L’odore di Maggie

Vincente aveva due sorelle. Lorie era la più piccola, faceva la prima e non capiva niente. Sbatteva occhi grandi neri e sorrideva. Non era buona neanche per gli inseguimenti perché era un po’ ciccia e si faceva subito prendere. Poi, quando le toccava di fare il segugio, non poteva starci dietro e ci stufavamo tutti. Allora, per farla andare via, Vincente e io giocavamo a prendere a testate il muro o a tirare calci contro il tronco della magnolia, come faceva – spiegavo – con i tronchi delle sequoie l’avversario brasiliano di Shingo Tamao per allenarsi prima del match.

Andavamo avanti fino a quando non avevamo il capogiro, occupando poi il tempo che ci rimaneva per restare soli giocando alle biche come se fossimo nati in un formicaio.

Maggie era più grande, quasi una donna. Alta più di noi aveva occhi neri, come Lorie ma non conta. La ragazza era bella, lo dico sul serio: aveva capelli folti, neri e lucenti come gli occhi e le sopracciglia. Portava le calze di nylon sulla pelle e sopra ci metteva i jeans. Il maglione davanti le si gonfiava ed era bello da vedere. Veniva voglia di mettersi la lana nella bocca. Aveva una classe fuori dal normale. Chissà il fidanzato mi chiedevo, perché Maggie il fidanzato ce l’aveva. Guidava la moto. Faceva i fuoristrada. Mi veniva la rabbia se lo guardavo troppo in faccia.

Era una stanza di passaggio. Correvamo attraverso; camminavamo quando Maggie diceva forte mamma non riesco a studiare qui non c’è silenzio. Vincente faceva segno di no, non andiamo di lì. Ma poi, quando giocavamo a nascondino, era sempre lì che si nascondeva. Qualche volta in cucina. D’obbligo controllare finita la conta. Abbassavo la maniglia nell’atrio di entrata e spingevo piano soffiando alla parete, ehi tu, tieni la porta che altrimenti sbatte! Un piede sulla moquette della stanza trascolorando, Maggie l’odore nel sogno era pareti lenzuola calze di nylon ed aria confusa.  Incespicando Vincente usciva da sotto il letto sul tavolo prima io primo a ruzzoloni giù per le scale, sulla mamma tua mamma non vuole con le scarpe in casa ehi ehi no, dove vai no.

“Toppa!”

“Non vale!”

“Toppa libera tutti!”

“Non vale!”

“E perché?”

“Non potevamo andare in camera tua!”

“Dovevi dirlo prima!”

“Non lo sapevo…”

Break.

Che buon odore ha Maggie in giro per le calze, pensava Demi. E a casa cercava con le narici per aria in bagno, su per le scale, nelle camere, in cantina, fra i prati, sull’argine bagnato; cercava qualcosa che assomigliasse a lei.

In stalla, nel pollaio, fra il letame e l’erba appena falciata la cercava, mentre loro (Vincente, Maggie e Lorie) si allontanavano su una macchina rossa lunga due metri, genitori, bagagli e lamiere appresso.

Erano appena finiti gli esami. Tornavano a sud da dove erano venuti.

Anche Maggie e il suo odore speciale.

Piaceva a tutti!

Piaceva a tutti! Era un gran bullo e scherzava con qualsiasi cosa. Diceva porcamiseria e anche porcatroia. Non aveva paura di nessuno, frenava con i piedi la bicicletta in discesa. Aveva due buchi nelle suole delle scarpe e uno in mezzo ai denti davanti. Fuori dalla scuola faceva lo scemo perché le ragazze ridessero; gli dicevano “Robert! Robert!” e qualche volta gli parlavano nell’orecchio.

Vincente visse l’esperienza

Gìrati da questa parte, guarda in camera, fissa il punto luminoso, non mollare, VAI!

Quel sabato dipingevamo con le tempere. Io avevo già finito perché avevo fatto una casetta, un boschetto di pini, il sentiero, il prato con le margheritine, le montagne aguzze dietro, il sole alto sorridente, gli uccelli ricurvi sul cielo in azzurro, tre nuvole (una più bassa, una più alta e a destra grande) e non sapevo più cosa infilarci dentro.

Era quasi ora di andare a casa e Vincente continuava a colorare.

“Dico, non ci prepariamo?”.

E quello non risponde.

Allora guardai il bicchiere di plastica in cui avevo lavato il pennello. Aggiunsi la tempera gialla del sole e dissi:

“Vincente, ne vuoi? È aranciata!”.

Vincente sorrise, prese il bicchiere e bevve, bevve tutto senza fiatare.

Strabuzzai. Laure, la mia preferita, gridò:

“Maestra! Maestra! Vincente ha bevuto la tempera!”.

Che bella voce di rondine che aveva… Il suo garrito mise in allarme tutti e venne l’ambulanza a prelevare il mio amico…

Vincente visse così l’esperienza della lavanda gastrica…

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