Mortale o immortale

La vidi camminando nel corridoio. Stava leggendo oltre il vetro dello scompartimento.

“Tu non mi conosci,” le dissi. “Non sai chi sono”.

Le parlavo al di qua del vetro. Parlavo a bassa voce, mentre il treno correva veloce emettendo un frastuono micidiale.

Mi vidi all’interno dello scompartimento osservare me stesso nel corridoio. Le mie labbra si muovevano mute, l’occhio rivolto verso la giovane donna, che non si accorgeva di nulla, se non del proprio libro; del mondo contenuto nel libro.

Ero un fantasma. Il rumore stridente delle ruote sulle rotaie – il ferro sopra il ferro – invadeva attutito e assordante fuori e dentro di me come il destino mellifluo e amaro della morte.

Ero già morto e tuttavia consapevole di vivere altrove. In un’altra dimensione? In un ulteriore tempo? In uno spazio leggermente sfalsato il mio fantasma si muove senza di lui. Mortale o immortale è un misero gioco di parole.

L’odore di Maggie

Vincente aveva due sorelle. Lorie era la più piccola, faceva la prima e non capiva niente. Sbatteva occhi grandi neri e sorrideva. Non era buona neanche per gli inseguimenti perché era un po’ ciccia e si faceva subito prendere. Poi, quando le toccava di fare il segugio, non poteva starci dietro e ci stufavamo tutti. Allora, per farla andare via, Vincente e io giocavamo a prendere a testate il muro o a tirare calci contro il tronco della magnolia, come faceva – spiegavo – con i tronchi delle sequoie l’avversario brasiliano di Shingo Tamao per allenarsi prima del match.

Andavamo avanti fino a quando non avevamo il capogiro, occupando poi il tempo che ci rimaneva per restare soli giocando alle biche come se fossimo nati in un formicaio.

Maggie era più grande, quasi una donna. Alta più di noi aveva occhi neri, come Lorie ma non conta. La ragazza era bella, lo dico sul serio: aveva capelli folti, neri e lucenti come gli occhi e le sopracciglia. Portava le calze di nylon sulla pelle e sopra ci metteva i jeans. Il maglione davanti le si gonfiava ed era bello da vedere. Veniva voglia di mettersi la lana nella bocca. Aveva una classe fuori dal normale. Chissà il fidanzato mi chiedevo, perché Maggie il fidanzato ce l’aveva. Guidava la moto. Faceva i fuoristrada. Mi veniva la rabbia se lo guardavo troppo in faccia.

Era una stanza di passaggio. Correvamo attraverso; camminavamo quando Maggie diceva forte mamma non riesco a studiare qui non c’è silenzio. Vincente faceva segno di no, non andiamo di lì. Ma poi, quando giocavamo a nascondino, era sempre lì che si nascondeva. Qualche volta in cucina. D’obbligo controllare finita la conta. Abbassavo la maniglia nell’atrio di entrata e spingevo piano soffiando alla parete, ehi tu, tieni la porta che altrimenti sbatte! Un piede sulla moquette della stanza trascolorando, Maggie l’odore nel sogno era pareti lenzuola calze di nylon ed aria confusa.  Incespicando Vincente usciva da sotto il letto sul tavolo prima io primo a ruzzoloni giù per le scale, sulla mamma tua mamma non vuole con le scarpe in casa ehi ehi no, dove vai no.

“Toppa!”

“Non vale!”

“Toppa libera tutti!”

“Non vale!”

“E perché?”

“Non potevamo andare in camera tua!”

“Dovevi dirlo prima!”

“Non lo sapevo…”

Break.

Che buon odore ha Maggie in giro per le calze, pensava Demi. E a casa cercava con le narici per aria in bagno, su per le scale, nelle camere, in cantina, fra i prati, sull’argine bagnato; cercava qualcosa che assomigliasse a lei.

In stalla, nel pollaio, fra il letame e l’erba appena falciata la cercava, mentre loro (Vincente, Maggie e Lorie) si allontanavano su una macchina rossa lunga due metri, genitori, bagagli e lamiere appresso.

Erano appena finiti gli esami. Tornavano a sud da dove erano venuti.

Anche Maggie e il suo odore speciale.

Dallo spigolo buio di un granello di polvere

 

Poi il treno, la prima sigaretta dopo l’astinenza mi faceva girare la testa. Da una destinazione all’altra. Mi muovevo come un pacco di pensieri in un mondo che mi annoiava, ma nel quale riconoscevo la mia stessa capacità di fallire un giorno dopo l’altro, una notte dopo l’altra con imprevedibile semplicità.

Passavo dalla sponda piemontese alla lombarda ricadendo sempre nello stesso incubo: terra bagnata che si dipana, accidiosa e nemica di se stessa nell’alveo naturale della mediocrità che l’irrora. Era un sonno torbido. Fuori di me la carrozza prendeva le scosse dei binari. Mi destavo a più riprese. Saltavo da una galassia all’altra, travolto da una stanchezza che confondevo con la curiosità.

Il treno mi tratteneva, sospeso tra una provincia e l’altra nella provincia piccola di un pianeta provinciale.

Dallo spigolo buio di un granello di polvere partivano le strade ferrate interstellari sulle quali avrei voluto viaggiare.

Girava voce che l’Express 999 sarebbe passato dalle nostre parti.

Maetel mi attendeva sul binario, nel suo corpo eternamente avvolto in un abito ampio e nero. Il pallore della pelle e gli occhi d’acqua mi fecero pensare che fosse morta.

Era vero amore?

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