Incontro con Calderara. Parte I

Rappresentare il lago senza severità. Il lavoro di Calderara è stato stupefacente. Ha levato le sfinite azioni di chi non sa dove andare e morde, aggredisce, non lascia spazio alla pace. Ha levato il sonoro e gli inutili dardi della solitudine offesa. Ha levato grugniti che divengono suoni articolati per ferire. Ha levato, fino a lasciare sulla tela dei suoi pensieri l’essenza lineare e imprecisa delle cose.

Per sapere di lui ho iniziato dalle sue opere, come il medico che controlla le feci del paziente febbricitante prima di prendere una decisione.

La prima volta che incappai nel suo lavoro fu nel 1998, durante l’autunno piovoso: avevo preso una pausa dal gioco prima di rientrare con un’impresa giornalistica fallimentare, che ancora una volta mi avrebbe messo spalle al muro uscendo allo scoperto. Di ritorno da un soggiorno estivo nel Sulcis, mi ero ritirato per alcune settimane da mia nonna, che si era trasferita da poco sul Lago d’Orta.

Quando tutto è tranquillo e il corpo e i pensieri scorrono fluidamente nei vasi capillari del tempo, è giunto il momento di preoccuparsi. Un nervo non è capace di seguire gli altri, s’incaglia e trascina con sé piccoli grumi che diventano fango. La calma apparente è dolorosa, è un peso senza eguali sulle tempie e sulle mascelle, e scende lungo la cervice fino alle scapole.

Allora non pensavo a tutto questo. Lo percepivo lontanamente e lo apprezzavo, come le nuvole estive che contornano di sbuffi bianchi la pianura. Ero sereno. Perlustravo i dintorni lacustri come un cane randagio. Mi rifugiavo nei vicoli umidi, sotto i porticati, e prendevo la pioggia come un bene comune.

Entrai nella casa di Calderara per caso, sotto l’acqua, scorgendo un cartello sull’anta aperta che diceva “Ingresso libero”. Passai attraverso una piccola porta e un pertugio come in una fiaba. Salii una scala ripida e aggirai un prato in cui il cielo gocciolava. Saltai infine sopra tre gradini e spinsi una porta socchiusa.

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