Entro i limiti dell’estinzione

 

“Tu non mi conosci.” Dissi a Mari.

Era vita nuova, fermata per strada e accompagnata in un bar.

Non mi conosceva, eccetto l’invito che le rivolsi e il suo sorriso davanti a un tavolo piccolo in una stanza evacuata; ad una certa distanza un’ottomana.

Sedendomi cozzai nel suo ginocchio e pensai fosse la ghisa del tavolo.

Osservava.

Pensava.

Il mio volto si allargava sulla sua figura considerandola entro i limiti dell’estinzione.

Se tu ci tieni così tanto ai sentimenti

S. e C. stanno insieme da sei anni. Al principio del loro amore ci fu una convenzione. Come in ogni convenzione c’erano due attori, che fingevano di accettare norme snocciolate in un linguaggio talmente asettico da celare incondivisibili certezze.

C. fu subito chiara: non aveva nessuna intenzione di lasciarsi andare.

“Solo per sesso, io gli uomini li uso e li getto.”

“Ma quanti uomini hai già usato?”. S’interessò S. con tono distaccato, che in lui celava un inconfessabile rammarico.

“Sessanta, circa”.

“Ah, interessante…”.

La convenzione resiste. Quello che si dissero una volta, al bar, testimoni un tavolo quadrato, una zuccheriera e due tazze di tè, vale ancora. S. e C. vivono insieme in una mansarda di Oranien. S. ha ricevuto da qualche mese l’invito ad insegnare nell’Università di Weimar in seguito ad un colloquio. Si tratta di un contratto a scadenza, ma è un inizio, pensa. S. si è portato a spasso dalla Baviera al Brandeburgo il mito della Bauhaus. Come potrebbe rifiutare ora d’insegnare, anche solo per un giorno, negli edifici progettati da Mies? non scherziamo!

Durante la settimana S. è a Weimar, e il sabato e la domenica è a Berlino. C. si rifiuta di restare cinque giorni sola ad aspettare S. nella mansarda. Si trasferisce nel Mitte, in un appartamento che condivide con altre quattro persone. Lì le cose vanno meglio. C. accetta più volentieri le lunghe assenze di S.

Intanto S., volendo dare una risposta concreta alle recriminazioni di C., fa di tutto per darle un’occupazione a Weimar, finché il suo capo di dipartimento non decide d’invitarla a lavorare nel loro gruppo universitario.

C. è felice del trasferimento, ma prima ha bisogno di chiarirsi con S. Infatti, lo tradisce metodicamente con uno dei suoi compagni di casa.

“Puttana,” a molti verrebbe da dire, ma S. è un uomo garbato e comprensivo. ”Perché?”, perciò chiede. 

“Tu eri sempre lontano, a pensare alla tua carriera, e io qui sola, senza soldi, senza nemmeno i soldi per pagarmi una casa… Che cosa potevo fare…?”.

“Se non andare a letto con il primo che passava? In questo caso non sei neanche dovuta uscire fuori a prendere freddo: ti sei rimorchiata direttamente quello sballato pantofolaio che per andare al cesso doveva per forza passare davanti alla tua stanza”.

“Mi sembra che tu la stia prendendo male, e soprattutto, come sempre, senza un briciolo di sentimento. D’altronde tu sei quello razionale, no? quello che pensa solo al lavoro, torna a casa e sfoglia le sue fottute riviste di settore!”.

“Taci, per favore”.

“Stai zitto tu, che non sai neanche cosa sia una donna”.

“Stai esagerando. Se davvero non m’interesso di te, come te lo spieghi che mi sono sbattuto per trovarti un lavoro in università a Weimar?”.

“Sì… così mi avresti tenuta ogni giorno e ogni notte sotto i tuoi occhi… mi fai schifo!”.

“Beh, a dire la verità anch’io non vorrei proprio vedere ancora la tua faccia… Se tu ci tieni così tanto ai sentimenti, rinuncia al lavoro…”.

“Col cazzo!”.

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