Zona Bar

 

Bevevo e mangiavo da vero Pantagruel. Tornavo a casa, in campagna, per riempire le borse di cibo e bottiglie di vino buono, che mi bastavano a mal contare per due o tre giorni. In quei frangenti uscivo con la compagnia di N. e non avevo nulla da dire. Mi capitava di stare a guardare gli amici dall’altro capo del tavolo al bar come se fossero stati gli aiutanti del becchino che aveva preso in commissione il mio funerale. Mi vedevo lì, steso sul ferro da stiro coperto da una tovaglia mentre i compagni bevevano grog e vodke fruttate. Ma che cazzo, stavano a ingurgitare fottute schifezze sciroppate da femmine, attratti dalle cagate che sommergevano i pomeriggi delle domeniche italiane espulse dal deretano trasparente del televisore. E porca puttana mica si accorgevano del profumo che mandavo. Del mio afrore di uomo, maledizione. Non c’era niente che tenesse botta di fronte alle loro fottute amenità. Disimpegno, disinteresse e distrazione erano le parole d’ordine. Con quella gente mi sono preso delle sbronze colossali. Ma me le sono prese io da solo. Più mi finivo e più andavo a fondo, con la bocca che sparava bolle di cazzate. Quando poi qualcuno del bar non ci stava più dentro e doveva seguirmi era una pena. Gente che non reggeva e faceva scene isteriche. E che poi cercava disperatamente il bagno per decoro. Quelli che poi ci stavano dentro erano tronchi stagni di platani senza rami, abituati dalle seghe a stare bassi, piegati, seduti in poltrona a dimenticarsi della propria vita razionale.

E così ti sembrava di capire quelli che uscivano con il loro “cioè, no…” – “perché così non va…” – “ci prendono per il culo e ce lo devono anche dire…” ma erano bocconi fuggitivi e appena ribattevi “perché continuano a mentirci e a nascondere a noi stessi quello che siamo” con ingenuità, quelli che pensavano qualcosa rispondevano “perché è così: noi dobbiamo godercela e basta”, e tutto terminava al capolinea.

Quello che teneva uniti quei due o tre che tiravano tardi, si facevano buttare fuori dai locali e al termine della notte, ubriachi fradici, attraversavano il cancello di ferro sempre aperto sul retro dell’autogrill; quello che li teneva uniti era una fratellanza innata che le tenebre fomentavano trasformando un reazionario in un anarchico. I corridoi dell’autogrill gremiti di prodotti e tu, all’alba, nel caos delle merci eri l’eroe solitario, filando verso la zona bar ripreso dalle telecamere, passo dopo passo finché non ti saresti riunito con i tuoi compagni.

E se fossi a Buffalora?

 

Quella notte ha superato il tempo. E’ entrata nella dimensione ulteriore. Nel cuore dell’Europa vivente, oltre il recinto del cimitero in cui mi arrabatto. C’è un film, Dellamorte Dellamore, una fumettata che racconta di un becchino e del suo aiutante in lotta contro i morti viventi e i vampiri che albergano nel cimitero. Tra i cadaveri risorti lei appare bellissima. E feroce. Lui è disincantato e l’amico non ha più orrore. Arrivano al dunque e al becchino non resta che scappare. Ma uscito da Buffalora ferma il suo maggiolino. Scende e mette le scarpe sull’orlo della voragine. A questo punto la scena si apre. Sospesa nel vuoto non rimane che Buffalora, come qualcosa che non c’è se non nella fantasia di chi la sta vivendo.

E se fossi a Buffalora? Combatto contro i morti viventi. Ma forse mi sono già suicidato. C’è una voragine tra me e il resto del mondo. Mi sono fissato su questa storia dell’Italia. Al punto da non uscire mai dalla mia stanza.

Chiuso nella sfera che mi riflette, ricordo. E lì con me Dagmara, nel centro baluginante del cristallo, annaspa. Sembra un altro romanzo. Due servi giunti dalle estreme province dell’Impero dopo lustri di viaggio, quando l’Impero era già scomparso entrarono in città. Si conobbero sulla porta deserta e s’innamorarono. Piombati in ritardo nell’eco maestosa e dorata del trambusto di una capitale, abbandonarono la missione per cui avevano fatto tanta strada. Di fronte a un cameriere impeccabile come un conte nei gesti e nelle parole, si stavano chiedendo dov’erano arrivati. Il meridionale offrì una cena alla tavola dei ricchi, prima di fuggire verso la periferia con l’ultimo treno innevato. La ragazza dell’Est allargava lo sguardo sulle tovaglie candide, sui lampadari di vetro soffiato, sulle posate d’argento e sui bicchieri in filigrana. I loro occhi luccicavano. Erano prigionieri di un abbaglio, mentre si abbracciavano e si baciavano, apparsi all’improvviso come fantasmi di gioventù nelle pupille di due anziani.

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