L’ultima estensione della sua memoria. Chissà poi la Susanna/V

Le sovvenne dell’ultima estensione della sua memoria. Aveva sempre sperato di salvare molto da quella parte del cervello. Aveva però commesso un errore di valutazione, istituendo una zona più ampia di quanto fosse necessario. Entrava con l’atteggiamento vago che le era proprio, aprendo cartelle immancabilmente vuote il cui nome le diceva poco o nulla. Lungi dal distruggerle, ne creava di nuove dando loro nomi che al successivo ingresso perdevano di consistenza, come il cilindro di cenere della sigaretta dimenticata sul davanzale.

Erano trascorsi mesi dalla precedente escursione lassù. L’ultima volta le era costato parecchia fatica arrampicarsi sugli scogli innalzati per arginare il deserto divoratore in cui si era stravolto il giardino segreto dei suoi sentimenti. Ne era stata profondamente delusa. Da bambina non avrebbe mai ipotizzato che sarebbe stato così triste pensare all’amore. Di quella tristezza senza malinconia che non ti lascia stare in pace neanche un secondo. Susanna era rimasta sotto il sole affilato per ore senza incontrare l’ombra di un miraggio. Alla fine aveva giurato a sé stessa che lassù non ci sarebbe più tornata. E così era stato, non si era mossa di un millimetro per mesi, nonostante in alcune imprecisate immagini frapponentesi intuiva sul mondo la rapida calata di un vento ocra sabbioso.

E così, in un incommensurabile spazio temporale, tra il legname impregnato di false tinte da birreria, le sovvenne – dicevo – di un viaggio verso Paolo. Era scesa al Castellaccio pressapoco al tramonto. La pianura spaesava l’orizzonte sbiadito rosso. Gli steli rasati del riso s’adornavano di argento tessuto dagli affaticati ragni. Milioni di invisibili esseri sospendevano, nei pochi giorni di cielo terso autunnale, la terra. L’immobile trama precaria induceva in Susanna il dubbio della brevità.

Lasciare le colline le concedeva un respiro più misurato. Con Paolo non aveva più niente da dirsi. Tornava da lui per prendere fiato, quando l’autunno entrava nelle risaie.

“Lei ci crede alle coincidenze?” disse l’uomo che le sedeva accanto.

“Come scusi?”

“Le ho chiesto se crede alle coincidenze.”

Era stato un evento inaspettato, che quel tipo le rivolgesse la parola. Un po’ l’aveva sgamato. Solitario, ombroso, taciturno. Nessuna reazione alle battute dei boscaioli. Nessuna reazione all’arrivo di una bella ragazza. Uno di quelli che si faceva i fatti suoi, per dire. Ma questa storia delle coincidenze buttata lì, sul piano di legno tra i sottobicchieri sparsi, proprio non l’aveva misurata.

“Io… Io… Ecco…”

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