Cose d’Ungheria. I


Così sempre fuori posto, così sempre addormentato, così sempre addomesticato, giravo vorace e non lasciavo spazio al dubbio. Ora non mi rimangono che sprazzi di quella transfuga stagione. I salami piccanti e affumicati che insaccava il nonno di Judith, il suo orto vasto di cavoli e frutta, le ciambelle che la nonna preparava da cospargere di Kefir o ricotta. Alamut, un romanzo storico ambientato in Persia e scritto da uno sloveno. Un brindisi a mezzanotte con il cugino che vendeva automobili giapponesi. La casetta in collina, dove salire alla fine della settimana per pulire l’orto e raccoglierne i frutti. La statua di Lenin, luccicante nel sole agostano, che faceva capolino tra i pomodori per intimare il rispetto della rivoluzione agli uccelli sabotatori. Il garage in cui riposava la Dacia sempre bisognosa di manutenzione. I pezzi di ricambio sul banco da lavoro. Le lime per le manipolazioni e le calibrature di Béla. Il mercato delle cianfrusaglie, il mercato della sopravvivenza. Stoviglie, libri e ferramenta. Roba usata dove non si buttava via niente. Una società di recupero. La donna allo sportello dietro il supermercato ti dava del denaro per le bottiglie di vetro che le portavi. Il mercato rionale tra i condomini. Le contadine velate vendevano frutti cosparsi di terra rappresa. Raggrinziti. Ammaccati. Bacati. Le contadine inginocchiate per terra, davanti ai teli su cui presentavano le mercanzie. Gli operai, che prima dell’alba attendevano la corriera. I quartieri silenziosi dei minatori dell’uranio. La morte giovane e la promessa di un futuro per chi rimane. I negozi di abiti di seconda mano. I vestiti senza tempo. Grandi ceste vive e pensose. Tessuti affastellati, frementi ancora per i corpi che li hanno abbandonati. Reti di volti lungo le strade. La Basilica. La Moschea. le mura medievali. Le case addossate. Le case lunghe e bianche. I tetti di paglia. I coltelli e il pane. Le ricotte. Il Danubio. Il bagno. La corrente attraverso i corpi. Come se acqua e carne fossero un’unica soluzione. A Dunaszekcső. Come il gulash di Arci, il verde e l’azzurro; gustati nella penombra dei cubicola comunicanti a mezzogiorno. Al centro dell’Europa. Nell’idioma dolce dei bambini. Sotto gli splendidi colpi dell’estate. Crudelmente. Mentre dall’altra parte i cetnici avevano finito da poco di sparare e si preparavano a dare l’assalto altrove.

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