Sembravano nuvole

Sembravano nuvole. Erano grige nel cielo e lo ricoprivano in maniera uniforme. Leonia però, di ritorno dalla pianura, testimoniava di una nebbia straordinaria.

Avremmo dovuto annusare i conati aggressivi della nebbia. Ma anche il giorno successivo, quando sono partito per T., il cielo era ancora alto e non presupponeva l’invasione.

L’invasione avvenne nella notte e al nostro risveglio, un’ora dopo l’alba, trovammo il nemico sulla porta di casa. Mentre Leonia si scavava un riparo più profondo tra le coperte, inevitabilmente dovetti affrontare il pericolo. Anche Mizzikan rimase in retroguardia, abbarbicato al calore spiramentoso del camino. Non mi lamento della situazione: è nella mia indole di superoe sfidare entità che appaiono invincibili a chi non ha ancora varcato la soglia del Bene e del Male. Ma nonostante la mia condizione di essere soprannaturale, tremavo di paura al pensiero di quel mare di nebbia che m’attendeva là fuori.

Il nemico era impalpabile e le sue lingue gelide scivolavano dai tetti insinuandosi nell’area sconnessa del nostro cortile. Le pietre dei marciapiedi erano bagnate della bava del mostro. Ad ogni passo si rischiava di scivolare. Mi piangeva il cuore. Avevo finito di posarle appena in tempo, prima che il Signor Gelo ci aggredisse con il suo consueto assedio prenatalizio, e adesso me le rivedevo lì, sudice di bava vaporosa e utilizzate da uno dei miei peggiori nemici come tranello.

L’avrei sconfitto, me lo sentivo, nonostante la sua ineffabile evanescenza.

E così accadde. Prima cercò di sbattere fuori strada la mia micromobile. Poi, mentre camminavo nei  pressi del lago, si abbarbicò alle mie spalle come un gigantesco, viscido, gelido millepiedi e tentò d’infilarmi in un tombino sollevandone il coperchio con estrema agilità.

Solo il mio sguardo avrebbe potuto fermarlo! La certezza mi balenò nel cervello come se tutte le connessioni sinaptiche si fossero attivate – evento unico che ha dell’incredibile – all’unisono.

Sgranai gli occhi con decisione e puntai alle ventose che avevano sollevato la lastra di ferro. Furono tranciate di netto dai raggi che emanai. Subito rivolsi l’energia – a me stesso sconosciuta, ma che da sempre possedevo – contro le spire allacciate alle mie braccia e intorno alle gambe. Svaporarono così come si erano concretizzate.

La strada era libera e potevo raggiungere l’ufficio prima che il ritardo si prolungasse a tal punto da ricevere dalla mia dirigente un formale richiamo.

Sì, perché di questi tempi non si scherza. Periodicamente mi ritrovo nell’occhio del ciclone, accusato di adoperare troppo zelo nel fare il mio lavoro. In questo

posto che si chiama Italia, si dovrebbe imparare a una certa età… Declamare i risultati senza fare troppo caso se davvero sono stati ottenuti!…

“Se quelli che le hanno passato le pratiche hanno dichiarato ottimamente ultimato il proprio compito con la consapevolezza di sapere quello che facevano, perché ora Lei vuole metterli in difficoltà con la sua pignoleria? Grazie a Lei questo ufficio rischia di chiudere!”

“La Dirigente ha ragione: noi abbiamo bisogno del consenso degli uffici limitrofi, altrimenti devieranno le pratiche verso uffici più distanti per sfiducia nei nostri confronti.” Rincara la dose la Vice.

“Ditemi voi cosa devo fare! Lasciare colpevolmente che le mie pratiche procedano incomplete?”

“Non diciamo questo… ma almeno certificare…”

In quei momenti tra me penso: cavoli, se sapessero quello che faccio quando esco fuori dall’ufficio… Informerebbero subito la polizia per un arresto… per fortuna che i miei superpoteri sono superdiscreti e non hanno nemmeno bisogno di un particolare vestito per attuarsi! (Altrimenti – sigh – con la discrezione che c’è da queste parti sarei fritto!)

Di solito tuttavia le cose non sono così dirette. E mi fanno stare male.

Quel giorno fu uno dei tanti giorni destinati alla falsità, per i miei colleghi e per me che da anni andavo convivendoci. Mi sarei fatto il fegato amaro, se non avessi avuto in mano le armi per sconfiggere il mostro. Il mostro di nebbia che aveva tentato di buttarmi.

Uscii sicuro che avrei concluso qualche cosa prima che la luce se ne fosse andata. Lungo i vicoli cancellavo bocche distorte e dita orribilmente dinoccolate mirando con lo sguardo contro i muri. Risalendo verso Morghen con la macchina ebbi una sorpresa ancora più gratificante: questo mio nuovo potere superava anche la barriera del vetro. Puntando deciso davanti a me mi facevo spazio e fin dove lo sguardo arrivava, la nebbia svaniva come per incantesimo.

Questa era una formidabile scoperta, perché voleva significare che i miei occhi non emanavano raggi ma era lo sguardo stesso – qualcosa di ancora più immateriale – che stava sconfiggendo l’essere multiforme fonte di pericolo per tutti noi. A casa, Leonia e Mizzikan stavano elaborando un loro piano per sfuggire alla trama, talmente fitta da sembrare insita nella stessa atmosfera, nella quale eravamo rimasti irretiti. Li vidi meditare in silenzio davanti al camino, l’una stringendo rudemente le mascelle, l’altro stritolando con sbirciate torve le fiamme che lingueggiavano tra la legna e la cappa.

Spiegai loro qual era stata la mia scoperta.

“Ho il potere di sconfiggere questa nebbia solo con un’occhiata!”

“Ah, bella questa! Hai sentito Mizzi? Mi sa che tra un po’ ritorna a passare attraverso i muri… prepariamo i cerotti.”

“Guardate!”

Puntai direttamente la vista contro i vetri della finestra e le faccine fameliche che si rivolgevano al bel Mizzikan appollottolato sulla seggiola come se volessero farsene un prelibato boccone, svanirono. Poi mi rivolsi agli scettici dicendo:

“Avete visto?”

“Visto cosa?”

“Ehm… in effetti…”

In effetti appena avevo levato lo sguardo quelle erano tornate a fare capolino tra cornicione e davanzale… D’altronde non c’era tempo da perdere in dimostrazioni. Salii al piano superiore da dove la mia vista avrebbe potuto dominare i tetti di Morghen e liberare il paese.

Mi sedetti sul divano, avvolsi con lo sguardo le case e le colline circostanti, mi rilassai e nel giro di mezz’ora l’orrore di nebbia si diradò e scomparve. Quindi mi alzai, mi avvicinai alle arcate del loggiato e guardai oltre i vetri, a sud, verso la pianura. Il mare bianco si allontanava a vista d’occhio (letteralmente…) e sembrava ormai lontano, così lontano da non parere più un problema nostro.

I due scettici di casa gironzolarono nei miei paraggi e quella sera mi trattarono come se mi dovessero qualcosa. Diventammo uno più affettuoso dell’altro, finché non giunse il sonno ad unirci oltre ogni parola.

Quello che non sapevamo quando ci addormentammo, era che non era ancora giunta l’ora vittoria. La nebbia fece solo una momentanea ritirata e la mattina successiva bussava ancora ai vetri delle finestre. Ci sarebbero voluti tanti e tanti sguardi concentrati, ma avevo individuato l’arma segreta e nel giro di pochi giorni avrei avuto la meglio.

Almeno per questa volta chiamatemi supereroe (ma non ditelo a nessuno: che rimanga un segreto tra noi…)

i miei occhi non emanavano raggi ma era lo sguardo stesso

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