I racconti ai confini del Regno

Pubblico questa introduzione alla raccolta di racconti sul Risorgimento che sta per uscire, sperando che vi venga la voglia di venirci a trovare o almeno di leggere quanto è stato scritto.

Vi ASPETTO


Sabato 26 febbraio 2011 – h 17
Spazio Museale Tornielli – Ameno
Piazza Marconi, 1
Presentazione del libro
Ai confini del Regno. Racconti a cura di Davide Vanotti
Con gli autori Matteo Bottari, Michele Brusati, Gessica Franco Carlevero e Davide Longo


Scrivere dell’Italia non è mai stato né facile né indolore. La storia di questo stato che avrebbe voluto essere una nazione è intricata e scomoda come la chioma folta di Sansone. Quando si sfila un capello per vedere dove va a finire, si va a strappare, rimordere e aggrovigliare ciocche e matasse inestricabili. E tira di qua e tira di là, c’è sempre qualcuno che ne soffre.

Così è fin dalle nostre origini. Forse perché il Rinascimento e il Risorgimento che fecero l’Italia culturale e politica furono storie soprattutto familiari. In un contesto fluido determinato dall’inconsistenza del limite tra privato e pubblico si trovano la forza e la radicalità di un sistema geografico e umano che accosta gli opposti e stride. Dietro a parole inebrianti che indicano tempi d’oro – di crescita e di ideali – si celano scontri sanguinari, lotte spietate e tensioni insostenibili che bruciarono velocemente le vite degli abitanti di questa parte circoscritta di Mondo.

L’oggettività si può raggiungere solo stando alla larga da qui. Isolarsi il più possibile attraverso lo studio dei documenti e applicare i metodi razionali della storiografia moderna, sono le scelte che uno storico doverosamente perpetra nell’interpretazione del passato. Costui ne trae un’immagine – il più possibile completa – di una società – o di alcuni suoi aspetti – in un dato periodo, prescindendo dalle questioni familiari o personali che sono il sale della discussione nel nostro Paese.

Altra cosa è inventare e fare della fantasia pensieri applicati alla realtà. Per far ciò è doveroso mescolarsi con le vicende fino alle loro propaggini estreme, che sforano abitualmente nell’Assurdo. Il lavoro di chi scrive è invischiato nella lotta, dalla quale ci si libera per mezzo delle solitudini distratte e delle fughe verso lidi mentali ulteriori, seguendo le vie recondite delle parole. Perciò questa silloge di racconti – come avrete compreso – davvero non ha pretese storiche. Sfida altresì il sentire comune annotando di vite vissute con arguzia e abnegazione; getta le carte all’aria; intreccia il passato con il presente assecondando il filo che corre sul telaio formando parole.

Leggerete storie di persone al di là di tutto, oltre le epoche e le intrinseche relazioni. Perciò vi chiedo di non soffermarvi sul piano prettamente storico. Noi italiani non abbiamo mai posseduto il gusto anglosassone per la biografia dei grandi personaggi. Siamo mistificatori. Fatichiamo a ricordarci le date. Di una persona, anche se l’abbiamo conosciuta personalmente, perdiamo gli aspetti che per altri popoli sarebbero salienti. Confondiamo gli incontri, i tratti somatici e le amicizie in comune. Eppure sappiamo sentire vicino al nostro cuore i cuori.

Qui troverete quattro cuori battenti. Oltre il tempo. Come lo Schiaccianoci di Hoffmann, sanno di valere molto di più di quello che fanno. Di non essere piccoli generali di legno nelle mani di un bambino, ma di avere piuttosto una storia scritta in un antro magico dove le vite vivono migliori. Le loro azioni non sono perciò che i risvolti oscuri della loro idealità. Il coraggio di vivere li ha premiati. Chissà come se la ridono di noi e delle nostre beghe quotidiane ora che stanno nel posto da cui sono venuti.

A guardare l’Italia oggi si ammira qualcosa di turbolento e conturbante. Nemmeno lo Stato è veramente protagonista del nostro quotidiano. Fondamentalmente, possiamo dire di essere una penisola al centro del Mar Mediterraneo, delimitata a nord dalle Alpi. Tutto il resto manca. I personaggi che si cimentarono nella lotta scomparvero senza lasciare eredi. Le bandiere e gli ideali caddero nella polvere. Nel secondo dopoguerra gli Italici divennero sterili, immobili, viziati e ammassati. Firmarono a occhi chiusi una pace sociale duratura e l’Arca dell’Alleanza fu una televisione sotto lo stemma protettivo del Biscione col fiore in bocca.

Dalla parte dell’oggi, aprendo i bauli e le scansie delle case di Ameno; estraendo lettere, diari, oggetti e fotografie dell’Ottocento, si resta attoniti. Qui vissero uomini che seppero agire in nome dei propri ideali, con onestà e modestia. Ebbero fiducia nello stato che li ospitava. Seppero dare. Molti di loro erano esuli e girovaghi che avevano respirato l’aria libera della Rivoluzione e ne avevano personalmente pagato le conseguenze. Altri erano discendenti delle stirpi secolari di ottimi giuristi e amministratori del minuscolo Stato della Riviera. Il paese di ville e palazzi ai confini del Regno li ospitava tutti. Tra queste colline più che altrove si fantasticò di un’era liberale. Forse tra queste mura il democratico si soffermava a trattare del bene comune con il conservatore. E non furono solo parole.

Paolo Solaroli fu un uomo d’avventura. Non sempre lo fu per scelta. Di umili origini, si formò nell’esercito napoleonico, dove imparò il mestiere di sarto. In conseguenza del clima reazionario instauratosi anche in Piemonte dopo il Congresso di Vienna, fu costretto ad emigrare in Egitto, quindi nello Yemen e, infine, nelle favolose Indie. Fu un personaggio da meraviglia. In India sposò una principessa e partecipò dell’aura emanata dalla famiglia reale. Ricco e determinato, al suo ritorno in Europa fu accolto a braccia aperte da Carlo Alberto, dal quale ottenne un titolo nobiliare. Partecipò alle vicende della costituzione dell’Italia in pace e in guerra, avendo anche un ruolo di primo piano nelle relazioni diplomatiche (in particolar modo con gli Inglesi).

Queste poche linee biografiche non valgono certo a ricordare l’energia che emanò da questa persona. Il suo luogo di riposo prediletto fu Ameno, nel palazzo che ampliò per accogliere la sua famiglia. Nelle stanze e nel parco voluti dal Marchese, Davide Longo ha ambientato un racconto asciutto e chiaro, imperniato sulla relazione tra un giovane medico di provincia e l’anziano uomo di stato. I passeri volano attraverso il parco. I due uomini, Lessona e Solaroli, s’incrociano nella vita. Ne nasce un’amicizia occasionale, frutto dell’incontro tra due caratteri differenti. La vocazione di Lessona per la vita pacifica apre inaspettatamente un varco nell’ultimo equilibrio respingente dell’uomo di successo, che ha lasciato alle spalle le sue ambizioni.

La stirpe dei Vegezzi giunse ad Ameno nel XVI secolo. Da allora crebbe divenendo uno dei casati notabili della cittadina collinare. All’inizio del XIX secolo si trasferirono a Torino, mantenendo il palazzo di Ameno. Furono legati ai Cavour da una grande amicizia, corroborata da vicissitudini finanziarie che dopo la caduta di Napoleone coinvolse entrambe le famiglie.

Saverio, Giovenale e Camillo crebbero insieme e con la tempra del sacrificio seppero rimettere in sesto i patrimoni paterni. Dal 1850 parteciparono alla vita pubblica dando un apporto fondamentale alla formazione dello stato di diritto italiano come oggi lo conosciamo. I due racconti di Matteo Bottari e di Michele Brusati sono dedicati proprio ai fratelli Saverio e Giovenale Vegezzi, due figure esemplari del Risorgimento non da molti conosciute.

Saverio Vegezzi ebbe un ruolo importante, essendo stato addirittura cofirmatario della legge del 17 marzo 1861 in qualità di Ministro delle Finanze. Pochi anni dopo gli fu affidata, in quanto esponente politico moderato e cattolico, una missione presso la Santa Sede che ebbe un esito negativo. Dopo l’occupazione di Roma del 1870 si ritirò dalla vita pubblica continuando a svolgere la professione forense. Alla fine della sua carriera, nella carica di Presidente dell’Ordine degli Avvocati di Torino, nel pieno della sua coscienza del valore delle istituzioni, riconobbe per la prima volta nella storia italiana il diritto di esercitare la professione di avvocatura ad una donna. L’abilitazione diede scandalo. Fu successivamente impugnata dal Procuratore del Re e revocata in appello, ma rimase l’atto lucido di un uomo che aveva ben presente il valore dell’intelligenza al servizio della giustizia.

Matteo Bottari ha dedicato a Saverio Vegezzi una storia contemporanea, immaginando che uomini come lui abbiano servito per secoli il nostro Stato, superando i limiti del tempo e divenendo garanti dell’equità di fronte alle figure della politica odierna, indifferenti al bene comune e mosse da impulsi di conquista anteriori alla determinazione degli stati moderni.

Giovenale Vegezzi Ruscalla fu un personaggio eclettico. Si occupò dell’identità linguistica e nazionale del popolo rumeno, fondando il primo istituto di lingua rumena presso l’Università di Torino. Studiò e operò da vero onnivoro del sapere. Fu il primo Ispettore Generale delle Carceri Italiane. Diede le dimissioni da questo ruolo dopo che fu introdotto anche in Italia il modello del carcere cellulare, da molti ritenuto un allontanamento dalla funzione rieducativa che avrebbero dovuto avere gli istituti penitenziari. Numerose furono le sue pubblicazioni e, probabilmente, la sua influenza intellettuale agì anche su Costantino Nigra, che ne sposò la figlia, invitandolo a svolgere studi eruditi nella seconda parte della sua vita.

Michele Brusati lascia che la figura schiva e taciturna di Giovenale affiori da una storia carceraria, un interrogatorio su un omicidio al quanto misterioso, a cui l’ispettore in pensione partecipa da osservatore. L’autore ne rileva la profonda umanità libera dai pregiudizi. Brusati crea un quadro interpretativo che mette infine le qualità dell’ispettore, un uomo saggio che aveva compreso molto. Ad esempio che stando fuori dall’occhio della Storia si ha un’occasione in più per vivere liberamente e per farsi un giudizio esatto su ciò che si muove al di fuori della propria testa.

Gessica Franco Carlevero ha infine lavorato sul popolo di Ameno. Si tratta di una storia semplice, in quanto vista attraverso gli occhi di un bambino. Angelino viveva i giorni che fecero l’Italia ascoltando e incantandosi su notizie che arrivavano da lontano, da un mondo che non poteva esistere. E in effetti non poteva esistere, per loro che erano della campagna, gli spiegava lo zio.

Ameno era stato per secoli un mondo a sé, una piccola città costituitasi liberamente e attorniata da territori dominati da signori stranieri. In qualche modo i suoi abitanti avevano mantenuto una propria autonomia. Tra le sue strade e i suoi borghi si erano incrociati i destini. Gli uomini erano andati ed erano venuti. Nulla era cambiato. Le classi sociali si erano cristallizzate. I lavori, notarili e manuali, erano proseguiti secondo una linea scritta. Con quest’Italia si fece il punto.

Adesso è forse giunta l’ora di andare a capo e di continuare. Sono i poeti che risveglieranno questo luogo incantato tra le colline boscose? Lo spero davvero, spero che le loro parole muovano ancora i vostri cuori; e li ringrazio attraverso la voce di Alda Merini per il lavoro celato che hanno svolto.

I poeti lavorano di notte

quando il tempo non urge su di loro,

quando tace il rumore della folla

e termina il linciaggio delle ore.

I poeti lavorano nel buio

come falchi notturni od usignoli

dal dolcissimo canto

e temono di offendere Iddio.

Ma i poeti, nel loro silenzio

fanno ben più rumore

di una dorata cupola di stelle.

Se tu ci tieni così tanto ai sentimenti

S. e C. stanno insieme da sei anni. Al principio del loro amore ci fu una convenzione. Come in ogni convenzione c’erano due attori, che fingevano di accettare norme snocciolate in un linguaggio talmente asettico da celare incondivisibili certezze.

C. fu subito chiara: non aveva nessuna intenzione di lasciarsi andare.

“Solo per sesso, io gli uomini li uso e li getto.”

“Ma quanti uomini hai già usato?”. S’interessò S. con tono distaccato, che in lui celava un inconfessabile rammarico.

“Sessanta, circa”.

“Ah, interessante…”.

La convenzione resiste. Quello che si dissero una volta, al bar, testimoni un tavolo quadrato, una zuccheriera e due tazze di tè, vale ancora. S. e C. vivono insieme in una mansarda di Oranien. S. ha ricevuto da qualche mese l’invito ad insegnare nell’Università di Weimar in seguito ad un colloquio. Si tratta di un contratto a scadenza, ma è un inizio, pensa. S. si è portato a spasso dalla Baviera al Brandeburgo il mito della Bauhaus. Come potrebbe rifiutare ora d’insegnare, anche solo per un giorno, negli edifici progettati da Mies? non scherziamo!

Durante la settimana S. è a Weimar, e il sabato e la domenica è a Berlino. C. si rifiuta di restare cinque giorni sola ad aspettare S. nella mansarda. Si trasferisce nel Mitte, in un appartamento che condivide con altre quattro persone. Lì le cose vanno meglio. C. accetta più volentieri le lunghe assenze di S.

Intanto S., volendo dare una risposta concreta alle recriminazioni di C., fa di tutto per darle un’occupazione a Weimar, finché il suo capo di dipartimento non decide d’invitarla a lavorare nel loro gruppo universitario.

C. è felice del trasferimento, ma prima ha bisogno di chiarirsi con S. Infatti, lo tradisce metodicamente con uno dei suoi compagni di casa.

“Puttana,” a molti verrebbe da dire, ma S. è un uomo garbato e comprensivo. ”Perché?”, perciò chiede. 

“Tu eri sempre lontano, a pensare alla tua carriera, e io qui sola, senza soldi, senza nemmeno i soldi per pagarmi una casa… Che cosa potevo fare…?”.

“Se non andare a letto con il primo che passava? In questo caso non sei neanche dovuta uscire fuori a prendere freddo: ti sei rimorchiata direttamente quello sballato pantofolaio che per andare al cesso doveva per forza passare davanti alla tua stanza”.

“Mi sembra che tu la stia prendendo male, e soprattutto, come sempre, senza un briciolo di sentimento. D’altronde tu sei quello razionale, no? quello che pensa solo al lavoro, torna a casa e sfoglia le sue fottute riviste di settore!”.

“Taci, per favore”.

“Stai zitto tu, che non sai neanche cosa sia una donna”.

“Stai esagerando. Se davvero non m’interesso di te, come te lo spieghi che mi sono sbattuto per trovarti un lavoro in università a Weimar?”.

“Sì… così mi avresti tenuta ogni giorno e ogni notte sotto i tuoi occhi… mi fai schifo!”.

“Beh, a dire la verità anch’io non vorrei proprio vedere ancora la tua faccia… Se tu ci tieni così tanto ai sentimenti, rinuncia al lavoro…”.

“Col cazzo!”.

Dio sta seduto al volante

La macchina è parcheggiata in un vicolo cieco. Dio sta seduto al volante. Ascolta Canzone d’Amore delle Orme. Immagina un uomo seduto su una macchina parcheggiata. L’uomo ascolta Canzone d’Amore delle Orme, mentre una coppia di anziani attraversa la strada.

L’uomo immagina di essere vecchio e di attraversare la strada tenendo la moglie a braccetto.

Un’isola

… ventre della Terra fosse nell’acqua o fosse calpestato dagli esseri che respirano l’aria.

Alle mie spalle un uomo dallo sguardo rosso e cattivo rispose alla domanda che mi ero posto nel rumore distante del turismo. Probabilmente i miei pensieri, – a cui davo eccessiva importanza, – erano talmente sonori da rimbombare nel vuoto solitario e uscire dalle labbra in forma di parola.

La terrazza era alta sopra la strada che costeggiava il lago. Le prime nubi razziavano l’azzurro del cielo mentre il riverbero crespo del sole preannunciava l’imminente battaglia.

Era tutto finto. Le nubi si stagliavano marmoree e basse sopra le isole e le onde del lago. Sembravano riunirsi all’elemento originario acquatico, ma non perdevano quota e dividevano in due parti i monti morbidi del versante orientale, vaticinando il ritorno di un nuovo giorno radioso e screanzato.

Le nuvolette correvano liete sotto gli sguardi degli invitati al banchetto nuziale, quando in fila e giocose le beccacce, le folaghe e i germani iniziarono a farle esplodere, senza cattiveria, come se da giorni si fossero preparate a partecipare a quello stravagante rito della migrazione. Immaginate che abbiano prima dovuto gonfiare uno ad uno quei palloncini fatti di niente (acqua, aria e sale)? Un lavoro lungo e meticoloso prima della sera di festa, che avrebbe sancito la loro partenza e il lungo viaggio verso Sud…

A quello spettacolo il contegno vago degli astanti divenne riso e divieto di pronunciare la frase: “Ma questo è assurdo!”

La voce dell’uomo si allontanava dall’aspetto che imprimeva alla sua figura lo sguardo ferocemente albino. Parlava al riparo di una pergola e una tenda purpurea aggiungeva al suo volto un’ombra di distinzione.

“Non può che trovarsi dove la terra affiora e l’acqua incombe e sconvolge”.

La risposta ai miei pensieri, giunta da una figura lontana dal mio essere interiore quanto il falco dal coniglio in cerca dell’ingresso alla propria tana tra ciuffi d’erba e massi erratici, mi sconvolse e mi lasciò sospeso nel silenzio interminabile che prolungò le sue parole.

Le ferite si muovono nell’aria come fendenti forsennati contro il corpo del cervello. Rami spezzati, gocce sparse ed ordinate di circuiti biologici divenuti volti, azioni ed esistenze. Al centro i circoli ronzanti della sinapsi, distesi sui cocci di un vetro rotto dal martello impreciso di Thor e conficcatosi dall’alto sul tavolo freddo dell’artista, lame feroci le idee.

“Ovvero dove siamo noi ora”. Continuò l’uomo. “Le è mai capitato di camminare nei meandri umidi di un angolo impresso dal pensiero umano o dall’assenza esausta del destino? Nel corso di questa interminabile giornata d’estate… a proposito… credo che non le sia sfuggita la tempesta che attende dall’altra parte del Monte… vedremo il fulmine cadere… E forse sarà consigliabile attendere la fine della tempesta… sempre che allora la luce sostenga i nostri passi… dicevo… Mi scusi, ma accade a volte che mi perda nei miei discorsi: non si dovrebbe dare retta a tutto ciò che passa per la mente quando si sta di fronte ad un ascoltatore attento come lei… eppure… nella foga del dire si ripete, si perde il filo e si casca nell’errore… nello scarto temporale che rivela l’inadeguatezza della persona davanti al ruolo che vorrebbe rivestire”.

Parlava contraddicendosi, esorbitando: eppure tra una scusa e un incespicante inizio apriva dei cunicoli bui e attraenti; sembrava giocasse con la mia curiosità attirandomi sulla soglia di mondi sbarrati e inaccessibili per le mie membra goffe e giganti.

Cercai di non offrire attenzione ai suoi discorsi e allo sbigottimento iniziale sostituii la distrazione impressa dal mobile paesaggio; ma prima che voltassi l’intenzione in atto, le sue parole mi anticipavano indicando un punto sul quale apporre lo sguardo. Mi stava studiando, mescolando ciarle a dardi di temprata intelligenza prima di abbattermi con una folgorante verità, o semplicemente stava sciorinando a uno sconosciuto le riflessioni che era andato rimuginando in un giorno d’indolente vacanza? Parlava ad enigmi ed era pervaso da uno spirito leggiadro: avrebbe potuto essere uno scienziato, un uomo di fede o un collezionista di opere d’arte.

Riprese il discorso nonostante il mio contegno. Sillabava lentamente. Una mano tastava con delicatezza il collo sottile, come se volesse sincerarsi della sua consistenza carnale.

“La distruzione avvenne nel corso di un secolo. Lentamente? I principi si appropriarono dei terreni, un po’ promettendo e un po’ pagando. Era un tempo lontano, ma non così distante da dimenticare quello che accadde. Da allora sono svanite quindici, sedici generazioni. Tuttavia non sono cambiate l’acqua al fondo e le rocce su cui poggia una scenografica bellezza. Tra muri umidi e cinerei esse raccontano”.

Non capivo proprio di cosa stesse parlando. Il luogo in cui sedevamo mi diceva tutto fuorché distruzione. Forse ero capitato tra le grinfie di un solitario uomo di cultura tedesco (deduco ciò dal suo italiano ricco accompagnato da una lontana reminescenza teutonica che dolce e incancellabile affiorava dalla morbida lingua educata negli anni alla facondia mediterranea). Era probabile inoltre che costui accompagnasse la sua esistenza alla critica applicata, la quale sfociava inderogabilmente nel pessimismo cronico senza permettere al soggetto l’ammirazione del bello colto nella sua incongrua preziosità. Un principio così carico d’implicazioni negative e catastrofiche prolessi non fece altro che allontanarmi in maniera repentina dal mio interlocutore, al punto che non seppi resistere alla tentazione di rivolgermi al cameriere e con tono perentorio dire:

“Il conto, per favore!”

Chi ti guarda non ascolta, il suo volto e la postura del corpo dimostrano la noia di chi non sa cosa fare della propria eternità momentanea. Nel buio ti accorgi degli stessi difetti che per un breve tempo vitale ti accompagnano: lo sguardo fisso nella tua immagine, la trasparenza azzurra del pavone, la rivolta rossa e caduca della carne in moto attraverso il sangue.

E nella luce vibrante del giorno ti allontani, conservando il mistero insondabile di una stanza che rimpicciolisce in trasparenza sul celeste del lago.


Per nulla sfiduciato dalla mia evidente impazienza, sottolineata dagli sguardi ripetuti che indirizzavo verso la sala interna e le scale, l’uomo riprese con il resoconto del suo piccolo viaggio isolano:

“Questa mattina ho passeggiato. Erano tanti anni che non lo facevo. È incredibile quanto silenzio si riesca a trovare in un luogo gremito di turisti. Uomini glabri avanzano, magri e smunti accanto a donne bianche e grinzose. Capelli tinti e berretti a scacchi sopra occhiali scuri, fingendo di vedere mascherano rose di rame. Le coppie dei giovani innamorati si separano e si allacciano soffermandosi davanti ai boschetti di bambù, tra i viali che cerchiano i prati popolati da famiglie di pavoni bianchi. Le piume candide danzano perdute sugli steli d’erba e nell’aria. Gli obici sulla piazza d’armi guardano le Scuderie con l’unico occhio che posseggono. La fila dei visitatori attende il biglietto per entrare nel palazzo. Le barche saltano sulle onde e mostrano la chiglia curvando. Le donne vendono i souvenir nei vicoli ombrosi e dietro la darsena. Qualcuno paga, qualcuno beve il caffé. Chi si stira e chi si allontana. I cuochi preparano il pranzo e gli odori salgono col fumo al cielo. La luce aumenta i movimenti, e nessuno si accorge di questo vivo, placido, incommensurabile silenzio”.

Aveva ripreso vita la polvere del tramonto. La luce imprimeva alle mura la presenza delle rose che esorbitavano al passo invisibile di una giovane donna. La sua figura era impressa sul tavolo rotondo a cui si era accostata per scrivere una memoria fuggevole e delicata che avrebbe voluto conservare per la vita, breve scampolo di felicità. In un fremito si affacciò alla finestra sorvolando le rose che si moltiplicavano come desideri sull’ammattonato consunto dai passi degli altri. Portò la penna alle labbra e disparve, leggero e metallico fruscio.

“Sembra che gli dèi soli sappiano godere del mattino. E noi non siamo dèi.”

“Lei crede? Eppure la sua lingua, il suo parlare pacato e forbito, i gesti che l’accompagnano, sembrano venire da lontano e sanno di sulfurea eternità.”

Era la prima volta che mi rivolgevo allo strano personaggio albino che mi aveva irretito nei suoi discorsi. Esordii nel dialogo con malcelato sprezzo e radicale ironia, il che da colui che ascoltava non fu percepito. Almeno credo, sebbene ricordi di avere notato nel suo dire, come al principio del nostro incontro, una confusione che si esplicò inavvertitamente frammista ai legami precari dell’aria.

Le figure in penombra dicono dell’immortalità. Sono presenze acute di una storia involuta.

Gli esseri che sovrastano gli uomini e governano le loro azioni appaiono come spiriti immobili e innocenti; attraggono a loro il sangue fragile prima che si rapprenda. Lavorano in silenzio davanti al fuoco immateriale, prevedono la morte nella cucina bassa e caliginosa.

Mentre fuori qualcuno giura di aver sentito urlare, grida strazianti nella notte illuminata dal candore della luna si spandevano per i vicoli stretti dell’isola deserta, dove i bambini andavano in cerca del cimitero.

“Lei mi lusinga… ma la nostra eternità è breve: due, tre generazioni al massimo… e poi dovremmo chiedere alla polvere… No, io sto parlando di ciò che è sorto dopo la distruzione. Anche lei oggi è stato in visita ai giardini?” Non attese la mia risposta. “Arrivato allo spalto finale, laddove vi sarebbero le cabine degli ufficiali se l’isola fosse davvero una nave pronta a prendere il largo, avrà notato le statue distese, sedute o in piedi ad osservare – i muscoli rilassati – il passaggio inconsueto di esseri antropomorfi agghindati con colori sgargianti, che ormai si ripete negli anni?”

L’uomo, padrone finalmente della mia impacciata attenzione, si soffermò per respirare l’aria mentre il vento spazzava via gli ultimi miasmi d’afa. Arrivò il conto e nella pausa rivolsi un suono d’assenso a mezza bocca del tutto superfluo, che sarebbe potuto essere inteso come una risposta alla domanda retorica appena rivoltami o un ringraziamento di fronte all’implicita richiesta di compenso camuffata nel bianco di un piattino.

“Queste figure olimpiche nella roccia sono artisticamente miserevoli, eppure hanno raggiunto la superbia dell’eternità sconfiggendo lo spirito che in questi luoghi aveva trovato dimora. Dove esse riposano cariate e tozze da centinaia d’anni, visse un villaggio. Si dice che un luogo è l’anima del suo popolo e il cielo che lo sovrasta la sua divinità”.

Cadono uno sull’altro parlando, scambiandosi le storie dei pescatori o le ultime novità in fatto d’amore e di tradimento. Qualcuno giocando a carte è rimasto col braccio rappreso nel gesto di rilanciare un piatto misero. Altri bevendo hanno mescolato il vino al sangue, alle parole dette e alle fatiche rimaste nell’aria. Tutti i volti si accendono e illuminano i teschi che concepiscono opere umane e pensiero.

Parole e gesti, vita e miracolo rimescolati dall’arte, fusi e riesumati si consumano al buio delle candele che dettano vita e dicono morte.

“Qui tutti hanno dimenticato… faccio ridere… arrivo io, straniero, a ricordare… non posso che riesumare nella mia fantasia un villaggio di pescatori abbarbicato sul colle roccioso, gente dura, abituati alla burrasca e al Maggiore. Come gli abitanti dell’Isola dei Pescatori, ci è mai stato? È un luogo semplice e popolare. Non si vedono più le reti distese al sole, ma il paese ha conservato un equilibrio con il passato. Si passeggia volentieri per i vicoli umidi carpendo il profumo del pesce fritto nelle cucine dei ristoranti, che liberano nell’aria le note ronzanti di una radiolina incollata allo scaffale, accanto alla finestra chiusa da una rete al volo delle mosche, delle vespe e delle zanzare. Ma cosa dico?… ha ragione lei: continuo a divagare… noi in quest’isola cerchiamo lo sbigottimento, che nessun altro luogo ci saprebbe offrire. Eppure provo timore a pensare a tutto quello che è stato, al motivo che mi spinge a raccontarle delle storie… per un attimo nel corso della mia passeggiata ho creduto di non esistere, ma subito dopo mi sono pentito di averlo immaginato ed ho invidiato lo sguardo felino che coglieva il mio scoramento spiandomi dietro una fila di gerani fioriti”.

Il sole era scomparso e tutto ciò che era luminoso si stava velocemente oscurando. Lo smarrimento che l’uomo aveva descritto si rese presto palpabile come la tenebra. Un fulmine silenzioso batté tra il cielo e la montagna lasciando nell’occhio il segno di un mondo diviso a metà.

“Il mistero di questo luogo sono le radici dissotterrate delle piante tropicali nelle umide profondità delle serre, i souvenir impacciati tra le dita degli oranti, piccoli busti di donna fuggiti in fila dalle acque, il rumore impreciso della morte e il sangue asciutto di mani profondamente tagliate: lavoro, ricchezza e umiltà s’intrecciano nel trambusto cieco di una giornata; poi si fa sera e tutti se ne devono andare. Eppure qualcuno resta sempre.”

Le prime gocce battevano sulle cose. Una goccia grande come un bottone toccò il dorso della mia mano. Raccolsi il quaderno aperto sul tavolo e scesi senza voltarmi.

L’isola buia e affannata sotto lo sguardo ammirato del profilo di un corvo, le ali ripiegate, è un balsamo a cui il viaggiatore eterno non sa ritornare.

Foto di Gianpiero Zanzi


Mai un’immagine nitida

E’ finito il giorno e sono rimasto, per l’ennesima volta chiuso in me stesso. Sono io, indefinibilmente. Mai un’immagine nitida, il mondo.

“Me lo fa un caffè?”

“Freddo?”

“No.”

La mia sagoma nello specchio e il barista che mi sbircia… Lo prendo per il colletto e me lo tiro davanti. Metto la destra nella tasca della giacca, impugno il coltello, poi lo lascio. Il sacco nero delle sue spalle allo specchio. E’ già bruciato.

Lo mollo e pago. Lui non è nemmeno emozionato, lo vedo riassettare trasparente alla finestra come se nulla fosse… In effetti cos’è, cos’è che è stato? Un fiotto d’inchiostro o nemmeno. Me stesso in un fiotto d’inchiostro. D’un botto. PUM! Mi legna la porta dietro le spalle.

Piegato in due piango la strada e tutti si voltano a guardare. Sembrano commossi o divertiti. Pensano che pianga la fine del giorno e della luce. Ma io piango il mare degli uomini, Cerere, Bacco e la perduta Aurora.

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