Mortale o immortale

La vidi camminando nel corridoio. Stava leggendo oltre il vetro dello scompartimento.

“Tu non mi conosci,” le dissi. “Non sai chi sono”.

Le parlavo al di qua del vetro. Parlavo a bassa voce, mentre il treno correva veloce emettendo un frastuono micidiale.

Mi vidi all’interno dello scompartimento osservare me stesso nel corridoio. Le mie labbra si muovevano mute, l’occhio rivolto verso la giovane donna, che non si accorgeva di nulla, se non del proprio libro; del mondo contenuto nel libro.

Ero un fantasma. Il rumore stridente delle ruote sulle rotaie – il ferro sopra il ferro – invadeva attutito e assordante fuori e dentro di me come il destino mellifluo e amaro della morte.

Ero già morto e tuttavia consapevole di vivere altrove. In un’altra dimensione? In un ulteriore tempo? In uno spazio leggermente sfalsato il mio fantasma si muove senza di lui. Mortale o immortale è un misero gioco di parole.

Entro i limiti dell’estinzione

 

“Tu non mi conosci.” Dissi a Mari.

Era vita nuova, fermata per strada e accompagnata in un bar.

Non mi conosceva, eccetto l’invito che le rivolsi e il suo sorriso davanti a un tavolo piccolo in una stanza evacuata; ad una certa distanza un’ottomana.

Sedendomi cozzai nel suo ginocchio e pensai fosse la ghisa del tavolo.

Osservava.

Pensava.

Il mio volto si allargava sulla sua figura considerandola entro i limiti dell’estinzione.

Se tu ci tieni così tanto ai sentimenti

S. e C. stanno insieme da sei anni. Al principio del loro amore ci fu una convenzione. Come in ogni convenzione c’erano due attori, che fingevano di accettare norme snocciolate in un linguaggio talmente asettico da celare incondivisibili certezze.

C. fu subito chiara: non aveva nessuna intenzione di lasciarsi andare.

“Solo per sesso, io gli uomini li uso e li getto.”

“Ma quanti uomini hai già usato?”. S’interessò S. con tono distaccato, che in lui celava un inconfessabile rammarico.

“Sessanta, circa”.

“Ah, interessante…”.

La convenzione resiste. Quello che si dissero una volta, al bar, testimoni un tavolo quadrato, una zuccheriera e due tazze di tè, vale ancora. S. e C. vivono insieme in una mansarda di Oranien. S. ha ricevuto da qualche mese l’invito ad insegnare nell’Università di Weimar in seguito ad un colloquio. Si tratta di un contratto a scadenza, ma è un inizio, pensa. S. si è portato a spasso dalla Baviera al Brandeburgo il mito della Bauhaus. Come potrebbe rifiutare ora d’insegnare, anche solo per un giorno, negli edifici progettati da Mies? non scherziamo!

Durante la settimana S. è a Weimar, e il sabato e la domenica è a Berlino. C. si rifiuta di restare cinque giorni sola ad aspettare S. nella mansarda. Si trasferisce nel Mitte, in un appartamento che condivide con altre quattro persone. Lì le cose vanno meglio. C. accetta più volentieri le lunghe assenze di S.

Intanto S., volendo dare una risposta concreta alle recriminazioni di C., fa di tutto per darle un’occupazione a Weimar, finché il suo capo di dipartimento non decide d’invitarla a lavorare nel loro gruppo universitario.

C. è felice del trasferimento, ma prima ha bisogno di chiarirsi con S. Infatti, lo tradisce metodicamente con uno dei suoi compagni di casa.

“Puttana,” a molti verrebbe da dire, ma S. è un uomo garbato e comprensivo. ”Perché?”, perciò chiede. 

“Tu eri sempre lontano, a pensare alla tua carriera, e io qui sola, senza soldi, senza nemmeno i soldi per pagarmi una casa… Che cosa potevo fare…?”.

“Se non andare a letto con il primo che passava? In questo caso non sei neanche dovuta uscire fuori a prendere freddo: ti sei rimorchiata direttamente quello sballato pantofolaio che per andare al cesso doveva per forza passare davanti alla tua stanza”.

“Mi sembra che tu la stia prendendo male, e soprattutto, come sempre, senza un briciolo di sentimento. D’altronde tu sei quello razionale, no? quello che pensa solo al lavoro, torna a casa e sfoglia le sue fottute riviste di settore!”.

“Taci, per favore”.

“Stai zitto tu, che non sai neanche cosa sia una donna”.

“Stai esagerando. Se davvero non m’interesso di te, come te lo spieghi che mi sono sbattuto per trovarti un lavoro in università a Weimar?”.

“Sì… così mi avresti tenuta ogni giorno e ogni notte sotto i tuoi occhi… mi fai schifo!”.

“Beh, a dire la verità anch’io non vorrei proprio vedere ancora la tua faccia… Se tu ci tieni così tanto ai sentimenti, rinuncia al lavoro…”.

“Col cazzo!”.

Gelosia

La mia fidanzata… A pensarci adesso mi sa che non c’era niente di male. Era abbastanza nell’ordine delle cose. Non ero in quadro io a vedere tutto così torvo. Ero angosciato da quel che faceva quando non c’ero. Stavo male. L’ansia di essere tradito proprio in quell’istante, proprio nel momento in cui pensavo a lei con tutto il mio amore, mi rendeva cieco e stupido. Le stavo incollato più che potevo, che era quasi nulla vivendo a centinaia di chilometri l’uno dall’altra. Era come bere il più in fretta possibile una bottiglia d’acqua, sapendo di restarne senza per ore e ore nel cuore dell’estate, prima d’imbattersi nella prima fonte tra le colline aride. Eppure si beve, si beve cupidamente con il rischio di sbrodolarsi. Così si sperpera ciò che si vorrebbe davvero possedere, lo si ingoia nascondendolo al mondo e a se stessi. Questo volevo dire. E non è mai troppo tardi: non sono ancora passati vent’anni.

“Epigrammi veneziani” di Goethe

Traduco qui l’epigramma veneziano n. 4 che Goethe scrisse nel 1790, durante il suo secondo viaggio quaggiù. Questo è quello che siamo, il nocciolo della nostra identità che attraverso gli anni non trascolora.

“Questa è l’Italia, quella che ho lasciato. Ancora il sentiero impolvera,

Ancora il forestiero è ingannato, comunque egli voglia agire.

Cerchi la correttezza tedesca in ogni angolo indarno;

La vita e il suo brulichio sono qui, ma nessun ordine né temperanza;

Ognuno pensa per sé, diffida del prossimo, è vanitoso,

E i capi degli stati provvedono ancora una volta solo per se stessi.

È bella questa terra; però, accidenti! non trovo più Faustina.

Questa non è più l’Italia, quella che ho lasciato con dolore.”


L’odore di Maggie

Vincente aveva due sorelle. Lorie era la più piccola, faceva la prima e non capiva niente. Sbatteva occhi grandi neri e sorrideva. Non era buona neanche per gli inseguimenti perché era un po’ ciccia e si faceva subito prendere. Poi, quando le toccava di fare il segugio, non poteva starci dietro e ci stufavamo tutti. Allora, per farla andare via, Vincente e io giocavamo a prendere a testate il muro o a tirare calci contro il tronco della magnolia, come faceva – spiegavo – con i tronchi delle sequoie l’avversario brasiliano di Shingo Tamao per allenarsi prima del match.

Andavamo avanti fino a quando non avevamo il capogiro, occupando poi il tempo che ci rimaneva per restare soli giocando alle biche come se fossimo nati in un formicaio.

Maggie era più grande, quasi una donna. Alta più di noi aveva occhi neri, come Lorie ma non conta. La ragazza era bella, lo dico sul serio: aveva capelli folti, neri e lucenti come gli occhi e le sopracciglia. Portava le calze di nylon sulla pelle e sopra ci metteva i jeans. Il maglione davanti le si gonfiava ed era bello da vedere. Veniva voglia di mettersi la lana nella bocca. Aveva una classe fuori dal normale. Chissà il fidanzato mi chiedevo, perché Maggie il fidanzato ce l’aveva. Guidava la moto. Faceva i fuoristrada. Mi veniva la rabbia se lo guardavo troppo in faccia.

Era una stanza di passaggio. Correvamo attraverso; camminavamo quando Maggie diceva forte mamma non riesco a studiare qui non c’è silenzio. Vincente faceva segno di no, non andiamo di lì. Ma poi, quando giocavamo a nascondino, era sempre lì che si nascondeva. Qualche volta in cucina. D’obbligo controllare finita la conta. Abbassavo la maniglia nell’atrio di entrata e spingevo piano soffiando alla parete, ehi tu, tieni la porta che altrimenti sbatte! Un piede sulla moquette della stanza trascolorando, Maggie l’odore nel sogno era pareti lenzuola calze di nylon ed aria confusa.  Incespicando Vincente usciva da sotto il letto sul tavolo prima io primo a ruzzoloni giù per le scale, sulla mamma tua mamma non vuole con le scarpe in casa ehi ehi no, dove vai no.

“Toppa!”

“Non vale!”

“Toppa libera tutti!”

“Non vale!”

“E perché?”

“Non potevamo andare in camera tua!”

“Dovevi dirlo prima!”

“Non lo sapevo…”

Break.

Che buon odore ha Maggie in giro per le calze, pensava Demi. E a casa cercava con le narici per aria in bagno, su per le scale, nelle camere, in cantina, fra i prati, sull’argine bagnato; cercava qualcosa che assomigliasse a lei.

In stalla, nel pollaio, fra il letame e l’erba appena falciata la cercava, mentre loro (Vincente, Maggie e Lorie) si allontanavano su una macchina rossa lunga due metri, genitori, bagagli e lamiere appresso.

Erano appena finiti gli esami. Tornavano a sud da dove erano venuti.

Anche Maggie e il suo odore speciale.

Sono un aereo pieno di passeggeri

 

Sono un aereo pieno di passeggeri. Un solo posto è rimasto vuoto dentro di me.

Gli ultimi a salire sono stati obbligati ad abbandonare il proprio bagaglio a mano, con la promessa che sarebbe stato caricato nella stiva.

Molti sono nervosi e subiscono la pressione degli altri riversandola su chi sta accanto a loro. Gli assistenti di volo hanno faticato a fare stare tutti seduti prima del decollo. Più volte gli altoparlanti hanno ricordato di spegnere tutti gli apparecchi elettronici tra le urla dei bambini. C’è sempre chi di questi annunci se ne fotte e resta in silenzio a giocare con l’iphone isolandosi dall’ipotesi di una catastrofe collettiva.

Anch’io me ne fotto di loro e mi alzo in cielo sicuro con il mio carico di ricordi che brulicano dentro come viaggiatori low cost. Sbircio fuori da un oblò. Mi sovviene l’immagine di una fabbrica di scarpe.

Le cose che abbiamo vissuto restano lì in pace, dormono e si trastullano per anni, poi – quando meno te lo aspetti – si fanno vive per svolgere al meglio il loro lavoro.

Erano venuti a prenderci nel quartiere dove vivevamo. Avevano bisogno che lei facesse da interprete per loro. Lo faceva spesso durante la mia assenza. Quando c’ero io non accettava mai incarichi di quel genere, ma questa volta non poteva rifiutare. Pagavano bene e di quei fiorini ne aveva bisogno.

Avevo insistito per unirmi a loro. Lei non era d’accordo.

Ero geloso. Non capivo perché non mi volesse con lei.

“Si tratta di lavoro,” mi aveva detto.

“Sì, ma devi fare solo da interprete. Mi piacerebbe vedere cosa combinano qui gli italiani”.

“E’ stupido. Cosa vuoi che fanno? Lavorano come tutti”.

“Vengono a fare affari”.

“Non è mica male fare affari”.

“E non solo quelli”.

“E tu cosa vieni a fare?”.

Non sapevo che cosa potevo ottenere guardando negli occhi quelle persone. Avevo sentito di storie di sesso tra uomini italiani e ragazze ungheresi. Mi ero fatto un brutto viaggio. Lei mi diceva Jenny va con quello e Magda va con quell’altro, sono vecchi ma hanno i soldi… a me non interessano i soldi… a me interessi tu… Non le credevo davvero, non fino in fondo. E soffrivo come un cane.

Era sempre stato il mio assillo conoscere una donna per quello che era. Le inseguivo, cercavo in loro quello che mi mancava, restavo in silenzio mentre le amavo. Così accadeva nella nostra storia. Le davo retta quando mi diceva che era fedele, ma non ci stavo più dentro quando stavamo lontani per mesi. Mi ossessionava l’idea che lavorasse da sola con quegli uomini. Immaginavo che di notte si sbattevano le baldracche rimorchiate nei night e di giorno accarezzavano il desiderio di portarsi a letto la mia fidanzata.

La mia fidanzata… A pensarci adesso mi sa che non c’era niente di male. Era abbastanza nell’ordine delle cose. Non ero in quadro io a vedere tutto così torvo.

Era bella che non era mai stata

Una notte. Mari era bella che non era mai stata così bella.

E io non la vidi.

E se fossi a Buffalora?

 

Quella notte ha superato il tempo. E’ entrata nella dimensione ulteriore. Nel cuore dell’Europa vivente, oltre il recinto del cimitero in cui mi arrabatto. C’è un film, Dellamorte Dellamore, una fumettata che racconta di un becchino e del suo aiutante in lotta contro i morti viventi e i vampiri che albergano nel cimitero. Tra i cadaveri risorti lei appare bellissima. E feroce. Lui è disincantato e l’amico non ha più orrore. Arrivano al dunque e al becchino non resta che scappare. Ma uscito da Buffalora ferma il suo maggiolino. Scende e mette le scarpe sull’orlo della voragine. A questo punto la scena si apre. Sospesa nel vuoto non rimane che Buffalora, come qualcosa che non c’è se non nella fantasia di chi la sta vivendo.

E se fossi a Buffalora? Combatto contro i morti viventi. Ma forse mi sono già suicidato. C’è una voragine tra me e il resto del mondo. Mi sono fissato su questa storia dell’Italia. Al punto da non uscire mai dalla mia stanza.

Chiuso nella sfera che mi riflette, ricordo. E lì con me Dagmara, nel centro baluginante del cristallo, annaspa. Sembra un altro romanzo. Due servi giunti dalle estreme province dell’Impero dopo lustri di viaggio, quando l’Impero era già scomparso entrarono in città. Si conobbero sulla porta deserta e s’innamorarono. Piombati in ritardo nell’eco maestosa e dorata del trambusto di una capitale, abbandonarono la missione per cui avevano fatto tanta strada. Di fronte a un cameriere impeccabile come un conte nei gesti e nelle parole, si stavano chiedendo dov’erano arrivati. Il meridionale offrì una cena alla tavola dei ricchi, prima di fuggire verso la periferia con l’ultimo treno innevato. La ragazza dell’Est allargava lo sguardo sulle tovaglie candide, sui lampadari di vetro soffiato, sulle posate d’argento e sui bicchieri in filigrana. I loro occhi luccicavano. Erano prigionieri di un abbaglio, mentre si abbracciavano e si baciavano, apparsi all’improvviso come fantasmi di gioventù nelle pupille di due anziani.

Nel fuoco d’ombra

 

Avevo camminato per il tempo che mi separava dalla sera. Avevo percorso Buda strisciando i muri per evitare la neve e farmi venire la nausea con le sigarette al mentolo. Che idea idiota uscire a cena con una ragazza in questo posto dove tutti ti guardano come se fosse finita ieri la guerra e tu sei arrivato a fare il bello dal tuo rifugio antiatomico che ti ha mantenuto giovanile quasi inalterato.

Adesso, ripercorrendo gli anni, mi sembra di avere trascorso un lungo tempo a combattere con me stesso. Ho fatto di tutto per sconfiggere il pensiero comune italiano. Eppure ci ho vissuto e ne ho approfittato per crescere forte e ricco come sono stato. Avevo cominciato allora, a fare il ricco. E nemmeno lo sapevo. Il ricco romantico innamorato a prima vista con quattro lire in tasca, che per agevolare la situazione avevo cambiato in dollari dal primo bagarino di passaggio.

La vita mi avrebbe reso consapevole, a furia di capriole nei prati, caviglie storte e fucilate di sale grosso nel sedere.

Arrivai all’appuntamento un bel pezzo prima, diciamo verso le 6 e un quarto. Bighellonavo tra gli spazi innevati che velocemente si stavano gremendo di persone infreddolite in cerca di calore. Alle 7 la gente era molta e la piazza era grande. Gli scarponi calpestavano la neve rendendola candida. Era un fulgore di felicità, o di aspettative per essa. Mi è sempre sembrato imparziale slegare la felicità dall’attesa, l’Epifania dall’Avvento. Su questo punto non mi ha mai davvero convinto – voglio dire d’intuito – la filosofia di Leopardi. Per il resto nulla da eccepire, ma qui la questione non mi è mai stata chiara. I maggiori momenti di gioia sono al limite dell’esperienza, che vanifica il desiderio poiché determina delle sensazioni precise e misurabili. Tuttavia, non perché il desiderio è inappagato – e tale rimarrà – noi non siamo felici. La felicità è la tensione verso ciò che non conosciamo e di cui, in fondo, non vorremmo fare esperienza.

Dicevo, alle 7 la gente era molta e la piazza era grande. Anche noi camminavamo tra i molti. Sbirciando piccoli gruppi mi chiedevo come ci saremmo incontrati. Dopo un quarto d’ora che la cercavo, Dagmara mi venne incontro salutando le amiche. Sfuggimmo ai fari dei lampioni. Dall’alto aprivano coni di luce su di noi, come se intendessero segnalare la nostra presenza. Corpi estranei in viaggio. Troppo giovani per essere cancellati.

Entrammo nel fuoco d’ombra di una città scintillante e permalosa. Cenammo tra le fiamme al suono di un violino zingaro. Il cameriere era un genio del paradiso perduto.

Iscriviti

Get every new post delivered to your Inbox.