Dissanguati cuori. Chissà poi la Susanna/III

 Il bar era in mano alla madre. Susanna ci arrivava tardi. Non era un lavoro per lei. Andava per aiutare. Per lo più quand’era a casa. Faceva le stagioni nei ristoranti della riviera. Pagavano bene. Poi arrivava l’acqua dal cielo e tornava a casa. Ci restava per settimane in casa. Non era una che scorrazzava. Capitava però che uscisse con la sua amica. La sua amica era Giulia. Andavano in un posto – meglio se un posto con poca luce – e parlavano per tutta la sera, penetrando insieme nella notte più profonda. Era Susanna soprattutto, che raccontava di come le cose girassero intorno a lei. Aveva la testa tranquilla. Di solito quello che diceva stava a galla, sulla superficie plausibile del tavolino da caffè. Anche se erano attaccate tra di loro con quattro chiodi, sigarette e buona volontà. A volte però esagerava. Era una tipa strana. Un po’ idealista e un po’ metafisica. Difficile da capire per Giulia, che stava ancora studiando e da grande aveva in mente di far scuola. Non nel senso di essere un modello, ma piuttosto di entrare in una classe per spiegare come mai lei sa delle cose e quali cose lei sa. L’ho anche incontrata per sapere qualcosa di più. Magari aveva visto o osservato un che di particolare. Giulia però non è una ragazza da particolari. Va diretta al sodo. Introduzione, sintesi e via al capitolo dopo. Il succo l’hanno già spremuto gli altri e lei se lo beve per piacere.

L’aveva sentita parlare della necessità di rivoltarsi al sistema rigido animale e al puzzo di rancido che emanano certi maschi. Le aveva chiesto quali maschi (intendendo i maschi di quale specie animale). Susanna le aveva risposto quelli che comandano. In effetti Giulia non aveva capito subito: l’amica intanto era slittata avanti, stava già tirando in ballo lo zodiaco, quanto fosse antico quel sapere, i tarocchi, il tempo (nel senso di quello meteorologico) e le porte della conoscenza. Faceva sempre così, di tutto un po’ finché non non andava a sbattere sul materasso con la testa ronzante di rumore e tabacco. Se chiede in giro le diranno tutti che era una tizia riservata e silenziosa. Non ci crede nessuno, ma quando ci vedevamo era un po’ sempre la stessa storia.

Negli ultimi tempi – prima della sua scomparsa – sembra a Giulia che Susanna avesse la fissa delle coincidenze. Era come se le parole si materializzassero dopo essere state pronunciate. Strano vezzo. Trattava la sua bocca come se si sentisse la verità sulle labbra.

“Sono magari scemate, ma c’è qualcosa che non va qui intorno.”

Susanna rimaneva fissa, con gli occhi adunchi sull’amica. Senza discrezione, aveva aperto una porta che l’aveva condotta oltre il rumore scanzonato del locale.

“Stai in meditazione per dieci minuti, sorseggi la tua birra, fumi, fai la tua parte, rispettando il copione che a casa avevi preparato per bene fino al punto in cui sbotti con una frase enigmatica e provocatoria, cioè che dovrebbe avere l’effetto d’incuriosire e far parlare il tuo interlocutore: sai cosa ti dico? M’hai rotto.”

“Non volevo dire niente.”

“No, tu volevi dire qualcosa, con la tua faccia da innocente che s’annoia: dilla senza tante questioni e basta! Non far finta d’essere quella che si sforza di parlare!”

“Ma vaffanculo!”

Susanna si alzò dal tavolo immergendo il capo e il torso nell’annebbiato locale. Quelli seduti al bancone videro avvicinarsi un bicchiere rubino e una sigaretta giovane, sorretti tra le dita da due mani inconsistenti e appassite come dissanguati cuori.

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