Crollano

Tento ancora d’iniziare un diario, ora che fuori piove e nella casa regna quasi l’ordine; il mio tavolo è sgombro, tranquillo. Ogni cosa al suo posto, precariamente; sempre che vi sia un posto che non sia quello assegnato dall’ingordo momento, definito da chi ti sta accanto o si impone sopra di te come una nube nel cielo errante.
Tutto è iniziato grazie al crollo improvviso di un ripiano della libreria che ha portato con sé i compagni sottostanti. Il gatto ed io ci svegliammo turbati nel cuore della notte; in realtà fummo desti l’attimo precedente il boato, incalzati da un troneggiante sferragliamento meccanico giunto dalla strada: una jeep che sfrecciava scodando nel budello adiacente alla casa.
Poi un rumore forte, come di roccia franata, ci fece rizzare i capelli (i peli sopra le orecchie) e trattenere (occhi vasti) il fiato.
Scendemmo in fretta, passo felpato e coda tra le gambe: in cortile nulla di particolare.
All’inizio pensai a un incidente; poi, non udendo lamento o schiamazzo forsennato di chi vorrebbe chiamare l’ambulanza ma si rende conto che il cellulare non ha campo, camminando sul ballatoio ipotizzai che le tonnellate di pietre accatastate in cortile si fossero mosse, fossero sdrucciolate.
Scesi, accesi le luci, mi aggirai con Micio; eravamo circospetti: di qui e di là circospetti, addirittura temendo che un muro o un piano della casa fossero crollati: chiaramente non entrammo nella stanza sopra cui dormivamo.
Sopito ogni timore tornammo a letto (a ciascuno il suo).

Fu il giorno dopo, prendendo di corsa delle carte prima di andare al lavoro, che mi accorsi del disastro. I cataloghi d’arte e i libri di consultazione sparsi sul pavimento dello studio: qualcosa si era rotto nell’equilibrio malfermo ed effimero che aveva governato la stanza negli ultimi due anni e a farne le spese è stata la povera poltroncina rossa su cui Leonia, Micio ed io usavamo leggere e sonnecchiare.
Era una poltrona profondamente formata, modesta e silenziosa. Leonia e Medea l’avevano trovata nei pressi di un cassonetto dell’immondizia, abbandonata. Raccolta, ripulita e impregnata di una resina resistente tinta scura, aveva un aspetto nuovo sotto il sole morbido della primavera. L’operatore di un negozio di bricolage ricavò una seduta dalla sagoma di cartone che le due donne avevano preparato. Modellarono anche della gommapiuma e la rivestirono di tessuto damascato… e la sedia cominciò a muoversi fra di noi, a vivere accanto alle piante e agli scaffali osservandoci lavorare, studiare e fare parole.
Traslocò con noi nella casa dove avrebbe trovato una fine silenziosa e insolita sotto la sferzata di carta caduta dalla libreria, alla quale aveva offerto le spalle negli ultimi due anni, la sera leggendo davanti al camino. Furono travolti con lei una cornice e un vetro che contenevano l’immagine di Giulietta Masina, Federico Fellini e Ennio Flaiano: uno scatto rubato sul set delle Notti di Cabiria.

Una libreria sbilenca come il pavimento su cui era poggiata; ma componibile, e perciò fragile. Durante il viaggio verso il posto di lavoro pensai a come i gancetti che sospendono i ripiani nello spazio aereo, si siano aperti lasciando quintali di pagine in balia della forza di gravità.
Al lavoro mi dimenticai di tutto dopo avere narrato ad un paio di colleghi quel che era pressappoco accaduto. Devo ammettere infatti di possedere un carattere leggero e suscettibile: mi impressiono facilmente e mi offendo per nulla. Raramente ho il coraggio di affrontare situazioni difficili, voci dirette a ferirmi o azioni aggressive senza inframmezzare tempo, silenzio e riflessioni. Spesso mi consolo rammaricandomi con altri dello spiacevole accaduto e lascio che costoro giustifichino la mia condotta vile, dimessa.
Vorrei non dovere raccontare, vorrei limitarmi ad agire lasciando scorrere nelle arterie il coraggio e nelle vene la paura. Ma sono un’altra cosa dai miei desideri. Ho bisogno degli altri, come un cuscino morbido su cui poggiare il capo e sognare.

Tornato a casa, mi misi a raccogliere e a impilare i volumi sparsi, casuali. Presi la sedia spezzata e la portai nel salone con le volte, un’ampia stanza che per il momento utilizziamo come deposito. La guardai mentre la luce alle mie spalle calava e dalla finestra di fronte s’insinuava il trapezio arancione del tramonto: non avrei voluto abbandonarla.
Rientrai nello studio per leggere e scrivere: dovevo prepararmi ad una serata.

Affrontai il problema solo due giorni dopo. Vuotai la libreria accatastando migliaia di libri. Era stato faticoso. Avevo disposto le colonne di libri per file, rispettando la classificazione rudimentale con cui li avevo disposti a seguito dell’ultimo trasloco.
Alla fine la stanza era ricoperta di pagine bianche e copertine colorate. Avevo levato dagli scomparti inferiori, chiusi con ante, le videocassette e i cd, le bollette, le guide turistiche, la corrispondenza, i diari di Leonia, i miei appunti e i dattiloscritti. Il divano, la scrivania, il termosifone e il pavimento erano scomparsi. Rimaneva l’armadio a muro, stipato come non mai.
Sulle opere di Kundera squillava il telefono. Mi feci spazio e tirai verso di me la cornetta. Sotto l’apparecchio i libri si piegavano descrivendo un arco ellittico tra la parola e l’ascolto. Con una telefonata Leonia mi avvertiva che la domenica successiva sarebbe arrivato un gruppo di cinefili per una giornata di proiezioni e, visti i clacson diuturni paesani, l’incontro non poteva tenersi che nel mio studio. Vada, ma avrei dovuto sistemare tutto quanto: ventiquattr’ore sarebbero bastate?

Furono sufficienti.
Mirto salì il venerdì mattina per restituire il portatile su cui ora sto scrivendo. Mi diede una mano a mettere in bolla il colosso rettangolare con delle piastrelle e dei listelli di legno strappati dal fondo e dai fianchi di una cassetta della frutta.
Rimessasi un poco dal viaggio e dal lavoro settimanale al Museo di Candia, dopo avere aiutato a smaltire carriole di materiale edilizio accumulatosi in cortile (anch’esso sarebbe dovuto essere pulito e presentabile in previsione dell’improvvisata cinefila del giorno dopo), sabato Leonia pulì per bene gli scaffali della libreria, che nella notte avevo riposizionato, e collaborò a disporre i volumi eliminando le seconde file destinate ad essere accatastate nelle scatole di cartone, sigillate e trasportate al deposito temporaneo.
L’ordine si è allungato attorno al computer, si è disteso sulla mia scrivania e sul divano al principio di un giorno trascorso nel buio cinematografico.

Poi gli ospiti sono andati via ed ho affrontato l’ultimo lavoro di sistemare le mie carte, prima di avviare questo innocuo tentativo di rimettere ordine fra le mie idee e le mie azioni.
Speravo di avere scovato qualcosa tra la polvere e il rimestio delle parole, ma Leonia mi dice che abbiamo perso molto, molto altro ancora…

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