Non fuggire mai!

Adesso, voltandomi indietro, capisco cosa volesse dirmi Alessio.

“Non fuggire mai!”

Non mi è chiaro, però, se ora sto fuggendo.

Era stato cinque anni fa come se fosse adesso. Le cose in Italia stavano andando storte. Più storte del solito. Troppo storte. Troppo storte anche per Sara. Si era messa paura. Era uscita a dire che le persone non erano più solo persone. Erano tutte in un modo e ti guardavano come se tu… come se tu fossi fatto in un’altra maniera; come se avessero dato uno stampino viziato a tua madre e tu fossi uscito così. Sara non ci dormiva la notte. A me il sonno non è mai mancato, ma le giornate erano pesanti. Durante il viaggio verso il posto di lavoro o, al più tardi, in uno dei bar delle località turistiche in cui svolgevo la mia impiegatizia funzione, mi prendevo male.

Ero intrattenuto nella rete delle corse per il tempo. Ritaglia di qua, corri di là, svolgi la tua pratica e pensa a stare in piedi, arriva la sera e ti sdrai sul divano perché c’è Montalbano… le visite al mio amico erano sempre più rade e questo non andava bene. Mi stavo scaricando del tutto. Alessio era il mio caricabatterie. Ricorrevo a lui quando le energie erano al limite. Mi era capitato di arrivare a casa sua talmente piatto da avere paura di fare un ultimo passo e poi fermarmi indefinitamente davanti al suo cancello con il dito puntato a mezz’aria, in direzione del campanello.

Quel giorno ero più o meno in quelle condizioni. Mi stavo riprendendo grazie alla pozione di barbera che Alessio mi aveva somministrato secondo il cerimoniale che tra noi era sotteso, quando me ne uscii con le mie angosce. Ne parlai a lui, che tutto vedeva dalla sua stanza nel bosco – imperturbabile – mentre alle sue spalle le gru invisibili costruivano abitazioni in serie, le abitazioni del disumano. Espressi l’intenzione di raggiungere la Germania, se la barca fosse affondata. Il suo volto mutò. Mi allumò come se fossi un sacco caduto da un camion che l’aveva superato di corsa durante la ritirata nel deserto, lui che andava a piedi mi guardò come un ingombro da scartare lungo la strada.

“Ah!… così vorresti scappare, eh?…”

Posò le mani pelle e ossa sulla tovaglia di lana – sempre la stessa – che ci univa come fratelli. Mi spiegò bene – con calma – come vanno le cose, dando il ritmo al suo pensiero con le braccia. Le mani salivano e scendevano fino a sfiorare i disegni geometrici verdi e rossi distesi sulla tavola.

“Quando ero nel CLN mi avevano insegnato a non fuggire mai: se ti fermano fai vedere i documenti con calma. E se ti portano dentro, t’interrogano e ti tirano uno schiaffo, tu tiragli un pugno. Non farti mai mettere i piedi in testa, non farti vedere debole.”

Beviamo insieme. Il vino arrossa le punte dei peli sopra le labbra. Alessio si asciuga con il dorso della mano. Sorride.

“E poi, se scappiamo tutti, chi resta qui in Italia?”

In effetti è così: non si può fuggire per sempre, avrei voluto dirgli. Ma con lui non potevo parlare falso senza suonare tale: ogni cosa era chiara, lì sul tavolo.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...