Mortale o immortale

La vidi camminando nel corridoio. Stava leggendo oltre il vetro dello scompartimento.

“Tu non mi conosci,” le dissi. “Non sai chi sono”.

Le parlavo al di qua del vetro. Parlavo a bassa voce, mentre il treno correva veloce emettendo un frastuono micidiale.

Mi vidi all’interno dello scompartimento osservare me stesso nel corridoio. Le mie labbra si muovevano mute, l’occhio rivolto verso la giovane donna, che non si accorgeva di nulla, se non del proprio libro; del mondo contenuto nel libro.

Ero un fantasma. Il rumore stridente delle ruote sulle rotaie – il ferro sopra il ferro – invadeva attutito e assordante fuori e dentro di me come il destino mellifluo e amaro della morte.

Ero già morto e tuttavia consapevole di vivere altrove. In un’altra dimensione? In un ulteriore tempo? In uno spazio leggermente sfalsato il mio fantasma si muove senza di lui. Mortale o immortale è un misero gioco di parole.

Com’era verde la mia valle

Sebbene sia difficile perseguire ciò in cui si crede, non vuol dire che sia falso.

Di solito corro lungo il torrente perché è l’unico percorso pianeggiante tra le nostre colline. Corro tra le piante esili e i prati in fiore. Corro e vedo gli effetti dell’indecisione.

Due linee elettriche ad alta tensione sfilano criminalmente per la valle. Tranciano e uccidono il bosco, i campi e il paesaggio. Se potessero schiaccerebbero anche le case. Alzano i loro piloni. Minacciano con prepotenza il cielo. Tranciano le foreste secondo triangoli e rette funzionali. Distruggono le antiche vie di comunicazione. Preparano il lavoro per gli archeologi. Aprono strade nei prati. Gli unici terreni fertili se ne vanno. A loro servono accessi comodi affinché i servi li preservino dal logorio del tempo.

Corro sotto lo scempio ultimato. Contemplo le stanze vuote della casa con il dolore di avere perso la parte del mondo in cui avevo seppellito i miei segreti. È proprio lì che i ladri sono arrivati, nella vela candida dell’immaginazione; e hanno rubato. A mettere a soqquadro un mondo si fa presto, ma poi si deve chiamare Dio per fare un po’ di ordine. Non è uno scherzo. Questa gente ha strappato mille e mille anni di ricordi, innamoramenti, sogni, fantasie, riposi, silenzi, canti, fruscii, drammi, fughe, ninnenanne, ammirazioni, sorrisi, commozioni, addii e nostalgie. Lo hanno fatto in un attimo. Con un decreto governativo, chilometri di fili e sbarre d’acciaio, ruspe e camion carichi d’ingiustizia e d’arroganza.

Proprio mentre sgrano gli occhi incredulo sul vuoto che non mi è familiare, mi accorgo che i ladri sono tornati. Si occupano di smontare i mobili più ingombranti. Smontano le finestre. Allargano i muri. Lo fanno indisturbati. Dopo avere fatto uscire la mobilia più preziosa richiudono tutto. È come un incubo. Siamo tanti lungo la valle. Sbraitiamo ‘aiuto!’ ma non emettono suono le nostre ugole. Ognuno dal suo punto vede gli altri sbracciarsi, ma non sa raggiungerli. Sembra impossibile colmare le distanze.

All’esterno sembra che niente sia accaduto. Gli amici vengono a trovarmi e mi danno una pacca sulla spalla.

“Fortunato te che stai in Paradiso!”

I ladri si sono accampati in giardino. Non li disturba nessuno. Nemmeno io mi azzardo ad avvicinarmi. Quando li si incrocia non c’è l’imbarazzo di salutarli: tirano dritto a spazzolare gli ultimi sogni sperduti e a chiudere le falle che si sono formate sul terreno, lasciandolo definitivamente inerme e accidentato.

I più disperati di loro dormono nei container. Sono l’ultima ruota del carro. Non vale nemmeno la pena di prendersela con loro. Sollevano i prati e le strade, smuovono i terrapieni, ribaltano il greto del torrente e sfasciano a strisce la foresta. Lo fanno per soddisfare i loro scipiti desideri. Una macchina nuova più grande della precedente. Una tivù al plasma più grande della precedente. Una domenica in famiglia al centro commerciale. Una vacanza esotica, magari fuori stagione.

Dispongono lunghi tubi e li ricoprono con la terra smossa. “Pagano bene e io lo faccio: a te che te ne pare?”.

“Continuare a vivere, continuare a vivere nel modo mio migliore”. Mi dico. “It’s a desert, but we should try to plant the flowers, the herbes and the vegetables. Concimare, concimare ancora, finché Dio non tornerà a riportare l’ordine in questo angolo di casino”.

Niente sconfigge

Molte nuvole all’orizzonte

Sufficienti sorrisi intorno

per annientarle

Rimandami indietro

Sempre più

Per sfruttare la forza

del tempo elastico a ritroso

per volare avanti

lontano

invisibile

perché niente sconfigge

niente

Distonia al buio

 

Mi sveglio ogni mattina all’alba per andare a lavorare.

Non posso dormire a lungo, mentre penso a questa storia. Vado a letto troppo presto, ogni sera. Sogno sempre di essere in ritardo, che devo andare al lavoro.

Nessun lavoro oggi però.

Mio fratello in sogno. Vuoto spazio. Le cose all’orologio, in evidenza contro il muro. Una sottile linea verde riluce. Ancora. Stavo dormendo. Un sogno.

Da mezz’ora aspiro al sonno. Non posso alzarmi dal materasso in lattice. L’aria condizionata mi trattiene sopra assi di polistirolo fischiato.

Ancora aria condizionata, ancora.

Non navigo nell’oro. La mia casa è una stanza, le mie provviste sono abiti. Cinquanta pollici bui sono il bagno. Ci sto dentro e non posso vedere.

Accendo le luci dello specchio. Bruciano le pupille. Non mi rado, almeno oggi non mi rado, dico mentre decido uscire.

E la chiamano nazione

E intanto sono sempre più isolato e solo. La provincia maledetta. Qui è una strage. Ogni giorno viene ucciso qualcuno. Lo si lascia lì ad annaspare nel proprio sangue. Anonimamente. E la chiamano nazione. Milioni di corpi distesi in pozze di sangue raggrumato. Nugoli di mosche. Silenzio che ti fa venire il magone.

Capisco bene le immagini dei Ludiko. Corpi distesi lungo l’Italia. Giganteschi eroi caduti sulle coste e sui dorsi delle montagne. Persone comuni morte a merenda. Una bottiglia di vino e via andare. Nella penisola peculiare del mondo, millesimata nelle sue differenze: innumerevoli scannatoi compongono l’Italia, dove da migliaia di anni si coltiva la sapienza di ammazzare in maniera unica e irripetibile il tuo prossimo.

Uccidi il prossimo tuo come te stesso. Questo è il comandamento dello stivale. Ci preserva come mummie dalla corruzione in attesa che venga il massacro finale.

Delfini, Buzzati, Landolfi, Fenoglio, Pavese, Mastronardi, Bianciardi, Alvaro, Fiore, Sciascia, Meneghello, Pasolini, Volponi, Brancati, D’Arzo, Tondelli, Moravia, Flaiano, Scerbanenco, Chiara, Vassalli e gli altri non sono dovuti andare distante per raccontare la morte disperata, tanto solitaria quanto desiderata da chi gli sta intorno. Questo è l’inferno di Kafka. Pensa giusto Saviano: basta raccontare di quando si esce di casa per dar conto della mattanza italiana.

I miei coetanei fanno cronaca. E va bene. Che cos’altro potrebbero dire? Approfonditi gli aspetti generali dello sterminio, vi spiegano come muovervi per entrarci dentro dalla parte migliore. A scelta. Vittima, carnefice o osservatore. Minuto dopo minuto. Pensiero dopo pensiero. Gesto dopo gesto. Perché voi siete questa roba qua.

Eppure manca ancora qualcosa. Giunti al fondo dello specchio e scoperto il buio, vorreste che fosse luce? E’ freddo. E’ soffoco. Sentite i mosconi sbattere le ali nell’umidità ontologica dell’aria. Sono pochi e pesanti. Si nutrono di un invisibile nauseante ammasso su cui scivolate imbrattatandovi.

Allora pensate a quello che siete. Superate il momento. Entrate nel vostro mondo cosparso di amore e prati in fiore. E siete convinti che esista ancora. All’improvviso dal nulla si accende una luce accecante. Soffrite. Vi riparate gli occhi. Poi vi rassicurate abituandovi alle immagini che si muovono oltre il vetro che emette la luce. Una luce tenue e piatta come un sogno senza aspirazioni: siete voi che vivete dentro lo schermo del vostro televisore.

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