Prologo/I

Morghen. Un nome semplice. Chiamare così un paese non può essere che di buon auspicio. In effetti, il pianoro su cui riposano le nostre case è il primo luogo della regione che incontra all’alba il sole e l’ultimo a salutarlo prima di discendere nelle tenebre. Certo, questa osservazione vale solo se si esclude Montecorvo, un paese sospeso nell’aria come uno sciame vibrante di zampe, ali e antenne, sensibile all’unisono al richiamo del polline; e soprattutto se si ritiene ragionevole considerare geograficamente questa breve lingua morenica distesa fra due incavi lacustri glaciali, rivestita d’un manto boscoso pilifero, fragilmente abitata e solcata da un torrente sassoso, da una linea schioccante dell’alta tensione, da un gasdotto sotterraneo e da un’autostrada che conduce il turista dalla città alla montagna.

Per quanto la luce cruda s’impadronisca delle vie e dei giardini di Morghen nei giorni limpidi, facendo svanire – come in un buon gioco di prestigio – la barba muschiosa, verde e vellutata dai muri rivolti a settentrione, tuttavia qualcosa di misterioso e innaturale rimane nell’aria e sul viso di chi ha pronunciato piano, scandendo con rispetto, dolore e desiderio, il nome. Un sentimento umido  di perenne battente pioggia intorpidisce i muscoli, aggredisce le ossa e torce le nervature che sostengono la cervice.

“Mor-ghen” detto così, in due brevi singulti, perde la sua consistenza calda e stropicciata che dissuade la bruma a spandersi oltre la soglia della notte agghiacciante. La “n” finale non ha vie di scampo. Si smarrisce nella foresta delle cavità nasali. Mentre si diffonde il sentore di cadavere. Le estremità del corpo si raffreddano. La morte punge repentinamente. È lì dentro e ci attende.

Tra la gente del lago non è così frequente udire il nome di Morghen. Ho sentito con le mie orecchie delle persone chiedere dove fosse questo posto, nonostante si trovi a tre o quattro chilometri dalla loro abitazione. Immaginavo che l’ignorassero per invidia. Non dissi mai nulla a riguardo nel bar che frequentavo nelle pause lavorative. Sapevo già quale sarebbe stata la risposta. “Ma quale invidia? che cosa avremmo da invidiare noi d’O.? quattro vacche e venti capre? se ne stiano su con i loro animali!”

Eppure al principio, quando scendevo ad O. per lavorare, ebbi l’impressione d’impantanarmi.  Pensai che si potesse provare invidia per  il sole brillante sopra le nebbie e gli spalti bruni e le villette in fila che incupiscono le acque. Era come stare nei bassi dei tempi moderni e ammirare gli antichi candidi e crudeli.

Vicende arcaiche incatenano gli uomini all’altopiano di Morghen. S’incontrano volti di una civiltà perduta. Pochi e arcigni. Sembra che il tempo non scorra e la luce tracciata dal pulviscolo rimanga immobile nell’aria e nello spazio fino alla fonte solare. Nei vicoli si respira una nobiltà esaltata dai reiterati abbandoni. Affiorano fantasmi dai muri impastati di calce e argilla, strisciano personaggi d’altri tempi dietro le colonne e sotto le pietre squadrate e traballanti. Ho intuito qualcosa di grande. Fatti perpetrati da uomini superiori, che nessuno in basso – sulle rive umide del lago – vuole nominare.

Queste sono mie opinioni. Erano state convinzioni. Ma di fronte al loro disinteresse sorvolavo, divenni leggero – come si dice – senza dar conto delle preoccupazioni che oscuramente crescevano in me e al crepuscolo mi serravano la gola. Loro, d’altronde, erano una stirpe.

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