Precipito?

Le notizie corrono molto velocemente. Mi ero illuso di poter dare credito a qualcuno che mi rappresentasse e mi permettesse di abbandonare le incombenze spesso del tutto spiacevoli che un costante impegno politico ci obbliga ad avere. Ho commesso uno sbaglio imperdonabile per pigrizia manifesta e supponente superbia.

È vero, prima di tutto devo fare i conti con me stesso. Non posso però dimenticare ciò che sta fuori, laddove il caos mentale si rivolge. Il problema è che le mie azioni non sono mai state supportate da un pensiero sufficientemente chiaro e coerente. Della mia incapacità di sostenere un’opinione per un periodo lungo si sono lamentati in molti, ma la labilità delle parole è resa ancora più odiosa dalla testardaggine con cui persisto nell’inseguimento di fole colorate e svolazzanti, mentre attorno le cose si corrompono e si sfaldano con rapidità crescente.

Non penso sul serio di essere un supereroe. Non sono ancora stato in grado di mettere in atto i miei poteri. Affinerò le mie arti e ci proverò ancora. Posso migliorare e vedere se riesco a fare bene qualcosa.

A diciotto anni avevo iniziato il percorso universitario che speravo mi avrebbe portato a divenire un magistrato. Ero stato travolto dalla passione per la Giustizia e dall’aria rivoluzionaria che avvolgeva i procuratori milanesi mentre mettevano alla sbarra i furfanti della politica italiana. Fui poi profondamente commosso, come molti dei miei concittadini, dagli assassini avvenuti in poche settimane dei giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

Frequentavo poco la facoltà e passavo le notti davanti a un minitelevisore. Nel mese di maggio rimasi paralizzato a leggere giornali dopo il pranzo e ad assistere a programmi televisivi dopo la cena. Ricevetti la notizia dell’autobomba contro Borsellino nel salotto della famiglia che mi ospitava durante l’estate, a Pécs, in Ungheria. La prima crisi e la sfiducia nel percorso che avevo intrapreso mi aveva già colto nell’inverno e avevo ben chiara la fuga da un universo di articoli mandati a memoria e di futuri avvocati intraprendenti. Mi ero lasciato prendere da una moda civile, una specie di giacobinismo vendicativo che voleva cancellare quarant’anni di sconfitte: era meglio arrendersi davanti allo scarso significato delle proprie azioni, piccoli passi tra gli altri ammassati. Ma davanti a quei fatti non ero altro che un distratto codardo. Un traditore e un codardo. La vita e la forza di due uomini solitari mi trascinavano al fondo dello stagno come massi legati alle caviglie.

Tutto qui. Poi la letteratura e l’arte. Il cinema e l’intrattenimento. L’amore e il vino. Vivere. Incasinarsi giorno dopo giorno e tornare a galla. Prendere vie contorte e filare diritto. Cambiare le cose. Cambiare noi.

Cercare, raccogliere, dire. Le cose non sono cambiate. Non so se sono cambiato. Adesso insegno, scrivo e incontro altre persone. Vorremmo tutti qualcosa di migliore: perciò non è più possibile demandare.

Ora: non so se è arrivato il momento di mettersi un mantello da supereroe…

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