Aranciate maschere. Questo è un resoconto/V

Conosco i miei limiti in questo mare di nebbia d’alta quota. È la stessa nebbia della prima settimana bianca. Anche se qui non c’è neve. Piuttosto acqua. Acqua in abbondanza. Particelle vaporizzate che ti fanno tracimare.

Dopo la prima notte ci portarono sulla montagna con una bidonvia[1], dopodichè ci agganciarono ad uno ad uno ai piattelli dello skilift. Lassù la nebbia era fitta e noi eravamo in pochi, uno sull’altro come gattini ciechi. I nostri compagni più bravi ed esperti, figli della migliore borghesia cittadina, erano già dei piccoli campioni e andavano su e giù per le piste di ogni colore. Noi – i figli degli operai, dei contadini, delle segretarie e dei camionisti – non sapevamo sciare. Nessuno ci aveva mai portato in montagna d’inverno, con la neve. In pianura, nei nostri paesi, non era pensabile alla fine di marzo una mattina così pesta e briscolante. Non era pensabile per dei ragazzini di undici anni, ma ci avevano pensato le nostre madri, che ci avevano bardati con calzamaglie, calzettoni, cuffie, paraorecchie, tute, e guanti imbottiti (oltre ad aranciate maschere antinebbia). Dentro quell’armamentario ci scioglievamo di sudore.

Vedevo gli altri svanire nella nebbia, uno ad uno, paurosamente, a spazzaneve, come ci aveva spiegato l’istruttore con pochi gesti e piegamenti degli arti. Quando arrivò il mio turno, mi buttai. Era così che si diventava migliori? Così me la davano a bere. Fatto sta che l’anno dopo mi feci ancora una settimana bianca con il collegio, poi basta.

Mi piaceva quando si tornava in albergo, si stava al caldo e si giocava a carte.

Quella sera stessa, in camera, Nerone accese il mangianastri. Feci la conoscenza di Madonna, della sua voce. Magister e io stavamo lì come dei cucumerlu mentre lei cantava you know that we’re are living in a material world and I’m a material girl.


[1] Erano proprio dei bidoni legati a una fune. Apparivano all’improvviso, due addetti aprivano e infilavano dentro gli sciatori, poi – carichi – risalivano verso il pendio trapassando nel bianco da cui erano venuti. Sembrava un’ascesa verso l’Olimpo. Non avevo mai visto una cosa del genere. Ed erano ben verniciati, dico, i bidoni. Tutto perfetto lassù nel Tirolo. Non c’era maniera di tirarsene fuori: da noi l’avrebbero sparata: “Toh! va’ che barboni questi qui! neanche la funivia! nei bidoni come la spazzatura e via andare!”. Invece lì eravamo tutti rispettosi. Anche quei bidoni, uguali a quello che a casa mia tenevamo in cortile, erano impeccabili. Con una mano di blu acquisivano fresca modernità e salirci su – essere chiusi dentro come sacchi – c’impressionava davvero: era un po’ come fare un salto nel futuro. Un salto senza ritorno.



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