Vorrei essere un superstite

Questa comunità ha dimenticato tutto. C’era una generazione forte, che ha cancellato ogni attimo di ricordo e ha lasciato davanti a sé il vuoto in cui si muovono fantasmi-scimmiotti ubriachi, convinti che stare rinchiusi negli abitacoli delle automobili a correre negli stretti vicoli del paese suonando i clacson furiosamente sia la migliore delle loro tradizioni da difendere contro la tracotanza degli stranieri.

Vorrei essere migliore.

Vorrei essere un superstite.

Il disumano ha vinto troppo velocemente per noi che avremmo voluto resistere. È talmente facile non pensare da non farci più caso. Non può essere tuttavia questa la leggerezza alla quale non so aderire. Senza pensieri la fine è vicina e l’azione si apre all’ indeterminazione dell’errore umano, ma non tutti aspirano all’oblio. Non tutti i lavori hanno un compimento: alcuni di noi operano con serietà nello spazio incommensurabile e polverizzano il limite svanendo con allegria.

Le voci stridule, il ronzio dei tagliaerbe, lo sferragliare dei motori, le risate sguaiate, il sonoro delle televisioni, l’ora esatta assordante, le immagini piatte, la fama degli sciocchi, le convenzioni impalpabili, gli spiccioli dei mendicanti, i cenci del potere e la peste degli innocenti: oltre a ciò esiste qualcosa che non si vede, lo sa l’uomo che è vissuto a poche centinaia di metri dalla mia casa; un uomo che ha guardato la luce senza confonderla con le cose che illumina.

Quando penso a scrivere di Antonio Calderara mi perdo in mille problemi connessi ai corpuscoli incomprensibili e oscillanti che determinano una presenza luminosa.

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