Via le teste, via le idee

Non ci misero tanto a far fuori gli uomini e quindi le idee, che senza carne – senza sangue – svanirono. Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. In ordine cronologico di decesso[1]. Via le teste. Per il resto, sarà sufficiente il silenzio. Scacco matto: ancora una vittoria del sistema criminale[2].

Seppi della morte di Paolo Borsellino a Pécs, in Ungheria, dove mi ero rifugiato presso una famiglia. Ero il fidanzato della figlia. E da quelle parti l’ospitalità è sacra[3]. Fu Istvàn a darmi la notizia. Non avevo capito bene. La figlia traduceva di un personaggio importante in Italia, di un grave incidente. M’invitarono a seguire il telegiornale della sera. La televisione, appoggiata su un mobile con le rotelle, era stata portata al centro della stanza. La luce della sera filtrava attraverso le tende, smosse dall’aria di un imminente temporale. Nello schermo c’era uno squarcio a colori. Le poche persone che giravano intorno, andavano e venivano, dentro e fuori dal vetro che emanava le immagini, forse erano tanti. Il silenzio ronzante. Il silenzio ronzante. Il silenzio ronzante. Il silenzio ronzante, mentre le donne ci chiamavano a cena.

A tavola non parlai molto. Mi fecero delle domande. Ma il mio atteggiamento era mutato. Probabilmente cercai di spiegare quello che era accaduto. Lo feci come chi parla per non essere compreso. Per non dire che non ne sapevo niente di quella storia e che nemmeno io capivo i movimenti assassini – sempre più assassini – degli ultimi mesi; degli ultimi anni. Ero cresciuto con Augias e Santoro. I loro programmi accendevano la coscienza raziocinante del mio cervello, più che altro allenato a rispondere con reattività agli impulsi dettati dal Drive In e da Colpo Grosso. Davanti ai misteri del Telefono Giallo o alle piazze di Samarcanda m’illudevo di farmi un coscienza nel cuore pulsante degli Anni Ottanta.


[1] Il parlare è insolentemente rivelatore – al di là delle mistificazioni morali – di un cinismo inguardabile.

[2] Culturale; molti di coloro a cui ho raccontato di “Zanzare e tigri”, un libro di Maya Lundgren, sono rimasti – diciamo così – immoti. Nei loro volti nessuna sorpresa. Nessuna reazione al paragone tra i gruppi letterari svedesi e i clan della camorra. Al massimo lo sguardo sufficiente di chi giudica la provocazione gratuita. In Svezia ne avevano parlato molto. Qui non sarebbe stato tradotto, mi disse Maya, non potrebbe essere capito. Troppi riferimenti interni ad una società distante e cristallizzata. Troppo gelo sul Mediterraneo.

[3] Almeno lo era allora. Non sono più tornato là. Nella mia testa però – a parte i dubbi accesi dalla razionalità – ogni cosa è rimasta come allora, ammazzata dal desiderio di un ricordo come una persona ritratta in una fotografia o un fiore reciso e disteso ad essicare al buio, tra le pagine ruvide di un libro. Aveva ragione mio nonno a dire che in Russia non era cambiato nulla da quando era venuto via, nel 1946, mentre noi mangiavamo e il nostro silenzio sapeva un po’ di lascialo parlare tanto non fa male a nessuno.

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One thought on “Via le teste, via le idee

  1. Giovanni Falcone e Paolo Borsellino sono ora inscindibili nella nostra memoria. Come accade per quanti diventano simbolo contro la loro stessa volontà, eroi soltanto per aver voluto esercitare il diritto di affermare le proprie idee, per aver rifiutato la via facile dell’accomodamento e del quieto vivere. La loro fine, orribile e tragica, li ha fusi insieme. Così che oggi, quasi naturalmente, il viaggiatore che si avvicini alla Sicilia sentirà i loro nomi prima ancora di mettere piede nell’Isola. Al momento dell’atterraggio sarà la voce del comandante ad informare che “tra pochi minuti atterreremo all’aeroporto Falcone – Borsellino”. I siciliani, i siciliani onesti amano quei magistrati caduti a meno di due mesi l’uno dall’altro. I mafiosi li rispettano, come li temevano quando erano vivi. (…)

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