Godere. Godere. Godere

(Continua da “Fascismo dolce“)

“La nave si è piegata e sta affondando”.

“E tu lasciala affondare, tanto noi stiamo in una botte di birra!”.

“Ti ricordi quando avevano preso il Drugo?”.

“Cazzo se mi ricordo! Siamo sempre dei gran cazzoni pacifisti, te l’ho già detto…”.

“Pensa se fosse sempre così, che ci s’incazza e si cerca di far valere i propri diritti”.

“Intanto il Drugo se l’era fatta la notte in galera…”.

“Ma noi eravamo lì fuori, insieme”.

“E poi siamo andati via insieme, ci siamo divisi in gruppetti e abbiamo continuato per la notte, c’era chi si è ubriacato finito c’era chi è andato in discoteca a ballare c’era chi non ce la faceva più e si è messo a cuccia… va così”.

Alla metà degli anni ’90 non c’era niente. Anzi, qualcosa c’era: c’erano loro, quelli che comandavano. Avevano fatto piazza pulita delle coscienze. Si allenavano con gli accordi sottobanco e le sceneggiate pubbliche. C’era un grande progetto: annichilire il sentimento popolare. Zero pensiero. Zero educazione. Goduria a mille. Desiderare tutti insieme. Ognuno secondo le proprie possibilità. Ognuno più degli altri.

“Godere. Godere. Godere. Italiani, applicatelo alla lettera. In tutti i modi. No vergogna, no, non abbiate vergogna di ammettere le vostre aspirazioni”.

Questo era il messaggio. Detta così sarebbe anche una bella cosa. Qualcuno però pensava che ciprie e telefoni bianchi facessero male all’organismo (non tanto a quello fisico quanto a quello sociale). O meglio, facessero male le piccole aspirazioni del tipo fare i soldi per mettersi sotto belle donne e macchine sportive. Facessero male in genere i pensieri dettati dalle pulsioni. Insomma, le robe scioviniste – maschiliste -  che prima o poi avrebbero soppresso i diritti degli altri.

Non si può negare che i critici del piacere non sembrassero altro che rigidi bacchettoni ai gaudenti più (+++). Bollati come cattocomunisti, intellettuali da salotto, radicalchic, pazzi da manicomio (ah, ma che idea quella di chiudere i manicomi!) o peggio ancora  professori, blateravano sotto gli sguardi biechi delle giovani generazioni, viziate e desiderose di viziarsi, mentre fronde di sedicenti neoliberali li accusavano di essere nemici del progresso e della libertà.

(continua)

Vincente visse l’esperienza

Gìrati da questa parte, guarda in camera, fissa il punto luminoso, non mollare, VAI!

Quel sabato dipingevamo con le tempere. Io avevo già finito perché avevo fatto una casetta, un boschetto di pini, il sentiero, il prato con le margheritine, le montagne aguzze dietro, il sole alto sorridente, gli uccelli ricurvi sul cielo in azzurro, tre nuvole (una più bassa, una più alta e a destra grande) e non sapevo più cosa infilarci dentro.

Era quasi ora di andare a casa e Vincente continuava a colorare.

“Dico, non ci prepariamo?”.

E quello non risponde.

Allora guardai il bicchiere di plastica in cui avevo lavato il pennello. Aggiunsi la tempera gialla del sole e dissi:

“Vincente, ne vuoi? È aranciata!”.

Vincente sorrise, prese il bicchiere e bevve, bevve tutto senza fiatare.

Strabuzzai. Laure, la mia preferita, gridò:

“Maestra! Maestra! Vincente ha bevuto la tempera!”.

Che bella voce di rondine che aveva… Il suo garrito mise in allarme tutti e venne l’ambulanza a prelevare il mio amico…

Vincente visse così l’esperienza della lavanda gastrica…

Iscriviti

Get every new post delivered to your Inbox.