Le parole correvano slabbrate. Chissà poi la Susanna/I

 Susanna

Entrai nel caffé a metà mattina. Lo stomaco era vuoto dalla sera precedente. Ordinai a Mara, direttamente al banco. Un toast e un succo d’arancia. Mi sedetti in fondo alla stanza. Una cava buia a tutte le ore del giorno. Per non sbagliarsi, l’ingresso rivolto a nord e l’unica bassa vetrina costretta tra il vicolo in ombra e il frigo dei gelati. Un crocchio di uomini, spacconi di mezza età colti dall’incipiente calvizie, stavano chiacchierando davanti al quotidiano spalancato in maniera rassicurante.

Non avevo mai prestato orecchio alle loro parole. Erano troppo distanti dai luoghi che accendevano il mio interesse. Avevo l’impressione che fossero consapevoli della mia presenza, sebbene si comportassero come se non ci fossi. Col tempo fui coinvolto nella vita del locale con un semplice saluto da parte del baffo bianco, il più affabile del gruppo. Tendevo a starmene discosto. Consumavo al banco o mi appartavo per rileggere qualche vecchio appunto. Non volevo entrare in quella storia. Non ero dalla loro. Vivevano su una penisola umida e benestante come animali dello zoo tenuti dietro le sbarre per protezione. Erano assuefatti alla cattività. La maggior parte di loro credo ci fosse nata. Erano già pronti per riempire la nuova ala del cimitero scavata sotto il Monte Sacro.

Le parole correvano slabbrate. Ognuno capiva secondo il proprio interesse. Il borbottio raspava sotto i toni alti della radio, che riempiva di revival l’aria detersa dalle mani dell’inserviente filippina.

“Chissà poi la Susanna,” uscì un po’ di sonoro sotto il baffo bianco.

Non un che attorno. Annaspando dietro i vocalizzi dei Bronski Beat l’uomo tentò un “eh, eh… chissà” che introdusse il gelo nella stanza. Un sorriso storto. La fronte bagnata. Il fiato condensato in un fiotto di vapore. Se si fosse aperto il pavimento e la terra di sotto per mangiarselo, nessuno si sarebbe mosso dal proprio posto. A condizione che tutto tornasse come prima. 

Gli rispose allora un cranio lucido alzando le spalle. Lugubremente.

“Sì, chissà.”  

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