Quattro libri

L. SCIASCIA, A ciascuno il suo, Einaudi, Torino, 1966.

Se tutto fosse così come i gonzi intuiscono che sia, allora il mondo in cui viviamo sarebbe gremito d’infelicità. La rapacità si fa strada, mentre gli uomini si dannano per fingere d’essere animali buoni e onesti, di avere una coscienza che li conduce rammentando passo dopo passo di rispettare gli altri.

Per alcuni caratteri non c’è scampo: o tuffarsi nella letteratura o morire schiacciati dalla verità. E qual è la verità? Crudeltà, orrore, cupidigia.

A saper le cose come stanno si muore. E nei tempi moderni si muore ancora più in fretta.

Mordi il ditino. Mordi il ditino.

 

F. DE ROBERTOI Vicerè, Rizzoli, Milano, 1997.

Dunque è così che si legge un bel romanzo intenso, forte e tripartito? Il narratore insegue le vicende di una famiglia rapace della nobiltà siciliana attraverso gli anni del passaggio dal Regno borbonico al Regno d’Italia.

Il sangue e i pensieri di conquista e di abuso del potere domina i membri della famiglia Uzeda. Schiacciano tutto ciò che gli si pone davanti, sbeffeggiano gli altri come se fossero esseri a loro inferiori, ne sono davvero convinti e fanno di tutto per imporre la propria superiorità fino a giungere all’ultimo Uzeda del romanzo, Consalvo, che applica la propria intelligenza per ottenere il massimo vantaggio dall’inganno prodotto per mezzo della propria universale ambiguità. È una storia greve, in cui nessuno si muove senza avere un proprio tornaconto personale; e chi rimane fuori da questo fuoco incrociato d’invidie, non può essere che un pazzo posseduto dalle proprie monomanie fino a divenirne schiavo separato dal vero brutale contesto.

Questo romanzo è stato celebrato da molti critici come un capolavoro incompreso. È vero, si tratta di un’opera che affronta i personaggi attraverso un’introspezione psicologica volta a sottolineare le monomanie che li accompagnano per un tratto della storia. L’operazione è diretta e sicura, quasi scientifica, secondo la moda del tempo. Nello svolgersi delle vicende ci sono tuttavia dei buchi, delle sofferenze dovute alla vastità della materia, come il destino di Raimondo, spendaccione arrogante che svanisce divorato dalle pagine del romanzo assieme alla sua seconda moglie. Anche la prima moglie del principe Giacomo e la prima moglie del Barone Raimondo muoiono senza avere mai realmente vissuto nel libro, se non come vittime sacrificali prive di alcuna volontà di ribellione tra gli artigli dei falchi Uzeda.

Le riflessioni di De Roberto, affidate al monologo finale di Consalvo Uzeda, ultimo erede del casato, sono vere e accendono una luce al neon, fredda e diffusa, sui pensieri segreti dei cacciatori di gloria e di potere; insomma, di quelli come noi, che siamo stati addestrati a correre dietro al codino del coniglio finché avremo fiato, vista e fiuto per sopravvivere.

 

A.M. ORTESEIl mare non bagna Napoli, Adelphi,  Milano, 2008

Il mare non bagna Napoli e nemmeno i nostri cuori assorti in isteriche reiterate proposizioni di noi stessi.

Questo libro mi è stato consigliato da Maja Lundgren, un’amica e collega svedese per avvicinarmi dall’Italia alla sua opera, che s’insinua come un fiore mediterraneo inteso, fragile e – se abbandonato al chiuso di una stanza – disperatamente maleodorante per  il magico veloce processo di corruzione.

La stessa putrefacente bellezza affiora dalle pagine di Anna Maria Ortese. La morte e l’ossessione di potere e d’eternità, che permeano la vita dei nati in questa nazione umana, indicano brevemente i passi di una donna nell’incanto impossibile della fatiscenza.

La cronaca del Silenzio della Ragione è straziante perché parla di ognuno di noi ambiziosi e impotenti, poveri delle nostre vanità. Le pagine raccontano delle piccole beghe degli scrittori partenopei, degli odi, delle cattiverie e delle esclusioni condotte attraverso le sale asfittiche della miopia intellettuale. Ogni atto dei giovani filantropi rampanti è ricondotto al breve e sciocco gioco che li condurrà ad essere tra i migliori e noti autori della generazione del dopoguerra. La poesia si respira altrove, tuttavia; nei meandri annegati dalla miseria dei bassi, nella disperazione nitida e vivace dei banchi dei pegni, lontano dalle poltrone annoiate che assistono ogni anno ai prestigiosi premi letterari: sempre i soliti, presto o tardi dimenticati.

 

J. SWIFTMeditazioni su un manico di scopa, Archinto, 2008, Milano

La raccolta, a cura di Attilio Brilli che ne ha steso l’introduzione, si compone di otto prose satiriche: Modesta proposta per impedire che i figli dei poveri irlandesi siano di peso ai genitori o al paese e per renderli utili alla comunità,Replica alle obiezioni mosse dai giornali alla “Modesta proposta”, Meditazione su un manico di scopa, Saggio tritico sulle facoltà della mente, Discorso sul funzionamento meccanico dello spirito, A una giovane signora sul matrimonio, Sull’educazione delle signore, Consigli a un giovane poeta.

 

Prima d’iniziare queste riflessioni, ammetto di non avere mai letto I Viaggi di Gulliver.

Avevo tuttavia più volte sentito parlare della Modest Proposal ed è stato immediato agguantare la copia che mi è passata sui polpastrelli scorrendo i libri davanti a una bancarella di Via Po. La lettura di queste prose satiriche mi ha entusiasmato. Insistendo in maniera attenta e misurata sulle assurdità più aberranti o sulle banalità più trite, attraverso un gioco di ribaltamento delle minute parti di ciò che ci sembra essere il mondo così come erroneamente lo intendiamo, Swift dischiude le palpebre del lettore in un sorriso.

Il paradosso è la chiave che ci accompagna verso la fine delle cose, dove ci attende una verità talmente evidente da non poterla ammettere: gli uomini agiscono nel vano tentativo di sembrare ciò che non sono, diffondendo fantasmi di gloria, chimere metafisiche e nuvole di buoni propositi attorno alle loro esistenze bestiali, per nascondere gli istinti che in pochi attimi li conducono alla morte.

L’altruismo, lo spirito poetico, i valori morali e la tensione ascetica… parole crude per dire: ho voglia di godere e tutto il resto non m’interessa… Non sarà sempre così, ma certe volte accade…

Consiglio a tutti di leggere il Discorso sul funzionamento meccanico dello spirito. Armandosi di pazienza nel seguire la penna di Swift lungo le strade della metafisica, si arriva ad conclusione talmente evidente quanto il paradosso che il titolo contiene.

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