Béla. I

Quindici anni prima, a Pécs, avevo costretto una famiglia di quattro persone, – che si arrangiava a vivere in un bilocale misero con cucina in balcone finestrato e box bagni ciechi di compensato, – a stringersi ulteriormente per dare spazio alla mia vena di neointellettuale girovago al principio di una sinuosa carriera all’insegna dello scrocco e della cuculaggine. Fughe e ritorni, studi pazzi e ribellioni, senza capire che qualcuno – da qualche parte – doveva pur pagarli i miei stravizi. Niente a che fare con la storia del battito d’ali di una farfalla che provoca un uragano a migliaia di chilometri di distanza. Qualcosa di più semplice e comprensibile, per chi non trascorresse buona parte del suo tempo a cercare di dare piacere al corpo e all’intelletto, ben al riparo da qualsiasi debito sociale e affogato nella propria sintomatica incoscienza civile.

Qualcuno, lontano da me, si allestiva il letto dove mangiava. Anche il sabato e la domenica si alzava prima dell’alba per produrre cartelloni di plastica stampati in rilievo. Insegne e annunci pubblicitari. Le scritte dipinte a mano. Aveva comprato la pressa e l’aveva portato sul balcone che dava sul retro del palazzo.  Ci stava a pennello, con qualche modifica con cui l’aveva perfezionata. Béla lavorava. Mentre leggevo concentrato e silenzioso nella camera delle figlie, incapace di vedere oltre il muro di cartone il dramma e la speranza di una stagione da leoni, Béla lavorava.

Béla era un ingegnere meccanico. Insegnava nell’università cittadina. Era un personaggio. Aveva progettato – vent’anni prima o giù di lì – un modello di autoclave[1] che era stato poi adottato da tutti i laboratori e gli ospedali del Patto di Varsavia.

Non capivo perché uno come lui trascorresse il suo tempo sul balcone ad imprimere cartelli di plastica. Le figlie studiavano, erano brave – indipendenti – e ricevevano borse di studio. La moglie – è vero – era malata di cuore prendeva la miseria di una pensione da preside di liceo realsocialista; ma presto – gli avevo detto una volta parlando di come andavano le cose dalle mie parti – anche lì tutto sarebbe cambiato.

“Sta già cambiando,” mi aveva risposto. “Non li vedi gli squali che ci sono in giro? Sono quelli che comandavano prima e che adesso hanno i soldi per continuare a rubare”.

Sì li vedevo, ma quello che mi preoccupava era che molti di loro erano targati Italia, lavoravano al soldo di veneti amiconi in fresco di lana e comandavano col bastone stuoli d’operai in fabbriche diroccate. Quello che mi preoccupava era che la nostra Judith lavorava per quella gente. Traduceva quello che le dicevano di tradurre. Evitava di tradurre quello che non era possibile tradurre.

“Rubano tutti,” continuava. “Prima andavano d’accordo con i Russi e adesso vanno con gli Americani. Poi ci sono i Tedeschi, i Giapponesi, e voi, gli Italiani”.


[1] Per chi non lo sapesse, l’autoclave è una specie di vaporella chiusa ermeticamente in un contenitore tipo lavastoviglie, che attua un processo di sterilizzazione di provette e di altri strumenti da laboratorio o da ospedale. Personalmente, queste cose le so perché mio padre ha avuto a che fare con un’autoclave.

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