Ninnoli da passeggio

Sono stato troppo concentrato su me stesso per capire come andavano le cose da queste parti. I mutamenti furono talmente radicali da superare il limite indiscreto dell’immaginazione. Si faticava davvero poco per tutto, fuorché per pensare. Fu un processo lento e ininterrotto che portò milioni di vivi in un tempo frenetico e aulico, dove fare fare fare fingendo impegno, riposo e divertimento.

“Che ore sono?”

“Le quattro”.

“Scusa ma devo correre a casa: mia moglie mi sta aspettando… sai, abbiamo deciso di portare la bambina a scuola di karate…”.

“Ma non faceva danza?”

“Sì ma il karate la completa fisicamente, la irrobustisce… vederla sempre lì piegata sul pianoforte o sui libri!… solo a pensarci mi fa già male la schiena…”.

“Anch’io vorrei avere una bambina da portare a spasso, invece ho solo mio marito in giro per il mondo a fare affari con la sigaretta in mano”.

“Non è un cane la mia Lia, cazzo!”.

“Stai calmo, gioia, non scattare così… mi fai paura…”.

L’uomo si alza dal letto pervaso dal fastidio. Getta in faccia alla donna il lenzuolo ruvido di bucato. Lui non sa cosa sta facendo in una camera di un bed&breakfast pateticamente old fashion. Lei si chiede cosa sta combinando con la sua vita, seduta, la testa fra le mani, dopo avere scopato ancora una volta con un maschio che vede da anni e conosce appena. Lui la insulta istericamente. Lei non trattiene una lacrima che le riga la guancia. I contorni del collega che va in bagno, ritorna e si veste di fretta, si confondono con gli impegni che l’attendono prima di chiudere le palpebre su un’altra giornata. Inforca gli occhiali per vederci meglio. Parla con voce spoglia radicale: “Ci vediamo domani in ufficio”.

Così vanno le cose. Come per scherzo. Come per dramma. Come tirare dei sassi da un cavalcavia mentre le auto stanno passando: tanto per vedere l’effetto che fa.

Una cascata di brillanti seppellisce il vuoto in cui siamo piombati smembrandoci senza tregua e restituendoci sempre più minuscoli e vetrificati. Ninnoli da passeggio. Cristalli di Boemia dotati di movimento. Archivi di errori e frustrazioni. Consumatori per noia.

È il nuovo che avanza – si sente dire in giro – ed è una di quelle banalità che – a furia di ascoltarla e ripeterla – a qualcuno potrebbe sembrare vera. E forse lo è per chi è uscito da quella condizione d’intima depressione che è la realtà per entrare nel mondo della felicità virtuale, dove si osservano senza spasmi le gioie e i piaceri altrui e si sta alla finestra a guardare le feste da urlo di coloro che sono scivolati nella trasparenza del vetro e ridono ricomposti in linee divine. Come piccoli miti felici.

Entro le asciutte virgolette in cui preserviamo la parola “progresso” si nasconde una coda fluente di bugie che qualcuno dovrebbe decidersi a prendere in pugno per darci un taglio una volta per tutte. Non è tuttavia così semplice tranciare una criniera di serpi mentre occhi di ghiaccio ti ghiacciano. Sembra che lo s’insegni anche a scuola. Prendiamo ad esempio la selezione naturale. Da come la si spiega sembra che il nuovo, se sopravvive meglio degli altri, è migliore. Si sottintende che dietro la vittoria – nella cosiddetta evoluzione – non ci può essere che bontà: lui ce l’ha fatta e gli altri no. Lui è l’uomo e gli altri sono gli animali. Lui ha un’intelligenza superiore. E via così. Fino a quando non si tira in ballo un dio. Chi è stato eletto da uno, chi da qualcun’altro, poi c’è quello che li ha eletti tutti. Purché siano uomini. Purché siano animali. Purché siano di questo pianeta. Purché siano di un’altra galassia e vattelapesca.

Beh, le cose non stanno così. Di sicuro non stanno così tra di noi umani. I pensieri che s’associano a buono e cattivo sono cresciuti fino a tornare sensazioni, nebulosamente variabili e assoggettate ai desideri comuni e individuali. In quest’aura di bontà e di diritto comune alla materializzazione dei propri auspici s’integrano inganni e cancellazioni della volontà. Il consenso al progresso, al benessere e alla vita eterna fa correre veloce la locomotiva, che non si ferma più nelle stazioni intermedie e trascina nel nulla creato dietro l’ultima carrozza gli ultimi passeggeri – i più testardi – che erano rimasti in attesa del rapido, quel rapido sempre in ritardo che porta da una città all’altra fermandosi in tutti i villaggi.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...