Gli optional erano ridotti all’osso

Non si dormiva: pochi lo fecero sulla soglia di quell’estate fangosa.

Sembra ieri, ma eravamo in un altro tempo. La sera dovevo uscire di casa per chiamare la famiglia e la fidanzata. Non era così scontato tra gli studenti possedere una linea telefonica. I cellulari si vedevano nei cinema americani[1], dove avevano sostituito quei bei telefoni bianchi piazzati in macchina tra i sedili anteriori. Erano cose fighe, roba da Miami Vice. Che bello Miami Vice! Rico Tubbs e Sonny Crockett interpretavano il nostro delirio, tutti Armani ragazze barche e Ferrari ma alla fine erano dei cristi come noi che Castillo mandava di qui e di là a incastrare figli di puttana. Erano in gamba, sempre immersi nei casini e nello spleen incandescente delle colonne sonore sintetizzate. Anche noi facevamo così. Walkman a palla nelle orecchie sul treno in autobus a spasso per le rive dei fiumi della gloria in bilico tra il paesaggio e il nostro riflesso in trasparenza. E le tipe quando volevano farci arrapare si tiravano come Gina e Trudy, le mignotte che poi non cagavamo. O loro non cagavano noi. Non lo so come andava, ma alla fine eravamo sempre soli. Solo noi. Manichini in loop con lo sguardo preconfezionato.

Gli optional erano ridotti all’osso. A P. eravamo comunque in vantaggio sulle cabine telefoniche. Erano davvero tante, più o meno ogni due o tre incroci e nelle piazze la sip ne aveva ingrappolate anche tre o quattro. Con apparecchi a gettone o a moneta, piano piano sostituiti da quelli a tessera magnetica. Bella vaccata. Un altro modo per mordere e sputare plastica, gente addirittura che le collezionava.

Vivevo in periferia e se il telefono era guasto mi toccava scarpinare un po’. Non me ne lamentavo però. Il passo in linea con la sigaretta, passavo al prossimo avamposto nella nebbia. In fondo, dai segnali di fumo ne avevamo fatti di progressi. A volte poi poteva capitare che il cattivo funzionamento fosse una fortuna. Chi allora già zanzava per le strade del settentrione farà fatica a crederci, ma ve lo giuro che sto dicendo la verità: non era raro trovare una cabina da cui si potesse telefonare liberamente per ore senza spendere una lira. Stare lì a dirsi ciao come stai ti amo ascoltare i suoi sospiri e non mollarla mai e non mollarla mai mantenendo un po’ il silenzio trattenendo il respiro nella nebbia perché lei è lontana e tu lo sei e siete lì appesi ad una cornetta come cappotti all’ingresso di una casa che se tutto finisce finisci anche tu e lei senza di te e tu senza di lei al buio come se niente fosse che paura al buio al buio intriso della luce verde della radio sveglia nel cuore della notte quando la tua anima alzatasi t’ha abbandonato per farsi un giro per vedere la sua che si stringe accoccolata a se stessa nella stanza lunga di un collegio a mille e mille anni luce da qui.  Stare lì senza badare alle spese, senza far caso ai gettoni che scendono, ai secondi che passano, all’ultimo bacio. All’ultimo bacio a due millimetri dalla plastica. Ciao.

Erano i tempi dettati dal cinema, quando il cinema non era televisione e la televisione faceva il cinema. Kubrik pensava ancora e noi imparavamo il mondo dai cineforum, mentre Tarantino affiorava come l’ultimo degli infedeli e il re dei videotape.


[1] beh, qualche omone viziato lo sfoderava al bar o dietro il volante come se fosse una pistola ad alta frequenza puntata alla tempia e in un paio d’anni quelle elettriche scatolette presero piede come la gramigna, dual band trial band e via dicendo.

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