Come rivoluzione

“Di fronte all’impotenza e alla titubanza di un governo costantemente rimpastato, nessuno avrebbe potuto controbattere. I bolscevichi ne profittarono rilanciando il grido di battaglia tanto caro alle masse: “Tutto il potere ai Soviet!”, argomento che certo non favoriva i loro interessi, dal momento che, all’epoca, la maggior parte dei Soviet era costituita da socialisti moderati, i loro più acerrimi nemici. Ciò che più premeva a loro era infatti la soddisfazione delle più elementari rivendicazioni di operai, soldati e contadini. Fu così che, mentre menscevichi e socialisti rivoluzionari rinnovavano i loro compromessi con la borghesia, i bolscevichi conquistavano rapidamente il favore delle masse. Per quanto a luglio fossero stati disprezzati e angariati, già nel mese di settembre godevano della piena fiducia degli operai della capitale, dei marinai del Baltico e dei soldati. Significativo fu il risultato delle elezioni municipali tenutesi in quel periodo: il consenso di menscevichi e socialisti rivoluzionari scese dal 70 al 18%.”

(J.REED, I dieci giorni che sconvolsero il mondo, Edizioni Clandestine, Marina di Massa, 2011).

Chi non vede non vuole vedere.

Mortale o immortale

La vidi camminando nel corridoio. Stava leggendo oltre il vetro dello scompartimento.

“Tu non mi conosci,” le dissi. “Non sai chi sono”.

Le parlavo al di qua del vetro. Parlavo a bassa voce, mentre il treno correva veloce emettendo un frastuono micidiale.

Mi vidi all’interno dello scompartimento osservare me stesso nel corridoio. Le mie labbra si muovevano mute, l’occhio rivolto verso la giovane donna, che non si accorgeva di nulla, se non del proprio libro; del mondo contenuto nel libro.

Ero un fantasma. Il rumore stridente delle ruote sulle rotaie – il ferro sopra il ferro – invadeva attutito e assordante fuori e dentro di me come il destino mellifluo e amaro della morte.

Ero già morto e tuttavia consapevole di vivere altrove. In un’altra dimensione? In un ulteriore tempo? In uno spazio leggermente sfalsato il mio fantasma si muove senza di lui. Mortale o immortale è un misero gioco di parole.

Tutte le cose invisibili: tutte le cose visibili

In realtà questa storia mi ha preso la testa insieme a tante altre che stanno nell’incubatore freddo caldo della memoria. Cose secche, con dei fatti umidi asciutti spuntati qua e là come mazze di tamburo. Sì, perché le vicende del posto da dove vengo non si svolgono, ma cadono dalla pianta e marciscono in fretta come le fragole nel frigorifero.

Ve lo devo dire: mille volte mi alzai dal letto pieno di sogni e buona volontà con l’intenzione di radermi e uscire di casa. Mi tagliai talmente da perdere per anni la voglia di farmi la barba. Adesso però mi tocca… così lunga… so già che mi sgranerò la pelle del collo e della faccia… sanguinerò come un pollo scannato…

Camminavamo nella nebbia dietro il carro funebre, dalla chiesa al cimitero come si usa. Non ce ne accorgevamo. Il pulviscolo grigio ingannava. Nel gelo vaporoso apparvero i fantasmi che eravamo. Ognuno vide le sue cose com’erano state, nonostante i cambiamenti percettibili. E io vidi le mie.

Dimenticai la banalità del male. Le villette a schiera costruite una in groppa all’altra. I casoni stravaganti all’americana nel cuore della risaia. Uscii un’altra volta dalla casa all’angolo, tra il circolo e il tabaccaio. Lì viveva Lucia. Ero soddisfatto, perché avevo giocato con tutti senza lamentarmi. Al momento opportuno avevo preso il cappotto e il cappello. Mi ero annodato la sciarpa intorno al collo e avevo dichiarato di dover andare. Mi ero congedato con un breve sorriso. Chiudendomi la porta dietro le spalle avevo intravisto i bambini rincorrersi con dei cuscini fra le mani.

Sulla strada ero solo. La nebbia mi sbarrava il passo. Spazzava via le mie orme impedendomi il ritorno. I muri si alzavano ai miei fianchi. Mi negavano le finestre, le luci, le ombre delle figure umane ricoverate negli interni.

Negli ultimi giorni la ghiandola inguinale si era infiammata. Mi faceva zoppicare. Aveva iniziato a darmi fastidio qualche settimana prima. Avevo promesso a mio padre che mi sarei fatto vedere dal medico e adesso, – mentre lui era lontano, in un campo da calcio ad allenarsi per la domenica, – stavo mantenendo la promessa.

Andavo verso la piazza. Avevo salutato i miei amici. Non sapevo che non sarei più tornato.

Tutte le cose invisibili: tutte le cose visibili. Vaghezza sulla strada verso il cimitero. Abbandonato il paese avvolto nel silenzio. Il respiro pesante del maggese declivio. La fila regolare degli orti. L’ordine opposto dei campi. I gerbidi paralleli alla roggia. Quando arrivammo a destinazione.

Dal sapore esotico francese

Sono su un aereo e mi sento solo: penso al mio corpo nudo in atterraggio, che si mescola con altri corpi a causa di un’eccessiva precipitevole velocità.

Fra poco saremo in aeroporto. Ognuno di noi raccoglierà abiti ed effetti personali. Qualcuno pronuncerà un saluto mormorato. I più si allontaneranno frastornati dalla promiscuità indesiderata.

Saremo lì, negli anni che non torneranno più, quando si fumava, si beveva e si afferravano le notti come mele non ancora mature, e si strappavano foglie e rami senza badare alle sentenze emesse dagli alberi.

Il tempo laggiù era circolare. Sembrava non trascorrere mentre scivolavano tra le dita le pagine. Gli abiti si sdrucivano. Le briciole si accumulavano.

Non ci ricorderemo più niente. Vivremo le nostre storie come vicende di un film avvincente dal sapore esotico francese.

Come arrivammo in quel consesso divino di giovani senza rotta?

Non lo sapremo mai.

Dallo spigolo buio di un granello di polvere

 

Poi il treno, la prima sigaretta dopo l’astinenza mi faceva girare la testa. Da una destinazione all’altra. Mi muovevo come un pacco di pensieri in un mondo che mi annoiava, ma nel quale riconoscevo la mia stessa capacità di fallire un giorno dopo l’altro, una notte dopo l’altra con imprevedibile semplicità.

Passavo dalla sponda piemontese alla lombarda ricadendo sempre nello stesso incubo: terra bagnata che si dipana, accidiosa e nemica di se stessa nell’alveo naturale della mediocrità che l’irrora. Era un sonno torbido. Fuori di me la carrozza prendeva le scosse dei binari. Mi destavo a più riprese. Saltavo da una galassia all’altra, travolto da una stanchezza che confondevo con la curiosità.

Il treno mi tratteneva, sospeso tra una provincia e l’altra nella provincia piccola di un pianeta provinciale.

Dallo spigolo buio di un granello di polvere partivano le strade ferrate interstellari sulle quali avrei voluto viaggiare.

Girava voce che l’Express 999 sarebbe passato dalle nostre parti.

Maetel mi attendeva sul binario, nel suo corpo eternamente avvolto in un abito ampio e nero. Il pallore della pelle e gli occhi d’acqua mi fecero pensare che fosse morta.

Era vero amore?

E la chiamano nazione

E intanto sono sempre più isolato e solo. La provincia maledetta. Qui è una strage. Ogni giorno viene ucciso qualcuno. Lo si lascia lì ad annaspare nel proprio sangue. Anonimamente. E la chiamano nazione. Milioni di corpi distesi in pozze di sangue raggrumato. Nugoli di mosche. Silenzio che ti fa venire il magone.

Capisco bene le immagini dei Ludiko. Corpi distesi lungo l’Italia. Giganteschi eroi caduti sulle coste e sui dorsi delle montagne. Persone comuni morte a merenda. Una bottiglia di vino e via andare. Nella penisola peculiare del mondo, millesimata nelle sue differenze: innumerevoli scannatoi compongono l’Italia, dove da migliaia di anni si coltiva la sapienza di ammazzare in maniera unica e irripetibile il tuo prossimo.

Uccidi il prossimo tuo come te stesso. Questo è il comandamento dello stivale. Ci preserva come mummie dalla corruzione in attesa che venga il massacro finale.

Delfini, Buzzati, Landolfi, Fenoglio, Pavese, Mastronardi, Bianciardi, Alvaro, Fiore, Sciascia, Meneghello, Pasolini, Volponi, Brancati, D’Arzo, Tondelli, Moravia, Flaiano, Scerbanenco, Chiara, Vassalli e gli altri non sono dovuti andare distante per raccontare la morte disperata, tanto solitaria quanto desiderata da chi gli sta intorno. Questo è l’inferno di Kafka. Pensa giusto Saviano: basta raccontare di quando si esce di casa per dar conto della mattanza italiana.

I miei coetanei fanno cronaca. E va bene. Che cos’altro potrebbero dire? Approfonditi gli aspetti generali dello sterminio, vi spiegano come muovervi per entrarci dentro dalla parte migliore. A scelta. Vittima, carnefice o osservatore. Minuto dopo minuto. Pensiero dopo pensiero. Gesto dopo gesto. Perché voi siete questa roba qua.

Eppure manca ancora qualcosa. Giunti al fondo dello specchio e scoperto il buio, vorreste che fosse luce? E’ freddo. E’ soffoco. Sentite i mosconi sbattere le ali nell’umidità ontologica dell’aria. Sono pochi e pesanti. Si nutrono di un invisibile nauseante ammasso su cui scivolate imbrattatandovi.

Allora pensate a quello che siete. Superate il momento. Entrate nel vostro mondo cosparso di amore e prati in fiore. E siete convinti che esista ancora. All’improvviso dal nulla si accende una luce accecante. Soffrite. Vi riparate gli occhi. Poi vi rassicurate abituandovi alle immagini che si muovono oltre il vetro che emette la luce. Una luce tenue e piatta come un sogno senza aspirazioni: siete voi che vivete dentro lo schermo del vostro televisore.

E se fossi a Buffalora?

 

Quella notte ha superato il tempo. E’ entrata nella dimensione ulteriore. Nel cuore dell’Europa vivente, oltre il recinto del cimitero in cui mi arrabatto. C’è un film, Dellamorte Dellamore, una fumettata che racconta di un becchino e del suo aiutante in lotta contro i morti viventi e i vampiri che albergano nel cimitero. Tra i cadaveri risorti lei appare bellissima. E feroce. Lui è disincantato e l’amico non ha più orrore. Arrivano al dunque e al becchino non resta che scappare. Ma uscito da Buffalora ferma il suo maggiolino. Scende e mette le scarpe sull’orlo della voragine. A questo punto la scena si apre. Sospesa nel vuoto non rimane che Buffalora, come qualcosa che non c’è se non nella fantasia di chi la sta vivendo.

E se fossi a Buffalora? Combatto contro i morti viventi. Ma forse mi sono già suicidato. C’è una voragine tra me e il resto del mondo. Mi sono fissato su questa storia dell’Italia. Al punto da non uscire mai dalla mia stanza.

Chiuso nella sfera che mi riflette, ricordo. E lì con me Dagmara, nel centro baluginante del cristallo, annaspa. Sembra un altro romanzo. Due servi giunti dalle estreme province dell’Impero dopo lustri di viaggio, quando l’Impero era già scomparso entrarono in città. Si conobbero sulla porta deserta e s’innamorarono. Piombati in ritardo nell’eco maestosa e dorata del trambusto di una capitale, abbandonarono la missione per cui avevano fatto tanta strada. Di fronte a un cameriere impeccabile come un conte nei gesti e nelle parole, si stavano chiedendo dov’erano arrivati. Il meridionale offrì una cena alla tavola dei ricchi, prima di fuggire verso la periferia con l’ultimo treno innevato. La ragazza dell’Est allargava lo sguardo sulle tovaglie candide, sui lampadari di vetro soffiato, sulle posate d’argento e sui bicchieri in filigrana. I loro occhi luccicavano. Erano prigionieri di un abbaglio, mentre si abbracciavano e si baciavano, apparsi all’improvviso come fantasmi di gioventù nelle pupille di due anziani.

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