Come rivoluzione

“Di fronte all’impotenza e alla titubanza di un governo costantemente rimpastato, nessuno avrebbe potuto controbattere. I bolscevichi ne profittarono rilanciando il grido di battaglia tanto caro alle masse: “Tutto il potere ai Soviet!”, argomento che certo non favoriva i loro interessi, dal momento che, all’epoca, la maggior parte dei Soviet era costituita da socialisti moderati, i loro più acerrimi nemici. Ciò che più premeva a loro era infatti la soddisfazione delle più elementari rivendicazioni di operai, soldati e contadini. Fu così che, mentre menscevichi e socialisti rivoluzionari rinnovavano i loro compromessi con la borghesia, i bolscevichi conquistavano rapidamente il favore delle masse. Per quanto a luglio fossero stati disprezzati e angariati, già nel mese di settembre godevano della piena fiducia degli operai della capitale, dei marinai del Baltico e dei soldati. Significativo fu il risultato delle elezioni municipali tenutesi in quel periodo: il consenso di menscevichi e socialisti rivoluzionari scese dal 70 al 18%.”

(J.REED, I dieci giorni che sconvolsero il mondo, Edizioni Clandestine, Marina di Massa, 2011).

Chi non vede non vuole vedere.

Godere. Godere. Godere

(Continua da “Fascismo dolce“)

“La nave si è piegata e sta affondando”.

“E tu lasciala affondare, tanto noi stiamo in una botte di birra!”.

“Ti ricordi quando avevano preso il Drugo?”.

“Cazzo se mi ricordo! Siamo sempre dei gran cazzoni pacifisti, te l’ho già detto…”.

“Pensa se fosse sempre così, che ci s’incazza e si cerca di far valere i propri diritti”.

“Intanto il Drugo se l’era fatta la notte in galera…”.

“Ma noi eravamo lì fuori, insieme”.

“E poi siamo andati via insieme, ci siamo divisi in gruppetti e abbiamo continuato per la notte, c’era chi si è ubriacato finito c’era chi è andato in discoteca a ballare c’era chi non ce la faceva più e si è messo a cuccia… va così”.

Alla metà degli anni ’90 non c’era niente. Anzi, qualcosa c’era: c’erano loro, quelli che comandavano. Avevano fatto piazza pulita delle coscienze. Si allenavano con gli accordi sottobanco e le sceneggiate pubbliche. C’era un grande progetto: annichilire il sentimento popolare. Zero pensiero. Zero educazione. Goduria a mille. Desiderare tutti insieme. Ognuno secondo le proprie possibilità. Ognuno più degli altri.

“Godere. Godere. Godere. Italiani, applicatelo alla lettera. In tutti i modi. No vergogna, no, non abbiate vergogna di ammettere le vostre aspirazioni”.

Questo era il messaggio. Detta così sarebbe anche una bella cosa. Qualcuno però pensava che ciprie e telefoni bianchi facessero male all’organismo (non tanto a quello fisico quanto a quello sociale). O meglio, facessero male le piccole aspirazioni del tipo fare i soldi per mettersi sotto belle donne e macchine sportive. Facessero male in genere i pensieri dettati dalle pulsioni. Insomma, le robe scioviniste – maschiliste -  che prima o poi avrebbero soppresso i diritti degli altri.

Non si può negare che i critici del piacere non sembrassero altro che rigidi bacchettoni ai gaudenti più (+++). Bollati come cattocomunisti, intellettuali da salotto, radicalchic, pazzi da manicomio (ah, ma che idea quella di chiudere i manicomi!) o peggio ancora  professori, blateravano sotto gli sguardi biechi delle giovani generazioni, viziate e desiderose di viziarsi, mentre fronde di sedicenti neoliberali li accusavano di essere nemici del progresso e della libertà.

(continua)

Fascismo dolce

Davanti a me niente rassicura. È un mare senza cuore nel quale vivono dannate ombre indistinte. Dannate ombre indistinte. Dannate ombre indistinte proiettano la mia persona. Do le spalle alla verità. Al muro delle parvenze. Spinto dal terrore guardo indietro. Perché non li abbiamo fermati? Il volto afasico del procuratore Apicella, rimosso dall’incarico a conclusione di una carriera, è stato per tutti il sintomo irrefutabile della sconfitta. Fascismo dolce. Fascismo dolce lo sarebbe rimasto fino a quando i maiali sarebbero rimasti docili, grugnendo ogni tanto senza mordere la mano che gli versa nel trogolo il pastone. Non c’erano più emergenze: l’emergenza eravamo noi. L’emergenza era mangiarci conservando la razza. Finché eravamo in pochi a mordere non c’era pericolo: bastava isolare e abbattere. Alla rivolta dei porcili il sistema sarebbe stato pronto. I porcari agli ordini dei fattori avrebbero agito secondo i piani prestabiliti. E sulle tavole dei padroni non sarebbero mancate le salsicce fresche sanguinolente.

Noi, poveri maiali, fummo solo capaci di fuggire in cerca di porcili migliori. Alcuni di noi sopravvissero, si adattarono alla montagna e ancora grufolano tra le radici del presente. Qui si parla, in attesa che gli uomini salgano a fare la loro battuta di caccia.

“Cosa facciamo adesso?”.

“Adesso quando?”.

“Adesso che sappiamo che è tutta una merda”.

“Niente. Andiamo avanti a divertirci e a fare le nostre cose come possiamo”.

“Finché non ci verranno a prendere”.

“Finché non ci faremo prendere”.

“Perché l’amicizia conta”.

“Perché l’amicizia conta, vecchio Seba”.

“Conta eccome”.

“E io posso contare su di te”.

“E tu puoi contare su di me”.

“Abbiamo le armi spuntate e siamo tutti dei cazzoni, poeta pazzo che vuole fare la rivoluzione…”.

(Continua)

Le voglie dei presenti e le notizie degli assenti

Le notizie e i testi d’attualità qui pubblicati sono di carattere riflessivo. Spesso si aprono ai nostri occhi decine d’anni dopo il momento in cui furono scritti. Forse è questo il senso dell’informazione.Voglio dire dell’informazione come la trattiamo ora, quella dei blogger e in generale degli azionisti della rete.

Non arrivare prima, ma arrivare bene. Questo è l’obiettivo che credo dovremmo darci. Perché un blogger non è né un giornalista né uno scrittore. Di solito inserisco cose mai lette o lette da pochi, come la favola dei ladri di Ennio Flaiano, ma in questa occasione pubblico un articolo di Bocca del 1985 già apparso ieri sul Barbiere della Sera.

Si tratta di un pezzo bello ironico, che rovescia il ruolo da parrucconi che socialmente si affibbia agli intellettuali. E’ una storia presa dal salotto buio dove teniamo il televisore e proiettata tra le luci stroboscopiche e i sudori allo champagne dei nostri amati nights, o scantinati che dir si voglia.

Fu pubblicato su una fanzine mica male alla fine di una storia che molti mettono sotto la coperta degli Anni Settanta. E’ stata brava Valentina Avon a rimettercela sotto il naso.

Seratine di piacere in Casa Berlusconi di Giorgio Bocca

Non sono mai stato uno di quei moralisti che piangono per l’esistenza dei network, della libera concorrenza e del denaro, anzi mi sono sempre adeguato al mutare dei tempi, cercando di vivere decorosamente e in agiatezza senza troppo sottilizzare su chi mi dava pane e companatico.

Ma – nonostante ciò – sento oggi la necessità di parlare di una storia che ho saputo grazie alle intime confidenze di un’amica, ricca e facoltosa signora della borghesia lombarda.

A quanto mi ha raccontato la mia amica, persona in tutto degna di fede, il dottor Silvio Berlusconi, il famoso proprietario delle Tv private più importanti e di numerosi giornali a grande tiratura, come il famigerato TV Sorrisi e Canzoni, organizza periodicamente a casa sua delle “seratine televisive”.

Il titolo curiosamente familiare nasconde in realtà un gioco di società assai divertente e appetitoso che il geniale imprenditore piduista ha inventato per sé e per i suoi più fidati amici (qualche socialista cocainomane, qualche industriale, qualche mafioso). Il gruppo, riunito come in un racconto del marchese De Sade davanti alla Tv, sceglie ogni sera, tra presentatrici, ballerine e showgirls dei programmi di Retequattro, Italia1 e Canale 5, quelle che dovranno essere chiamate a soddisfare le voglie dei presenti in un crescendo di situazioni viziose.

Basta poi una telefonata del boss e ai direttori di rete mandano a casa Berlusconi, impacchettate e pronte a tutto, le schiave della serata. Programmi specificamente allestiti, come Viva le donne, M’ama non m’ama, Drive In, ecc. assicurano il giusto flusso di carne fresca per il “divino Silvio”.

Ora io non voglio fare un discorso moralista, né spezzare una lancia a favore della castità. Riconosco al dottor Berlusconi un grande senso pratico in queste faccende e non discuto neppure sul fatto che lui si diverta così. Ma non posso non sentirmi infastidito se penso che, tra i tanti “amici” che sono stati invitati a godersi le ballerine e le presentatrici, il mio nome non figura mai.

L’Italia è proprio un paese in cui il merito viene spesso calpestato e dove trionfa l’ipocrisia, il partitismo, il denaro. Sono andati a passare qualche ora da Berlusconi, ora presidenti del Consiglio, ora presidenti di banche, ora camorristi, ora rapitori e riciclatori di denaro sporco, ora trafficanti di cocaina, ora assassini prezzolati, ma non è mai stato invitato nessun uomo di cultura, nessun   intellettuale e – senza voler essere demagoghi – nessun proletario.

Come mai? Eppure – faccio notare – io, come tanti altri intellettuali, lavoriamo per Berlusconi, partecipiamo ai suoi programmi, rendiamo culturalmente accettabili anche le puttanate più forti del network. E credo che ci meriteremmo almeno una piccola ballerina.

Parlo per me, ma penso di interpretare anche il pensiero dei colleghi Arrigo Levi e Guglielmo Zucconi, nonché Maurizio Costanzo dell’Occhio Nero – pur essendo il più brutto di tutti noi –, che comunque fa storia a sé, essendo nato in passato e forse ancor ora, membro della stessa loggia dei boss.

Mi si potrebbe obiettare: perché non telefoni tu stesso ai direttori dei programmi per farti mandare a casa presentatrici e gnoccolone varie? Inutile, ho provato, per scrupolo di cronista, a fare dei tentativi. Ogni volta mi sono sentito sghignazzare in faccia. Insomma senza un invito di Berlusconi non riuscirò mai a partecipare a una vera serata di piacere.

E questo, come ex partigiano e come uomo, mi secca abbastanza. Devo pensare che la colpa vada attribuita al mio maledetto riportino, che certe volte il vento agita fino a mostrare il bianco della pelata?

Riportino sì o no, dispiace che un imprenditore così accorto come Berlusconi sottovaluti gli intellettuali, proprio quando si tratta di spartirsi “la gnocca”.”

(G. BOCCA, Seratine di piacere in casa Berlusconi su Frizzer, continuazione di Frigidaire del Giugno 1985)

“Epigrammi veneziani” di Goethe

Traduco qui l’epigramma veneziano n. 4 che Goethe scrisse nel 1790, durante il suo secondo viaggio quaggiù. Questo è quello che siamo, il nocciolo della nostra identità che attraverso gli anni non trascolora.

“Questa è l’Italia, quella che ho lasciato. Ancora il sentiero impolvera,

Ancora il forestiero è ingannato, comunque egli voglia agire.

Cerchi la correttezza tedesca in ogni angolo indarno;

La vita e il suo brulichio sono qui, ma nessun ordine né temperanza;

Ognuno pensa per sé, diffida del prossimo, è vanitoso,

E i capi degli stati provvedono ancora una volta solo per se stessi.

È bella questa terra; però, accidenti! non trovo più Faustina.

Questa non è più l’Italia, quella che ho lasciato con dolore.”


Il miracolo del maschio ingallatore

Ero così anche allora, scafato per natura fingevo di spaventarmi per le bombe che esplodevano alla televisione e intanto mi divertivo a sbronzarmi e a far l’amore. Eravamo nella stagione degli attentati. Erano stati fatti esplodere alcuni ordigni a Milano, a Firenze e a Roma; poi arrivò il nostro Gigione bello sorridente e la banda attaccò. Cosa si suonava non era neanche da chiedere: la solita musica, quella a cui gli Italiani porgono l’orecchio buono.

Iniziarono i tempi delle vacche grasse, che ci mandarono avanti a furia di ghignate e scocciature per una ventina d’anni. Nei primi tempi si ottenne l’effetto di una baraonda incomprensibile. Grida e insulti. Saluti romani e busti di Mussolini. Amari alpini e vanagloriose affermazioni di forza mascolina. Razzismo e alcool. Aria di boria tra le nebbie della Becca.

Me li ricordo passare come marionette dalla piazza centrale di P. per parlare di niente ed esaltare una folla di cento, centocinquanta persone con i loro gesti rituali. Bossi insultare i Romani, i Meridionali e gli Europei inneggiando all’autarchia della regione padana, o “Padania” come diceva lui e per un po’ hanno detto in tanti. La Russa salire sul palco al canto di Giovinezza e attendere Fini per rivolgere agli astanti il saluto romano sopra le note imperituramente strillanti. Il Gigione non si faceva certo vedere allo scoperto: se ne stava comodamente in poltrona, al riparo dietro il vetro del televisore, e ci osservava con un sorriso bieco che non prometteva nulla di buono, contornato da miriadi di cosce, tette e culi che sembravano patatine fritte genuine e ti facevano gridare al miracolo del maschio ingallatore.

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