Annoiata allergica fantasia. Chissà poi la Susanna/IV

Si sedette sullo sgabello libero senza prestare attenzione agli affamati sguardi che la circondavano. Ci era cresciuta dentro. I dintorni pullulavano di uomini arrapati. Trattenevano il liquido scivoloso ai bordi della bocca. Senza muovere un dito. Così com’era l’aria intorno, erano loro. Viziati fino all’ultima molecola.

I maschi in età da riproduzione erano stati allevati davanti a fighe distese dietro il vetro del televisore. Il tubo catodico aveva sostituito la carne e gli spermatozoi rimanevano ammutoliti nel nulla successivo all’erezione. Assistere dal vivo allo spettacolo delle donne che camminano, parlano e osservano strascicando le fronde del loro irresistibile odore, era qualcosa di troppo. Roba da lasciarti inchiodato dove ti trovi come Tom o Gatto Silvestro. Qualcuno però se la bossava, di solito i peggiori.

Susanna si muoveva nel locale fetido come un’escursionista in alta montagna. Respirava allegramente l’aria tersa. Batteva con sicurezza i tacchi sul tavolato. Scivolava attenta agli impacci come in un bosco di pini resinosi. Si sedeva accanto a uno e lo scuoteva dalle radici. Sebbene non ci tenesse a conoscere gli effetti che aveva la sua vicinanza sugli uomini, ne riceveva interamente la percezione dai mutamenti repentini dei loro occhi, che s’impiombavano come il cielo quando la terra trema. La stessa impressione madida le arrivava a onde dalla postazione centrale di cui si era impossessata nei pressi del bancone.

Gli esemplari maschi nelle sue immediate vicinanze erano cinque o sei. Scherzavano. A parte un tizio che stava lì a passare il tempo per conto suo e l’uomo al bar che svolgeva il suo lavoro: dar da bere e guardar storto chi non gli andava a genio. Gli altri non erano vecchi e facevano quello che fanno tutti quanti: prendersi per i fondelli. Il più piccolo era anche il più vivace. Ritto in piedi, toccava dentro tutti. Era biondo, quasi bianco, e a osservarlo in volto non sembrava proprio giovane, a discapito della sua brevilinea agilità.

Susanna aveva con sé il suo bicchiere. Fumava. Alternativamente allumando oltre la spalla, verso il gruppo dei buontemponi che si dimenavano nella zona delle slot. Nella penombra ebbe l’impressione che avessero addosso delle ragnatele. Erano molte ragnatele. Sembravano avvolti nelle ragnatele. Avvolgevano come una seta traslucida i loro maglioni, si tendevano tra clavicola e collo fino a raggiungere sparpagliatamente i capelli. Fili bianchi pendevano e tremolavano fra le dita. Il più grosso, arrovesciato sul banco – quasi invisibile nella sua massa oscura –, era reso evidente da una trama di linee fosforescenti orrendamente intersecantesi sulla nuca. Quell’immagine netta, stagliata sul buio di un essere stanco e ubriaco, le diede al principio un brivido crepitante alla spina dorsale. Immaginò che stessero festeggiando la fine di un lavoro. Che fossero sbucati fuori da un bosco prima che la sera cambiasse febbrilmente in notte. Avevano finito tardi e non avevano potuto lavarsi. Erano andati diretti in una trattoria. Forse in quella all’interno della vecchia stazione. E poi – due passi – e sono apparsi qui dentro. Sono rimasti sulla soglia. Pronti a svanire quando la misura sarebbe stata colmata. Il piccoletto però era vestito abbastanza ricercato, come dire, spicciolo ma curato. Le ragnatele sbavavano la sua essenza di damerino della provincia nord occidentale. I conti non tornavano.

Ad osservarle erano piacevoli, le trappole dei ragni. Disegni geometrici tatuati sull’aria. Perfetti. Troppo perfetti per essere reali. Come fanno a muoversi senza contorcerle e spezzarle? Susanna stava soccombendo davanti alla propria curiosità. Ogni particolare sollevato dal piano bidimensionale di una serata a caso, ogni secondo trascorso prigioniera dell’osservazione, la incatenavano più crudamente a quella scena tanto banale da celare in sé un grave significato. Vedeva oscillare brani di corpo, chiose di denti e muscoli nervosi secondo un ritmo incalzante e – lei volle che fosse così – premeditato che si conficcò disordinatamente nel suo pensiero. E i poligoni inscritti, i segmenti paralleli congiunti da apparentemente effimere diagonali, si ripeterono inalteratamente tra le giunture, oltre le chiome e dietro i tessuti cartilaginei dei padiglioni auricolari, finché Susanna non accettò che tutto ciò non fosse altro che il frutto della sua annoiata allergica fantasia.

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