Prologo/II

 

micio-alla-finestra2

In principio non capii.

Il nostro arrivo a Morghen fu l’inizio magistrale di un film dell’orrore.

Una casa bellissima in vendita presso un’agenzia immobiliare. Un buon prezzo. Nessuno che la volesse. Come una bella donna colta e depressa. Era rimasta per anni sola. Era stata l’asilo del paese… le solite storie passate cento volte per televisione. Talmente immediate da rilassare la mente al loro passaggio.

Eravamo considerati stranieri, come del resto molti altri abitanti che erano arrivati a Morghen negli ultimi quarant’anni. C’erano poche cose da capire riguardo al luogo in cui ci trovavamo. Il minimo per sopravvivere. Ma il minimo era imprecisamente inafferrabile. Una parola o un vuoto. Un volto in lacrime ai margini della strada. Un lamento strascicato nelle ore notturne. Un grido.

Molti di noi – gli stranieri – sarebbero morti senza capire. Dietro le tempie sarebbero avvampati gli ultimi fragili pensieri – “Era tutto qui”, “È giunta l’ora”, “devo andare”, “Quel che ho fatto”, ecc. – mentre i corpi, ricongiungendosi con la terra che avevano inavvertitamente calpestato, avrebbero finalmente scavato il motivo del viaggio e sarebbero divenuti portatori del segreto.

Quello che stava accadendo lì – gotta dopo gotta – negli ultimi tremila anni,  nessuno avrebbe potuto raccontarlo.

Tutto bene all’apparenza. Il declivio fiorito dell’Orto Botanico e l’Albergo invitano i curiosi ad avvicinarsi e promettono un’accoglienza calda e amichevole, ma non appena superati questi inviti ad entrare ci s’imbatte in un bivio spaccato tra muri di pietra. Una strada in salita e una in discesa. Al centro del bivio un cartello sbilenco – “Tutte le direzioni” – indica la discesa consigliando d’andarsene a chi ha superato il sipario ridente che decreta l’ingresso nel paese.

In più di un’occasione – anni fa – avevo intentato una visita a Morghen durante un lungo  soggiorno sul lago. Ne ero invisibilmente sempre ricacciato. Le mulattiere ingombre di trattori carichi di legname e di camioncini stracolmi d’ogni sorta di cianfrusaglia, i muri scrostati invasi dalle pieghe feconde dell’umidità e striati dai fianchi metallici degli autocarri, l’asfalto slabbrato gettato di fretta per seppellire – sembra – non so che di delittuoso, gli insulti grattati con pietre affilate sui pochi intonaci sani,  una scritta mussoliniana lugubremente retorica, una coppia astiosa di teste ubriache appoggiate sul cruscotto di un’automobile traballante. A turno le cose del villaggio piegavano il mio sguardo con le minacce.

Una volta – ricordo – superai il bivio, avanzai di un centinaio di metri, ma fui costretto a invertire il senso di marcia nei pressi di quella che sarebbe divenuta la nostra casa. Non era stato l’ennesimo inconveniente, ma la semplice certezza che oltre quelle quattro mura non ci fosse più niente.

Allora non conoscevo ancora Marta. E quando decidemmo di vivere assieme prendemmo casa a N. Non so cosa accadde quando – in un tempo infisso e distante – c’innamorammo repellentemente di Morghen. Forse fu la bravura dell’agente immobiliare. Forse fu il sole freddo della fine di un anno. Forse fu perché così doveva andare. Comunque sia, morbosamente ci fermammo.

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