Il motocarro del destino. Chissà poi la Susanna/VII

Era diventata così, Susanna. Interponeva frasi fatte; riempiva di silenzi i posti dove stava; annuiva e sorrideva senza volerlo; spariva. Ed era sempre più notturna. “Le parole sono molto… innecessarie,” si diceva. E continuava canticchiando per la sua strada.

Capitò poi che a un incrocio – uno di quelli umidi a cui accede il mondo secondario – si scontrasse con un motocarro scassato condotto ebbramente da uno dei tizi con le ragnatele addosso; era sbucato dal bosco. Era sbucato come un’esplosione. Il motore, spinto fino in cima all’erta, era arrivato sulla strada in un boato. Il piede destro del guidatore mollò, inchiodò. Le gomme sculgarono sulla ghiaia sparpagliata che impediva l’aderenza sull’asfalto, mentre il piede sinistro premeva sulla frizione.

Il mezzo borbottò con il paraurti incollato alla gamba di Susanna. Due uomini uscirono dall’abitacolo. Si tenevano con una mano sul bordo del tettuccio e torcevano il collo verso l’interno per far passare senza intoppi la testa dalla portiera. Il terzo approfittò del vuoto di carne che si era creato intorno a lui per mettersi al manubrio.

“Cazzo fai?”

“Guido io adesso.”

“Zo fai?”

“Guido.”

“Guida… mhmm…” disse l’uomo appena sceso, probabilmente il capo. Aveva gli occhi tagliati obliquamente e il sorriso maligno di Vittorio Gassman in Riso amaro, quando si voltò verso la strada e la metà di un corpo femminile illuminato dai fari.

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