Io ero un cafone

Mentre sono qui, solo, penso di non essere stato capace, se non a piccoli sprazzi. Imbronciato, immusonito, mi trasformo affabilmente in un fanfarone grazie alle pozioni decongestionanti che assorbo. Mi pento d’aver sabotato vite. Di avere affondato gli artigli nelle prede d’altri. Ma cosa vale? Mi sarei pentito ancora mille volte e mille volte avrei sbagliato, se non fossi finito quassù, oltre le nubi e le passioni, fradicio e assorto come un lombrico nell’humus dell’autunno.

Si può cambiare, cercare d’impossessarsi del se stesso migliore ma al fondo… al fondo delle coincidenze… si rivela l’uomo.

Ogni azione ha poi qualcosa di giusto per chi la sta commettendo, ma in realtà è solo un espediente per far sì che non finisca la Storia. Le storie correlate. La dizione interiore. Il sordo borbottio della pancia o l’ascesi verso il sole.

La leggenda del Santo Bevitore. È un libro che va oltre ogni audace immmaginazione. Una vita sbagliata condotta da un uomo con un grande cuore. Dove andiamo ora senza di lui? Tra l’altro era stato un discreto successo televisivo, il film che ne era stato tratto con Rutger Hauer. Ho dovuto rileggere più e più volte le pagine di Roth per cancellare la figura appesantita dall’alcool e imbacuccata negli stracci, che in una Parigi di clochard si sovrappone al Nexus 6 morente, Gesù Cristo e Spirito Santo nella metropoli intaccata dalla ruggine formatasi sotto le gocce corrosive – battenti – delle incommensurabili vicende umane.

Da ragazzo mi ero chiesto se sarei mai stato all’altezza di quell’uomo – non l’attore del film, dico il personaggio del libro. E mentre me lo chiedevo, il cuore fuggiva. Non sarò mai capace di stare di fronte a quell’uomo.

Avrei anche voluto essere Martin, Martin di Ritorno al Futuro, ma anche lì… sai cosa vuol dire prendere decisioni a nastro sopra la musica spedita di Huey Lewis and the News? Cioè, adesso capisco perché ci sparavamo Zemeckis con un po’ di Omero e qualche paginetta di Joyce: era una storia mitica. Punto. Un ragazzo che viaggia nel tempo per tracciare il proprio destino, ovvero la storia di ciò che lo circonda, della famiglia, della scuola e della cittadina palcoscenico americano (lo stesso posto del Truman Show che poi alla fine mi è sembrato una gran cazzata).

La prof. Menotti era una grande. Io ero un cafone. E in questo non sono cambiato: un attore che finge di non sapere la parte mettendo in imbarazzo quelli che stanno con lui sul palcoscenico.

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