Ricoperte di plastica

Ogni giorno assisto ad atti di vigliaccheria, mentre le azioni coraggiose passano sotto la disattenzione. Eppure avvengono, affiorano di continuo, senza strepito, sulla superficie dello stagno.
La difesa delle proprie idee, i confronti, i cambiamenti e le sorprese, sono i doni del tempo. Tutto ciò che esiste si rivolge a me come io mi rivolgo ad esso. Ogni minuscolo essere reclama un’inchiesta, così mi pare.
“Quando una calza è da sola bisogna trovare l’altra,” dice Enrica danzando attraverso la stanza con una spazzola fra le dita.

Tre puntine sono distese sul piano della scrivania: due hanno le punte piegate e l’ultima ha perso del tutto il suo aculeo. Riposano sul dorso blu. Erano state riposte nel primo cassetto della cucina, in uno scatolino di carta con le loro simili.
Da lì sono state prelevate insieme ad altre: servivano per fissare ai piedi della porta del mio studio il salsicciotto di pezza che ripara dagli spifferi.
Ultimato il lavoro, Enrica è entrata e si è seduta per un attimo di fronte a me. Si è subito alzata, un po’ in fibrillazione per un breve viaggio in automobile che avrebbe dovuto affrontare da lì a mezz’ora: destinazione Varese.

Mentre sta viaggiando osservo quanto è rimasto: tre puntine, due storte e una spezzata, su un piano bianco. Ho finito di scrivere di loro e mi appresto a gettarle nell’immondizia, svuotando ancora una volta lo spazio bianco degli oggetti-pensieri fluttuanti: non so nemmeno se saranno riciclate, anime di ferro ricoperte di plastica.

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