Giulia racconta. Chissà poi la Susanna/VI

ingresso pub

Giulia, dal posto dov’era seduta, fissava un punto preciso – quaranta centimetri sopra il pavimento – con ostinazione. Era capace di mandarla fuori di testa. Susanna era capace di mandarla fuori di testa. Con le sue smorfie e i suoi raggiri. Non la sopportava più. Stizzosa come una merda. Sempre ad incantarsi dietro a storie da perditempo. Usciva sì per distrarsi dallo studio, ma anche per ragionare. Non si può che tutte le volte che si mette giù un discorso si finisce a parlare di fantasmi ufo astrologia e altre idiozie da adolescenti. Poi però – pensò Giulia – ognuno ha gli amici che ha e qui in giro c’è poco di meglio.

Alla fine si risolse da sola a cercare la sagoma dell’amica nel locale caldo e fumoso. Si stava procedendo nella notte. La luce spioveva nell’aria umida più volte respirata. Lo spazio attorno era riempito dai corpi e dagli schiamazzi. Il ritorno musicale rimbalzava sulle pareti metodicamente, secondo periodiche scosse di elettricità. Tutto era come al solito a quell’ora. Giulia aveva l’impressione appiccicosa e rilassante di essere stata ammassata nei pochi metri quadri di una minuscola nave. Nella sala motori. Attorno a una decina di uomini indaffarati a far funzionare ingranaggi e stantuffi. Mentre fuori il grande oceano persiste immobile. Sembra che passi ma non passa mai.  È arrivata al fondo, almeno così le pare, ma i suoi piedi sono instabili e sotto di essi c’è molto di più. Molto più di ciò che li sovrasta.

Quella sera poi il vascello mareggiava in modo diverso. Non era il solito equipaggio. Giulia aveva individuato degli intrusi. È vero, la nostra è una zona turistica, ma si distinguono bene degli intrusi da dei normali turisti – ribatté recidivamente ad una mia intrusione di genere secondario e poi partì asciutta, battente come un registratore di cassa. – Erano entrati prima della mezzanotte. Tre. Si piazzarono tra l’ingresso e il bancone, sugli sgabelli delle slot. Avevano proprio l’aspetto dei naufraghi o qualcosa del genere, di quella gente disperata che vedi arrivare in televisione e te li immagini presto fare gli spacconi sotto casa tua. Non so se fossero stranieri, ma non promettevano niente di buono. Avevano qualcosa di strano addosso, credo che fosse polvere, o comunque dello sporco. Erano sporchi nei vestiti e sulla pelle. Anche i capelli erano opachi e ammassati in un crocco. Qualcuno mi disse poi che era gente di Morghen. Non avevo mai visto gente di Morghen. Non ho mai conosciuto gente di Morghen. Lei è di Morghen? Sì, va bene… non dico quelli finti, che arrivano e restano limitrofi. Con quelli come lei ho già avuto a che fare. Addetti alla ristorazione, educatori o semplicemente nostalgici di un mondo che hanno solo nella loro testolina. No, io parlo di quelli di lì.  È stata la prima e unica volta per me (sempre che fosse vero quello che mi dissero di loro). A dirla tutta, io non ci credo ancora. Mi sa che mi hanno raccontato delle frottole. Era gente di passaggio. Poco di buono di passaggio che si erano inventati in zona qualche finto lavoro. Poi l’hanno montata su con la storia di Morghen quando Susanna è scomparsa. Sì perché quei tre apparirono spesso dopo la notte di cui le sto dicendo. E qualcuno con loro vide anche Susanna. Io no, io la Susanna non l’ho più sentita da quella sera. Ogni cosa si stava facendo complicata. Era meglio lasciarla perdere. Mi sembrava che anche lei volesse così. E d’altronde non mi ha più cercata.

Scartabellando con perizia il locale, Giulia ottenne il risultato di leggere le spalle di Susanna nella penombra antistante i coni soffusi irradianti il bancone. Stava parlando con un uomo seduto accanto a lei. Un uomo che decifrò a grandi linee. Nemmeno lui era del posto. Nuovo a tutti gli effetti. Compassato nei movimenti. Misterioso al punto giusto, quasi un capitano mancato. Ebbe l’intuizione che si stessero dicendo davvero qualcosa. Scartò però l’ipotesi che Susanna gli avesse dato un successivo appuntamento quando il profilo dell’uomo entrò nel cono di luce da cui fino ad allora era rimasto discosto. Erano i lineamenti di un uomo anziano. Mai visto nei dintorni. Quello sì, con una faccia da turista. Un mezzo attore, diciamo, sotto le sopracciglia cispose.

Infine tornò da lei con due birre in mano. L’uomo svanì dietro la sagoma sempre più grande della ragazza che si avvicinava. Il volto di Susanna – senza espressione – dimostrava il peso di un’idea fissa instillata dalle parole appena udite. Si sedette senza dire niente. Passò un boccale di birra a Giulia facendolo scivolare sul piano di legno. Uno sguardo seppia, appoggiato come un cartone disegnato sul broncio, solcò frattanto il vetro e il liquido dorato che conteneva.

“Scendiamo di gradazione?”

“Scendiamo di gradazione.”

Cocciarono il vetro contro il vetro. Tregua raggiunta.

“Chi era quel tipo con cui parlavi?”

“Non ne ho idea.”

“E di cosa parlavate?”

“Di coincidenze.”

“Ah.”

Giulia ci pensò su per un attimo poi disse: “Carino?”

“Non l’hai visto?”

“No, era di spalle.”

“Non male, ma vecchio.”

“Sì, ho notato che aveva i capelli bianchi.”

“Sapeva il fatto suo.”

“L’avrà imparato anche lui da qualcuno.”

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