dell’azione di Governo sul territorio. E’ necessario far conoscere questi provvedimenti a tutti gli italiani. Dovremmo riuscire a collocare in ogni piazza degli 8100 comuni della nostra Italia un nostro banchetto, un nostro gazebo e nostri sostenitori che spieghino quanto il Governo è riuscito a realizzare in due anni di appassionato lavoro. Per questo motivo Vi chiedo la disponibilità a partecipare a questa grande opera di diffusione attraverso una capillare rete di militanti basata sulla suddivisione delle 60 mila sezioni elettorali. Sarà il più grande porta a porta mai realizzato in Italia, ed è per questo che chiedo il contributo di tutti coloro che credono negli ideali di libertà. Una mobilitazione permanente è necessaria per contrastare i disfattismi e i personalismi di chi antepone i propri particolari interessi al bene di tutti, al bene del Paese. Da settembre quindi dobbiamo impegnarci tutti e di più!” (Silvio Berlusconi).
Quest’uomo è davvero all’altezza della nave da crociera Italia su cui sta viaggiando. Era il pianista di bordo. Un pianista malinconico al tramonto, ma gli ospiti – ricordandosi dei mitici Anni ’80, di Jerry Calà e di Vacanze di Natale – si sono innamorati di lui al punto da eleggerlo loro capitano.
“Capitano, mio capitano!” gli urlavano, mentre stabilmente al bancone del piano bar si ubriacava circondato da donne eccezionali, tutte curve sui tacchi a spillo e sorrisi affezionati.
Sono trascorsi gli anni e alle mamme si sono sostituite le figlie in un eterno gioioso bordello di fine anno, mentre nessuno si occupava della rotta da tenere, la ciurma al servizio dei croceristi è divenuta una turba di demoni alle prese con anime perse pelle e ossa, e la nave si dirigeva spericolatamente verso le alte scogliere.
Ed ecco che, mentre la baracca si sta per schiantare, il nostro nocchiere-pianista sale sul primo ponte per vomitare, si trova davanti la mole della costa rocciosa sarda, grida “Terra! Terra!” e ordina ai suoi cancheri più fedeli che calino la scialuppa e lo portino in salvo.
Auguri! Buon Ferragosto a tutti!
E come si dice in queste occasioni: a voi i sogni e i ricordi, a lui la merenda…
Serenata di gennaio. Sotto la neve ghiacciata, sopra la neve ghiacciata. La luna fredda riflette la sua presenza. Gli spiriti dei morti non vagano. Riposano rigidi gli zigomi alti. Si arrossano le punture sotto zero sulle pupille.
Dagmara allumava i maschi come una donnola, che sbircia circospetta la strada prima di partire in un’unica frequenza ondulatoria con prole al seguito. Nel mio caso era stata sufficiente un’occhiata, in piedi, gettata dietro la spalla mentre si allontanava con le amiche e il fidanzato. Un’occhiata per farmi cadere dalla bicicletta.
“Hai visto come mi ha guardato quella?” dico a Sesamo.
“No.” Mi risponde.
Con Sesamo non si poteva parlare di ragazze. Era così. Lo sapevi già in partenza. Oppure eri tu che non sapevi parlare con lui di ragazze. Per il resto andava tutto bene. Nessun disturbo reciproco, nessuna precauzione nel parlare. Stesso soprannome, amicixia senza questioni.
“Pronto, ciao, sono il Sesamo: c’è l’altro Sesamo?”
“Sì, te lo chiamo.”
Nessuno faceva questione: era un nomignolo così, ce lo portavamo dalle scuole perché giocavamo ad Alì Babà. Entrambi con lo stesso nome, tanto che cosa importava: ce ne saremmo andati ben presto da lì e ci saremmo ripresi il nostro vero nome, uno lontano dall’altro. E se fossimo rimasti Sesamo per una voce o l’abitudine di un paesano con noi emigrato, lo saremmo stati senza l’altro omonimo forzato.
“Sesamooo, c’è Sesamo al telefono!”
Eravamo amici, nonostante lo stesso nome ci rendesse così distanti.
Ancora adesso mi chiedo che cosa ci legasse. In generale, ero uno spavaldo. Bevevo forte. Raccontavo balle. Parlavo troppo. Fumavo in faccia alle persone.
Ma non ero sempre così, e quando me ne stavo tranquillo potevo stare con uno come Sesamo. Camminate in montagna. Poco alcool. Studio e famiglia. Parole al minimo.
In qualche modo la storia di Dagmara mi ha legato per sempre a Sesamo.
E a Dagmara, ma non altrettanto.
Il fatto di Dagmara era avvenuto in periferia di Budapest, in una scuola allestita per accogliere frotte di italiani e di polacchi che avevano invaso la città per festeggiare il nuovo anno in un modo abbastanza cristiano. Per intenderci, si parla di storie che hanno più di vent’anni.
Dagmara era polacca e io, appunto, ero italiano.
Che cosa ci univa? Il papa credo. Nel senso che da piccolo avevo assimilato notizie confuse sul papa ferito, messo male, in ospedale, quel papa biondo slavato che era polacco con i suoi bei proiettili in corpo e aveva perdonato quello che gli aveva tirato, un turco dalla barba incolta, lupo grigio in combutta (neanche un anno dopo disse) coi bulgari, che poi dalle nostre parti per un pezzo i bulgari per antonomasia erano dei tizi vestiti da circo che giocavano a fare la piramide, riuscendoci proprio male: roba da gag della tv privata. Quel turco aveva una faccia… una faccia che mi sembrava proprio famigliare… era uno di casa e mi stava simpatico: ci credo che il papa l’aveva perdonato.
E poi ci univa Solidarnosc e la faccia rubiconda di Lech Walesa, che poco dopo l’attentato andava alla tele ogni tre per due. Non c’entrava niente con quella faccenda, ma per me che ero un bimbo c’entrava eccome. Annunciato con pacatezza da Mario Pastore, avanzava deciso tra gli operai scioperanti o gridava al megafono sollevato dalle folle. Era stata un’apoteosi: la mano di un invasato armata dai comunisti e la rivolta cattolica contro il Generale Jaruzelski. All’unisono, il Male e il Bene si rivelarono chiaramente, come nella Storia Infinita o in Guerre Stellari. Si preparavano grandi cose per noi cristiani, e io ero solo alle Elementari.
Più tardi capii che non era da me chiudermi alle spalle lo sportello e guidare la gru, ma questa è ancora un’altra storia. Vi dico solo che ad aspettare Lech dietro il cameraman, in Pomerania, c’era quell’armadio di Helmuth Kohl, ricoperto di una tovaglia bianca e nera con al centro ricamata una cravatta, simbolo concreto della futura Germania. La Germania… roba che a quei tempi tirava… eh sì, tirava…
Questo fatto dell’Europa unita, non so da dove saltasse fuori ma era da un po’ che girava nell’aria e ci aveva montato la testa. Alle Medie capitava che ci facessimo sopra anche dei temi. Erano grandi pensieri, per noi che fingevamo di ridere con il pubblico del Drive In, pur di trangugiare le scollature delle cameriere e ricercare poi i pezzi migliori su Blitz e Gin Fizz di contrabbando.
Poi, all’improvviso, Terza Liceo, giù il muro, via tutti. Noi ragazzi di provincia eravamo andati fuori. Del tutto. L’aereo non era ancora conveniente, ma chi ci fermava più? InterRail, corriere, pulmini e utilitarie. Sfilavamo per le strade, salivamo sui treni, ci accampavamo dove si poteva, negli autogrill o sotto un ponte con i pubi in fiamme. Ci buttavamo dappertutto a annusare e Giovanni Paolo ci dava la sua benedizione.
Avevamo aperto la pista. Dietro di noi Occidente e Oriente. Le tribù s’incontravano. Nell’Europa del Tardo Neolitico.
Trascrivo una fiaba di Ennio Flaiano che, come altri interventi di scrittori del Dopoguerra e del Boom, ha tutta la sua rilevanza nell’Italia Nostra.
I ladri (favola arguta) – Quando i ladri presero la città, il popolo fu contento, fece vacanza e bei fuochi d’artifizio. La cacciata dei briganti autorizzava ogni ottimismo e i ladri, come primo atto del governo, riaffermarono il diritto di proprietà. Questo riassicurò i proprietari più autorevoli. Su tutti i muri scrissero: “Il furto è una proprietà”. Leggi severe contro il furto vennero emanate e applicate. A un tagliaborse fu tagliata la mano destra, a un baro la mano sinistra (che serve per tenere le carte), a un ladro di cappelli, la testa. Poi si sparse la voce che i ladri rubavano. Dapprincipio, questa voce parve una trovata della propaganda avversaria e fu respinta con sdegno. I ladri stessi ne sorridevano e ritennero inutile ogni smentita ufficiale. Tutto parlava in loro favore, erano stimati per gente dabbene, patriottica, ladra, onesta, religiosa. Ora, insinuare che i ladri fossero ladri sembrò assurdo. Il tempo trascorse, i furti aumentavano, un anno dopo erano già imponenti, e si vide che non era possibile farli senza l’aiuto di una grossa organizzazione. E si capì che i ladri avevano quest’organizzazione. Una mattina, per esempio, ci si accorgeva che era scomparso un palazzo del centro della città. Nessuno sapeva darne notizia. Poi sparirono piazze, alberi, monumenti, gallerie coi loro quadri e le loro statue, officine coi loro operai, treni coi loro viaggiatori, intere aziende, piccole città. La stampa, dapprima timida, insorse: sparirono allora i giornali coi loro redattori e anche gli strilloni, i quando i ladri ebbero fatto sparire ogni cosa, cominciarono a derubarsi tra di loro e la cosa continuò finché non furono derubati dai loro figli e dai loro nipotini. Ma vissero sempre felici e contenti.
Nota. I compilatori di un libro di lettura per le scuole elementari mi avevano chiesto una favola arguta per bambini dai sette ai dieci anni. Ho inviato loro questa favola, l’hanno respinta cortesemente, dicendo che “non era adatta”. Forse non è una favola arguta. O forse non è nemmeno una favola.
Allora sono passato nel reparto limitrofo: animali. Quest’area del centro commerciale mi ha sempre attratto. E’ la maledizione della nostra indole: essere attratti da ciò che è esotico, strano, lontano dal nostro immaginario e allo stesso tempo provare un profondo dispiacere per la sua vita grama, costretta in una teca o in una gabbietta a causa della nostra curiosità (misurabile in termini pecuniari).
Credo di essere stato lì almeno mezz’ora, tra i genitori che conducevano i loro piccoli davanti a pappagalli e ad altri variopinti uccelli; pesci, serpenti, camaleonti, iguane e tartarughe; porcellini d’India, criceti e topi. E ho scoperto me stesso, incresciuto e triste ma contento, perché ha veduto il boa e il leone. Ridicola scena di animale libero, allo zoo o al circo, in ammirazione davanti a se stesso animale prigione.
“E allora l’ho incontrato per strada qualche volta… è un tipo gentile… saluta…”
“Se è così gentile perché non viene a far amicizia al bar?”
“Una volta l’ho visto qui… beveva il caffé… mi sembra… poi non è più venuto…”
“Te ci vieni al bar?”
“E non mi vedi?”
“E quello là perché non ci viene?”
“Ma cosa ne so! Non gioca a carte, non legge il giornale… si farà i cazzi suoi… sarà un musulmano!”
“E te sei bello che contento a vedere in giro un musulmano, neh!”
“Ma se hai appena detto che non si fa mai vedere!”
“Non si fa mai vedere dove pensi tu che bisogna farsi vedere… cul lì l’è un musulmano, a la sa lù du cas ga da fes vöch, tel disi mi… ti salta dentro di notte, mazza te, tua moglie e ti ciula quei quattro ori che c’hai per casa. Poi si mette a cercare il macchinino e si prepara il caffé, che gli piace tanto…”
“Ma va là!”
“Sì, aspetta aspetta che ci bruciano su tutti”.
“E poi?”
“Ma sei scemo?… E poi faranno il dado con le nostre ossa”.
Righi Mario lavorava da più di vent’anni in una ditta di estratti ad uso alimentare. Sapeva bene quel che serviva per fare un buon dado: tante candide ossa porose, sbiancate al sole e scalcate per bene dalla pioggia. Le ammassavano a tonnellate nei contenitori rettangolari di cemento. Erano vasche simili a quelle in cui nelle cascine raccoglievano il letame, ma più grandi. Molto più grandi. Erano delle piazze monumentali in onore di milioni di spazzini da carne. Lui stava nel Sonderkommando, per così dire, alla fine della catena dei lager messi in piedi a scopo alimentare.
Righi Mario era uno dei tanti che ringhiava lì intorno. Girava annebbiato quando aveva finito di dar sfogo alla sua smania di persecuzione e di vendetta. Poi usciva – un po’ piegato su un lato per un’ernia che lo perseguitava da un decennio – e saliva sull’auto per raggiungere la prossima tappa. Ancora un bianco. Per dimenticarsi di essere esistito.
Mi vengono in mente queste storie che avevo orecchiato al bar. Storie da bar. Storie di profeti e di attori. Gente che predice e poi fa. Bastardi come noi. Capaci di mentirsi per partecipare a cuor leggero ad un misfatto.