Questo è un resoconto/I

Questo è un resoconto di come vedo le cose, come le ho viste allora e come le vedrò, prendendo in considerazione l’ipotesi che allora sia adesso, che adesso sia domani e che domani non ci sarò più.

La prima notizia che ricevetti non era buona. Voglio dire: la prima notizia che ricevetti quando fui un’altra cosa.

Un paese corrotto mi aveva disintegrato. Vita tranquilla. Amabili frequentazioni. Reddito certo. Casa in collina appartata. Base in grande città.

Mancavano dei punti però: innanzitutto la dannazione di un futuro esule dal presente.

Il crollo della repubblica era avvenuto in un silenzio di ghiaccio. Di quei giorni ho in testa l’immagine brulicante delle formiche nel formicaio scoperchiato all’improvviso. Il bosco respira nel ventre dell’estate e tu rimani costernato assente da osservarle. Le senti salire sulle gambe. Il prurito che provocano muove incessantemente le tue mani. Sale sulla schiena. Raggiunge la cervice, il volto e il cuoio capelluto[1]. Vorresti fuggire attraverso l’arsura, ma il parossismo ossessivo che s’è impadronito di te non permette alcun movimento. I tuoi piedi, avvolti in un tessuto misto cotone acrilico, sono riposti nelle scarpe. Le scarpe sono appoggiate sopra gli aghi di pino essiccati.

Era andata proprio così e ora, che stiamo ingaggiando un combattimento, ci dicono che stiamo sbagliando, che avremmo dovuto agire prima che avvenisse il disastro: come se avessimo potuto fare qualcosa quando eravamo alle medie o peggio alle scuole elementari.

Le televisioni centellinavano il panico salmodiando ottimismo. Sapientemente. Come un maestro del brivido che eccita gli spettatori somministrando scene d’edificazione erotica mentre s’appresta a colpirli di soppiatto, in maniera eclatante, con l’ascia arrugginita e sanguinolenta per la quale avevano pagato il biglietto.

Nessuno aveva una soluzione. Si sparavano panzane da bar tra un aperitivo, una prova del cuoco e un ballo con una pudica scosciata. Sembrava proprio che fosse quella la realtà: lo era per chi non usciva di casa, se non sul sedile della macchina incanalandosi in fila sulla corsia di sinistra. Corpi in dimostrazione si muovevano sporgendo i denti fra tessuti e cartonati dai colori sgargianti. Un gruppo di ragazzotti troppo cresciuti si agitava sul divano scimmiottando i grandi, quelli che sul serio prendevano le decisioni. Apparivano più volte durante la giornata, ispirando al pubblico la fiducia in una nazione giovane e spensierata. Si facevano la doccia. Mangiavano. Limonavano con gli infrarossi. Erano lì dentro. Sempre più dentro. Si rifugiavano in uno sgabuzzino. Parlavano col mondo. Con il loro mondo. Come tutti i bambini, s’incantavano giocando con amici immaginari.

Sugli schermi c’erano anche i salotti buoni. Begli esempi. Uscirono magistralmente invadendo le case e le strade e le scuole all’insegna dello chic e del bon ton spalmati su tutte le camicie e i corpetti e le maglie indifferentemente, che vengano dalla standa o da una boutique. I talk-show, come dicevano quelli che non sapevano l’inglese, e i telegiornali discriminavano i problemi, le ingiustizie e le disuguaglianze a favore dell’eleganza e della bellezza. La loro bellezza. Unta e di plastica. I quotidiani e i rotocalchi di approfondimento davano spazio alle voci dei soprammobili umani, che a furia d’ascoltare i loro padroni sbatter le ganasce volevano dire la loro nell’estrema convinzione di sapere come si dovesse pensare.

Intanto i migliori, come s’usa dire, se n’erano già andati da un pezzo. I geniacci delle università, i laureati con merito, i progettisti, gli scienziati da Premio Nobel, gli insegnanti e gli studenti lodevoli, gli intellettuali quelli veri: quelli se n’erano tutti andati. Tempo di abbassare la leva del teletrasporto… zzz… zzz… zzzzzzzz… molecole nell’Universo che si ricompongono secondo l’ordine supremo del caos… riappaiono in rete per redarguirci, per dirci che stiamo sbagliando, per dirci che stiamo sbagliando ancora adesso, mentre stiamo combattendo come cani in branco per spartirci i brandelli di quella che potrebbe essere la nostra ultima cena…

Era opinione dei più che costoro si fossero involati verso altri lidi, più moderni e intelleggibili, dove avrebbero condotto la propria vita professionale con la soddisfazione di essersi buttati senza rete e di essere stati capaci di prendere la fune che gli veniva incontro nel vuoto. A mio parere questi cervelli sono finiti lassù, in quella valle della Luna dove stanno tutte le cose che quaggiù abbiamo perduto. E ci parlano, la loro voce rimbomba ed esce come un’eco dal collo delle ampolle di vetro soffiato.

Questa è l’epoca dei cervelli in fuga – dicevano [2] – eppure nemmeno noi coglioni eravamo proprio fermi, sebbene più che pirlonare vorticosamente in tondo e ogni tanto incocciare uno contro l’altro, non facevamo: era nella nostra natura muoverci in un ambito circoscritto sollevando un po’ di trambusto sonoro udibile solo da chi ci era molto vicino. Le cose andavano avanti così da talmente tanto tempo che oramai ci avevamo fatto il callo. Anche i calli però – pesta pesta – fanno male. Chi non vorrebbe liberarsene?

Chiunque possieda un po’ di discernimento saprebbe che un giorno come tanti sarebbe un giorno inutile e vago, svenduto nel tempo mite che resta. Perciò avevo in animo di fare qualcosa. Vivevo teso impegnandomi a mantenere un equilibrio tra la ricchezza e le aspirazioni morali conseguenti. Facevo come facevano molti.

Si era al principio di questo stato della nazione e i giornali dell’opposizione parlavano già di epilogo, tacitamente sperando nell’età avanzata del conduttore dello spettacolo. Il problema sarebbe stato che, morto lui, il palinsesto si sarebbe drasticamente spezzato in tante simili frammenti che avrebbero accarezzato le pulsioni animali degli spettatori, indirizzandoli come un gruppo unito e repulsivo contro in programma antagonista.

Chi era rimasto qui, tra uno schermo e l’altro, non aveva fatto una scelta: semplicemente, nessuno aveva avuto la pazienza d’insegnargli ad andarsene altrove. Aveva al massimo imparato a parlar male del governo e dei suoi concittadini, che si bevevano tutto e andavano avanti tra debiti, paghe e gabelle. Lo faceva anche con qualche straniero, di quelli che avevano scelto di venire qui perché nessuno gli rompeva le palle e faceva lo statalista in casa altrui approfittando della libertà delle piccole cose. Lo faceva bene, un po’ in inglese e un po’ con i gesti, finché non prendeva coscienza di essere fondamentalmente il solo a scandalizzarsi e si rintanava nel suo angolo rimasto vuoto. E tutto ciò gli sembrava una grande ribellione.

Io, Sebaste, come avrete capito ero uno di quei sovversivi in pantofole. Eravamo più o meno tutti uguali e quando ci incontravamo non avevamo nulla da dirci. Non c’era niente da organizzare. Ero andato ad un paio di incontri negli ultimi dieci anni. Finiva sempre nella stessa maniera. I più indifferenti parlavano per tutti. Mostravano il loro settarismo sforzato. I presenti la volta successiva non tornavano. Credo che ci sia un carattere nel fare le cose che è tutto nostro.  Ce ne stiamo chiusi in casa a rimuginare e quando arriva il momento buono di mettersi insieme per agire, ci lasciamo comandare dai primi bellimbusti che spuntano dietro l’angolo e cominciano a fare retorica da intellettuali prestati all’azione.

Come i miei simili tornavo a casa e guardavo l’ultimo telegiornale cristando contro le bocche piene e impassibili, regolarmente piene di bugie, dei giornalisti. Scendevo in studio. Mi connettevo, se non l’avevo già fatto sul posto di lavoro. Ne uscivo più disperato che mai e buonanotte. Andavo a letto. Riaccendevo la televisione nella speranza di vedere qualche film del passato. Un po’ di zapping. Niente da fare. Anche il passato era vietato, se non in format televisivo. La testa frastornata. L’ultima mezz’ora a leggere. Cose serie. Filosofia e letteratura. Finché gli occhi piangevano. Poi spegnevo la luce, mentre mia moglie già dormiva. Stanca. Senza di me.

Era lei che mandava avanti l’astronave, e davvero non perdeva un pezzo in orbita.


[1] Accostamento semantico raccapricciante. È difficile fare uso di questa coppia di termini: affiancati evocano una sapienza artigianale antica e parastorica, da conciatore esperto di scalpi d’homo sapiens.

[2] Era il titolo di un cartone americano girato per le colonie, o qualcosa di simile.

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