Notte di maggio. Questo è un resoconto/IV

Tutto cominciò in quella notte di maggio del 1992. Il resto dovrà essere inserito nel contesto, nel Paese in cui viviamo, nell’Italia degli Italiani, il giocattolo più divertenti nelle mani dei bambini d’America: un Giardino delle Delizie in cui sbizzarrirsi a sperimentare[1].

Dal pomeriggio la morte era sullo schermo. Raggelavo tra le macerie, immerso in terra, sassi, zolle d’asfalto e lamiere che avevano invaso la mia cucina illuminata a giorno dalla luce artificiale del televisore. Il sole cadeva a picco, il sole infuocato che infrange il Mediterraneo. Attorno a me si muovevano con precauzione scarpe pantaloni camice cinture cinturoni asce elmetti giubbe catarinfrangenti ricetrasmittenti foderi occhiali, persone? i soccorritori? gli inquirenti? le forze dell’ordine? lo stato?

Essere un uomo. Essere cresciuto alla fonte inesauribile delle bugie. Essermi ubriacato di gioia e di dolore. In un mondo di finzione. Queste sono le colpe che individuai in uno sprazzo di lucidità, mentre vagavo inciampando tra i detriti a caccia di sigarette.

Vissi in solitudine un crudele atto di sterminio. Piansi senza comprendere il significato delle immagini che mi passavano davanti, assuefatto all’evidenza dell’osceno. Non mi muovevo, non mi muovevo da quella poltroncina di vimini, incollato al mondo in mutande. La violenza  verso pochi disprezzati isolati residui esseri umani m’impediva il sonno e m’intossicava, mentre i miei vicini di casa  preparavano gli esami di odontoiatria con serietà e ogni ora, ora e mezza spezzavano lo studio sparando quattro cazzate.

Fu allora che presi una decisione. Ma non ne scaturì un bel nulla; ogni picco d’intenzionalità si smarriva mollemente nel formicolio dei sensi: tutto nella mia esistenza si liquefaceva e rimaneva immobile; come il mare, che si sbatte in superficie e si arrovella al suo interno senza potere uscire, mai e poi mai, dalla conca vasta che, onda su onda, lo contiene.

A notte fonda premetti i pulsanti del telecomando alla ricerca dell’ennesima replica della mia vita come la immaginavo. Ma non era più la stessa cosa


[1] Sarebbe puerile negare: perciò è consigliato di non dire. E dalle nostre parti i buoni consigli sono elargiti ampiamente da tutti quanti; la società è talmente premurosa da abbracciarti tutta insieme, silenziosamente, e nemmeno con un gesto indicarti la retta via: sono sufficienti i volti rigidi, gli scansi degli sguardi e il contegno di chi vorrebbe vederti sparire d’intorno. Gli ammonimenti sono nell’aria mischiati all’odore della macchia mediterranea al culmine dell’estate, un profumo acre e sinfonico che ti fa sperare nel vigore del tuo corpo e ti ferisce in fondo ricordandoti la tua particolare mortalità.

Insomma è inteso: le cose come stanno proprio non si possono dire, mentre tra i lentischi, i mirti e le ginestre l’esercito occupante si addestra in basi impenetrabili, su terre e acque a noi vietate, a sterminare il nemico con armi letali.

Il nemico. A sterminare.

Ecco, vedete? non posso farne a meno di dare retta alle testimonianze e ai fatti, a tutto ciò che in genere sarebbe bene che restasse fuori dalla letteratura. Devo per forza andare sotto: sono troppo pesante, sono di piombo.

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