Una succube o una donna. Chissà poi la Susanna/IX

L’eco ultimo delle voci di Morghen mi giungeva da una distanza incalcolabile. Evitava la massa buia che nascondeva le case. La circondava su entrambi i lati rimbalzando nell’aria priva di ostacoli, al di là di ogni plausibile legge fisica. I toni ondivaghi raggiungevano le mie orecchie. Bisbigli, urli e chiacchiere malevoli nelle tonalità di un’amichevole mimesi sollevavano elettricamente i peli sparsi sulla mia pelle, concentrando le scariche più forti lungo la colonna vertebrale, alla nuca e sull’intera superficie del cuoio capelluto.

Una sola testimonianza. Una sola testimonianza sarebbe stata sufficiente per seguire le orme di Susanna. Avevo l’acuto presentimento – che già in altri casi di persone scomparse avevo registrato – di trovarmi vicino, molto vicino al luogo in cui lei si era smarrita. Se avessi osato scartare dalla via tracciata dai passi altrui, avrei forse scoperto ciò che avevo rigettato a calci e a pugni nel sotterraneo magazzino dei miei incubi. Rimasi invece sul sentiero che mi conduceva sul limitare del bosco, oltre il quale avrei intraveduto il profilo alto del paese.

Giunto a un bivio nell’attimo in cui le nubi stavano cancellando il bianco del foglio lunare, scelsi la via che mi parve più ampia e battuta, nella sicurezza di avvicinarmi alla soglia di casa più rapidamente.

Stava per piovere. Le prime gocce cadevano su di me. Allungai il passo per sfuggire all’acquazzone. Le scaglie di polvere si muovevano simultaneamente. Mi misi a correre sul dorso di un serpente bianco d’enormi dimensioni che si stava risvegliando tra gli sterpi, mosso forse dalla pioggia incipiente, forse dai miei passi inaccorti. La bestia si stava involvendo e mi costringeva a prendere una strada che non desideravo. Non c’era modo di tornare, poiché ovunque mi girassi intuivo ormai solamente cascate di tenebre.

Poi mi sembrò di vedere un’ombra nell’ombra, un’ombra nella quale stavo entrando.

Era lei: non mi ero accorto di averla davanti. Non so come fosse possibile che un raggio di luna scendesse a colpirla così chiaramente dal cielo in procinto di tempestare. Stava lì per gioco. Mi sorrideva. Che fosse una succube o fosse una donna, l’avevano incaricata di condurmi dall’altra parte del bosco.

“S’è fatto tardi,” le dissi.

“Per me la giornata è appena iniziata.”

I suoi piedi, nudi, affioravano dal terriccio del sottobosco. Le caviglie erano sporche di frammenti. I frammenti delle foglie cadute nello scorso inverno. I capelli nel caos. La camicia strappata. La gonna. Le membra esanimi e guizzanti. Ogni ragionamento s’era interrotto davanti alla sua apparizione. Mi attirava verso di sé come le ali di una farfalla. Fermava la mia mano il timore di menomarla in eterno con uno sfioro.

“Non ti ricordi di me?”

Mentii.

“È vero… tu sei quello che non guarda le fotografie…”

Un urlo atroce all’improvviso s’alzò dietro le sue spalle. Avanzò rapidamente fino a me rigandomi di terrore.

Il vento forte le scompigliava con violenza la chioma facendola ondulare sulle gambe saldamente piantate nel terreno. L’acqua si scioglieva in bolle sempre più rade oltre le mie pupille. Sopravvenne il buio. Il temporale rimase nell’aria come un’inverosimile minaccia.

Brancolando tastai alcuni arbusti sotto i quali trovai un giaciglio asciutto. Sfuggii così inavvertitamente allo sguardo della ragazza, che sembrava decisa a vegliare su di me fino all’alba.

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