Filamenti zuccherosi. Chissà poi la Susanna/II

 Ero seduto al tavolo di lavoro e aspettavo una nuova traccia. Sfioravo il piccolo telecomando bianco. Palpavo con il pollice le fessure e i rilievi percettibili. Mi venne in mente Susanna. La sua storia. Non conoscevo la sua storia. Era lì, dietro il bancone di un bar, dove avevo udito per la prima volta pronunciare la parola “Morghe” oltre i suoi confini. Ed era stata emessa nell’aria ancora vibrante delle sillabe di Susanna. Uno strano caso – pensai – come se non si potesse nominare il prigioniero senza dire della prigione che lo contiene.

Lei aveva occhi di tempesta, mi assicurano quelli che se la ricordano. Si capiva bene che dove fosse andata avrebbe portato guai. Finché fosse rimasta al di qua dell’orizzonte. Lavorava con passione. Stava alla macchina del caffè per un po’ prima di passare a servire ai tavoli. Era gentile. Non dava troppa confidenza. Lasciava gli uomini in posa con un sorriso ebete. Portava morbide gonne, sotto le quali i clienti leggevano impossibili gambe. Tutti se le ricordano, non sono cose che capitano tutti i giorni. Una come lei, la gonna svasata appena sopra le ginocchia, le calze nere velate, la voce leggermente rauca, rispondeva agli ordini strascicando il desiderio del letto abbandonato dopo una notte di assopito calore animale. Lasciava gli uomini in posa dietro un sorriso ebete.

Mi sono incuriosito di lei solo a sentirla nominare e ho fatto domande in giro come uno stupido intellettuale, punto alla nuca da qualcosa di vago e d’impalpabile. A sentire quello che biascicava Pino, all’arrivo di Susanna nel mezzo della giornata alcolica – che si fermava un’ora dopo il pranzo per perdita di coscienza – gli avventori passavano al terzo giro fra gotti d’oro, amari e camparini. Li invischiava tutti nella ciucca vera. Tirava fuori il fondo raschiando i barili vuoti. Nella luce emessa dal soffitto basso cartongessato gibbonavano cautamente i reduci dallo sfascio di cataste di tempo speso a ringalluzzirsi, ad aggredire e a sparar cazzate. Senza voltarsi mai. Senza guardare oltre lo specchio, sotto le borse violacee e la rete delle varici nasali, la sagoma evanescente di un bambino indormentato nella propria tenerezza.

“Buongiorno signorina.”

“Buongiorno.”

“E svegliarsi alla mattina…” cominciava il Milo.

“Tittitiritittititi…” continuava il Roby.

Il Roby e il Milo erano due scemi fusi da quindici anni. Mezzibusti con i pettorali tristi e stanchi degli ex palestrati, che stanno insieme perché li sostiene virtuosamente una tribolata panza. Erano al limite senza saperlo, contesi dal gin e dai depositati decomposti anabolizzanti.

Più sornioni, con i gomiti tirati sul bordo del tavolino e gli occhi arrossati dalle finte esibite senza l’ausilio di lenti tra le figure e i titoloni dei giornali, Gino e Paolo se ne stavano zitti – in agguato – aspettando che la ragazza si stropicciasse la gonna tra le sedie comodamente spinte al centro del passaggio. Sbrodolavano insieme. Tra una bavetta e l’altra si complimentavano a vicenda per aver sconfitto il comunismo. Senza muovere il collo, sorbivano direttamente dalle dita avvolte intorno al vetro i filamenti zuccherosi dei montenegro, il labbro inferiore – frastagliato e umido – trainato all’esterno.

C’era anche un pittore. Di quei pittori che si vede che è un pittore. Il pittore di provincia italiano stile 900, l’uomo anni ’50 invischiato di vita, tabacco e alcool che tanti hanno imitato. Io stesso sono rimasto infatuato da questa figura senza essere tuttavia capace d’interpretarla. Più tagliato su di me è stato il ruolo dello scrittore anni ’30, ombroso e perseguitato nel suo completo protetto da un impermeabile.

Pare che la madre di questo pittore lo maltrattasse ruvidamente, a volte anche con improvvise e scortesi ramazzate che lo facevano rotolare giù per la rampa di scale, direttamente nel vicolo dietro il palazzo comunale d’O. Aveva anche una figlia. Era un angelo teatrale, bello solo se visto di fronte ma cavo e turpe quando ti dà le spalle. Quest’angelo di una figlia compativa il padre. Lo guardava come un uomo d’annata invecchiato male. Niente di buono nella sua vita, insomma. Calci in culo e pietà erano per lui. Gli spari sopra – parafrasando il mitico Vasco, al quale era sempre stato affezionato – li lasciava a qualcun altro. Era un tipo d’artista dall’accento emiliano, di quelli che si facevano fare un caffè e promettevano di pagare quando avrebbero venduto un quadro: cose che da queste parti sono fuori dal normale.

“Ma quando lo vendi tu un quadro se te ne stai sempre qui al bar,” gli diceva il Milo.

“Te scherzi che aspetto un mercante da Milano domani!”

L’ho intravisto – mi pare – quest’inverno entrando in paese con la macchina. Ci stava dentro, nella descrizione che mi aveva fatto di lui il Pino. Lo prendevano in giro perché si era infatuato di Susanna. Lei era gentile con tutti. Quando andava da lui per ritirargli la tazzina vuota, abbassava gli occhi e non parlava. Lui prima si spaventava, restava fermo ma tremava: si aspettava che da qualche parte gli piombasse addosso una legnata. Accortosi che nulla sarebbe successo dopo il contegno silenzioso della ragazza e le risatine catarrose degli ex anabolizzati, si accendeva.

Quella mattina camminava sul chilometrico marciapiede che conduce ad O. Camminava, si voltava su se stesso e si smarriva. Non l’ho più rivisto, non l’ho mai incontrato in un bar. Gli sarà passata la voglia di bere caffè, dopo la scomparsa di Susanna.

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