O partigiano, portami via

Giovanni Miranda fu ucciso a 18 anni. Della ragazza con cui è abbracciato non abbiamo avuto notizie. Questa è l'ultima immagine rimasta di loro.

Le ultime notizie – la vittoria della Lega Nord e della politica berlusconiana – sono l’ennesima sconfitta dell’azione apertamente condivisa. Non ho parole che non siano secondarie per dire – e quindi accettare – lo spirito italiano. Il dramma maggiore si è consumato in Piemonte, sulle Langhe e nell’Ossola, dove nel 1944 i partigiani cacciarono i fascisti per pochi giorni. Dovevano farlo, sebbene sapessero che gli avversari sarebbero tornati al fianco delle divisioni tedesche e avrebbero fatto piazza pulita. Questa consapevolezza era tuttavia di pochi. Dei 200 che rimasero a difendere Alba sull’argilla divenuta fango. Dell’ultimo passero che non cadrà mai, citando il Partigiano Johnny.

Questi risultati mi fanno ritenere che la Resistenza sia stata una guerra condotta da alcune teste calde. Parlando con la gente delle valli – con quelli che ricordano e con quelli che tramandano il ricordo – i partigiani erano dei ladroni che portavano via quel poco da mangiare che era rimasto in casa. Tutto qui. Del resto nessuno sa. Sì, ogni tanto salivano le colonne dei fascisti e ne beccavano qualcuno. E poi via che andavano. Ma perché dicono così? Come se non ci fosse più nessuna passione, come se l’uomo non sia uomo come noi. A che cosa è servito restare nei paesi con le famiglie, chiedere, condividere, scegliere e combattere per un’idea giusta? A che cosa è servito lavorare dall’alba al tramonto per stare insieme bene, secondo coscienza, fratelli di carne umana? Non sono domande retoriche, ma piuttosto questioni di smarrimento. Da anni lavoriamo sul territorio per il confronto, facendo incontrare persone differenti per condividere ideali comuni, che fanno riferimento al nostro inestinguibile sentimento di uguaglianza, celato in ogni essere umano come il fuoco sotto la cenere all’alba, quando ci si avvicina al camino con una speranza, ancora annebbiati e rigati dal buio della notte.

E mentre facciamo tutto questo, dall’alto, tirando fili ad alta tensione sulle dorsali delle valli e imperniando ripetitori sui cucuzzoli delle montagne, il Disumano fulmina le nostre azioni.

Ogni gesto richiede consapevolezza. Non può essere solo una corsa al consenso, all’eclatante e alla critica della falsità per mezzo della devastante fragilità degli impulsi.

In un mondo scisso dalla realtà dell’irreale, penso che non sia sufficiente chiederci per chi stiamo facendo qualcosa, poiché noi stessi coltiviamo le sementi di una società della disgregazione e ce ne nutriamo, quasi non ci fosse niente più da mangiare. È necessario sapere perché stiamo agendo. Dialogando con un amico, domenica, abbiamo parlato di politica. Ci siamo lasciati dicendoci che la politica è un’attività contemplativa, interpretativa, e perciò radicalmente umana. Questa politica del fare non è altro che un ingombrante strascico di superficialità.

Cambiare le coscienze significa fondare una nuova nazione.

Nelle Langhe ha combattuto Beppe Fenoglio. La sua scrittura è stata una contemplazione della vera libertà. Nelle sue pagine si legge lo spirito di una nazione. Una nazione che un giorno verrà?

Intanto restiamo lì, come passeri sul ramo, e non facciamoci spaventare né dal freddo né dalla fiocca. Perché l’ultimo passero non cadrà.

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5 thoughts on “O partigiano, portami via

  1. Ti ho letto, come sempre, col fiato sospeso. La tua scrittura che mi promette – e poi mantiene – spirali di senso e di significato che mi fanno camminare sul ciglio.
    Alla fine non si cade ed anzi si conquista un equilibrio prezioso.
    Quanto al “quid” (e per tornare a terra) è stata davvero una giornata di squallidi pensieri sui miei concittadini e sulla nostra democrazia totalitarista.
    Cosa vuole la gente, perché deve girare le spalle a chi tutto sommato ha lavorato bene, che cosa chiede ai prossimi? Davvero, cosa c’entriamo noi con la Lega, con questa stupida rivista di muscoli inutili? Una spiegazione ce l’ho e non ci fa onore: abbiamo lasciato che questioni sacrosante e problemi evidentissimi rimanessero non risolti e che qualcuno in cerca di Potere li strumentalizzasse (senza minimamente – ora che Roma è presa – pensare ad affrontarli).
    Essere in Piemonte mi dava l’idea di essere in Europa e con orgoglio. Oggi mi sembra di essere in una retroguardia, nel retrobottega maleodorante di uno di quei negozi vercellesi che piuttosto di aggiornarsi un po’ preferiscono incarognirsi e sputare addosso ai clienti.
    A noi che lavoriamo nella scuola non dovrebbe sfuggire: siamo in un’epoca che non conosce pedagogia, che non conosce educazione; perché mai la gente dovrebbe fare la cosa giusta? Perché mai dovrebbe mostrarsi grata?
    A noi resta tutto il resto: la voglia di continuare a praticarla, questa pedagogia e di concederci il lusso del gratuito e del fraterno.

  2. Riflessioni preziose, alla ricerca di un fondamento storico che ormai, purtroppo, nessuno ricorda.
    Che dire di fronte alla grettenza, all’ignoranza, alla xenofobia. Qualcuno ha preferito protestare, disertando un diritto conquistato (anche) dai nostri partigiani. Altri hanno protestato scegliendo l’antipolitica e la strada della V a 5 stelle. La democrazia è sacrosanta, anche se troppo spesso rimane solo sulla carta.
    Io preferisco ricordare mio nonno. Un cattolico progressista nato in una famiglia profondamente fascista all’ombra della Maiella. Non amava certo gli Americani. I suoi ideali avevano radici più antiche. Gli erano pure antipatici questi strani soldati dalla lingua incomprensibile. Dopo l’8 settembre però, non ci pensò due volte a fuggire sulle montagne e a raggiungere dopo mille peripezie gli antipatici yankees in sud Italia. Davanti ai nazi-fascisti non ebbe esitazioni e si arruolò volontario nell’esercito americano insieme ad altri coraggiosi italiani.
    Mi piace pensare che mio nonno abbia incarnato lo spirito di una generazione, una generazione che ritrovò se stessa e scelse da che parte stare.
    Oggi per quanto mi sforzi non riesco a vedere nulla di simile.
    Lo splendido lavoro di pochi è oscurato dal fronte verde che ha invaso anche la nostra regione.
    Forse non faranno cadere i passeri, ma questa volta gli hanno tagliato le ali.

  3. …è davvero politica o si può considerare acquisto a prezzo stracciato di facili consensi? Forse è ormai l’unica consistenza della politica e noi poveri ingenui surgelati in gazebo tetrapack siamo rimasti gli unici convinti di dover dare delle spiegazioni, tabelle nutrizionali sbandierate sotto l’occhio del consumatore che, in fondo, si è rotto le balle di essere consapevole. O non lo è mai stato.
    Signora mia, ma lei ha mai visto comprare una bufala con il cartello “contiene diossina?”
    No, vero?
    La comprerebbe se al posto di suddetto cartello le mettessimo fotografie di felici famiglie di bufale lavoratrici prima della cura?
    Ah, ecco.
    E’ che lei, signora mia, si è stufata di ste fregnacce. La politica, i programmi. E lo dica, che a lei interessa solo che mandino via gli zingari.

    Guardi si, me l’ha detto mio figlio di votare lega, sa. Perchè a me Silvio già piaceva, poi lui c’ha la fabbrica, la deve pur mandare avanti. Che sti comunisti tra tra n… e fr.. aiutano tutti tranne noi che dobbiamo tirare avanti la baracca. Così dice lui e ha ragione, che non c’è più lavoro. E basta con ste critiche, le critiche delle critiche, l’autocritica dei criticanti, le scissioni e i dibattiti. Io c’ho bisogno di sicurezza, oggi c’è lavoro e domani anche, i bambini suoi a scuola con cristiani civili. E basta coi governi che cadono, i ripensamenti… Quelli li eleggi e rimangono, stanno li, decidono, fanno, che me lo dicano dopo che hanno deciso e fatto,
    tanto lei che crede, di poter cambiare qualcosa? E che mi facciano credere quello che voglio, a me interessa lavorare e che mi diano la pensione a dovere compiuto.

    Non ho ancora una soluzione alla prima domanda, solo l’impressione di stare su un freccia rossa (prezzo pieno) destinato a schiantarsi contro un binario morto.
    L’unica risposta è che si può vendere tutto, anche il baratro, purchè abbia un orlo sartoriale.

  4. Quanti delusi. Quanti frustrati. Dopo le regionali 2010, intendo. 😉
    Ma suvvia non disperatevi: …Michele Prospero ha detto che il primo partito è quello degli astenuti infatti il 36% ha scelto di non votare e questo è il sintomo più evidente della profonda estraneità al sistema politico.
    E la Lega ha vinto perché mantiene sempre lo stesso blocco di voti: si tratta di un partito radicato sul territorio che riesce sempre a portare in massa il suo popolo alle urne.

  5. NON TUTTO IL BELLO E’ FATTO PER PIACERE
    Fausta Squatriti

    L’appagamento che deriva dalla contemplazione della bellezza dura un attimo, la consapevolezza della sua labilità rimane incisa nella nostra mente, e c’ insegna per mezzo dell’emozione. Amica e nemica, la bellezza si accompagna all’ansia di perfezione, modello culturale acquisito nel corso dei millenni dall’uomo consapevole. Nulla é abbastanza bello per noi, che pensiamo alla perfezione come modello del divino. Lungo la strada, numerosi incidenti danno spazio al brutto rendendogli l’onore della sua esistenza che vive solo se contrapposta al bello. Il brutto può anche essere più attraente, più eccitante, più erotico, del bello-perfetto, che porta in sé la fine della ricerca. Ma il tormento è dato dalla fragilità della perfezione che c’ induce ad amare la bellezza che della vita raffigura e quantifica il valore e con essa, l’idea della morte. La bruttezza è più maestra della bellezza, come ogni antitesi entro i cui termina si colloca la capacità critica, restare dentro alla vita praticando confronto, mutazione, progresso. Il mito della perfezione non si colloca in alto, trova spazio nella zona di confine, terra di nessuno tra bello e brutto, disuguale, mutevole, mentre sia perfezione che bellezza recano con sé l’immobilità, e senza movimento c’è solo contemplazione.
    La creatività tocca sulla spalla, angelo custode esigente anche per chi non crea opere d’arte ma crea la sua stessa vita. La posta è sempre altissima. Bellezza come speranza di farcela, a continuare a rispettare la casualità del nostro essere nati, o il disegno, incomprensibile, di un creatore.
    Tutti hanno una propria idea del bello, pur nella diversità di una sintassi che rimane in ogni sua anche degenere declinazione, la linea guida per sentirsi esseri umani, privilegiati nella scala gerarchica che ci siamo creata allontanandoci dalla natura, ma ancora governati in gran parte dall’ istinto. La bellezza è cultura, e poi si fa istinto. Bello e buono. Bello è un valore anche morale. Sappiamo che i parametri del bello e del buono, non sono uguali per tutti gli umani. In questo modo è cresciuta la differenza, in parte appiattita dalla cultura di massa della globalizzazione.
    L’uomo per salvarsi cerca compagnia nella speranza, e la bellezza scende o sale la scala del valore, ne misura il limite, alto o basso, dovuto alle circostanze che ne maneggiano l’aspettativa. Bellezza è distacco dal compromesso quotidiano, aggiornamento dell’emozione dolorosa e gioiosa al tempo stesso, primordiale, propulsiva e subito obsoleta, che ci misura il tempo rimasto. La bellezza è un’esagerazione, lodata, punita, sfruttata e invidiata. E da altèra, se sporcata dall’invidia, si fa triste, perde la propria aura, si fa umida come le mani di chi mendica.
    La bellezza è anche guarigione dalla solitudine, ricerca del Mistero e della sua esposizione in carne, in forma visibile. Il corpo, è tutto quello che abbiamo, anche per manifestare il mistero dell’anima, tradotto in psiche. La scienza interpreta il meccanismo della psiche con metodo, pur rimanendo ancora molto margine di imponderabile e inguaribile, nei meccanismi della psiche, sia malata che sana. Nessun essere umano può dirsi salvo dalla alienazione psichica. In certi momenti delle nostre vite, in modo più o meno vistoso, l’abbiamo tutti provata, sapendola dominare, usare, oppure non riuscendoci. L’arte è schizofrenica per sua stessa natura. Quella dal xx secolo in poi, ancora di più. Mettere in scena la “pazzia” è stato possibile da quando la laicità ha preso più spazio nelle comunità sociali e negli individui singoli, da quando invece di innalzare lo sguardo all’alto della “gloria celeste” si ha capito che, guardando a terra, si poteva anche riconoscere il “divino”, e la sua “bellezza”, nel dettaglio del misero, dell’ininfluente, del brutto. E in arte, il senso del divino si materializza nella bellezza dell’opera, e la bellezza dell’opera dipende dall’esigenza di raffigurare il messaggio filosofico, astratto, che l’artista intende trasmettere. La bellezza non è solo armonia, simmetria, gratificante gloria della spiritualità. La bellezza del nostro grandioso secolo xx, è la messa in scena del conflitto, del dubbio, del lato oscuro. Una autodenuncia straordinaria, compiuta attraverso le diverse poetiche, ma in massa, dai maestri dell’inzio del ‘900, dalle quale ancora si sta succhiando la forza eversiva. Ancora in molti, girano la testa dall’altra parte. Sgradevoli alle coscienze, ancor prima che all’occhio, le dissonanze, le spaccature, lo spezzettamento di ogni canone armonico che possa rendere digeribile anche un messaggio sconvolgente, trasmesso anche dalla maggior parte degli artisti del passato, contraffatto dalla riconoscibilità del soggetto. Nelle arti l’interiorità si manifesta in prodotto materiale, anche se si tratta di parole o di note è sempre materia. Se l’uomo ha appreso tutto dalla natura, per la sua sopravvivenza, lasciato com’era, nudo, sulla crosta terrestre, ha anche imparato a trasformare in “opera” la propria esperienza, senza mai poterne fare a meno, di questa “arte” dell’invenzione raffigurata che fissa la labilità del pensiero, la sua solitudine. La capacità di “copiare” migliorandone però le proporzioni, il corpo dell’uomo, non ci ha più del tutto lasciati liberi. Per raggiungere la verosimiglianza, l’arte greca ha abbandonato l’aspetto simbolico del suo periodo arcaico, dando inizio alla ricerca verista, e anche psicologica.
    Esiste in natura il mostruoso, il deforme, il rotto, lo sconvolto. Se tutto l’esistente è natura, e come natura creata, bella, perché una frana, una roccia scoscesa, un uragano, debbono essere considerati difformità rispetto alla quiete che definisce, nella sua non pericolosità, la bellezza? A parte l’ovvia considerazione che determinati aspetti della natura del globo terrestre mettono in pericolo la vita dell’uomo, e dunque diventano brutti e cattivi, se ci si accanisce sul canone della bellezza come iconografia della parte più ambiziosa dell’uomo, la sua stessa sopravvivenza. Ma l’attrazione per il brutto e per il mostruoso, per il rotto, per lo sconvolto, ha preso molto spazio nella sfida dell’uomo civilizzato, al sicuro dentro ai palazzi, emancipato dai bisogni primari, per diventarne il capriccio, colto e raffinato, una sfida alla divinità che tutto ha creato, sia che si creda in Dio sia che si creda nel mistero del creato come fatto non trascendentale, sia pure con la sua aura di mistero. Sebbene già i rovinasti operanti nei secoli compresi tra il XVII e il XIX, identifichino nel rotto, nel frammento, un pittoresco che ben si attaglia alla citazione della finitezza proprio attraverso le sue parti mancanti, quasi a rendere più prezioso quel modello di eleganza, di bellezza, reso fragile dall’incuria, e anch’esso ineluttabilmente perituro, come nella musica l’intervallo sia pur minimo del silenzio, esalta le sequenze del suono, prima e dopo il temibile intervallo. Questo è il monito che riguarda la sfida al tempo che fa morire tutti gli esseri viventi, mentre le cose create dall’uomo, allo stesso modo dei minerali, potrebbero anche durare, quasi per sempre. Ancora di più delle rocce, che possono anche franare e sbriciolarsi, ancora di più delle pietre preziose che una volta estratte dalla terra, si esauriscono, o che per rifarsi ci metteranno un incalcolabile tempo di cui forse l’umanità non disporrà. Un oggetto ben conservato, dura millenni.
    Sono le avanguardie del ‘900 che materializzano il frastuono della psiche e della capacità critica, dolorosa, affilata, che sempre più accompagna il lavoro dell’artista moderno e contemporaneo. Nessun argomento, nessun oggetto, nessun prodotto, potrà mai più essere escluso dall’ingresso nella raffigurazione e nella simbologia e nella allegoria dell’arte, in quanto indegno di diventarne suo strumento. Tutto è possibile, dal triviale al nulla, dagli estremi suprematisti come il bianco su bianco di Malevic, che porterà all’aria irrespirabile in quanto densa di spiritualità di Rothko, e a quella risucchiante dentro al nulla, di Kapoor. Sul versante opposto, tutto il trash ben noto, basti un esempio per tutti, la merda d’artista in scatola di Piero Manzoni. La provocazione inizia da un lato, appunto, con il suprematismo, e dal lato opposto, con il dadaismo e successivo surrealismo. Spirituale fino all’estremo limite del non menzionabile, o triviale fino all’estremo limite dell’a-poetico per eccellenza. Volendo togliere l’uomo dal suo piedistallo, alla fine, si è finito per dire che tutto l’esistente è, allo stesso modo, senza scala gerarchica, degno di esistere.
    Ma il passaggio spirituale operato da Malevic, astrazione totale di forme, dedotte dagli abiti dei monaci raffigurati nelle popolarissime icone, era a sua volta una deduzione dal vero, se per vero s’ intende l’icona portatrice diretta della parola divina, per intermediazione della mano del monaco pittore. Invece che partire da una pianura innevata, l’artista e maestro suprematista, parte dalla vera icona densa già di spiritualità, e se ne serve, per andare oltre, isolando sulla superficie quelli che erano segni potenti descritti come ornamenti su abiti disegnati per il culto ortodosso bizantino, giocando sulla riduzione della figura riconoscibile alla sola tautologia: una croce leggermente storta, proprio come la si vede sull’abito del monaco una volta privato della prospettiva, ma raffigurato nel movimento della veste che ne occulta delle parti, fino al quadrato bianco su fondo nero, o bianco su bianco, affrontando il tema del confine tra due valori che si potrebbero considerare identici, entrambi bianchi. Parrebbe una azione capace di azzerare ogni rimasuglio del bello. Che cosa ci sarà mai di bello in un quadrato bianco su bianco? Tale cambiamento di punto di vista, un ingrandimento del particolare, rimasto unico, isolato dal suo stesso contesto, era logico che avvenisse all’inizio del ‘900, quando la ricerca scientifica già rivelava la struttura intima della materia, frazionabile in modo invisibile ma possibile. Di bello c’è la sfida alla raffigurazione di un quasi nulla, costringendo l’artista medesimo e in seguito il riguardante, ad assottigliare il limite percettivo. Dopo tanti secoli di arte aulica, potente, abbondante, evidente, una pittura riduttiva al massimo riconduceva alla profonda spiritualità da cui l’arte era partita, come bisogno, per sentirsi parte di una cosmogonia percepita e non capita.
    Il secolo XX ha scorporato la bellezza, talvolta colta ma anche spontanea, togliendola alla collettività, per darla agli esperti. Il senso comune del bello, non esiste più. Una stradina, una casetta modesta ma dalle proporzioni giuste, creata da capomastri, non è più possibile farle, e neppure una anfora, un piatto, una ciotola. Per avere un capolavoro, una strada, un assetto urbanistico, un grattacielo, un oggetto d’uso, ci vuole un grande artista architetto, un grande designer. La spontaneità della bellezza si è perduta per sempre, nella civiltà della specializzazione. Si assiste oggi ad un complesso ritorno alla voglia di piccolo, di basso, di piatto, considerato più “umano”, come se l’umanità non sia capace di assimilarsi alle sue stesse scoperte, alla velocità del cambiamento. L’avanzamento della scienza e della tecnologia, non è sincronico con la fatica concettuale che il nuovo comporta. Può ancora costare fatica psicologica volare, salire ai piani alti di un grattacielo che raggiunge l’altezza di una piccola montagna, ma dove non si può aprire la finestra per respirarne l’aria.
    Una specie di ritorno alla ragione, che è regressivo, come era avvenuto ad opera delle tre dittature del secolo scorso, fascismo, nazismo, comunismo, che a scopo demagogico hanno fatto ricorso ad un’arte della verosimiglianza e della narrazione retorica.
    Diverse categorie del bello si sono formate nel tempo. Alla bellezza fisica, assai ammirata, invidiata, spesso non si perdona la mancanza di merito di chi la possiede. Considerata a torto strumento atto a rendere la vita più facile, così appare, amata e odiata, a chi da tale bellezza rimane alieno, rimanendogli il piacere, o la frustrazione, di doverne godere per interposta persona. Nel nostro tempo che fa dell’apparenza la vera sintesi di ogni valore, e della libertà del percepire i propri impulsi psicofisici, anche la bellezza maschile assume vezzi e fattezza femminili, e vediamo a pari merito nella conquista dell’immagine del piacere, giovani corpi femminili e maschili, lisciati, levigati, uniformati, proposti come paradigma del bello, servire da incentivo al consumo di merci superflue.
    L’istinto predatorio che alimenta i rapporti umani, rende la bellezza appetibile in modo maniacale, annullando ogni altra scala di valori. Solo così si spiega il mercimonio tra esseri viventi aventi come oggetto di transazione la bellezza, anche senza amore, che rimane molto più complicato, e non sempre necessario. All’amore si dedica quella parte di noi che ambisce alla perfezione, ma nella difficile ascesa, se ne smarrisce la tensione spirituale, la capacità di raggiungerla, la comprensione, e infine, la necessità stessa. Dell’amore, sempre più la gente riesce a farne a meno, mischiandolo con altri tipi di amore, per il danaro, lo scambio più frequente. La bellezza fisica è miracolosa, rara, evidente, e si spiega, a livello primario, da sola. Amore e invidia per la bellezza si mescolano e scambiano istigazione a potenti primati, basta uno spostamento anche minimo dell’equilibrio sempre fragile che sta dietro e davanti all’ammirazione, perché questa si traduca in odio. Per tanto tempo si è pensato che ad una donna bastasse la bellezza. La bellezza dell’intelletto, se unito a quella del corpo ancora suscita meraviglia, incredulità. Una anomalia, la bellezza, che se non fosse rara non sarebbe neppure classificabile tra le meraviglie del creato. L’essere umano arriva anche a uccidere quello che non riesce a possedere per amore, che è bellezza concentrata e resa astratta. Difatti non esiste nessuna ragione riconoscibile per logica capace di spiegare razionalmente il sentimento dell’amore. Molto più chiaro appare l’odio.
    Amore è possesso, prima di essere dono, e la bellezza, va posseduta. Si desidera possederla per colmare l’assenza della propria, di cui spesso si dubita. Interessante è il valore venale che si attribuisce all’opera d’arte, che è il più grande plus-valore, rispetto a quello dei materiali, di quanti si possano riscontrare in altri campi della creatività umana. Chi vuole avere un’ opera d’arte tutta per sé, o per legare il proprio nome a quel gesto di potenza che è sempre l’acquisto di un bene, grande o piccolo che sia, si predispone alla spesa come si sarebbe pagato un tributo di sangue in altri tempi, perché il danaro è il sangue del nostro tempo assai più che nei tempi passati, solo perché più accessibile. Ma il danaro é sempre è stato potente mezzo di acquisto anche di beni immateriali ma necessari, prestigio, amore, cultura, oltre al benessere fisico, e anche possibilità di gratificarsi con elargizioni solo in parte generose, visto che se si paga tanto, significa che si vale tanto, e nulla deve essere più frustrante dell’avarizia. E se la bellezza degli esseri viventi è il paradigma della caducità, da sfruttare fin tanto che dura, inducendo a comportamenti che tengono conto del valore transeunte di tale patrimonio, è proprio attraverso l’arte, inventata dagli umani, belli o brutti che essi siano, a rendere duratura la bellezza di cui tutti sentono, prima o poi, bisogno. La ricerca della bellezza è una molla potente, fa compiere opere buone quanto delitti orribili, che finiscono per sfregiare ogni bellezza ambita inizialmente. E anche l’amore criminale di tipo pedofilo, forse si può collegare al desiderio di appropriarsi della più bella delle bellezze, l’innocenza di un corpo che, come dice S.Agostino, è innocente solo in quanto fragile, possedendola senza che questa bellezza opponga resistenza, mentre nei rapporti tra adulti, spesso la lotta per la conquista dell’altro essere vivente, è sfinente quando non impossibile.
    La pratica della chirurgia estetica, fino a pochi anni fa usata con discrezione per ovviare a connotati sgradevoli, ora invece è una pratica che spesso produce anomalie fisiche che solo pochi anni addietro sarebbero state considerate una disgrazia, e vale in quanto riconoscibile intervento sul naturale cui si potenziano gli attributi, aggiunti come un ricciolo ad un capitello, negando la naturalezza dell’immagine idealizzata di un corpo, diventandone la iconoclasta sottolineatura. L’artista francese Orlane, ha fatto del proprio corpo una opera d’arte, sottoponendosi ad innumerevoli operazioni chirurgiche negando l’idea di bellezza come unico parametro, proporzione, esattezza, graziosità, usando il proprio corpo come materia prima e non come materia finita, così come fanno certi esseri umani di cultura altra da quella occidentale, che intervengono pesantemente nella propria anatomia, tratteggiandone il soma in modo decisamente creativo, che per loro deve essere anche molto bello. Il corpo, rifiutato così come ci viene fornito in natura, diventa finalmente territorio di conquista, non subìto, così nudo, e povero, se paragonato alla bellezza e ricchezza degli animali, con piume, pelliccia, colori. E’ una dimensione altra dal magico legato alla propria esistenza, anche perché la bellezza staccata dal suo creatore, corre e si diffonde in modo incontrollabile, moltiplicando i propri effetti benefici, e magici, anche in un mondo acculturato che rifugge dal concetto primordiale di magia in senso stretto. Ma di magia si tratta, se per magia intendiamo quel rapporto con l’inconoscibile che ci rende, accanto alla divinità creatrice, testimoni, o partecipi, del mistero del creato.
    Ma di quale bellezza si va parlando?
    Il bello rimane la pietra di paragone, se ne usa il termine anche per contrapposizione, per ironia, sancendo ancora una volta la sua potenza. Fare bella, o brutta figura. L’uomo, il suo privilegio, lo deve pagare con la continua rivalsa sulla coscienza. La bellezza del lavoro creativo sta nel metodo che lo conduce a compimento. Trovarsi tra le mani sempre e soltanto un miracolo della natura, di fronte al quale possiamo solo patire l’inadeguatezza di fronte ai non pochi inconvenienti, o la commozione di essere partecipi di un universo che non capiamo, quando ci offre il frutto da cogliere, deve essere parso, all’umanità fin dai suoi primordi, assolutamente necessario. Se la bellezza appare sensato pensare che sia stata ben presto, subito dopo il primato della magia, un termine di paragone tra materiale e immateriale, possiamo ipotizzare che l’emozione provata nel crearla, nel vederla, nell’usarla, l’opera altra da sé, creata e posta in luogo adatto alla sua contemplazione, al suo utilizzo a fini spirituali, già ci parli di un rapporto intimo tra astrazione dal vero perituro in artificio immobilizzato in effigie, posseduto e rimirato in quanto fermo. L’arte bizantina espresse la bellezza astratta della divinità monoteista nella quasi assenza di ombra, di prospettiva, nella piattezza dell’oro, nei volti ridotti a ripetizione, e nell’unico vero volto al centro della grande conca rovesciata, la volta celeste sopra di noi, che ci soverchia, accoglie e contiene, tenendoci dentro di sé, in una bellissima raffigurazione quasi geografica, dell’universo in senso cosmico e panico. Ma il movimento prese possesso dell’arte, gradualmente sempre più vicina alla drammatica mutevolezza di vite colme di incidenti e pene. Nel ‘600 e nel ‘700 il movimento delle emozioni è raffigurato nelle vesti svolazzanti, nei cieli densi di nuvole, nei gesti concitati dei personaggi, ma bisognerà attendere impressionisti cubisti e futuristi per avere l’esplicita dichiarazione che il movimento e l’immagine effimera, sono l’osservazione del fenomeno del movimento, dunque della vita naturale, dove nulla sta mai fermo. Ma sono state le avanguardie optical e cinetiche degli anni ’60 che, rinunciando a tutto il bagaglio simbolico espressivo, fino ad allora parte integrante del concetto stesso di arte, mostrarono come l’artista potesse essere più vicino alla percezione ottica di fenomeni naturali, ricreandoli nel laboratorio della propria mente e che l’emozione, sia nel fare l’opera che nel rimirarla, si poteva salvare anche in questa grande rinuncia alla espressività più travolgente. La antica bellezza è davvero finita, lasciando il posto alla oggettività. E la rincorsa alla verità, attraverso il dubbio, esprime la bellezza dell’opera d’arte nel suo continuo movimento d’ anima.

    Gennaio 2010

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