Come rivoluzione

“Di fronte all’impotenza e alla titubanza di un governo costantemente rimpastato, nessuno avrebbe potuto controbattere. I bolscevichi ne profittarono rilanciando il grido di battaglia tanto caro alle masse: “Tutto il potere ai Soviet!”, argomento che certo non favoriva i loro interessi, dal momento che, all’epoca, la maggior parte dei Soviet era costituita da socialisti moderati, i loro più acerrimi nemici. Ciò che più premeva a loro era infatti la soddisfazione delle più elementari rivendicazioni di operai, soldati e contadini. Fu così che, mentre menscevichi e socialisti rivoluzionari rinnovavano i loro compromessi con la borghesia, i bolscevichi conquistavano rapidamente il favore delle masse. Per quanto a luglio fossero stati disprezzati e angariati, già nel mese di settembre godevano della piena fiducia degli operai della capitale, dei marinai del Baltico e dei soldati. Significativo fu il risultato delle elezioni municipali tenutesi in quel periodo: il consenso di menscevichi e socialisti rivoluzionari scese dal 70 al 18%.”

(J.REED, I dieci giorni che sconvolsero il mondo, Edizioni Clandestine, Marina di Massa, 2011).

Chi non vede non vuole vedere.

Un altro sentiero nel nostro bosco narrativo

Sabato 28 aprile alle ore 18 presso il Museo Tornielli di Ameno presenteremo il secondo volume della collana di Fogli/e Scritte. Pubblico di seguito alcuni appunti che vi spiegano di cosa si tratta e perché ho ideato questo progetto metaletterario (una volta si diceva così), interattivo (forse) e che fa dimagrire (stando alla larga dalle osterie). L’immagine di Stefan Dornbusch sopra riprodotta fa parte del libro.

Nel 2006 Asilo Bianco aprì Fogli/e Scritte, un’area di ricerca per scrittori e artisti. In uno spazio reale, Ameno, vivono per brevi periodi, dalle due settimane al mese, autori che, coadiuvati dai nostri operatori, sovrappongono creazioni artistiche espresse su un piano letterario. L’ospitalità è organizzata all’interno del processo di sviluppo e di implementazione dei temi su cui si è specializzata la nostra ricerca. Innanzitutto c’è una precisa volontà di operare in coesione con il territorio vivo al quale apparteniamo. Quindi tendiamo a privilegiare nella selezione dei progetti inviati, quelli che dimostrano una particolare attenzione per l’incontro con le persone, gli elementi naturali e i luoghi urbani che caratterizzano l’area collinare cusiana.

Un altro tema che determina le nostre azioni è l’interdisciplinarietà, o meglio la transizione del messaggio artistico attraverso significanti diversi. Ciò significa che le opere pensate e messe in atto dagli artisti devono dialogare con le produzioni letterarie, e viceversa.

Come determinare tutto questo? Attraverso il cammino su un sentiero nei boschi. Sono molto interessato all’ambiente in cui le cose si vivono, perché le cose che si dicono, si scrivono o si leggono, non sono vere finché non si respirano. Così trovo che il libro più bello, semplice e diretto di Eco fu “Sei passeggiate nei boschi narrativi”. La metafora che raccoglie le sue lezioni di Harvard apre la voce letteraria all’universo naturale e tangibile.

Fogli/e Scritte ha perciò lo scopo di aprire, nello spazio vasto di un bosco e nel tempo lungo di una collana di libri, una porta tra la letteratura e la realtà per mezzo del flusso canalizzante di un sentiero, alimentato dai passi e dai pensieri di chi lo percorre. A livello pratico, sono stati pubblicati due libri, che hanno la funzione di guide emozionali per i lettori, intrecciando storie, immagini e spunti di riflessione sull’ambiente circostante e sul mondo, anch’esso plausibile, dell’immaginazione.

Il primo è stata costruito sull’anello che collega il Monte Mesma a Miasino, passando da Ameno e Pisogno per poi rientrare da Vacciago e Lortallo. Il secondo è una lunga linea attraverso i boschi, da occidente a oriente, da Corconio a Colazza, incrociando il percorso precedente a Vacciago e Ameno e proseguendo attraverso le Cascine di Ameno e i boschi fino alle colline che scendono verso il Lago Maggiore. I lavori, in questi sei anni, hanno coinvolto tutti: chi vive, chi racconta, che scrive, chi rappresenta, chi legge e chi visita.

Quest’estate avvieremo il viaggio sul nuovo percorso lungo la Valle dell’Agogna, da Ameno a Briga Novarese, sognando davvero un bosco narrativo, abitato da personaggi fantastici e viventi.

Perché ancora?

Sono stato via di qui per tre mesi. E adesso ritorno.

Che cosa ho combinato?

Ho letto. Ho vissuto. Ho lavorato.

Questa mattina, parlando al telefono con un’amica che non vedo da anni ma con la quale rimango periodicamente in contatto, ci siamo raccontati del disumano che è avanzato a tal punto da non dare più opportunità alle coscienze di formarsi. Ci siamo ascoltati per un attimo ed è stata una buona consolazione. Non essere soli a resistere contro un mostro abnorme che fagocita la vita. Noi quassù ci sentiamo più forti perché siamo un po’. Altri gruppi, per quanto minuscoli e familiari, spersi per il Paese di certo esistono e trasmettono liberi pensieri. Ma la maggior parte degli umani – gli ultimi – vivono e sopravvivono in solitudine, grazie alle voci del passato, alle fantasie e agli echi giunti da lontano delle proprie parole. Le loro case sono piene di ciò che si chiama indefinibilmente felicità.

Tornare indietro mai. Vivere fino all’ultimo pensando a chi vivrà. Per quanto possiamo. Ogni giorno in lotta con ciò che si annida in noi stessi.

Ciao.

I racconti ai confini del Regno

Pubblico questa introduzione alla raccolta di racconti sul Risorgimento che sta per uscire, sperando che vi venga la voglia di venirci a trovare o almeno di leggere quanto è stato scritto.

Vi ASPETTO


Sabato 26 febbraio 2011 – h 17
Spazio Museale Tornielli – Ameno
Piazza Marconi, 1
Presentazione del libro
Ai confini del Regno. Racconti a cura di Davide Vanotti
Con gli autori Matteo Bottari, Michele Brusati, Gessica Franco Carlevero e Davide Longo


Scrivere dell’Italia non è mai stato né facile né indolore. La storia di questo stato che avrebbe voluto essere una nazione è intricata e scomoda come la chioma folta di Sansone. Quando si sfila un capello per vedere dove va a finire, si va a strappare, rimordere e aggrovigliare ciocche e matasse inestricabili. E tira di qua e tira di là, c’è sempre qualcuno che ne soffre.

Così è fin dalle nostre origini. Forse perché il Rinascimento e il Risorgimento che fecero l’Italia culturale e politica furono storie soprattutto familiari. In un contesto fluido determinato dall’inconsistenza del limite tra privato e pubblico si trovano la forza e la radicalità di un sistema geografico e umano che accosta gli opposti e stride. Dietro a parole inebrianti che indicano tempi d’oro – di crescita e di ideali – si celano scontri sanguinari, lotte spietate e tensioni insostenibili che bruciarono velocemente le vite degli abitanti di questa parte circoscritta di Mondo.

L’oggettività si può raggiungere solo stando alla larga da qui. Isolarsi il più possibile attraverso lo studio dei documenti e applicare i metodi razionali della storiografia moderna, sono le scelte che uno storico doverosamente perpetra nell’interpretazione del passato. Costui ne trae un’immagine – il più possibile completa – di una società – o di alcuni suoi aspetti – in un dato periodo, prescindendo dalle questioni familiari o personali che sono il sale della discussione nel nostro Paese.

Altra cosa è inventare e fare della fantasia pensieri applicati alla realtà. Per far ciò è doveroso mescolarsi con le vicende fino alle loro propaggini estreme, che sforano abitualmente nell’Assurdo. Il lavoro di chi scrive è invischiato nella lotta, dalla quale ci si libera per mezzo delle solitudini distratte e delle fughe verso lidi mentali ulteriori, seguendo le vie recondite delle parole. Perciò questa silloge di racconti – come avrete compreso – davvero non ha pretese storiche. Sfida altresì il sentire comune annotando di vite vissute con arguzia e abnegazione; getta le carte all’aria; intreccia il passato con il presente assecondando il filo che corre sul telaio formando parole.

Leggerete storie di persone al di là di tutto, oltre le epoche e le intrinseche relazioni. Perciò vi chiedo di non soffermarvi sul piano prettamente storico. Noi italiani non abbiamo mai posseduto il gusto anglosassone per la biografia dei grandi personaggi. Siamo mistificatori. Fatichiamo a ricordarci le date. Di una persona, anche se l’abbiamo conosciuta personalmente, perdiamo gli aspetti che per altri popoli sarebbero salienti. Confondiamo gli incontri, i tratti somatici e le amicizie in comune. Eppure sappiamo sentire vicino al nostro cuore i cuori.

Qui troverete quattro cuori battenti. Oltre il tempo. Come lo Schiaccianoci di Hoffmann, sanno di valere molto di più di quello che fanno. Di non essere piccoli generali di legno nelle mani di un bambino, ma di avere piuttosto una storia scritta in un antro magico dove le vite vivono migliori. Le loro azioni non sono perciò che i risvolti oscuri della loro idealità. Il coraggio di vivere li ha premiati. Chissà come se la ridono di noi e delle nostre beghe quotidiane ora che stanno nel posto da cui sono venuti.

A guardare l’Italia oggi si ammira qualcosa di turbolento e conturbante. Nemmeno lo Stato è veramente protagonista del nostro quotidiano. Fondamentalmente, possiamo dire di essere una penisola al centro del Mar Mediterraneo, delimitata a nord dalle Alpi. Tutto il resto manca. I personaggi che si cimentarono nella lotta scomparvero senza lasciare eredi. Le bandiere e gli ideali caddero nella polvere. Nel secondo dopoguerra gli Italici divennero sterili, immobili, viziati e ammassati. Firmarono a occhi chiusi una pace sociale duratura e l’Arca dell’Alleanza fu una televisione sotto lo stemma protettivo del Biscione col fiore in bocca.

Dalla parte dell’oggi, aprendo i bauli e le scansie delle case di Ameno; estraendo lettere, diari, oggetti e fotografie dell’Ottocento, si resta attoniti. Qui vissero uomini che seppero agire in nome dei propri ideali, con onestà e modestia. Ebbero fiducia nello stato che li ospitava. Seppero dare. Molti di loro erano esuli e girovaghi che avevano respirato l’aria libera della Rivoluzione e ne avevano personalmente pagato le conseguenze. Altri erano discendenti delle stirpi secolari di ottimi giuristi e amministratori del minuscolo Stato della Riviera. Il paese di ville e palazzi ai confini del Regno li ospitava tutti. Tra queste colline più che altrove si fantasticò di un’era liberale. Forse tra queste mura il democratico si soffermava a trattare del bene comune con il conservatore. E non furono solo parole.

Paolo Solaroli fu un uomo d’avventura. Non sempre lo fu per scelta. Di umili origini, si formò nell’esercito napoleonico, dove imparò il mestiere di sarto. In conseguenza del clima reazionario instauratosi anche in Piemonte dopo il Congresso di Vienna, fu costretto ad emigrare in Egitto, quindi nello Yemen e, infine, nelle favolose Indie. Fu un personaggio da meraviglia. In India sposò una principessa e partecipò dell’aura emanata dalla famiglia reale. Ricco e determinato, al suo ritorno in Europa fu accolto a braccia aperte da Carlo Alberto, dal quale ottenne un titolo nobiliare. Partecipò alle vicende della costituzione dell’Italia in pace e in guerra, avendo anche un ruolo di primo piano nelle relazioni diplomatiche (in particolar modo con gli Inglesi).

Queste poche linee biografiche non valgono certo a ricordare l’energia che emanò da questa persona. Il suo luogo di riposo prediletto fu Ameno, nel palazzo che ampliò per accogliere la sua famiglia. Nelle stanze e nel parco voluti dal Marchese, Davide Longo ha ambientato un racconto asciutto e chiaro, imperniato sulla relazione tra un giovane medico di provincia e l’anziano uomo di stato. I passeri volano attraverso il parco. I due uomini, Lessona e Solaroli, s’incrociano nella vita. Ne nasce un’amicizia occasionale, frutto dell’incontro tra due caratteri differenti. La vocazione di Lessona per la vita pacifica apre inaspettatamente un varco nell’ultimo equilibrio respingente dell’uomo di successo, che ha lasciato alle spalle le sue ambizioni.

La stirpe dei Vegezzi giunse ad Ameno nel XVI secolo. Da allora crebbe divenendo uno dei casati notabili della cittadina collinare. All’inizio del XIX secolo si trasferirono a Torino, mantenendo il palazzo di Ameno. Furono legati ai Cavour da una grande amicizia, corroborata da vicissitudini finanziarie che dopo la caduta di Napoleone coinvolse entrambe le famiglie.

Saverio, Giovenale e Camillo crebbero insieme e con la tempra del sacrificio seppero rimettere in sesto i patrimoni paterni. Dal 1850 parteciparono alla vita pubblica dando un apporto fondamentale alla formazione dello stato di diritto italiano come oggi lo conosciamo. I due racconti di Matteo Bottari e di Michele Brusati sono dedicati proprio ai fratelli Saverio e Giovenale Vegezzi, due figure esemplari del Risorgimento non da molti conosciute.

Saverio Vegezzi ebbe un ruolo importante, essendo stato addirittura cofirmatario della legge del 17 marzo 1861 in qualità di Ministro delle Finanze. Pochi anni dopo gli fu affidata, in quanto esponente politico moderato e cattolico, una missione presso la Santa Sede che ebbe un esito negativo. Dopo l’occupazione di Roma del 1870 si ritirò dalla vita pubblica continuando a svolgere la professione forense. Alla fine della sua carriera, nella carica di Presidente dell’Ordine degli Avvocati di Torino, nel pieno della sua coscienza del valore delle istituzioni, riconobbe per la prima volta nella storia italiana il diritto di esercitare la professione di avvocatura ad una donna. L’abilitazione diede scandalo. Fu successivamente impugnata dal Procuratore del Re e revocata in appello, ma rimase l’atto lucido di un uomo che aveva ben presente il valore dell’intelligenza al servizio della giustizia.

Matteo Bottari ha dedicato a Saverio Vegezzi una storia contemporanea, immaginando che uomini come lui abbiano servito per secoli il nostro Stato, superando i limiti del tempo e divenendo garanti dell’equità di fronte alle figure della politica odierna, indifferenti al bene comune e mosse da impulsi di conquista anteriori alla determinazione degli stati moderni.

Giovenale Vegezzi Ruscalla fu un personaggio eclettico. Si occupò dell’identità linguistica e nazionale del popolo rumeno, fondando il primo istituto di lingua rumena presso l’Università di Torino. Studiò e operò da vero onnivoro del sapere. Fu il primo Ispettore Generale delle Carceri Italiane. Diede le dimissioni da questo ruolo dopo che fu introdotto anche in Italia il modello del carcere cellulare, da molti ritenuto un allontanamento dalla funzione rieducativa che avrebbero dovuto avere gli istituti penitenziari. Numerose furono le sue pubblicazioni e, probabilmente, la sua influenza intellettuale agì anche su Costantino Nigra, che ne sposò la figlia, invitandolo a svolgere studi eruditi nella seconda parte della sua vita.

Michele Brusati lascia che la figura schiva e taciturna di Giovenale affiori da una storia carceraria, un interrogatorio su un omicidio al quanto misterioso, a cui l’ispettore in pensione partecipa da osservatore. L’autore ne rileva la profonda umanità libera dai pregiudizi. Brusati crea un quadro interpretativo che mette infine le qualità dell’ispettore, un uomo saggio che aveva compreso molto. Ad esempio che stando fuori dall’occhio della Storia si ha un’occasione in più per vivere liberamente e per farsi un giudizio esatto su ciò che si muove al di fuori della propria testa.

Gessica Franco Carlevero ha infine lavorato sul popolo di Ameno. Si tratta di una storia semplice, in quanto vista attraverso gli occhi di un bambino. Angelino viveva i giorni che fecero l’Italia ascoltando e incantandosi su notizie che arrivavano da lontano, da un mondo che non poteva esistere. E in effetti non poteva esistere, per loro che erano della campagna, gli spiegava lo zio.

Ameno era stato per secoli un mondo a sé, una piccola città costituitasi liberamente e attorniata da territori dominati da signori stranieri. In qualche modo i suoi abitanti avevano mantenuto una propria autonomia. Tra le sue strade e i suoi borghi si erano incrociati i destini. Gli uomini erano andati ed erano venuti. Nulla era cambiato. Le classi sociali si erano cristallizzate. I lavori, notarili e manuali, erano proseguiti secondo una linea scritta. Con quest’Italia si fece il punto.

Adesso è forse giunta l’ora di andare a capo e di continuare. Sono i poeti che risveglieranno questo luogo incantato tra le colline boscose? Lo spero davvero, spero che le loro parole muovano ancora i vostri cuori; e li ringrazio attraverso la voce di Alda Merini per il lavoro celato che hanno svolto.

I poeti lavorano di notte

quando il tempo non urge su di loro,

quando tace il rumore della folla

e termina il linciaggio delle ore.

I poeti lavorano nel buio

come falchi notturni od usignoli

dal dolcissimo canto

e temono di offendere Iddio.

Ma i poeti, nel loro silenzio

fanno ben più rumore

di una dorata cupola di stelle.

Lui era Antonio

Se potete andate via di qua. Troverete un film intervista unico su mio padre. Uno dei miei padri.

Vi indico la strada. Seguitela, perché ne vale la pena. E abbiate pazienza di scendere al fondo e di aspettare che si carichino le immagini.

http://www.comune.modena.it/biblioteche/delfini/antoniodelfini.htm

Buonanotte

 

 

Le voglie dei presenti e le notizie degli assenti

Le notizie e i testi d’attualità qui pubblicati sono di carattere riflessivo. Spesso si aprono ai nostri occhi decine d’anni dopo il momento in cui furono scritti. Forse è questo il senso dell’informazione.Voglio dire dell’informazione come la trattiamo ora, quella dei blogger e in generale degli azionisti della rete.

Non arrivare prima, ma arrivare bene. Questo è l’obiettivo che credo dovremmo darci. Perché un blogger non è né un giornalista né uno scrittore. Di solito inserisco cose mai lette o lette da pochi, come la favola dei ladri di Ennio Flaiano, ma in questa occasione pubblico un articolo di Bocca del 1985 già apparso ieri sul Barbiere della Sera.

Si tratta di un pezzo bello ironico, che rovescia il ruolo da parrucconi che socialmente si affibbia agli intellettuali. E’ una storia presa dal salotto buio dove teniamo il televisore e proiettata tra le luci stroboscopiche e i sudori allo champagne dei nostri amati nights, o scantinati che dir si voglia.

Fu pubblicato su una fanzine mica male alla fine di una storia che molti mettono sotto la coperta degli Anni Settanta. E’ stata brava Valentina Avon a rimettercela sotto il naso.

Seratine di piacere in Casa Berlusconi di Giorgio Bocca

Non sono mai stato uno di quei moralisti che piangono per l’esistenza dei network, della libera concorrenza e del denaro, anzi mi sono sempre adeguato al mutare dei tempi, cercando di vivere decorosamente e in agiatezza senza troppo sottilizzare su chi mi dava pane e companatico.

Ma – nonostante ciò – sento oggi la necessità di parlare di una storia che ho saputo grazie alle intime confidenze di un’amica, ricca e facoltosa signora della borghesia lombarda.

A quanto mi ha raccontato la mia amica, persona in tutto degna di fede, il dottor Silvio Berlusconi, il famoso proprietario delle Tv private più importanti e di numerosi giornali a grande tiratura, come il famigerato TV Sorrisi e Canzoni, organizza periodicamente a casa sua delle “seratine televisive”.

Il titolo curiosamente familiare nasconde in realtà un gioco di società assai divertente e appetitoso che il geniale imprenditore piduista ha inventato per sé e per i suoi più fidati amici (qualche socialista cocainomane, qualche industriale, qualche mafioso). Il gruppo, riunito come in un racconto del marchese De Sade davanti alla Tv, sceglie ogni sera, tra presentatrici, ballerine e showgirls dei programmi di Retequattro, Italia1 e Canale 5, quelle che dovranno essere chiamate a soddisfare le voglie dei presenti in un crescendo di situazioni viziose.

Basta poi una telefonata del boss e ai direttori di rete mandano a casa Berlusconi, impacchettate e pronte a tutto, le schiave della serata. Programmi specificamente allestiti, come Viva le donne, M’ama non m’ama, Drive In, ecc. assicurano il giusto flusso di carne fresca per il “divino Silvio”.

Ora io non voglio fare un discorso moralista, né spezzare una lancia a favore della castità. Riconosco al dottor Berlusconi un grande senso pratico in queste faccende e non discuto neppure sul fatto che lui si diverta così. Ma non posso non sentirmi infastidito se penso che, tra i tanti “amici” che sono stati invitati a godersi le ballerine e le presentatrici, il mio nome non figura mai.

L’Italia è proprio un paese in cui il merito viene spesso calpestato e dove trionfa l’ipocrisia, il partitismo, il denaro. Sono andati a passare qualche ora da Berlusconi, ora presidenti del Consiglio, ora presidenti di banche, ora camorristi, ora rapitori e riciclatori di denaro sporco, ora trafficanti di cocaina, ora assassini prezzolati, ma non è mai stato invitato nessun uomo di cultura, nessun   intellettuale e – senza voler essere demagoghi – nessun proletario.

Come mai? Eppure – faccio notare – io, come tanti altri intellettuali, lavoriamo per Berlusconi, partecipiamo ai suoi programmi, rendiamo culturalmente accettabili anche le puttanate più forti del network. E credo che ci meriteremmo almeno una piccola ballerina.

Parlo per me, ma penso di interpretare anche il pensiero dei colleghi Arrigo Levi e Guglielmo Zucconi, nonché Maurizio Costanzo dell’Occhio Nero – pur essendo il più brutto di tutti noi –, che comunque fa storia a sé, essendo nato in passato e forse ancor ora, membro della stessa loggia dei boss.

Mi si potrebbe obiettare: perché non telefoni tu stesso ai direttori dei programmi per farti mandare a casa presentatrici e gnoccolone varie? Inutile, ho provato, per scrupolo di cronista, a fare dei tentativi. Ogni volta mi sono sentito sghignazzare in faccia. Insomma senza un invito di Berlusconi non riuscirò mai a partecipare a una vera serata di piacere.

E questo, come ex partigiano e come uomo, mi secca abbastanza. Devo pensare che la colpa vada attribuita al mio maledetto riportino, che certe volte il vento agita fino a mostrare il bianco della pelata?

Riportino sì o no, dispiace che un imprenditore così accorto come Berlusconi sottovaluti gli intellettuali, proprio quando si tratta di spartirsi “la gnocca”.”

(G. BOCCA, Seratine di piacere in casa Berlusconi su Frizzer, continuazione di Frigidaire del Giugno 1985)

Com’era verde la mia valle

Sebbene sia difficile perseguire ciò in cui si crede, non vuol dire che sia falso.

Di solito corro lungo il torrente perché è l’unico percorso pianeggiante tra le nostre colline. Corro tra le piante esili e i prati in fiore. Corro e vedo gli effetti dell’indecisione.

Due linee elettriche ad alta tensione sfilano criminalmente per la valle. Tranciano e uccidono il bosco, i campi e il paesaggio. Se potessero schiaccerebbero anche le case. Alzano i loro piloni. Minacciano con prepotenza il cielo. Tranciano le foreste secondo triangoli e rette funzionali. Distruggono le antiche vie di comunicazione. Preparano il lavoro per gli archeologi. Aprono strade nei prati. Gli unici terreni fertili se ne vanno. A loro servono accessi comodi affinché i servi li preservino dal logorio del tempo.

Corro sotto lo scempio ultimato. Contemplo le stanze vuote della casa con il dolore di avere perso la parte del mondo in cui avevo seppellito i miei segreti. È proprio lì che i ladri sono arrivati, nella vela candida dell’immaginazione; e hanno rubato. A mettere a soqquadro un mondo si fa presto, ma poi si deve chiamare Dio per fare un po’ di ordine. Non è uno scherzo. Questa gente ha strappato mille e mille anni di ricordi, innamoramenti, sogni, fantasie, riposi, silenzi, canti, fruscii, drammi, fughe, ninnenanne, ammirazioni, sorrisi, commozioni, addii e nostalgie. Lo hanno fatto in un attimo. Con un decreto governativo, chilometri di fili e sbarre d’acciaio, ruspe e camion carichi d’ingiustizia e d’arroganza.

Proprio mentre sgrano gli occhi incredulo sul vuoto che non mi è familiare, mi accorgo che i ladri sono tornati. Si occupano di smontare i mobili più ingombranti. Smontano le finestre. Allargano i muri. Lo fanno indisturbati. Dopo avere fatto uscire la mobilia più preziosa richiudono tutto. È come un incubo. Siamo tanti lungo la valle. Sbraitiamo ‘aiuto!’ ma non emettono suono le nostre ugole. Ognuno dal suo punto vede gli altri sbracciarsi, ma non sa raggiungerli. Sembra impossibile colmare le distanze.

All’esterno sembra che niente sia accaduto. Gli amici vengono a trovarmi e mi danno una pacca sulla spalla.

“Fortunato te che stai in Paradiso!”

I ladri si sono accampati in giardino. Non li disturba nessuno. Nemmeno io mi azzardo ad avvicinarmi. Quando li si incrocia non c’è l’imbarazzo di salutarli: tirano dritto a spazzolare gli ultimi sogni sperduti e a chiudere le falle che si sono formate sul terreno, lasciandolo definitivamente inerme e accidentato.

I più disperati di loro dormono nei container. Sono l’ultima ruota del carro. Non vale nemmeno la pena di prendersela con loro. Sollevano i prati e le strade, smuovono i terrapieni, ribaltano il greto del torrente e sfasciano a strisce la foresta. Lo fanno per soddisfare i loro scipiti desideri. Una macchina nuova più grande della precedente. Una tivù al plasma più grande della precedente. Una domenica in famiglia al centro commerciale. Una vacanza esotica, magari fuori stagione.

Dispongono lunghi tubi e li ricoprono con la terra smossa. “Pagano bene e io lo faccio: a te che te ne pare?”.

“Continuare a vivere, continuare a vivere nel modo mio migliore”. Mi dico. “It’s a desert, but we should try to plant the flowers, the herbes and the vegetables. Concimare, concimare ancora, finché Dio non tornerà a riportare l’ordine in questo angolo di casino”.

“Meditazioni su un manico di scopa” di Johnatan Swift

Vi invito a visitare la sezione rinnovata delle letture, pubblicando questa recensione alle “Meditazioni su un manico di scopa”.

J. SWIFT, Meditazioni su un manico di scopa, Archinto, 2008, Milano

La raccolta, a cura di Attilio Brilli che ne ha steso l’introduzione, si compone di otto prose satiriche: Modesta proposta per impedire che i figli dei poveri irlandesi siano di peso ai genitori o al paese e per renderli utili alla comunità, Replica alle obiezioni mosse dai giornali alla “Modesta proposta”, Meditazione su un manico di scopa, Saggio tritico sulle facoltà della mente, Discorso sul funzionamento meccanico dello spirito, A una giovane signora sul matrimonio, Sull’educazione delle signore, Consigli a un giovane poeta.

Prima d’iniziare queste riflessioni, ammetto di non avere mai letto I Viaggi di Gulliver.

Avevo tuttavia più volte sentito parlare della Modest Proposal ed è stato immediato agguantare la copia che mi è passata sui polpastrelli scorrendo i libri davanti a una bancarella di Via Po. La lettura di queste prose satiriche mi ha entusiasmato. Insistendo in maniera attenta e misurata sulle assurdità più aberranti o sulle banalità più trite, attraverso un gioco di ribaltamento delle minute parti di ciò che ci sembra essere il mondo così come erroneamente lo intendiamo, Swift dischiude le palpebre del lettore in un sorriso.

Il paradosso è la chiave che ci accompagna verso la fine delle cose, dove ci attende una verità talmente evidente da non poterla ammettere: gli uomini agiscono nel vano tentativo di sembrare ciò che non sono, diffondendo fantasmi di gloria, chimere metafisiche e nuvole di buoni propositi attorno alle loro esistenze bestiali, per nascondere gli istinti che in pochi attimi li conducono alla morte.

L’altruismo, lo spirito poetico, i valori morali e la tensione ascetica… parole crude per dire: ho voglia di godere e tutto il resto non m’interessa… Non sarà sempre così, ma certe volte accade…

Consiglio a tutti di leggere il Discorso sul funzionamento meccanico dello spirito. Armandosi di pazienza nel seguire la penna di Swift lungo le strade della metafisica, si arriva ad conclusione talmente evidente quanto il paradosso che il titolo contiene.

“I Mille” di Alberto Degli Abbati

Ci sono novità al Museo di Ameno! Sabato 29 gennaio alle ore 21 ci aspetta una proiezione davvero speciale. Potremo infatti assistere al primo film sull’epopea risorgimentale, I Mille (1912) di Alberto degli Abbati.

Si tratta di un lavoro cinematografico unico, impreziosito dal concerto d’improvvisazione che accompagna le immagini.

Il maestro Riccardo Sinigaglia, nota figura del panorama musicale contemporaneo, dirige un ensemble stupefacente costituito da

Walter Prati, violoncello, ha inciso per ECM e Ricordi, nel 2010 ha collaborato all’installazione di Peter Greenaway all’Expo di Shangai;

Romina Daniele, voce, nel 2005 vincitrice del Premio Internazionale Demetrio Stratos;

Danilo Zaffaroni, fagotto, ha collaborato con orchestre e ensemble cameristici in tutta Europa, tra cui l’Orchestra Rai di Milano e la Mediterranian Symphonic Orchestra;

Danio Catanuto, strumenti autocostruiti, compositore e creatore di opere interattive con Stefano Scarani, attraversa i generi da compositore e polistrumentista;

Francesco Bossi, Arp Odissey, compositore ed esecutore esperto con strumenti elettroacustici, specializzato nel sintetizzatore Arp Odissey;

Sergio Armaroli, percussioni e vibrafono, abbraccia molteplici ambiti espressivi dopo gli studi con Luciano Fabro, Giuseppe Giuliano e lo stesso Sinigaglia;
Lorenzo Marranini, assistenza tecnica, musicista poliedrico, batterista dei Puertorico, chitarrista degli Andy Says e componente dei The Sheen.

Vocalist

Fagotto

Strumenti autocostruiti

Percussioni

 

 

 

 

 

 

Sinossi

I MILLE
R.: Alberto Degli Abbati. Int.: Mary Cléo Tarlarini, Vitale De Stefano, Oreste Grandi, Cesare Zocchi. Italia, 1915, b/n
Misilmeri, Sicilia. Don Ruggero è un ricco possidente e scopre che suo figlio Corrado ha una relazione segreta con Rosalia, una pastorella del suo latifondo, da cui ha avuto un figlio, Vincenzino.
Corrado vorrebbe regolarizzare la situazione ma il padre non glielo permette e i due ragazzi vengono anche cacciati dalla fattoria. Rosalia, già in difficoltà, continua inoltre a ricevere indegne e pressanti proposte dal capitano borbonico Altieri.
Frate Lorenzo dà asilo alla donna e prosegue il suo impegno contro i Borboni. Cominciano ad arrivare notizie della posizione di Garibaldi: sta marciando su Palermo, così i congiurati partono di nascosto per raggiungerlo alla Piana dei Greci. Intanto Altieri rapisce il figlio di Rosalia per costringerla a vincere le resistenze nei suoi confronti e la attira così, in una casa isolata dove vorrebbe soddisfare le sue voglie. Il bambino, riconoscendo le grida della madre, riesce a salvarla da Altieri. Rosalia, prima di lasciare la casa, ruba un prezioso dispaccio che consegna una volta arrivata a Palermo. Tocca così il cuore di Don Ruggero che le consente di unirsi a Corrado, mentre su Palermo liberata sventola trionfante il tricolore.

Riccardo Sinigaglia sull’improvvisazione ispirata dalle immagini di un film e sulla composizione partecipata:

“Con l’ensemble elettroacustico pratichiamo l’improvvisazione che è una forma di composizione in cui vengono fissati dei punti chiave e delle atmosfere che poi sono sviluppate con una certa libertà interna.
Per questo è una tecnica particolarmente adatta alla musicazione dei film muti che danno degli input fissi a cui reagire e che permettono di fissare agevolmente le caratteristiche di ogni brano in modo da favorire uno sviluppo ordinato.
Ogni musicista che partecipa è quindi anche compositore e porta le sue idee musicali che vengono confrontate e modificate nel dialogo con gli altri che deve essere caratterizzato da uno spirito di comprensione e stima reciproca nella diversità di linguaggi e culture di ognuno.
Ogni film ha una sua caratteristica da rispettare, anche se naturalmente reinterpretando con la nostra sensibilità che è ovviamente molto lontana da quella dei linguaggi sonori dell’inizio dl novecento.”

Una grande esplosione. Sarà ancora attuale?

Intanto vedo i corpi

esplodere in massa.

Chi vedrà tanti corpi

esplodere in massa?

Una grande esplosione dovrebbe

disintegrare anche parte

del mondo lunare, due gatti

stereoscopici dimenticati dai gattai

per le strade del gusto massacrate, dovrebbe

disintegrare la sagoma prestigiosa

della cocacola

la parola immacolata

del signor papa

le catene sottili come cordini

d’acciaio ben temperato

la dama di compagnia della madama

bush senior

la dama di compagnia della madama

bush junior

la dama di compagnia della madama

balzata nel silenzio

denso

di malumore e assenso

il cappello a scacchi di mr

johnson con gli occhiali dorati e il giaccone

la pelliccia di visone

l’oro

di mrs giorgione

la musica lilla

fusion

free jazz

le parole mescolate a parole

fino a divenire rumore

l’esplosione dovrebbe disintegrare

le orecchie

le libagioni

i fumatori

i non fumatori

le esalazioni

incontrollate bionde arrovesciate

del potere

delle macchine in pressofusione

le carezze immacolate

di madonna puttanone

i pennacchi accelerati

del proiettile ad alta velocità

a bassa frequenza lungo il tempo

infinito a quadretti

del quaderno dei compiti

delle elementari, dovrebbe disintegrare

gli animali

addomesticati dagli uomini

gli uomini in massa oppure

alcuni superiori

portati all’autocensura

alla misura

delle parole

più corte più lunghe

le migliori

per i loro piaceri

masturbatori, dovrebbe

disintegrare i dodo

i dinosauri

sottoposti ad eccessive radiazioni

le lacrime aggiunte dei fraudolenti

topi

mutevoli alle radiazioni

divoratori di uova

di nuove

vite gustose

interiorizzatori del sacrificio mondiale

capaci di ingoiare superfici

ellittiche spezzando i gusci

aprendo i denti a ribollenti effusioni

danze rosse

laviche incandescenti

riportando nel ventre

cunicolare

nella tana materna

ragionevole in comunione

i versi della frode

dell’inganno ligneo equestre sottile

separato imberbe, dovrebbe

disintegrare la tigre

della Tasmania la bianca

salma del gorilla catalano

la rabbia sonora dell’orsa

della balena dell’elefanta

della matta della puttana della sarta

della cagna della troia della cammella

dell’aquila sovrana

della sorella della mezzana

della pioggia

orfana dei figli

orfana

di appigli, dovrebbe

disintegrare le armi

micidiali che gli uomini sanno amare

le divisioni giapponesi

di astronavi interstellari

le divisioni intercontinentali

dei legionari americani

le parole assassine

dei commentatori locali

le barbe rosse

gli occhi agghiaccianti

le pance che ammiccano

le cravatte allentate intorno a gozzi ingombranti

intorno a lacrime di dolore

per il vigliacco che non combatte

intorno ai denti battenti

contro le ombre dei perdenti

contro gli afasici dissidenti

contro le natiche recalcitranti

di fronte a torme di demoni erranti

davanti a pletore di gin in fiamme

tappeti istoriati e cupole danzanti.

Intanto vedo i corpi

esplodere in massa.

Chi vedrà tanti corpi

esplodere in massa?

Una grande esplosione dovrebbe disintegrare anche

parte della galassia inferiore

tre milioni di sistemi stellari

cinquecentomila miliardi di unici

esseri mordenti tra i quali

alcuni simiglianti ai defunti

terrestri sparsi come l’amico

defunto george tacchino jr

il defunto tony

bascione

l’amico

già amputato di un braccio

di un testicolo e dotato

di una gamba aspiraliquami silvio

fu presidente del consiglio

dello stivale di carlo, dovrebbe disintegrare

i pagliacci che uccidono bambini a distanza

per amore della patria e del cinema amatoriale

dovrebbe disintegrare

la cacca i sogni l’acqua

l’odore della terra

il verde dei pini

l’incendio autunnale

le labbra della bambina che m’ama

la rugiada stanca di vagare

dal mare alla terra

dalla pace alla guerra.

“Tutte le ricchezze del mondo

si profondono in distruzione.”

A ciascuno il suo ovvero, Wikileaks ci racconta quello che preferiamo fingere di non sapere

Se tutto fosse così come i gonzi intuiscono che sia, allora il mondo in cui viviamo sarebbe gremito d’infelicità. La rapacità si fa strada, mentre gli uomini si dannano per fingere d’essere animali buoni e onesti, di avere una coscienza che li conduce rammentando loro di rispettare gli altri.

Per alcuni caratteri non c’è scampo: o tuffarsi nella letteratura o morire schiacciati dalla verità. E qual è la verità? Crudeltà, orrore, cupidigia.

A saper le cose come stanno si muore. E nei tempi moderni si muore ancora più in fretta.

Mordi il ditino. Mordi il ditino.

“Epigrammi veneziani” di Goethe

Traduco qui l’epigramma veneziano n. 4 che Goethe scrisse nel 1790, durante il suo secondo viaggio quaggiù. Questo è quello che siamo, il nocciolo della nostra identità che attraverso gli anni non trascolora.

“Questa è l’Italia, quella che ho lasciato. Ancora il sentiero impolvera,

Ancora il forestiero è ingannato, comunque egli voglia agire.

Cerchi la correttezza tedesca in ogni angolo indarno;

La vita e il suo brulichio sono qui, ma nessun ordine né temperanza;

Ognuno pensa per sé, diffida del prossimo, è vanitoso,

E i capi degli stati provvedono ancora una volta solo per se stessi.

È bella questa terra; però, accidenti! non trovo più Faustina.

Questa non è più l’Italia, quella che ho lasciato con dolore.”


2010 in review

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Attractions in 2010

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1

O partigiano, portami via March 2010
5 comments

2

Chi è Malidor? February 2008

3

Cucinare una verza May 2008

4

Settimana lunga February 2010

5

Autore February 2008

Crocifiggetemi

Per noi italiani non c’è stato mai alcun dubbio. L’unica azione che sappiamo mettere in atto è la resistenza. Fisica e mentale. Siamo delle macchine stagne e indistruttibili, rafforzate dal carbonio della disillusione.

Non esiste infatti nessuna rivoluzione che abbia portato l’equanimità al potere. Ai posti di comando ci vanno solo coloro che vogliono comandare; e vogliono comandare per imporre la propria obesa persona sulle altre persone.

Un uomo equilibrato, sereno e innamorato della vita - che rivede nelle azioni, negli odori e nelle immagini di chi gli sta attorno - non immaginerà mai di gettarsi nella mischia con il rischio di perdere le cose che gli fanno battere il cuore.

Se il suo cuore non battesse per un secondo, tutto sarebbe perduto.

Le rivoluzioni hanno rovesciato l’avarizia, la superbia e la lussuria, tre salvagenti che nell’acqua dell’umanità sempre ritornano a galla per il principio di Archimede. Non si può vincere contro gli innumerevoli soprusi. Ecco perché da queste parti si è coltivato per secoli il Cristianesimo, un’infinita umiliante abnegazione retta sulle colonne vertebrali delle nostre donne, che si è trasformata – rosario dopo rosario – in resistenza di popolo.

I figli di queste donne si sacrificarono come martiri per la libertà e l’uguaglianza sociale. Anarchia e Socialismo furono delle ideologie, ma in Italia erano costole religiose del sentimento nazionale.

Crocifiggetemi: questo è da secoli il motto dell’italiano liberale.

Coraggio, quindi, fatelo ora.

E la chiamano nazione

E intanto sono sempre più isolato e solo. La provincia maledetta. Qui è una strage. Ogni giorno viene ucciso qualcuno. Lo si lascia lì ad annaspare nel proprio sangue. Anonimamente. E la chiamano nazione. Milioni di corpi distesi in pozze di sangue raggrumato. Nugoli di mosche. Silenzio che ti fa venire il magone.

Capisco bene le immagini dei Ludiko. Corpi distesi lungo l’Italia. Giganteschi eroi caduti sulle coste e sui dorsi delle montagne. Persone comuni morte a merenda. Una bottiglia di vino e via andare. Nella penisola peculiare del mondo, millesimata nelle sue differenze: innumerevoli scannatoi compongono l’Italia, dove da migliaia di anni si coltiva la sapienza di ammazzare in maniera unica e irripetibile il tuo prossimo.

Uccidi il prossimo tuo come te stesso. Questo è il comandamento dello stivale. Ci preserva come mummie dalla corruzione in attesa che venga il massacro finale.

Delfini, Buzzati, Landolfi, Fenoglio, Pavese, Mastronardi, Bianciardi, Alvaro, Fiore, Sciascia, Meneghello, Pasolini, Volponi, Brancati, D’Arzo, Tondelli, Moravia, Flaiano, Scerbanenco, Chiara, Vassalli e gli altri non sono dovuti andare distante per raccontare la morte disperata, tanto solitaria quanto desiderata da chi gli sta intorno. Questo è l’inferno di Kafka. Pensa giusto Saviano: basta raccontare di quando si esce di casa per dar conto della mattanza italiana.

I miei coetanei fanno cronaca. E va bene. Che cos’altro potrebbero dire? Approfonditi gli aspetti generali dello sterminio, vi spiegano come muovervi per entrarci dentro dalla parte migliore. A scelta. Vittima, carnefice o osservatore. Minuto dopo minuto. Pensiero dopo pensiero. Gesto dopo gesto. Perché voi siete questa roba qua.

Eppure manca ancora qualcosa. Giunti al fondo dello specchio e scoperto il buio, vorreste che fosse luce? E’ freddo. E’ soffoco. Sentite i mosconi sbattere le ali nell’umidità ontologica dell’aria. Sono pochi e pesanti. Si nutrono di un invisibile nauseante ammasso su cui scivolate imbrattatandovi.

Allora pensate a quello che siete. Superate il momento. Entrate nel vostro mondo cosparso di amore e prati in fiore. E siete convinti che esista ancora. All’improvviso dal nulla si accende una luce accecante. Soffrite. Vi riparate gli occhi. Poi vi rassicurate abituandovi alle immagini che si muovono oltre il vetro che emette la luce. Una luce tenue e piatta come un sogno senza aspirazioni: siete voi che vivete dentro lo schermo del vostro televisore.

Il Calcolatore vivrà per te

La vita delle persone è morte. Siamo tutti morti. Viviamo condannati. Sopra le nostre teste, a differenti altezze, stanno per esplodere le bombe nucleari.

Potenze aliene siamo noi. Da sessantacinque anni teniamo in scacco il pianeta Terra, come lo chiamiamo. A Hiroshima e Nagasaki sono morti gli ultimi. Adesso ci siamo noi. Con le nostre bombe. Con la nostra condanna capitale.

Benvenuto nel Braccio della Morte, dove la sentenza è già andata a segno. Manca solo l’ultimo atto, che non è stato ancora messo in scena perché troppo banale. Si aspetta il momento eclatante per raccogliere i tuoi familiari, i tuoi aguzzini, intorno al patibolo. Te ne sei reso conto?

Molti lo sanno. Anche tu lo devi sapere. O vuoi vivere assopito nella luce della disintegrazione?

Cercati un ologramma e accedi alla fine digitale. Il Calcolatore vivrà per te. Sarai l’essenza della perfezione come la puoi immaginare: vita numerica.

E il pianista grida “Terra!”

“Abbiamo agito bene, ma bisogna comunicarlo. Per questo motivo Vi chiedo di essere il megafono dell’azione di Governo sul territorio. E’ necessario far conoscere questi provvedimenti a tutti gli italiani. Dovremmo riuscire a collocare in ogni piazza degli 8100 comuni della nostra Italia un nostro banchetto, un nostro gazebo e nostri sostenitori che spieghino quanto il Governo è riuscito a realizzare in due anni di appassionato lavoro. Per questo motivo Vi chiedo la disponibilità a partecipare a questa grande opera di diffusione attraverso una capillare rete di militanti basata sulla suddivisione delle 60 mila sezioni elettorali. Sarà il più grande porta a porta mai realizzato in Italia, ed è per questo che chiedo il contributo di tutti coloro che credono negli ideali di libertà. Una mobilitazione permanente è necessaria per contrastare i disfattismi e i personalismi di chi antepone i propri particolari interessi al bene di tutti, al bene del Paese. Da settembre quindi dobbiamo impegnarci tutti e di più!” (Silvio Berlusconi).

Quest’uomo è davvero all’altezza della nave da crociera Italia su cui sta viaggiando. Era il pianista di bordo. Un pianista malinconico al tramonto, ma gli ospiti – ricordandosi dei mitici Anni ’80, di Jerry Calà e di Vacanze di Natale – si sono innamorati di lui al punto da eleggerlo loro capitano.

“Capitano, mio capitano!” gli urlavano, mentre stabilmente al bancone del piano bar si ubriacava circondato da donne eccezionali, tutte curve sui tacchi a spillo e sorrisi affezionati.

Sono trascorsi gli anni e alle mamme si sono sostituite le figlie in un eterno gioioso bordello di fine anno, mentre nessuno si occupava della rotta da tenere, la ciurma al servizio dei croceristi è divenuta una turba di demoni alle prese con anime perse pelle e ossa, e la nave si dirigeva spericolatamente verso le alte scogliere.

Ed ecco che, mentre la baracca si sta per schiantare, il nostro nocchiere-pianista sale sul primo ponte per vomitare, si trova davanti la mole della costa rocciosa sarda, grida “Terra! Terra!” e ordina ai suoi cancheri più fedeli che calino la scialuppa e lo portino in salvo.

Auguri! Buon Ferragosto a tutti!

E come si dice in queste occasioni: a voi i sogni e i ricordi, a lui la merenda… 

I ladri di Ennio Flaiano

Trascrivo una fiaba di Ennio Flaiano che, come altri interventi di scrittori del Dopoguerra e del Boom, ha tutta la sua rilevanza nell’Italia Nostra.

I ladri (favola arguta)  – Quando i ladri presero la città, il popolo fu contento, fece vacanza e bei fuochi d’artifizio. La cacciata dei briganti autorizzava ogni ottimismo e i ladri, come primo atto del governo, riaffermarono il diritto di proprietà. Questo riassicurò i proprietari più autorevoli. Su tutti i muri scrissero: “Il furto è una proprietà”. Leggi severe contro il furto vennero emanate e applicate. A un tagliaborse fu tagliata la mano destra, a un baro la mano sinistra (che serve per tenere le carte), a un ladro di cappelli, la testa. Poi si sparse la voce che i ladri rubavano. Dapprincipio, questa voce parve una trovata della propaganda avversaria e fu respinta con sdegno. I ladri stessi ne sorridevano e ritennero inutile ogni smentita ufficiale. Tutto parlava in loro favore, erano stimati per gente dabbene, patriottica, ladra, onesta, religiosa. Ora, insinuare che i ladri fossero ladri sembrò assurdo. Il tempo trascorse, i furti aumentavano, un anno dopo erano già imponenti, e si vide che non era possibile farli senza l’aiuto di una grossa organizzazione. E si capì che i ladri avevano quest’organizzazione. Una mattina, per esempio, ci si accorgeva che era scomparso un palazzo del centro della città. Nessuno sapeva darne notizia. Poi sparirono piazze, alberi, monumenti, gallerie coi loro quadri e le loro statue, officine coi loro operai, treni coi loro viaggiatori, intere aziende, piccole città. La stampa, dapprima timida, insorse: sparirono allora i giornali coi loro redattori e anche gli strilloni, i quando i ladri ebbero fatto sparire ogni cosa, cominciarono a derubarsi tra di loro e la cosa continuò finché non furono derubati dai loro figli e dai loro nipotini. Ma vissero sempre felici e contenti.

Nota. I compilatori di un libro di lettura per le scuole elementari mi avevano chiesto una favola arguta per bambini dai sette ai dieci anni. Ho inviato loro questa favola, l’hanno respinta cortesemente, dicendo che “non era adatta”. Forse non è una favola arguta. O forse non è nemmeno una favola.

[“Il Mondo”, 19.1.1960]

O partigiano, portami via

Giovanni Miranda fu ucciso a 18 anni. Della ragazza con cui è abbracciato non abbiamo avuto notizie. Questa è l'ultima immagine rimasta di loro.

Le ultime notizie – la vittoria della Lega Nord e della politica berlusconiana – sono l’ennesima sconfitta dell’azione apertamente condivisa. Non ho parole che non siano secondarie per dire – e quindi accettare – lo spirito italiano. Il dramma maggiore si è consumato in Piemonte, sulle Langhe e nell’Ossola, dove nel 1944 i partigiani cacciarono i fascisti per pochi giorni. Dovevano farlo, sebbene sapessero che gli avversari sarebbero tornati al fianco delle divisioni tedesche e avrebbero fatto piazza pulita. Questa consapevolezza era tuttavia di pochi. Dei 200 che rimasero a difendere Alba sull’argilla divenuta fango. Dell’ultimo passero che non cadrà mai, citando il Partigiano Johnny.

Questi risultati mi fanno ritenere che la Resistenza sia stata una guerra condotta da alcune teste calde. Parlando con la gente delle valli – con quelli che ricordano e con quelli che tramandano il ricordo – i partigiani erano dei ladroni che portavano via quel poco da mangiare che era rimasto in casa. Tutto qui. Del resto nessuno sa. Sì, ogni tanto salivano le colonne dei fascisti e ne beccavano qualcuno. E poi via che andavano. Ma perché dicono così? Come se non ci fosse più nessuna passione, come se l’uomo non sia uomo come noi. A che cosa è servito restare nei paesi con le famiglie, chiedere, condividere, scegliere e combattere per un’idea giusta? A che cosa è servito lavorare dall’alba al tramonto per stare insieme bene, secondo coscienza, fratelli di carne umana? Non sono domande retoriche, ma piuttosto questioni di smarrimento. Da anni lavoriamo sul territorio per il confronto, facendo incontrare persone differenti per condividere ideali comuni, che fanno riferimento al nostro inestinguibile sentimento di uguaglianza, celato in ogni essere umano come il fuoco sotto la cenere all’alba, quando ci si avvicina al camino con una speranza, ancora annebbiati e rigati dal buio della notte.

E mentre facciamo tutto questo, dall’alto, tirando fili ad alta tensione sulle dorsali delle valli e imperniando ripetitori sui cucuzzoli delle montagne, il Disumano fulmina le nostre azioni.

Ogni gesto richiede consapevolezza. Non può essere solo una corsa al consenso, all’eclatante e alla critica della falsità per mezzo della devastante fragilità degli impulsi.

In un mondo scisso dalla realtà dell’irreale, penso che non sia sufficiente chiederci per chi stiamo facendo qualcosa, poiché noi stessi coltiviamo le sementi di una società della disgregazione e ce ne nutriamo, quasi non ci fosse niente più da mangiare. È necessario sapere perché stiamo agendo. Dialogando con un amico, domenica, abbiamo parlato di politica. Ci siamo lasciati dicendoci che la politica è un’attività contemplativa, interpretativa, e perciò radicalmente umana. Questa politica del fare non è altro che un ingombrante strascico di superficialità.

Cambiare le coscienze significa fondare una nuova nazione.

Nelle Langhe ha combattuto Beppe Fenoglio. La sua scrittura è stata una contemplazione della vera libertà. Nelle sue pagine si legge lo spirito di una nazione. Una nazione che un giorno verrà?

Intanto restiamo lì, come passeri sul ramo, e non facciamoci spaventare né dal freddo né dalla fiocca. Perché l’ultimo passero non cadrà.

Mineo non ha potuto

Per chi mi sta ascoltando (nessuno?); esco dalla finzione. Entro nella finzione della realtà. Corradino Mineo, con il suo rigore professionale, è stato oscurato. Che cosa sta succedendo? sono io che non riesco a vedere? ho bisogno di qualcosa che sia reale. Ho bisogno di vivere in una città reale. Aiuto. Aiuto. Aiutooooooo!

Ah… va in differita… decisione dell’ultimo minuto… Ma andì a ciapè di rat… questo lo dico per me chiaramente (solo per me) e ringrazio la crosta, il mantello e il nucleo di avermi lasciato solo. Solo per questa sera.

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